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Progetto di ricerca sulle vittime delle mafie “Un nome, una storia” - classe 3^D della Scuola Michelangelo di Napoli a.s. 2007/2008 PDF Stampa
Indice
Progetto di ricerca sulle vittime delle mafie “Un nome, una storia” - classe 3^D della Scuola Michelangelo di Napoli a.s. 2007/2008
Introduzione
INDICE
I Sindacalisti
I Magistrati
Forze dell'Ordine
Politici
Giornalisti
Imprenditori
Sacerdoti
Funzionari
Cittadini
Leggendo il libro di Antonina Azoti
Lo spettacolo ‘Ladri di sogni’
La Mattanza
Tutte le pagine

Progetto di ricerca sulle vittime delle mafie
“Un nome , una storia”

Il 21 Marzo di ogni anno si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime delle mafie. In quell’occasione, tra l’altro, si legge la lista delle vittime di mafia, di camorra e di altre organizzazioni criminali, divise per anno.
Nell’ascoltare la lettura dei nomi ci siamo resi conto che le emozioni che provavamo non erano uguali per tutti, che erano più intense quando venivano nominate persone di cui conoscevamo la storia. Questo non ci sembrava giusto e quindi abbiamo pensato di raccogliere notizie anche sugli altri.
Nell’a.s. 2003–04 varie classi hanno lavorato raccogliendo informazioni da internet, da libri, quotidiani e all’Emeroteca Tucci.
Abbiamo approfondito in quell’occasione la storia delle vittime campane, lavoro pubblicato nei Quaderni di Libera.
Ma il discorso non poteva chiudersi così, sentivo il bisogno di riprenderlo con le nuove classi, in una diversa chiave di lettura.
Sentivo che occorreva un messaggio positivo più forte, qualcosa che spingesse all’IMPEGNO più che alla sola MEMORIA.
Così ho proposto alla terza di quest’anno, dopo due anni di percorso sulla legalità, di individuare, nel lunghissimo elenco, quelle persone che avevano fatto una scelta precisa di contrapposizione alle mafie, rischiando consapevolmente la propria vita.
È stato un lavoro lungo, iniziato a ottobre e ancora da completare a giugno, una massa di informazioni da cercare, leggere e rielaborare per loro, da verificare, correggere, organizzare e stampare per me.
Ne sono venute fuori storie di gente comune che ha proseguito sulla strada dell’onestà e dell’impegno per la giustizia, affrontando in molti casi una morte sicura, prevista lucidamente, persino preannunciata alla famiglia, a cui, pur potendo, non si sono sottratti per non abbandonare gli altri o la causa per cui lottavano nel loro quotidiano. Scelte di cui oggi nessuno sembra capace e che invece ancora tanti, magari in solitudine e con un sostegno ancora troppo debole da parte dello stato, continuano a perseguire. Purtroppo spesso ne veniamo a conoscenza solo quando le storie si concludono male.
Quanto ai ragazzi, non sono mancati ogni tanto cenni di insofferenza “parliamo sempre di mafia”, ma il risultato finale è molto incoraggiante, perché nei temi, durante l’anno e anche durante gli esami di terza, hanno dimostrato di aver capito il senso della ricerca, di aver raccolto il messaggio di quelle persone, che non sono più per loro solo dei nomi.
Soprattutto si capisce dalle loro parole che queste storie, nonostante la loro tragica conclusione, li spingono non ad avere timore, ma a sperare che, uniti, si potrà porre fine a questa piaga.
Desidero aggiungere, infine, che questo lavoro mi ha coinvolto molto sul piano  personale e  mi ha dato la possibilità di stabilire nuovi e preziosi contatti  grazie ad internet. Ho anche riscontrato un forte interesse nella rete per questi temi, una messe di informazioni che tre anni fa non si trovavano, la presenza di siti curati da associazioni e singoli cittadini che ripropongono con forza la scelta della legalità e raccontano le storie di chi l’ha portata fino in fondo.


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Non siamo riusciti ad approfondire tutte le storie, per mancanza di tempo o di notizie, me ne rammarico e anche per questo motivo  mi riprometto di riprendere il lavoro in futuro. Mi scuso anche se per omissioni, imprecisioni o per involontari errori potremo recare dispiacere a qualcuno, se accadrà cercheremo di rimediare.

 

 

Si ringraziano per la collaborazione alla correzione dei testi e alla stampa i volontari del Servizio Civile: Giovanna Parlato, Emanuela Casentino, Pasquale  Sorbino e Stefano Panunzio


Si ringraziano per la collaborazione alla correzione dei testi e alla stampa i volontari del Servizio Civile: Giovanna Parlato, Emanuela Casentino, Pasquale  Sorbino e Stefano Panunzio




ALCUNI CHIARIMENTI SULLE SCELTE FATTE

Il lavoro è diviso in quattro volumi, i primi tre raccolgono le storie rielaborate dai ragazzi, al quarto ho lavorato prevalentemente io, sistematizzando tutti i materiali che avevamo raccolto durante l’anno, con lo scopo di avere un quadro generale aggiornato al 2008 e anche materiali e spunti per  futuri approfondimenti.
I personaggi inseriti nel quarto volume non ci sono sembrati meno interessanti degli altri, semplicemente non abbiamo avuto il tempo di rielaborare tutte le storie.
Infatti sulla base del lavoro degli anni precedenti abbiamo individuato i nomi delle persone di cui volevamo conoscere meglio la storia, poi alcuni ragazzi hanno proceduto nella ricerca in ordine cronologico, ad altri ho segnalato i nomi noti, per essere sicura che non sfuggissero. Il tempo non ci bastava per lavorare adeguatamente su tutti, quindi ad un certo punto dell’anno abbiamo sospeso la raccolta dei materiali, intensificando il lavoro di rielaborazione.
È capitato, perciò, che storie di persone di cui si sa poco, ma su cui era stato già fatto nei primi mesi il lavoro di riscrittura, sono inserite nel testo più approfondito, altre di cui si potevano reperire notizie anche più ampie, ma è mancato il tempo, sono invece nel testo di documentazione, senza rielaborazione o commento dei ragazzi.
Per diverse ragioni, tra cui la lettura del libro della Azoti e il legame con il programma di storia, abbiamo dato particolare attenzione alla sezione dedicata ai sindacalisti, molti dei quali protagonisti del periodo esaltante e drammatico dei “Fasci siciliani”, quindi in alcuni casi abbiamo “etichettato” come sindacalisti persone che avevano ricoperto anche incarichi politici o semplici militanti del movimento contadino.

 

Riflessioni introduttive di Sara DB

“Educazione alla legalità”, tre parole, parole come tante altre, ma parole con un valore molto alto…Parole che racchiudono un’infinità di significati e concetti…L’educazione alla legalità è una cosa che si inizia già dalla più tenera età…si inizia da piccoli gesti, come gettare i rifiuti negli appositi contenitori, rispettare i diritti di tutti, bambini, adulti ed anziani…
La legalità comprende moltissimi argomenti, alcuni riguardano la vita di tutti i giorni, altri sono più complicati…come imparare a combattere le mafie, a non appoggiarla, a non aiutarla a vincere; mafia, criminalità organizzata che annienta, devasta, uccide, imbroglia e sfrutta…come l’acido, tutto ciò che tocca man mano si consuma, lasciando solo ricordi ed amarezza.
Tante, troppe persone hanno perso la loro vita a causa sua, chi per aver lottato ed essersi imposto a lei, chi per essere stato un onesto cittadino che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Quando mi soffermo a pensare alle vite spezzate dalla mafia mi viene una rabbia dentro, una tristezza, e la voglia di fare qualcosa per fermarla…vite, sogni, speranze, ideali, pensieri, ricordi… rubati, portati via; quello che mi chiedo è dove vanno a finire?? Non possono terminare così all’improvviso, non possono spezzarsi in un istante… Non possono…Però poi penso a tutto ciò che facciamo in classe, a tutto ciò che fanno tante persone che si impegnano, per cercare di non perdere il loro ricordo…allora capisco che siamo noi, noi continuiamo a farli vivere, attraverso di noi, attraverso i nostri pensieri continuano i loro.
La nostra classe ha fatto rivivere tante vittime, poiché ognuno di noi si è documentato su alcune vite e le ha riscritte, lasciandoci un po’ della propria personalità; questo lavoro mi affascina, forse perché sono una persona curiosa, ma principalmente poiché quando leggo e riscrivo le storie di vittime mi sento importante, mi sento partecipe delle loro vite, delle loro scelte, e cerco di immaginare me nella loro situazione e mi chiedo se anche io sarei riuscita a fare le stesse scelte e ad oppormi.

Adoro andare alle manifestazioni del 21 marzo, sento la vita delle vittime scorrere dentro di me, mi sento una delle tante persone che possono riportarli in vita, so che sto facendo qualcosa contro la mafia, anche se non è molto posso dire: io c’ero!!

Quante persone ammiro?? Non lo so con precisione…sicuramente tutti coloro che hanno saputa dire “NO” alla mafia e che si sono sacrificati per liberarci.
Spero, un giorno di riuscire a ricordare tutte le vittime e i loro nomi.
Sara DB

 

Hanno raccolto le informazioni e rielaborato i testi nel corso dell’a.s. 2007/2008 gli alunni della
classe 3^D della Scuola Michelangelo di Napoli
guidati dalla prof. Aurora Iuorio

STEFANIA    BELLONE
CAROLINA    CRISCUOLO
SARA    DE BENEDICTIS
MANUELA    DE MAJO
MENA    EREDITATO
MARIO    EREDITATO
SUSY    ESPOSITO AS
GIORGIO    ESPOSITO
ENRICO    FLORIO
VINCENZO    GARGANO
GIOVANNI    GORDONE
RICCARDO    IENCO
CHIARA    LOPORCHIO
ANDREA    LUONGO
SERENA    MASCOLO
CAMILLA    MASTRIANI
STEFANO    MORRA
SILVIA    SILVESTRI
GIANPIERO    TRAMA
FRANCESCA    UGLIANO
SARA    VOLPE

 

 

 


INDICE


Il progetto     
Alcuni chiarimenti    
Gli autori, alunni della 3^D a.s. 2007 - 08    


Riflessioni introduttive di Sara DB

 

PARTE PRIMA

I - SINDACALISTI
Luciano Nicoletti raccontato da Mario   
Alfonso Canzio raccontato da Mena   
Lorenzo Panepinto raccontato da Sara V  
Bernadino Verro raccontato da Sara Db   
Nicola Alongi raccontato da Sara V  
Nicolo’ Azoti raccontato da Sara V e Giorgio   
Accursio Miraglia raccontato da Sara Db e Camilla  
Placido Rizzotto raccontato da Andrea   
Il Film visto da Riccardo ed Enrico   
Paolo Buongiorno raccontato da Giorgio   
Salvatore Carnevale raccontato da Stefano   
Federico Del Prete raccontato da Chiara   

II - MAGISTRATI
Pietro Scaglione raccontato da Giorgio   
Cesare Terranova raccontato da Camilla   
Gaetano  Costa raccontato da Vincenzo   
Ciaccio Montalto raccontato da Carolina   
Bruno Caccia   
Alberto Giacomelli raccontato da Giorgio e Riccardo   
Antonino Saetta raccontato da Serena  
Rosario Angelo Livatino raccontato da Vincenzo   
Rocco Chinnici - documentazione   
Antonino Scopelliti raccontato da Sara V e Camilla   
Giovanni Falcone raccontato da Susy   

Paolo Borsellino raccontato da Silvia   
Riflessioni di Camilla



PARTE SECONDA

III - FORZE DELL’ORDINE
Joe Petrosino raccontato da Riccardo   
Liborio Ansalone raccontato da Mena  
Boris Giuliano raccontato da Susy e Serena  
Bellissima, Marrara, Bologna raccontato da Enrico  
Carlo Alberto Dalla Chiesa rac.da Riccardo e Andrea  
Il Film visto da Camilla 
Antonino Agostino raccontato da Andrea   
Vito Schifani raccontato da Serena  
Emanuela Loi raccontato da Stefania   
Luigi Bodenza raccontato da Manuela   
Giuseppe Montalto raccontato da Stefano   

IV – POLITICI
Emanuele Notarbartolo raccontato da Sara DB   
Sebastiano Bonfiglio raccontato da Enrico   
Gaetano  Guarino raccontato da Chiara   
Pasquale Almerico raccontato da Carolina   
Piersanti Mattarella raccontato da Riccardo   
Marcello Torre raccontato da Stefano   
Pio La Torre raccontato da Francesca   
Renata Fonte  raccontato da Francesca  
Giuseppe Insalaco raccontato da Andrea   
Riflessioni di Andrea   

V – GIORNALISTI
Cosimo Cristina raccontato da Francesca  
Mario Francese raccontato da Susy   
Riflessioni di Susy   
Peppino Impastato raccontato da Giovanni   
Il Film <> visto da Giovanni  
Mauro De Mauro raccontato da Vincenzo   
Giovanni Spampinato raccontato da Sara V   
Giuseppe Fava raccontato da Camilla e Stefano   
Giancarlo Siani raccontato da Giorgio   
presentato da Giovanni   
Mauro Rostagno raccontato da Camilla   
Beppe Alfano raccontato da Riccardo e Andrea  

VI – IMPRENDITORI
Rocco Gatto raccontato da Chiara  
Patti e Carbone raccontati da Silvia e Sara DB   
Donato Boscia raccontato da Andrea   
Libero Grassi raccontato da Vincenzo   
Riflessioni di Sara V   
Paolo e Giuseppe Borsellino raccontati da Sara V  
Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte racc. da Giorgio   
Un imprenditore: incontro con Luigi Coppola 
Domenico Gullaci raccontato da Giovanni   
Domenico Noviello   
Manifestazione antiracket a Bagnoli di Carolina  


PARTE TERZA

VII – SACERDOTI
Giuseppe Puglisi raccontato da Manuela  
Il Film visto da Silvia   
Giuseppe Diana raccontato da Silvia  
Graziano Muntoni   

VIII – FUNZIONARI
Giorgio Ambrosoli raccontato da Vincenzo   
Sergio Cosmai raccontato da Gianpiero e Mario  

VII – CITTADINI
Giuseppe La Franca raccontato da Gianpiero   
Rita Atria raccontata da Francesco  
La ragazza triste e il giudice rivisto da Carolina  
Frasi e pagine dal diario di Rita scelte da Francesca   
Francesco Vinci raccontato da Chiara  e  Carolina   
Riflessioni di Chiara  e Carolina 
Matilde Sorrentino raccontata da Mena e Serena  

IX – APPENDICE
Leggendo il libro di A.Azoti  
raccontata da Vincenzo  
visto da Susy 
di Camilla, Carolina, Sara DB,Sara V

 








LUCIANO NICOLETTI

raccontato da Mario

Nacque nel 1851 a Prizzi, era un contadino legato al partito socialista. E’ stato uno dei più importanti esponenti dei Fasci Siciliani, animatore della rivolte dei contadini in Sicilia. Luciano Nicoletti si trasferì a Corleone, dove si sposò ed ebbe cinque figli.

Nel 1893 fu tra i più attivi nel congresso che scrisse i Patti di Corleone e guidò gli  scioperi che seguirono. I contadini non lavoravano, perciò fu tra i promotori di una “cassa di resistenza” per mantenere le famiglie scioperanti; si trattava di una somma messa a loro disposizione per mantenersi durante il periodo in cui non lavoravano e per breve tempo riuscì ad aiutarli. Il 14 ottobre 1905 la mafia lo fece uccidere con due colpi di lupara. [http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Nicoletti]



ALFONSO CANZIO

raccontato da Mena

Alfonso Canzio nacque il 30 luglio nel 1872 a  Barrafranca, e fu una persona che aiutò i contadini  per il miglioramento della loro condizione, ma soprattutto fu l’anima del movimento del movimento socialista barrese e anche consigliere comunale. Il sindaco Luigi Bonfirraro, aveva imposto l’obbligo di rivolgersi ad una certa compagnia di pompe funebri che imponeva prezzi elevati.

Anche oggi c’è questo sfruttamento, per esempio al cimitero di  Fuorigrotta, in via Terracina, si accede solo se ci si rivolge ad una particolare società. Per me così è sbagliato perché quella società incassa più soldi delle altre e questa per me è una forma di sfruttamento.

Nel primo dopoguerra, nel 1945, egli riuscì ad imporre contratti favorevoli ai lavoratori delle terre di Barrafranca, ma i proprietari terrieri si sentivano gravemente minacciati da questi dirigenti del movimento contadino, perciò reagirono con la violenza: dopo l’uccisione di Giovanni Zangara e Giuseppe Rumore fecero un agguato ad Alfonso Canzio il 13 dicembre del 1919, ferendolo gravemente con pallettoni unti d’ aglio davanti alla sua abitazione. Evidentemente questi pallettoni d’ aglio gli fecero parecchio male, gli provocarono una cancrena, oppure sarà stata la botta pesante e forte a provocare la morte, infatti una settimana dopo il ferimento Alfonso morì. Dopo di lui caddero Nicola Alongi e Giovanni Orcel [www.wikipedia.org]



LORENZO PANEPINTO

raccontato da Sara V.

Questa, è una storia, anzi, è la storia di un uomo, che iniziò la sua lotta contro il male, la mafia, nel 1865, l’anno della sua nascita, avvenuta il 4 gennaio a S. Stefano Quiquina, nelle montagne intorno ad Agrigento.

Lorenzo viveva in un ambiente dove si lottava giorno per giorno per poter portare il pane in tavola.

Quando crebbe divenne un maestro di scuola elementare, fu anche pittore e in seguito fondò uno dei Fasci Siciliani, fu direttore del giornale e membro del Comitato della Federazione Regionale Socialista.

Lorenzo Panepinto si poteva definire un uomo di giustizia. Sognava una società di eguali, si ispirava agli ideali di  Giordano Bruno, Marx, Gesù. Fondò una piccola Cassa Rurale per i contadini, di cui fu guida morale e politica.[www.fuorivista.it].

Lui prese sempre e comunque molte iniziative, lottava per il prossimo, voleva la giustizia!

Il suo maggiore scopo era combattere al fianco dei contadini sottomessi e riuscire a sconfiggere la mafia, aveva tanti sogni, tante idee che purtroppo non riuscì a realizzare. Fu ucciso dalla mafia, a fucilate, la sera del 16 maggio 1911. A lui è intitolata oggi la strada dove cadde [www.xoomer.alice.it/d_mistretta/lorenzo_panepinto.htm].

Gli è stata intitolata anche una scuola, l’Istituto tecnico Commerciale per Geometri di Bivona e sul sito si legge che Lorenzo Panepinto [/www.itcgbivona.it]

Non riuscì a sconfiggere la mafia e, a suo tempo, nessuno lo aiutò, ora però tutti, anche nel nostro piccolo, stiamo facendo il possibile per sconfiggerla e cerchiamo di ricordare ed onorare tutte le vittime.



BERNARDINO VERRO

raccontato da Sara DB

Bernardino nacque a Corleone nel 1866, fu sindacalista e politico. Era una persona tenace, che non si arrendeva mai. Nel 1892 definì "usurpatori e sfruttatori del popolo" gli amministratori comunali, che l'avevano assunto come impiegato ed erano i più ricchi proprietari terrieri della zona. Fondò il circolo “La nuova età”per il rinnovamento politico di Corleone, voleva renderla un posto migliore, liberarla dalla mafia  da tutte le ingiustizie; si battè anche per i contadini. Iniziò la carriera politica nel 1893, quando diventò segretario del Fascio di Corleone; nello stesso anno entrò nell’associazione dei fratuzzi, come allora si chiamava la mafia, aderì per farsi difendere dagli agrari che volevano ucciderlo, voleva far parte dell’organizzazione per neutralizzarla. Per la sua appartenenza ai Fasci finì in carcere, ma quando uscì non si arrese e continuò a combattere per i contadini e contro la mafia.

Gli spararono una prima volta senza riuscire ad ucciderlo; allora lo fecero accusare di falso in cambiali, per cui fu arrestato e scontò dieci mesi di carcere, ma quando tornò in paese i contadini lo accolsero come un eroe, convinti che le accuse fossero false, e lui riprese in pieno la sua attività di organizzatore del movimento. Fu persino eletto sindaco di Corleone, ma la mafia non tollerò più la sua presenza: fu ucciso il 3 novembre 1915, In segno di gratitudine, i contadini e i municipi socialisti d'Italia gli avevano dedicato un busto bronzeo in piazza Nascé, ma fu trafugato e non se ne seppe più nulla. Nel 1985 fu rifatto e ancora buttato giù dal piedistallo. Dopo altri dieci anni fu restaurato e rimesso al suo posto.

La sua storia è raccontata anche da Umberto Santino e nel suo libro si possono leggere brani di scritti di Verro [Umberto SANTINO, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, pp.109 - 110].

La battaglia del gruppo consiliare comunista per rompere il silenzio che pesava su Bernardino Verro è stata raccontata in un capitolo del libro di Giorgio Bocca, "Il sottosopra". Infine è stato collocato un busto in onore di Verro nella sala consiliare di Corleone, sala che ora porta il suo nome[www.cittàdicorleone.it].

 

 

NICOLA ALONGI

raccontato da Sara V

Nicola Alongi, dirigente del movimento contadino prizzese dai Fasci siciliani al biennio rosso e martire socialista, nacque a Prizzi (PA) il 22 gennaio 1863. Iniziò la sua carriera politica seguendo il leader del Fascio di Corleone Bernardino Verro e partecipando alla costituzione del Fascio di Prizzi assieme a Giuseppe Marò. Alla ripresa delle lotte contadine d’inizio Novecento, in occasione dello sciopero agrario del 1901, egli assume la direzione del movimento. Pur essendo un contadino appena alfabetizzato lesse i classici del socialismo e diventò  corrispondente locale di diversi giornali stampati a Palermo, da “La Battaglia” a “La Riscossa Socialista” a “La Dittatura del Proletariato”.

Nel primo dopoguerra realizzò assieme a Giovanni Orcel, segretario della Camera del Lavoro di Palermo, l’unità di classe fra operai e contadini. La mafia agraria locale e i suoi protettori politici cercarono di fermarlo con minacce e con l’uccisione del suo collaboratore, Giuseppe Rumore. Ma lui aveva grande coraggio e fede negli ideali, si ricorda anche che aveva chiamato i suoi figli Idea, Libero pensiero e Ribelle, perciò non si fece intimorire. Aveva scritto: e aveva dichiarato: i capi contadini, dice Santino, erano certi di andare incontro ad un destino segnato, ma restavano al loro posto fino alla fine, senza cedimenti, senza ostentazione e senza un minimo di protezione. [Umberto SANTINO, Storia del movimento antimafia, pag 116, Editori Riuniti]

I mafiosi decisero di eliminarlo uccidendolo il 29 febbraio 1920.

Ma quell’eroe della Sicilia contadina non venne dimenticato: nel secondo dopoguerra le masse contadine prizzesi guidate da Antonio Leone ne seguirono l’esempio lottando strenuamente per l’applicazione dei decreti Gullo e per l’attuazione della Riforma agraria.

Alla fine degli anni sessanta diviene un simbolo per le nuove generazioni della sinistra tradizionale e nuova [www.liberanet.org].

La sua morte non fu inutile, infatti salvò molte persone lasciando un grande messaggio dentro ognuno di noi, quel messaggio era: combattete, non fermatevi, sconfiggete la mafia senza avere mai paura.

 

 

NICOLÒ AZOTI

raccontato da Sara V e Giorgio

Nicolò Azoti era un sindacalista e musicista della banda. Venne ammazzato dalla mafia a pochi metri da casa sua, perché si batteva per la riforma agraria, cioè per i diritti dei braccianti che venivano sfruttati dai proprietari terrieri. La sua morte addolorò moltissimo la sua famiglia, che attraversò lunghi periodi di miseria, di isolamento e di vergogna perché le persone lo giudicavano colpevole, come se fosse mafioso. Anche il parroco lo riteneva colpevole e il giorno del funerale si rifiutò di portare la bara in Chiesa. A Nicolò Azoti venne restituita la sua vita solo quando la figlia Antonina, ormai grande, il giorno che tutta Palermo era radunata per la morte del giudice Falcone, salì sul palco e raccontò la vera storia di suo padre.

Nicolò Azoti si sposò con una fuga d’amore, perché la famiglia della sua innamorata, benestante, non voleva che lei sposasse un povero lavoratore; dal matrimonio nacquero due figli: Pinuccio e Antonina…Era una persona speciale, un buon padre di famiglia, un buon lavoratore ed aiutava sempre e comunque tutte le persone che avevano bisogno di aiuto. Nicolò Azoti era molto amato dalla sua famiglia, aiutava spesso in casa e seguiva il figlio maggiore Pinuccio nei compiti scolastici; cercava sempre di far felici i figli in ogni loro richiesta. Come lavoro faceva il falegname nel suo laboratorio, ma preferiva aiutare i contadini poveri sfruttati dalla mafia,voleva opporsi al suo potere, ma fu proprio questa la causa della sua morte: fu colpito il 21 dicembre e morì il 23 dicembre 1946 alla vigilia di Natale. Disonorato e mortificato dalle persone che non credevano alla sua innocenza, l’anima di Nicolò Azoti trovò la pace solo nel 1992 dopo che sua figlia Antonina trovò il coraggio di aprirsi e di raccontare la vera storia di quell’ uomo, marito e padre, morto per la sola colpa di voler aiutare il prossimo. [Antonina AZOTI. Ad alta voce, ed. Terre di mezzo]

Otto giorni prima di morire era stato avvicinato dall’avvocato Varisco, gabelloto del feudo Traversa, che i contadini chiedevano in concessione, e minacciato per aver dato molti grattacapi all’avvocato. [FONTE: Umberto Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, pag 159]

 

 

 

ACCURSIO MIRAGLIA

raccontato da Sara DB e Camilla

“Meglio morire in piedi che in ginocchio!”  diceva Hemimgway e ripeteva Miraglia alla moglie, ogni volta che gli agrari e i gabelloti mafiosi lo minacciavano, invitandolo a farsi i fatti propri.

Miraglia era dirigente del partito comunista e segretario della camera del lavoro di Sciacca.

Voleva far applicare anche nel suo paese i decreti di Gullo. Il 5 novembre 1945 aveva fondato “Madre Terra”, cooperativa di braccianti e contadini poveri. Questa organizzazione aveva lo scopo di appropriarsi delle terre dei latifondisti, mafiosi, come la legge prevedeva, azioni che, con il passare del tempo, fecero molto imbestialire i mafiosi, che decisero di fargliela pagare. Nel settembre del ‘46 Accursio organizzò la famosa “cavalcata”, una imponente sfilata di contadini a cavallo chiusa da un comizio.

Il 4 gennaio 1947 verso le 9:30 di sera Miraglia era appena uscito da un locale e stava dirigendosi verso casa. Insieme a lui c’erano i compagni che gli facevano da scorta: Felice Carapacca, Antonino La Monica, Tommaso Aquilino e Silvestro Interrante.

Poco prima di arrivare a casa di Miraglia, due di loro, Interrante e Caracappa, si allontanarono per raggiungere le loro abitazioni, insieme a lui c’erano solo gli ultimi due, che lo accompagnarono fino a 30-40 metri da casa sua, lo salutarono e ritornarono indietro.

Ma… passarono solo pochi secondi che il silenzio s’interruppe…

D’un tratto si udirono vari colpi di pistola, i due che solo un attimo prima si erano allontanati capirono che quei colpi erano diretti a Miraglia! Ritornarono subito indietro e uno dei due vide un giovane, una figura piuttosto esile di media statura, con cappotto e berretto, che impugnava un’ arma da fuoco lunga, da dove fece partire un’altra raffica di colpi che trafissero il povero Accursio. Morì sulla porta di casa nelle braccia della moglie russa, Tatiana.

Non era il primo omicidio di mafia, prima di lui erano già caduti tanti altri capilega, ciononostante il delitto Miraglia fece tanto scalpore in Sicilia e nell’intero Paese. A Sciacca arrivarono tutti i dirigenti sindacali e politici della sinistra, a cominciare dal segretario regionale del Pci Girolamo Li Causi. I parroci non vollero che Accursio fosse portato in chiesa, perchè era un morto ammazzato e perché era comunista. Ma i funerali furono lo stesso solenni ed imponenti, poiché  il dirigente sindacale era benvoluto ed amato.  In Sicilia, gli operai sospesero il lavoro per dieci minuti, nel resto d’ Italia, per cinque e in tutte le fabbriche suonarono le sirene. Caddero poche gocce d’acqua quando la bara arrivò davanti al cimitero e un anziano contadino disse: “Un ti vosiru benidiciri lí omini, ma ti binidiciu Diu”.

Il figlio Nicola è convinto che possa esserci stata anche la complicità della CIA americana, come per Portella delle Ginestra, in questi anni sta lavorando con la fondazione intestata al padre per ottenere una revisione storica dell’accaduto. Egli racconta che la madre, vedova con tre figli non parlava bene l’italiano e non capiva niente della gestione dell’industria del pesce che apparteneva al marito, ma per un anno intero i pescatori le vendettero il pesce migliore a prezzo equo e i dipendenti lavorarono con molto impegno e sacrificio per rilanciare l’attività. Tatiana era cugina dello zar Nicola, ucciso durante la rivoluzione del ’17; era fuggita con la famiglia in Italia, dove si era impegnata nel teatro. Aveva conosciuto il marito a Palermo, dove era in tournee [di Dino Paternostro, www.cittanuove-corleone.it].

Vennero denunciati mandante, un proprietario terriero, ed esecutori, che confessarono, ma vennero prosciolti in istruttoria perché dichiararono di essere stati torturati per avere la loro confessione. Gli ufficiali di polizia accusati per le torture furono assolti perché il fatto non sussisteva, ma il processo non fu mai svolto e la morte di Accursio rimase impunita come la maggioranza delle altre in quegli anni. [FONTE: Umberto Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, pag 159]

 

Un metru e novanta era Miraglia:

bonu di cori, forti e ‘ntelligenti,

un coraggiusu omo chi si scaglia

contro l’agiri di lu priputenti.

Facia giustizia contru li canaglia

stu prutitturi di provira genti.

Sempre primu, di nullu si scantava,

e pri chissu lu populu l’amava>>

di Ignazio Russo

 


PLACIDO RIZZOTTO

raccontato da Andrea

Placido Rizzotto da piccolo aveva assistito all’arresto del padre per associazione mafiosa. Poi, durante la seconda guerra mondiale, si trovò con l’esercito nel nord Italia e si unì ai partigiani, maturò una sua coscienza sociale e si  iscrisse al Partito Socialista [http://it.wikipedia.org/wiki/Placido_Rizzotto].

Finita la guerra, tornò a Corleone, ma non poteva stare più a guardare mentre la mafia compiva atti di prepotenza nel paese. E così organizzò una rivolta con i cittadini per far ottenere a loro le terre incolte, che poi erano dei mafiosi. Quindi praticamente Placido Rizzotto attacca la mafia e si trova contro anche Lia, che non è una donna politica, ma semplicemente la sua fidanzata, che non condivide la sua scelta. Come  segretario della Camera del Lavoro,  poi Placido si scontra con un boss locale un po’…. diciamo più forte, cioè Luciano Liggio, che purtroppo diventerà un grande boss. Tra lui e Rizzotto ci fu un primo confronto finito male per il boss, poi però i padroni mafiosi e alcuni pezzi dello stato decisero di farla finita con tutti quei sovversivi, che pretendevano l’applicazione  dei "Decreti Gullo'" che prevedevano l'obbligo di cedere in affitto alle cooperative contadine le terre incolte o mal coltivate dai proprietari agrari.

Il 1 maggio del 1947 con la strage di Portella della Ginestra iniziarono a cadere molte vittime e negli anni successivi i mafiosi catturarono e uccisero quasi tutti i capi sindacalisti [http://www.reti-invisibili.net/placidorizzotto/
Fonte: ASSALTARE IL CIELO Associazione culturale per la promozione e la tutela dei diritti umani].

Purtroppo Placido andava verso una sorte non molto diversa dagli altri sindacalisti e infatti il 10 marzo 1948 viene sequestrato e ucciso, il suo corpo, gettato in una foiba, non venne  più trovato.

Pio la Torre sostituì Rizzotto, Carlo Alberto dalla Chiesa condusse le indagini che  portarono all’ arresto di Luciano Liggio, come mandante dell’omicidio.

La verità è che la mafia esiste ancora, però oggi la polizia è più furba, infatti ha smascherato intere famiglie mafiose in pochi anni e ha fatto molti arresti.

La sua vita è stata raccontata al cinema nel film Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (2000).

La cooperativa siciliana “Libera Terra” produce e commercializza due vini denominati Placido Rizzotto Bianco e Placido Rizzotto Rosso, provenienti da vigneti confiscati alla mafia.

 

IL FILM

VISTO DA RICCARDO

Il mio parere su questo film è assolutamente positivo. Fino ad ora quelli che ho visto mi risultavano sempre un po’ pesanti, scontate le loro scene, ma questo mi è piaciuto per il suo tono calmo e autoritario, per come la vicenda è  narrata alla fine dal cantastorie come una favola antica, quindi piacevole da sentire per noi giovani. Sentire da me, che trovo noioso tutto, che un film è molto interessante è insolito, quindi vuol dire che questo colpisce veramente, anche perché non ci sono molte scene violente come in altri film riguardanti la mafia, ce n’ è soltanto una, che riguarda una ragazza, della quale abbiamo discusso in classe e della quale mi farebbe piacere discutere ancora perché questo è anche un argomento di attualità di estrema importanza.

Mi ha tenuto col il fiato sospeso questo film, mi è rimasta impressa la vita di quest’ uomo e il suo impegno per l’ occupazione delle terre ed è questa la ragione fondamentale; se i film li facessero tutti così!

E DA ENRICO

All’ inizio non è che ero tanto convinto, un po’ per l’argomento, un po’ perché gli attori non mi piacevano tanto, ma poi seguendo la storia ho incominciato ad apprezzarlo.

Io credo che la morte di Placido non ha condizionato la città, perché dopo la sua morte  in pochi hanno saputo reagire alla mafia, ma per me rimane sempre un eroe. Questo film mi è piaciuto molto perché mi ha fatto capire come si viveva in Sicilia allora, e credo ancora oggi, con la mafia che condiziona tutto un paese e tutte le persone, addirittura condiziona una madre che permetteva che la figlia venissero violentata solo perché frequentava persone che alla mafia davano fastidio. Il film mi è piaciuto molto, solo che ho capito ancora di più che la mafia fa schifo.

 


PAOLO BONGIORNO

raccontato da Giorgio

Paolo Bongiorno è un'altra vittima di mafia, un altro delitto impunito. Egli nacque nel 1922 e malgrado la povertà imparò a leggere e a scrivere. Durante il fascismo fu obbligato ad essere un “balilla”, ma delle regole fascista non gli rimase proprio niente. Nonostante lui fosse un contadino era molto attratto dalla politica e acquisì un grande senso di partecipazione alla vita della società. Gli anni della sua gioventù erano gli anni in cui i contadini lottavano per ottenere un pezzo di terra da coltivare e lui organizzò delle manifestazioni con questo scopo insieme a Giuseppe Spagnolo e Francesco Renda, nonostante la riforma agraria che ridistribuì il latifondo, non tutti riuscirono ad ottenere l’assegnazione di terre e cominciarono gli anni delle emigrazioni. Anche Paolo scelse l’emigrazione che durò molto poco, preferì tornare  a casa a lavorare in campagna nonostante  le condizioni e la paga fossero misere, ma lui continuava a cercare di migliorare la sua vita. Si avvicinò così al Partito Comunista di Lucca Sicula, ben presto fu nominato segretario della camera di lavoro locale ( CGIL), incominciò la sua lotta per aiutare i braccianti e chiedeva paghe più alte e orari di lavoro dignitosi, cos facendo si inimicava i datori di lavoro.

Paolo organizzava scioperi, guidava i lavoratori nelle loro richieste, svolgeva le pratiche per la pensione, era onesto e lavorava gratuitamente.

Cresceva, così, il suo impegno nella camera del lavoro e allo stesso tempo diminuivano le possibilità di trovare lavoro, perché tutti i datori di lavoro evitavano di assumerlo e lui si arrangiava come poteva. Continuava fortemente il suo impegno sindacale e politico  fino a quando nel 1960 Paolo Bongiorno si presentò alle elezioni comunali e stava organizzando lo sciopero generale dei lavoratori di Lucca Sicula, ma non fece in tempo a guidare i lavoratori nella lotta perché fu ucciso con due colpi di lupara, il 20 settembre 1960.

Si presentò alle elezioni la sorella, che fu eletta.

I suoi assassini non sono mai stati trovati, ma furono sicuramente mandati da quegli uomini-mafiosi che non tolleravano la presenza di un uomo che ne organizzava altri per rivendicare diritti e lottare contro quel mondo che opprimeva. Si cercò di insinuare che si trattasse di un delitto d’onore, ma la stampa ne parlò a lungo e la discussione continuò in Parlamento; l’uccisione di questo sindacalista stimolò la nascita della Commissione Antimafia. [http://paolobongiorno.ilcannocchiale.it/ è un sito a lui dedicato, ricco di immagini e filmati d’epoca. Si può anche scaricare un libro sulla sua vicenda].

La vita di Paolo Bongiorno è una vita da ammirare, era un uomo la cui voglia di lottare per i più deboli e riuscire a vincere gli oppressori non si è mai esaurita. E’ per me un uomo onesto e ciò viene sottolineato dalla testimonianza del figlio, il quale racconta che il padre rifiutò la ricompensa da parte di un’anziana, che aveva aiutato per ottenere la pensione, mentre avrebbe potuto accettarla, vista la sua numerosa famiglia e le sue misere condizioni economiche. Mi viene da pensare che oggi ci sono poche persone (o forse non ci sono proprio) che si occupano di aiutare gli altri gratuitamente.

 

 

SALVATORE CARNEVALE

raccontato da Stefano

Salvatore, detto Turi, era stato allevato da una madre sola, Francesca Serio, prima abbandonata, poi  rimasta vedova.

Era nato a Sciara ed era bracciante e sindacalista, capo della lotta dei braccianti agricoli contro il latifondo.

Nel 1951 aveva fondato la sezione socialista di Sciara ed aveva organizzato la camera del lavoro. Si scontrò con  i mafiosi che amministravano le proprietà della principessa Notarbartolo.

Carnevale per questo fu arrestato e, uscito dal carcere, si trasferì per due anni a Montevarchi in Toscana, dove scoprì una cultura dei diritti dei lavoratori più forte e radicata.

Nel 1954 tornò in Sicilia, e cercò di portare nella lotta dei contadini le sue esperienze settentrionali. Fu nominato segretario della lega dei lavoratori edili di Sciara. Riuscii ad ottenere le paghe arretrate dei suoi compagni e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore. Il 16 maggio 1995 mentre Salvatore andava a lavorare nella cava gli spararono due colpi di lupara in faccia. I tre imputati del suo omicidio vennero  condannati all’ergastolo. Nel collegio di difesa degli imputati compariva anche Giovanni Leone, futuro presidente della repubblica, mentre l’accusa era sostenuta da Sandro Pertini, anche lui in seguito presidente della repubblica [Santino, U, ibidem, pag. 172].

Alla sua morte la madre si battè per avere giustizia e il suo è uno dei pochi casi in cui gli assassini furono processati e condannati; furono, però, assolti nei successivi processi. Di questa donna parlò con ammirazione anche Carlo Levi [www.centroimpastato.it].

I fratelli Taviani nel 1962 hanno diretto il  film “Un uomo da bruciare” liberamente ispirato alla vita del sindacalista con gli attori Gian Maria Volontà, Didi Perego, Spyros Fokas, Turi Ferro, Lydia Alfonsi e Marina Malfatti [http://www.megachip.info].

Umberto Orsetta ha scritto il libro pubblicato per “l’Unità” nel 2005.

Salvatore Carnevale ha ispirato Ignazio Buttitta che ha scritto "U lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali". Le  musiche di questa storia sono state scritte da Nonò Salamone ed la quale è stata cantata a lungo dai cantastorie siciliani.

Ecco un estratto del testo, che si può trovare intero sul sito indicato in nota:

 

È arrivato Cicciu Busacca
per farvi sentire la storia
di Turiddu Carnivali
lu sucialista che morì a Sciara
ammazzato dalla mafia
Ppi Turiddu Carnivali
chianci so' matri
e chiancinu tutti li puvureddi nella Sicilia
perché Turiddu Carnivali
murì ammazzato
ppe difendere lu pane de li puvureddi
Ed ora
sèntiri
perché c'è di sèntiri
nella storia
di Turiddu Carnivali
La storia vi dici:

Ancilu era e nun avia ali
nun era santu e miraculi facìa,
'n cielu acchianava senza cordi e scali
e senza appidamenti nni scinnia;
era l'amuri lu so' capitali
e 'sta ricchizza a tutti la spartìa:
Turiddu Carnivali nnuminatu
ca comu Cristu nni muriu ammazzatu.

Di nicu lu patruzzu nun canuscìu,
appi la matri svinturata a latu
campagna a lu duluri e a lu pinìu
ed a lu pani nivuru scuttatu;
Cristu di 'n cielu lu binidicìu
ci dissi: «Figghiu, tu mori ammazzatu,
a Sciara li patruna, armi addannati,
ammazzanu a cu voli libirtati».
…. Turiddu avia li jorna cuntati,
ma 'ncuntrava la morti e ci ridìa
ca videva li frati cunnannati
sutta li pedi di la tirannia,
li carni di travagghiu macinati
supra lu cippu a farinni tumìa,
e suppurtari nun putìa l'abbusu
di lu baruni e di lu mafiusu.
…….
Dissi: «La terra è di cu la travagghia,
pigghiati li banneri e li zappuna».
E prima ancora chi spuntassi l'arba
ficiru conchi e scavaru fussuna:
la terra addiventau una tuvagghia,
viva, di carni comu 'na pirsuna;
e sutta lu russiu di li banneri
parsi un giganti ogni jurnateri.
…….. «Sono pronto a morire
per i contadini
Anche io sono un contadino
Ho avuto la fortuna
di leggere qualche libro
e so quello che ce dovete fare ai contadini:
quello che ce spetta
E voi padroni glielo dovete dare».
«Turiddu
stai attento a quello che fai
t'abbiamo avvertito tante volte
stai attento»
Turiddu quella sera
si era ritirato a casa
con quella minaccia
ancora incisa nel cervello
e non appena arrivò a casa
la madre ce fa trovare la menestra pronta
come tutte le sere
Non appena lo vede arrivare
è contenta
«Turiddu
sei arrivato
figlio mio
La menestra è pronta
mangia».
Ma Turi
quella sera
non aveva fame
«Mamma
lascia perdere
Questa sera
ho tante cose
da pensare
Non ho fame»
La madre ha capito
che
Turiddu l'avevano minacciato
ancora una volta.

«Figghiu, cu fui t'amminazzau?
Sugnu to' matri, un m'ammucciari nenti».
«Matri, vinni lu jornu»; e suspirau:
«a Cristu l'ammazzaru e fu 'nnucenti!».
«Figghiu, lu cori miu assincupau,
mi ci chiantasti tri spati puncenti!».
Genti ca siti ccà, faciti vuci:
dda matri si lu vitti mortu 'n cruci.

'Sta volta
i mafiusi
hanno mantenuto la promessa
L'indomani mattina
mentre Turiddu andava a lavorare
nella cava
durante la trazzera
ci hanno sparato due colpi di lupara
in faccia
che l'hanno sfigurato
Non si dimentica mai quella mattina:
sedici maggio
millenovecentocinquantacinque
(inviata da Riccardo Venturi)

[http://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone]

 

 

 

FEDERICO DEL PRETE

raccontato da Chiara

Federico faceva l’ambulante, vendeva vestiti ed era un sindacalista, originario di Frattamaggiore; aveva lavorato in diversi mercati. Ovunque si trovava cercava di difendere i piccoli commercianti dalle prepotenze, a Taverna del Ferro li aveva spinti a non pagare la tangente alla camorra; distribuiva volantini, informava, sosteneva. Raccolse le testimonianze di tutti e fece un esposto firmato solo da lui; scriveva in un italiano un po’ zoppicante, perché aveva studiato poco, ma sapeva essere chiaro e deciso nelle sue denunce. Denunciò anche  un vigile che a Mondragone riscuoteva il pizzo per il clan La Torre. Dichiarò ad un giornalista che gli chiedeva se aveva paura: [www.internapoli.it].

Fu promotore di manifestazioni contro il pizzo. Fu ucciso nella sede del sindacato mentre era al telefono, proprio il giorno prima del processo al vigile, contro cui doveva testimoniare.

Ha confessato il killer del clan dei Casalesi, pentito da alcuni mesi, che si è autoaccusato dell’omicidio di Federico Del Prete.

Antonio Corvino ha ammesso davanti ai magistrati di averlo ucciso a Casal di Principe il 18 febbraio 2002. Tramite il suo legale ha chiesto perdono per l’uccisione del sindacalista, ordinata dai casalesi. La replica di un fratello a nome dei familiari della vittima è Il fratello ebbe l’occasione di sentirlo una settimana  prima dell’assassinio: Federico gli raccontò delle minacce che gli venivano fatte, il fratello cercò di aiutarlo, voleva che se ne andasse in Venezuela, ma lui disse che cosi facendo  non avrebbe avuto il coraggio di guardare in  faccia le persone che fino ad allora avevano creduto in lui [da La Repubblica 4/1/2008 di R. Sardo].

 

 


 


 

PIETRO SCAGLIONE

raccontato da Giorgio

Pietro Scaglione era nato a Palermo nel 1906, ed era Procuratore Capo Della Repubblica di Palermo, quando fu ucciso,  il 5 maggio 1971. Si era recato al cimitero dove  era sepolta la moglie. Dopo la visita salì a bordo dell’autovettura di servizio guidata dall’agente Antonio Lo Russo per andare in ufficio, al palazzo di giustizia. Dopo pochi metri venne assassinato a colpi di mitra da Luciano  Liggio.
Quest’ultimo aveva un odio personale contro Scaglione, che aveva mandato al confino una sua sorella nubile, mai uscita da Corleone, non potendo colpire lui direttamente.
Il delitto destò molto scalpore, poiché era il primo omicidio di un giudice del dopoguerra, il primo delitto “eccellente” commesso dalla nuova mafia corleonese che si era decisa ad attaccare il cuore dello stato.
Iniziarono le classiche tecniche di delegittimazione sulla figura di Pietro Scaglione, cioè mafiosi incominciarono a dire che il giudice era colluso, un personaggio ambiguo, che nel corso della sua carriera aveva coperto le pagine più buie della storia della Repubblica, ma tutto ciò non era vero.
In questi ultimi  anni alcune sentenze giudiziarie definitive hanno reso giustizia all’uomo e al magistrato. Le lunghe indagini condotte dalla procura della Repubblica di Genova non ottennero la condanna dei mandanti e degli esecutori del delitto, ma nella motivazione della sentenza c’era scritto che i moventi del delitto erano, in ogni caso, da ricollegare all’attività doverosa e istituzionale svolta in modo “specchiato” dal procuratore Scaglione soprattutto nella repressione della mafia [www.cuntrastamu.org/].
Anche in altre sentenze si legge che Pietro Scaglione fu un magistrato dotato di eccezionali capacità professionali e di assoluta onestà morale e persecutore spietato della mafia [  www.giustiziacarita.it/professioni/scaglio.htm].



CESARE TERRANOVA
raccontato da Camilla

Cesare Terranova  fu eletto per due legislature nelle liste del PCI e fu membro della commissione antimafia. Come magistrato aveva indagato sul traffico di droga, che, unito al consumo in Italia dava risultati allarmanti. Terranova era il magistrato che aveva fatto condannare a Milano, nel ’74 Luciano Liggio, la “Primula Rossa” di Corleone. Venne ucciso a Palermo il 25 settembre 1979 con la sua guardia del corpo.
Fino alla fine degli anni Settanta lo Stato aveva convissuto con la mafia in maniera pacifica. C’erano dirette connessioni tra potere politico e mafia, ma c’era anche molta tolleranza da parte della magistratura e delle forze dell’ordine pubblico. Verso la fine degli anni Settanta la società siciliana iniziò ad avere voci contrarie alla mafia. Fu così che Terranova venne assassinato, seguito da molti altri magistrati.

Secondo il giornalista  Michele Pantaleone [Avvenimenti Italiani:  http://digilander.libero.it/infoprc/doc2.htm ],  Terranova e La Torre, entrambi politici appartenenti al PCI, partito comunista italiano, sono stati assassinati cioè sono stati assassinati proprio quando la la mafia palermitana ha capito che avrebbero resi noti  i nomi dei politici trascritti nelle "schede " della Commissione Antimafia, le schede dichiarate segrete col voto unanime di tutti i membri dell'Antimafia il 31 marzo 1972.
Anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, secondo le indagini cui fa riferimento Pantaleone, è caduto a causa  delle "schede segrete", che conosceva e forse voleva rendere pubbliche.
Terranova era il magistrato che aveva fatto condannare nel ’74 a Milano Luciano Liggio, la “Primula Rossa” di Corleone.
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Fino alla fine degli anni Settanta lo Stato aveva convissuto con la mafia in maniera pacifica. C’erano dirette connessioni tra potere politico e mafia, ma c’era anche molta tolleranza dalla magistratura e dalle forze dell’ordine pubblico. Verso la fine degli anni Settanta la società siciliana iniziò ad avere voci contrarie alla mafia. Egli per due legislature fece parte del Parlamento, eletto nelle liste del PCI e fu membro della commissione antimafia [www.rifondazionecinecittà.it].  
Un’altra sua dichiarazione viene ricordata: [da avvenimenti italiani http://digilander.libero.it/infoprc/doc2.htm].
Cesare Terranova venne ucciso a Palermo il 25 settembre 1979 con la sua guardia del corpo. Stava indagando su casi scottanti e sul traffico di droga, che unito al consumo in Italia dava già risultati allarmanti.


 


GAETANO  COSTA
raccontato da Vincenzo

Nacque a Caltanissetta nel 1916 e fu un illustre giudice che, all'inizio degli
anni '40, era entrato in magistratura a Roma, dove aveva cominciato la carriera di sostituto procuratore, proseguendola in seguito a Caltanissetta dal '44 al '65. E, proprio lì, dopo aver indagato sulla mafia agraria che in quegli anni stava scoprendo nuove forme di accumulazione illecita, divenne procuratore capo.
Era il 1980, e il capitano dei carabinieri della compagnia di Monreale, Emanuele Basile, riuscì a chiudere il cerchio attorno ai clan che già erano finiti nel mirino di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, nelle indagini sulla pista dei corleonesi che, comunque, erano solo agli inizi. Ma, proprio a causa delle sue scoperte, Basile trovò presto la morte.   
Il 9 maggio 1980 il giudice Costa riunì nel proprio ufficio tutti i suoi sostituti, avvertendoli che tutti questi omicidi non potevano essere ignorati da chi si occupava di inchieste antimafia. Costa finì col firmare da solo gli ordini di cattura, assumendo su di sé la responsabilità di ogni possibile conseguenza di quell'azione e sconcertando gli avvocati, che videro trattenere in carcere i propri assistiti. Era solo quando, la sera del 6 agosto 1980, in via Cavour, morì dissanguato, sfigurato dai proiettili di un killer che lo aveva seguito da casa fin davanti ad un'edicola. Il giorno dopo gli avrebbero dato una scorta...
La moglie ha scritto qualche anno fa: Fatta eccezione del cosiddetto "principe dei pentiti" il signor Buscetta, che parlò del delitto Costa come da copione valido a scagionare tutti addossandone la sola responsabilità a un certo mafioso "allora emergente" il quale era convinto che uccidendo Costa, avrebbe dimostrato tutta la sua forza ai grandi capi.
Dopo vent’anni ho il diritto di pensare che i mandanti del delitto Costa non si sono voluti cercare né trovare, nel rispetto della logica dominante secondo la quale i morti sono morti e i vivi debbono sopravvivere e magari fare carriera ed essere rispettati.
Un uomo giusto che ancora non riposa in pace perché non ha avuto giustizia anche se è morto per l’affermazione della stessa.
Io oggi, dopo vent’anni, parlo non solo come donna privata, ma come cittadina delusa e mortificata nelle sue aspettative di giustizia.
Mi rimetto alla loro coscienza a alla loro sensibilità Signori Magistrati, perché la Giustizia è la più importante delle amministrazioni dello Stato e, anche se tanti anni sono passati, loro non dovranno mai dimenticare la solitudine in cui Gaetano Costa fu lasciato, solo, a contrastare l’impatto con la criminalità di questa città: e il modo ancor mi offende e offende i miei figli.>> [lettera riassunta – intera su www.avvenimentitaliani.it]
Rita Bartoli Costa, 6 agosto 2000






CIACCIO MONTALTO
raccontato da Carolina

Ciaccio era sostituto procuratore a Trapani e aveva svolto delle indagini sui clan che si dedicavano ai traffici di eroina, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini. Ciaccio era la memoria storica della procura di Trapani dove lavorava dal 1971 e questa fu la ragione per la quale doveva essere ucciso, inoltre aveva colpito gli interessi dei mafiosi applicando la legge “La Torre” approvata nel 1982. Poco prima di essere ucciso aveva rivelato che durante un processo un imputato gli aveva fatto un segno di morte. Aveva chiesto di essere trasferito, ma nel frattempo proseguiva il suo lavoro senza sosta.
Fu ucciso a Valderice, mentre ritornava in casa nella notte del 25 gennaio 1983 senza scorta nè auto blindata, lasciando a quaranta anni la moglie e tre figlie di 12, 9 e 4 anni. Tre giorni prima a Palermo l’Associazione Nazionale Magistrati aveva chiesto al governo un maggior impegno per la lotta alla mafia.
La moglie del magistrato Costa scrisse che Montalto era stato lasciato da solo, come suo marito.
La sua inchiesta fu poi ripresa da Carlo Palermo, a sua volta oggetto di un attentato, il 2 aprile 1985, in cui morirono Barbara Asta e i figli gemelli Salvatore e Giuseppe, di sei anni [www.giustiziacarità.it].

 



BRUNO CACCIA

Era procuratore della repubblica di Torino, un magistrato serio e inflessibile, contrario alle scarcerazioni facili, affrontava con la stessa serietà le indagini su questioni importanti e su quelle più comuni. La figlia Paola racconta che lui indagava sulle Brigate Rosse e quindi la famiglia era preoccupata, perché aveva la scorta e spesso c’erano poliziotti di guardia anche sul loro pianerottolo. Ma a parte queste situazioni lui era sempre riuscito a tenere separati il lavoro e la famiglia. Ai tre figli aveva saputo dare sicurezza e libertà; dopo la sua perdita loro hanno continuato a prenderlo a modello, assumendosi sempre le responsabilità e affrontando i momenti difficili con coraggio proprio per seguire il suo esempio.
La sera dell’assassinio, il  26 giugno 1983 , era tornato dalla campagna per votare alle elezioni e aveva lasciato la scorta libera; come tutte le sere portò a spasso il cane nelle strade vicine a casa. Lo seguirono due uomini su una 128, gli spararono molti colpi. Avevano assistito all’omicidio dei ragazzi e passando vicino a loro con l’auto il killer fece segni di minaccia. All’inizio si pensò che lo avessero ucciso le Brigate Rosse, poi per scoprire i suoi assassini i servizi segreti si rivolsero ad un mafioso in carcere, che registrò le confidenze di Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta a Torino, che raccontò di essere il mandante dell’omicidio: quel giudice era troppo rigoroso, non si poteva parlargli, tanto meno accordarsi [da 31 agosto 2008].
Sabato 12 luglio 2008 è stata inaugurata la cascina di San Sebastiano da Po, confiscata alla famiglia Belfiore, mandante dell'omicidio, nel 1983. Per questo motivo il bene è stato dedicato al magistrato e a sua moglie, Carla, recentemente scomparsa.

 

 

ALBERTO GIACOMELLI
raccontato da Giorgio e Riccardo

Alberto Giacomelli nacque a Trapani il 28 settembre 1919, lì svolse il suo difficile lavoro di magistrato. La  passione per questo lavoro gli venne trasmessa dal padre, anch’egli giudice, e quindi una volta effettuati gli studi per laurearsi in  giurisprudenza, nel 1946 egli venne assegnato alla Procura della Repubblica della sua città di nascita. In questo ufficio prestò servizio per ben 25 anni, mentre per un breve periodo diresse la pretura di Calatafimi e per un altro svolse l’incarico di pretore nella città di Trapani. Nel 1968 venne nominato magistrato d’Appello, mentre nel 1971 venne trasferito presso il tribunale di Trapani come funzione di giudice fino al 1978, anno nel quale assunse funzioni di presidente di sezione dello stesso tribunale,che occupò fino al suo pensionamento. Era molto stimato dai suoi colleghi, che lo consideravano un uomo equilibrato e ricco di umanità. La sua sembrava una vita senza grandi scosse, ma si trovò ad agire in un territorio molto difficile e perciò concluse la sua vita a causa di un’azione violenta: fu trovato assassinato nella sua auto il 14 settembre 1988. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale [www.giustiziacarita.it/archmag/alberto_giacomelli.htm].
Secondo noi quest’uomo ha vissuto una vita difficile un po’ per il tipo di lavoro che svolgeva, per i suoi numerosi spostamenti, accettati pur sapendo che questo tipo di lavoro avrebbe potuto penalizzarlo nella sua vita sociale. Pensiamo che questo lavoro, anche se rischioso, era gradito al padre, che gli aveva trasmesso proprio questa passione, facendolo arrivare in alto  grazie agli studi di giurisprudenza, che gli consentirono di svolgere il difficile lavoro di magistrato. Anche se è stato ucciso come tanti altri è sempre un uomo che ha svolto questo mestiere difficile coraggiosamente per proteggere il paese da problemi che tuttora affliggono l’Italia, anche se in minor misura ed è un uomo che va ammirato.





ANTONINO SAETTA

raccontato da Serena

E' un compito molto doloroso parlare di un padre e di un figlio morti per colpa della mafia, lui morto perché ad un certo punto ha dato fastidio a Cosa Nostra e il figlio, invece, solo perché si trovava con il padre è stato coinvolto senza nessuna colpa. Antonio Saetta  nacque a Canicatti il 25 ottobre 1922. Conseguita  la maturità classica a Caltanisetta, si iscrisse nel 1940 alla facoltà di Giurisprudenza presso l’ università di Palermo . Entrò in  Magistratura nel 1948, all'età di ventisei anni.
La sua prima sede di servizio fu in Piemonte, ad Acqui Terme (Al); si trasferì poi, nel 1955, a Caltanissetta, di lì a Palermo. Gli affidarono un caso che lui in tutta la sua carriera non aveva ancora affrontato, era un importante processo di mafia che all’ interno vedeva l’ uccisione di Rocco Chinnici, i condannati  all’ergastolo erano “ i Greco” di Ciaculli. Il figlio Roberto racconta che Antonino Saetta tornò poi definitivamente a Palermo, quale Presidente della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello, per  occuparsi di altri processi sulla mafia, in particolare presiedette il processo relativo all’uccisione del capitano Basile. Il processo, che in primo grado si era concluso con una sorprendente, e molto discussa, assoluzione, portò in appello alla condanna degli imputati alla massima pena,
Pochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il Presidente Antonino Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988, sulla strada Agrigento - Caltanissetta, di ritorno a Palermo, di ritorno dal battesimo di un nipotino.
Sette anni dopo, nel 1995, grazie a nuovi elementi investigativi nel frattempo forniti da alcuni collaboratori e grazie anche all’impegno e alla capacità di due giovani pubblici ministeri si potè riaprire l'inchiesta. Vennero individuati  come responsabili  dell’assassinio Toto Riina, Francesco Madonia, Pietro Ribisi  
Ai funerali di Antonino e Stefano Saetta, a Canicattì, volle partecipare, accanto al Capo dello Stato, a Ministri, a Segretari di partito, anche l'intero Consiglio Superiore della Magistratura, fatto questo che mai si era verificato prima, in casi analoghi, né mai si verifìcò dopo, neppure dopo le stragi del 1992.
Secondo il figlio Roberto, Antonino Saetta fu ucciso anche, o  soprattutto, perché si diceva che avrebbe presieduto il maxiprocesso d'appello contro la mafia. La storia di questo giudice era poco conosciuta tanto che nel film intitolato "II Giudice Ragazzino", il figlio Stefano venne presentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, mentre era un giovane sano, ottimo nuotatore, che aveva avuto dei disturbi psichici, dai quali però era guarito già diversi anni prima della morte [www.rifondazione-cinecitta.org/].
Fonte:"Loyin" Laboratorio di idee per Agrigento  - Anno 1° ottobre-dicembre 2004



 


ROSARIO ANGELO LIVATINO

raccontato da Vincenzo

Rosario Angelo Livatino  nacque a Canicatti il 3 Ottobre del 1952. Da giovane seguì una brillante carriera scolastica laureandosi a pieni voti in giurisprudenza. Da lì cominciò una stupenda carriera da giudice. Fu un grande magistrato italiano e  lavorò nel tribunale di Caltanissetta. Gli  vennero assegnati casi molto importanti che lui seppe risolvere brillantemente.
Nel 1978 ricoprì altri incarichi eccellenti al tribunale di Agrigento.
Venne ucciso da quattro sicari il 21 Settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale. Gli esecutori del suo omicidio vennero indicati alla polizia dal super pentito Pietro Ivano Nava. I tre killer vennero condannati all’ergastolo, ma ai collaboratori la pena venne leggermente ridotta.
Il movente del suo omicidio è ancora oggi sconosciuto, ma certo egli ferì gravemente la mafia con la confisca dei beni.
Ricevette anche i complimenti dall’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, che lo definì “giudice ragazzino”, che è il titolo del libro, scritto da Nando Dalla Chiesa,  che parla di lui.
Un’associazione vuole proporlo per diventare santo raccogliendo testimonianze da tutte le persone che lo avevano conosciuto [www.livatino.it].
Sulla sua storia è stato anche girato un film dal regista Alessandro De Robilant.
L’associazione “TECNOPOLIS” pubblicò un giornaletto con  le sue due più famose relazioni e ogni anno celebra la sua memoria, insieme a quella del giudice Saetta, ucciso anche lui a Canicattì, insieme al figlio.

Ho letto  due libri della biblioteca di scuola che parlano di Livatino: “Il giudice ragazzino”  di Nando Dalla Chiesa, ed. Einaudi  e “Rosario Livatino – martire della giustizia” di Maria Di Lorenzo, ed. Paoline.  Questi due libri hanno quasi lo stesso contenuto, ma la forma è totalmente diversa.
Il primo libro mi ha dato molto la sensazione di un documento storico che raccontava solo i fatti senza trasmettere alcuna emozione. Il secondo, invece, mette le emozioni sullo stesso livello dei fatti rendendo il libro molto equilibrato.



ROCCO CHINNICI

Fonte: www.fondazionechinnici.it

Nato a Misilmeri (Palermo) il 19 gennaio 1925, ha frequentato il Liceo Classico "Umberto" a Palermo, conseguendo la maturità nel 1943. Si è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, dove ha conseguito a pieni voti la laurea il 10 luglio 1947.
E' entrato in Magistratura nel 1952 con destinazione al Tribunale di Trapani. Poi è stato pretore a Partanna per dodici anni, dal 1954. Nel maggio del 1966 è stato trasferito a Palermo, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come Giudice Istruttore.
Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, è stato promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo.
Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai.
In una delle sue ultime interviste, Chinnici ha detto:
La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare.
Rocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 all'età di cinquantotto anni. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi.

 

ANTONINO SCOPELLITI

raccontato da Sara V e Camilla

Antonino Scopelliti era un magistrato. Grazie alla sua brillante carriera riuscì ad occuparsi di vari maxiprocessi, riguardanti mafia e terrorismo. Il 9 agosto 1991, il Giudice Solo [così fu definito Antonino Scopelliti dal giornalista Antonio Prestifilippo],  in vacanza in Calabria, sua terra d’origine, fu affiancato da un’autovettura dalla quale furono esplosi due colpi di arma da fuoco che lo raggiunsero; il magistrato fu finito poi con un colpo a bruciapelo di Walther P38.
Quando fu ucciso stava preparando il rigetto dei ricorsi per cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si crede che per la sua esecuzione si siano mossi insieme la ‘ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò 5 miliardi per sospendere il suo lavoro.
Oggi non è stata ancora accertata la piena verità sul delitto del giudice Scopelliti.

La figlia, Rosanna Scopelliti, racconta:

"Una sera di 15 anni fa rimasi raggelata davanti alla televisione. Una voce fredda e frenetica annunciava all’ Italia che in località Piale, vicino Reggio Calabria era stato ucciso mio padre: il magistrato Antonino Scopelliti. Avevo sette anni. Da quel giorno non avrei più avuto un papà. Al funerale erano presenti le massime cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica al Ministro della Giustizia, mancava giusto qualche collega di papà. Poi il silenzio. Campo Calabro tornò ad essere quella di sempre. Solite facce, solita vita. Sotto protezione delle forze dell’ordine io e la mamma fummo scortate a casa, a Roma, giusto il tempo di fare le valige ed andare in una nuova residenza. Giusto il tempo di mettere in un sacchetto immaginario i ricordi di papà e ricominciare una nuova vita. Senza di lui. Poi il silenzio. Un silenzio che lascia spazio a troppi pensieri tra cui una considerazione che si fa sempre più certezza: papà è stato ucciso più volte. E’ stato ucciso da un silenzioso patto tra mafia e ‘ndrangheta, dal silenzio comprato di alcuni calabresi, dalla distrazione della gran parte dei media e, soprattutto, della Giustizia. Il colpo mortale alla sua memoria è stato inflitto da quella stessa Giustizia per la quale papà si è immolato mettendo al centro della sua vita il suo lavoro e ciò in cui credeva. Ma niente che fosse fuori dal normale o eroico. Semplicemente quello che un magistrato doveva fare. Lui come tanti, troppi altri giudici. Livatino, Terranova, Chinnici, Saetta, Borsellino, Falcone… L’ elenco è tristemente interminabile... Ma chi siamo noi familiari delle vittime di mafia, noi vittime della violenza di una mano truculenta e troppo spesso impunita? …. Siamo i testimoni dei fallimenti dello Stato. Uno Stato che non solo non ha saputo salvaguardare i nostri cari, ma non sa dare a noi delle semplici risposte di verità e giustizia. … Infatti del giudice Scopelliti in questi 15 anni non se ne è quasi mai parlato. Alla sua memoria, dopo gli interventi decisi del giudice Caponnetto in Calabria, sono state intitolate strade, piazze e ceppi, ma all’ atto pratico nulla è stato fatto per ricordare questo figlio della nostra terra altrove, nulla è stato detto per difenderne e portarne avanti la memoria. Dopo quello che ho scritto una mente normale vacilla al pensiero di capire come mai, dopo tutto questo bruttume abbia deciso di ritornare in Calabria, così, dopo 14 anni, nonostante tutto. In realtà se ci penso ancora non ci credo nemmeno io. Comunque tutto è nato dopo l’omicidio di Franco Fortugno, dopo aver visto negli occhi dei ragazzi che sono scesi in piazza la determinazione ed il desiderio di ottenere delle risposte per i troppi morti che ci sono stati. Ho visto lo striscione dei ragazzi di AMMAZZATECI TUTTI. Bellissimo. In quelle parole c’ era tutto l’orgoglio calabrese di cui mi parlava spesso papà. C’era il coraggio, la voglia di riprendersi la propria terra, quella terra che iniziavo a sentire anche mia. In quelle parole c’era il seme del riscatto della Calabria. C’era tutto quello che non c’ è stato dopo la morte di papà. Ce ne hanno messo di tempo, ma la Calabria aveva deciso di cambiare. E io non potevo fare a meno di unirmi a quel cambiamento. Lo dovevo a papà. Lo dovevo ai suoi insegnamenti. In un anno ho imparato molto. Ho imparato a chiedere, ma non per me e per la mia silenziosa causa: per tutti noi testimoni della sconfitta dello Stato che non riusciamo ad ottenere giustizia. Ho voluto essere voce di quelle innumerevoli vittime della ‘ndrangheta che ho conosciuto durante il mio cammino. Sono tante, sapete? E non hanno il coraggio di parlare perché si vergognano, pensano che la giustizia non sia un loro diritto. …---Così eccomi qui. Nella mia fragilità di bambina che osserva il suo papà da lontano e che cerca di fare di tutto per tenerlo il più possibile nel suo cuore, nelle mie contraddizioni di giovane donna che sa che l’unico modo per onorare la memoria di un padre caduto per la sua terra è fare in modo che sia la società civile a chiedere giustizia insieme a lei. Eccomi qui nella convinzione che sconfiggere la ‘ndrangheta è possibile, basta avere il coraggio di dire No, mille volte No. Perché la gente onesta ormai non è più sola, la gente onesta è di più, solo che non ha mai avuto il coraggio di contarsi. E adesso è il momento di farlo. E’ il momento di riprenderci la nostra terra. Rivendichiamo il nostro diritto alla giustizia. Adesso. Senza sé e senza ma" .

[ww.ritaatria.it/LeStorie.aspx].

Roma, 11.12.2006




GIOVANNI FALCONE

raccontato da Susy

Ho letto un libro che parla della storia di Giovanni Falcone, uno dei più grandi magistrati della  storia italiana. Si tratta di di Luigi Garlando, ed. Fabbri. E’ stato bellissimo leggerlo, mi ha dato tante emozioni straordinarie, a tal punto da commuovermi. La cosa che più mi ha colpito del libro, oltre alla storia, è stato il modo in cui l’autore lo ha scritto: in modo semplice, ma pungente. Nel libro un padre spiega al figlio la decisione di dargli il nome Giovanni, come Giovanni Falcone, raccontando la vita del magistrato.
Quando Giovanni nacque aveva due sorelline: Maria e Anna. Maria ricorda molto bene quando vide per la prima volta suo fratello poco dopo che era nato: non piangeva e aveva i pugni stretti. Poco dopo la sua nascita successe una cosa ancora più strana: dalla finestra aperta entrò una colomba.
Il nome gli venne da un altro zio che era capitano di aviazione e che era stato ucciso durante un duello in cielo. Già da piccolo aveva un grande coraggio e una grande forza. Così lo aveva educato la madre che molto spesso ribadiva “Gli uomini non piangono, mio figlio l’ho educato così da piccolissimo”. A scuola era bravo, ma non il migliore;  una cosa che, però, era molto bravo a fare era difendere i suoi amici dai ragazzi più cattivi, lui era per la giustizia.
Da grande avrebbe voluto fare o il medico o l’ingegnere, ma nessuna delle due fu la sua scelta, infatti, quando si fece più grande, si iscrisse all’Accademia Navale. Forse perché da piccolo a furia di leggere tutti quei libri di avventura gli era venuta la voglia di prendere il largo per scoprire nuovi orizzonti. Ma rinunciò anche a questo, soprattutto per le troppe regole rigide da rispettare. Lui era uno spirito libero e non amava essere comandato a bacchetta.
Tornato a Palermo cominciò a frequentare l’Università di Legge, per diventare un avvocato o un giudice, per punire le persone che avrebbero commesso ingiustizie e difendere le persone che le avrebbero subite, come in fondo faceva già alle elementari. Giovanni cominciò a lavorare al tribunale di Palermo. Lì quando arriva trova finalmente chi ha le sue stesse idee, Rocco Chinnici. E’ un magistrato già anziano, uno duro come la roccia, non ha paura di nulla.      
Dopo il 1980 a Giovanni viene assegnata la scorta. Da quel giorno – continua il racconto del padre al figlio -  la sua vita cambia. Prima raggiungeva il Tribunale a piedi, ora invece un elicottero si abbassa sulla sua casa per controllare che non ci siano pericoli, arrivano quattro auto della scorta a sirene spiegate e con i lampeggiatori accesi. Di corsa scendono gli agenti con i giubbotti antiproiettile e mitragliette: tre accompagnano Giovanni in ascensore, altri due fanno le scale a piedi. Le auto ripartono e così tutti i giorni Giovanni va a lavorare. Purtroppo è l’unico modo che Giovanni ha di sopravvivere a Palermo con quello che sta facendo. Sua moglie Francesca per lui è un grande aiuto, soprattutto nei momenti in cui lui è giù di morale oppure è stanco. Nella sua squadra entra anche Ninni Cassarà. Lui riesce ad ottenere la collaborazione delle cosche perdenti nella lotta tra le varie cosche. E’ lui che riesce a ricostruire la nuova mappa dell’organizzazione di Cosa Nostra, i motivi delle guerre tra le famiglie. Giovanni parte proprio dal lavoro che Ninni fa per vincere la sua partita contro il mostro, la mafia. Giovanni inizia a rovistare nelle banche della mafia, studia gli assegni, ed è proprio per questo lavoro importante che Antonio Caponnetto chiede a lui e a tutta la sua squadra di andare a lavorare per un po’ lontano da Palermo. Ed è così che lui e Paolo Borsellino con i familiari vanno a stare per qualche settimana su un’isola della Sardegna, nella prigione dell’isola di Asinara, che garantiva una buona protezione dagli attentati.
La sua prima grande vittoria arriva l’8 novembre del 1985 quando il pool antimafia deposita tutti i fogli riempiti in tanti mesi, tutte le prove raccolte, tutte le accuse fatte al mostro: seicentomila pagine. Lì proprio in quel fascicolo c’è scritto che quattrocentosessantaquattro “uomini d’onore” dovranno presentarsi in un’aula di tribunale per rispondere all’accusa di mafia. Durante il maxiprocesso verranno condannati i più grandi mafiosi di quegli anni. Da quel giorno alcune persone iniziano a dire in giro che Giovanni si dà troppe arie, che pensa solo alla carriera ed è anche per questo che la mafia raggiunge più facilmente il suo obbiettivo: uccidere Giovanni. Lo fa il 23 Maggio del 1992: Giovanni parte per Palermo in macchina, anche se sarebbe dovuto partire la sera prima con l’aereo per poi arrivare il giorno dopo già in Sicilia per la mattanza di Favignana. E’ Totò Riina, boss di Palermo che ha vinto la guerra tra le cosche, che dà l’ordine di uccidere Giovanni. Sceglie dieci dei suoi uomini più bravi e li incarica di organizzare l’attentato, l’attentatuni. Gli uomini scelti vanno a Capaci e depositano l’esplosivo che serve per far saltare l’auto della scorta al suo passaggio. Posizionano l’esplosivo in un cunicolo che corre sotto la strada, decidono di farlo saltare premendo un pulsante al passaggio di Giovanni. Restano lì per giorni ad aspettare la macchina. Purtroppo quel giorno arriva, Giovanni passa per quella strada, un uomo preme quel pulsante, c’è l’inferno. Nell’attentato muoiono Giovanni, Francesca e i tre ragazzi della scorta: Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Ogni anno il giorno della morte di Giovanni Falcone è ricordato con grande interesse e solidarietà per la sua famiglia.
Ma soprattutto quel giorno è ricordato con la speranza che la mafia venga finalmente sconfitta [ di Luigi Garlando, ed. Fabbri].  
Nel libro si intrecciano tre piani: il racconto  affettuoso della vita di Falcone serve anche come esempio per insegnare al piccolo Giovanni come difendersi dal bullo della sua scuola; il padre – narratore a sua volta si è ribellato alla richiesta di pizzo prima passivamente pagato, proprio dopo la morte del magistrato.

Dal libro è stato tratto lo spettacolo cioè non si paga più il pizzo.


Qui non si vendono più bambole
a cura dell’associazione SoleLuna
- regia di  Simona Volpe -

Il lavoro teatrale è tratto dal libro di Luigi Garlando. Un gruppo di alunni della nostra classe lo ha visto di recente. Ecco le impressioni:

Susi: "Io, che aveva letto il libro, ho trovato lo spettacolo fedele al testo, bello, ma me lo aspettavo più commovente, più forte e coinvolgente. Il modo di raccontare la storia non ha dato tanto spazio alla commozione, ma anche il libro è così. Non è stato emozionante come Ladri di sogni (vedi Appendice)."
Francesca: "Io non ho capito bene il giuramento e perché sulla scena l’Italia era  disegnata capovolta."
Susi: "Se leggi il libro lo capisci. Mancava la parte dell’incontro di Giovanni, il bambino, con Maria Falcone"
Francesca: "La cosa più bella è stata la scena dell’albero, quando venivano letti i messaggi appesi all’albero di Falcone"                                       Gianpiero: "Per capire bisognava avere una conoscenza del problema, per me è stato chiaro, mi è piaciuto"
Enrico: "La parte in cui giocavano a ping pong e parlavano era più difficile da seguire, ma è stato bello, ha dato uno stimolo per lottare contro la mafia"




Dalla trasmissione Rai  Cominciamo bene:  Gaetano Vito Montinaro ricorda il padre. Ricorda e conserva la bicicletta blu che gli regalò a tre anni e mezzo, ricorda la 500 rossa in cui il padre, alto 1,95, entrava a stento. Il figlio ama la Sicilia e continua a viverci, ma prova rabbia perché non vede giustizia. Dice che ora i giovani sono più consapevoli. Nella trasmissione si sente la voce di Antonio che dice che la paura è lasciare i figli soli, anche perché le famiglie dei poliziotti uccisi vengono lasciate sole. La moglie dopo 16 anni dice che non può assolutamente perdonare gli assassini. Il figlio dice che combatte la mafia alzandosi ogni giorno e facendo le cose giuste.



 

PAOLO BORSELLINO

raccontato da Silvia

Paolo Borsellino era un magistrato che iniziò a lavorare nel 1964; si occupava soprattutto sulle zone di Mazara del Vallo e di Marsala in Sicilia sua città natale. Nel 1986 venne nominato procuratore di Marsala; nel 1992 prese le funzioni di Procuratore Aggiunto della Repubblica.
Borsellino era molto amico di Giovanni Falcone e lavoravano insieme presso il Tribunale penale di Palermo, nel pool di magistrati  che era diretto prima da Rocco Chinnici e poi da Antonino Caponetto. Egli era dedito a combattere le associazioni mafiose tanto che si occupava di studiare il fenomeno in maniera approfondita.
Partecipò al maxi- processo contro la mafia, con 707 imputati, quindi il lavoro per provare le responsabilità degli imputati era molto complesso e bisognava muoversi con cautela. Il giorno 19 luglio 1992 una domenica (a meno di due mesi dalla morte del suo amico Giovanni Falcone), verso le ore 18,00 egli si stava recando a casa della madre a Palermo in Via D’Amelio, quando scoppiò un’ autovettura Fiat Panda, che uccise il magistrato con la sua scorta [www. Wikipedia.org].

Secondo me, Paolo Borsellino  è stato un eroe, ha avuto la forza di combattere un’ associazione mafiosa e ha avuta la  forza di andare avanti superando ogni ostacolo. La mafia ce l’ha portato via, ma noi ancora oggi sentiamo i suoi sacrifici, il suo lavoro, la sua voglia di vivere dentro di noi e sappiamo che la mafia non ci potrà mai portare via l’amore e la speranza di far avverare il suo, il nostro, il vostro desiderio: distruggere le associazioni contro lo Stato e lasciarci vivere il meglio della vita.

Si possono vedere i seguenti video su Paolo Borsellino:
www.youtube.com/watch?v=k_RzX8Tab4Q
video.google.com/videoplay?docid=2207923928642748192

dal libro “LA SCELTA”

Il giudice Ingroia nel suo racconto descrive il modo di fare di Borsellino, racconta episodi vissuti insieme e mette in risalto la sua personalità. Egli era un uomo con la barba che aveva occhi penetranti e il modo in cui osservava il mondo metteva quasi in soggezione chi gli stava attorno, eppure era una persona molto buona e perbene, ma anche un uomo deciso nelle sue scelte ed esperto nel suo lavoro; sapeva come prendere le persone, sapeva come tranquillizzarle, come entrare in relazione con chiunque, sapeva come affrontare  le situazioni più difficili  mantenendo la calma. Borsellino era il capo di Ingoia ed egli inizialmente doveva ancora riuscire ad individuare la persona che era Borsellino, e pian piano aveva conosciuto un altro lato del giudice con la sua risata fragorosa e coinvolgente, la quale il primo giorno di lavoro insieme aveva rotto la tensione che si era creata. Aveva sempre visto quel giudice come un mito, ma subito dopo averlo conosciuto capì che era soprattutto un uomo, un uomo allegro dotato di una risata che gli illuminava il viso.
Poi il giudice Ingroia racconta del rapporto che Borsellino era riuscito ad instaurare con Rita Atria, come era riuscito ad avere tutta la fiducia di una ragazza così spaventata e triste, e  come con la sua personalità aveva dato una nuova speranza a questa ragazza diventando quasi un padre per lei.
Ingroia e i suoi colleghi erano nuovi magistrati, molto giovani  ed erano li per imparare da Borsellino, che era uno dei più grandi maestri di giustizia, ma anche di vita, che si possa incontrare.
Infatti diceva di essere maschilista, mentre poi ammirava le donne, diceva di essere di destra, ma poi andava d’accordo con le persone di sinistra.





RIFLESSIONI DI CAMILLA

Ho appena finito di leggere le due fotocopie che la prof ha affidato a me. È molto toccante, ho avuto l’ “Agenda Rossa di Borsellino” seguito da un testo dove sono raggruppate alcune citazioni del fratello, l’ingegnere Salvatore.
“L'agenda Rossa di Paolo Borsellino” è un testo di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - edizioni Chiarelettere. Nei cinquantatre giorni di vita che precedettero la sua morte il giudice Paolo Borsellino annotava ogni cosa, dalle prove, ai pentiti, alle semplici intuizioni su un’agenda rossa, che dopo la morte non è stata ritrovata.
Ripeteva Borsellino: “ho capito tutto, sto vedendo la mafia in diretta, ho capito. Mi uccideranno, ma non sarà la mafia, la mafia non si vendica. Saranno mafiose le mani che mi uccideranno, ma altre le menti che lo vorranno". E ancora: "Per me non è più tempo di parlare, è tempo di scrivere… e qui dentro (l’agenda rossa) ce n’è per tutti”.
Nel documento c’è un’altra frase che Borsellino diceva negli ultimi tempi: “devo lavorare, devo lavorare in fretta, mi uccideranno presto…”. A leggerlo così è forse un po’ demoralizzante. Le persone trovando frasi del genere sono un trampolino di lancio per mandare tutto all’aria… NO! Questo dev’essere la nostra forza. Ovvio che un lavoro così per la giustizia non è il massimo del divertimento, ma è sicuramente un lavoro degno di tempo e perché no… di amore. Paolo Borsellino era consapevole dei rischi che correva, ma essendo un uomo MOLTO PREPARATO e di cultura, sapeva che della sua vita sarebbe rimasto qualcosa se non tutto.
È da qui che potrei iniziare il mio discorso, su come il nostro mondo non si fa carico di ciò che ci circonda finché non ci colpisce in prima persona.
Ultimamente sono venute a scuola alcune classi di quinte elementari, ed io e alcune mie amiche siamo andate a raccontare la nostra esperienza; il discorso sul quale mi sono basata in primis è l’esperienza del 21 marzo a Polistena: anche se ad una manifestazione come la Giornata della Memoria ci vai magari solo per fare presenza, a un certo punto inizi a sentire il respiro di tutti, di tutti coloro che camminano per chi non può più farlo e quando ti viene la pelle d’oca ascoltando le storie di persone che sono morte per tutti e perché hanno scelto di difendere la giustizia, allora capisci che il problema ti interessa proprio perché ti CIRCONDA. È così che si arriva alle oltre 100 mila persone di Bari che dedicano anche solo un giorno alla memoria di persone che tutte, più o meno note, hanno fatto qualcosa di importante.
Per concludere vorrei citare alcune frasi del fratello di Paolo Borsellino dopo la sua morte: “è l’ora di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per  pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda”.
Ecco lo spirito! Combattere, combattere sentendosi appoggiati da tutti, perché la ragione ce l’abbiamo NOI, sentirsi appoggiati anche dal vento che porta le parole di chi vorrebbe dirci ancora tanto, e tocca a noi fare da portavoce, e difendere le nostre stesse vite.
Dice ancora Salvatore Borsellino: “Ricordate che non ci può essere una repubblica, una democrazia, fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un’agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. […] . RICORDATE CHE IL FUTURO è VOSTRO E VE LO STANNO RUBANDO!”.


 

 


 

 


 

JOE  PETROSINO

raccontato da Riccardo

Una delle prime vittime della mafia è stato Joe Petrosino. Giuseppe nacque a Padula nel 1860. Era di una famiglia non benestante, ma  con  il suo lavoro di sarto il padre era riuscito a pagare gli studi dei quattro figli. A tredici anni Joe emigrò insieme ai suoi familiari, crescendo nel difficile ambiente di Little Italy. Iniziò a vendere giornali, a lucidare le scarpe e ad imparare la lingua inglese. Nel 1877 ottenne la cittadinanza americana. Dopo il lavoro di spazzino passò  a  quello di informatore nel 1833 e poi con molti sacrifici entrò in polizia. Conoscendo la lingua e  i metodi dei criminali, Petrosino si fece strada, nonostante fosse l’unico poliziotto italiano.  Nel 1905 prese il comando di una piccola squadra di poliziotti e si specializzarono contro “la mano nera” che era un’organizzazione a carattere mafioso, collegata con la Sicilia, che controllava il racket. Seguendo una pista che poteva infliggere un colpo alla “mano nera”, Petrosino andò in Sicilia, ma venerdì 12 marzo 1909 fu ucciso con tre colpi di pistola in una piazza di Palermo. Cadde lentamente a terra e subito dopo si videro due persone svanire nell’ombra. Circa 150.000 persone parteciparono al suo funerale a New York.
Su Joe Petrosino sono stati scritti diversi libri, anche a fumetti. In particolare si ricorda una biografia pubblicata negli anni Ottanta dal giornalista e scrittore Arrigo Petacco.
Negli anni Trenta fu molto in voga una raccolta di figurine che avevano come punto centrale le avventure del poliziotto italo-americano.
Petrosino è stato al centro di diversi film e - sulla base appunto del libro di Petacco - anche di uno sceneggiato televisivo in 5 puntate, interpretato dall'attore Adolfo Celi nella parte del popolare investigatore, prodotto dalla RAI nel 1972 e intitolato Joe Petrosino. Sempre la RAI nel 2005 ha prodotto un nuovo sceneggiato pure intitolato Joe Petrosino, questa volta con l'attore Giuseppe Fiorello nei panni del poliziotto italo-americano [www.wikipedia.org].

In tre anni abbiamo molto approfondito il problema della legalità. Ci siamo molto attivati su questo argomento vedendo vari film e seguendo le storie riguardanti le vittime innocenti delle mafie.
La mia domanda è questa: ma c’è legalità nella società? La mia risposta è che secondo me in Italia la mentalità predominante è sempre quella di imbrogliare, fare i furbi quindi fare sempre qualcosa di illecito che va contro la legge. A mio avviso anche i responsabili delle istituzioni non applicano le regole con serietà e questo fa sì che la gente non rispetti la legge.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBORIO ANSALONE

raccontato da Mena

Liborio Ansalone abitava a Corleone, era comandante dei vigili urbani del paese e figlio dello storico segretario comunale.
Era un padre ed aveva 6 figli che vivevano a Palermo con la madre per  motivi di studio, tranne una di loro, la più grande, di nome Maria, che abitava in paese con il papà perché era in attesa di un bimbo. Egli non abitava più nella sua vecchia casa, ma in un appartamento preso in affitto.  
Il 20 dicembre 1926 Ansalone  aveva guidato i militari del prefetto Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi da arrestare.  Poi essi  sfilarono incatenati per il corso principale, fino al grande spiazzo del "Piano del Borgo", dove sostarono, in attesa di essere tradotti all'Ucciardone. Questo era lo stile del prefetto Mori, che voleva suscitare grande impressione con le sue azioni.
Ma la mafia si vendicò molto tempo dopo, il 13 settembre 1945.
Ansalone era in piazza, entrò in un negozio per comprare del bicarbonato e andò verso casa, all’improvviso si udì  il crepitare di alcuni colpi di fucile, proprio nella sua direzione. Ansalone cadde al centro della piazza, accanto alla fontana di ghisa, colpito a morte. Al comandante dei vigili urbani, Liborio Ansalone, l'amministrazione comunale di Corleone ha dedicato una strada in contrada "Punzonotto". Si tratta della traversa - ancora senza nome - che collega la via Rocco Chinnici alla via Ugo Triolo [La Sicilia, domenica 14 agosto 2005 articolo di Dino Paternostro].






BORIS GIULIANO

raccontato da Susy e Serena

Giorgio Boris Giuliano nacque a Piazza Armerina nel 1930. Fu investigatore della Polizia di Stato e Capo della Squadra Mobile di Palermo. Dedicò gran parte della sua vita alla lotta contro la mafia. La sua più grande soddisfazione  fu quando negli anni Settanta i processi contro la mafia iniziarono ad avere una conclusione positiva, mentre negli anni Sessanta la maggior parte dei processi contro la mafia erano chiusi con assoluzione degli imputati per mancanza di prove [www.wikipedia.it].

La sua storia è stata raccontata tante volte: fu il primo ad intuire che fra la fine degli anni ‘70 e ‘80 Palermo era diventata passaggio del traffico internazionale dell’eroina, dove inoltre si raffinava l’oppio che arrivava dalla Thailandia, dal Laos e dalla Birmania.
Giuliano si distingueva per le intuizioni brillanti, la tecnica e l’intelligenza, gli ottimi studi, l’ottima conoscenza dell’ inglese. Nel 1975, al suo ingresso in polizia, aveva frequentato un corso dell’ F.B.I. in  Virginia, unico poliziotto italiano.
La sua abilità e la sua decisione cominciarono a dar fastidio, egli sequestrò droga che apparteneva a Leoluca Bagarella. Poi scoprì delle armi della mafia e dopo questo episodio giunse al 113 una telefonata anonima : ”Giuliano morirà “.
Nel luglio del ’79 accompagnò la moglie e i suoi figli a Piedimonte Etneo dove avrebbero trascorso le vacanze, promettendo di raggiungerli una settimana dopo e se ne ritornò a Palermo.   
Il giorno dopo, il 21 Luglio del 1979, uscì di casa, pagò il portiere e andò al bar Lux, che si trovava lì vicino e ordinò l’ultimo caffè  della sua vita. Boris Giuliano era stato il capo della squadra mobile di Palermo, costretto a lavorare  tra gente che rendeva difficile il suo lavoro, ma per i Palermitani era un mito, si dedicava anima e corpo al suo lavoro e aveva un temperamento forte e coraggioso, era coraggioso anche quando affrontava gli esponenti della mafia [http://www.piazza-grande.it/iniziative/borisgiuliano/lodato.htm - Boris Giuliano, un poliziotto all'antica di Saverio Lodato sull’Unità del 25 giugno 2005].
Fu l’ultimo poliziotto all’antica che lavorava da solo, scrivendo a mano, usando la macchina da scrivere,  prima della fase dei famosi pentiti, del pool antimafia e dei Maxi processi.
Si pensava che Boris Giuliano e il capitano dei carabinieri Emanuele Basile fossero  stati uccisi perché stavano lavorando a qualche indagine che vedeva coinvolti piccoli esponenti della mafia di campagna di Monreale, oppure perché stava scoprendo qualcosa di importante, che non si è più saputo, nei dintorni di Monreale.

Secondo me se Boris avesse lavorato negli anni ’90, magari al fianco di Falcone e Borsellino, le sue indagini avrebbero avuto maggiore successo e avrebbero reso possibile l’arresto di numerosi esponenti mafiosi. Giuliano fu l’ ultimo dei poliziotti all’ antica e il primo dei moderni.

Boris Giuliano mi è piaciuto molto, perché era una persona semplice e un gran poliziotto, anche se sapeva che sarebbe potuto morire, andò avanti ugualmente. Leggendo i documenti ho capito molte cose di lui, era una persona affidabile e tutti gli volevano bene. Nel testo è descritto il suo carattere e soprattutto il suo lavoro, però non si soffermava sull’aspetto fisico, che mi incuriosisce.





GIOVANNI BELLISSIMA
DOMENICO MARRARA
SALVATORE BOLOGNA


raccontati da Enrico

Altre tre vittime della mafia morirono in un agguato il 10 novembre 1979, solo perché facevano il loro lavoro. Questa vicenda sconvolse i familiari e  la città  a tal punto che  molti anni dopo, nel 2002, gli hanno eretto un monolito e tutta la città, i carabinieri, l’arcivescovo e il sindaco erano presenti alla benedizione [www.comune.san-gregorio-di-catania]. Credo che questo sia stato un gran campanello d’allarme per la polizia e la città, che devono reagire a queste ingiustizie e dire STOP alla mafia. Questi uomini sono degli eroi perché sapendo che rischiavano la vita hanno continuato a fare il loro lavoro fino alla morte, ma non sono morti per nulla, perché ci hanno dato una forza in più per combattere la mafia.

Nel 2006 c’è stata la XIV edizione del Memorial Day del SAP e dell’Associazione delle Vittime della Criminalità e del Terrorismo, l’AVICRI, in cui vengono ricordati ogni anno il Commissario Beppe Montana, l’Ispettore Giovanni Lizzio, i giornalisti Mariagrazia Cutuli e Giuseppe Fava, i carabinieri Horacio Mayorana, Giovanni Bellissima, Domenico Marrara e Bologna Salvatore, i fratelli Sebastiano e Giovanni Conti, Rita Privitera e Daniela  Mayorana, "tutti  morti perché convinti  di vivere la loro esistenza seguendo i valori della legalità, della solidarietà e della responsabilità."[www.aetnanet.org/modules.]





CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

raccontato da Andrea e Riccardo

Carlo Alberto dalla Chiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920. Generale dei carabinieri, fu famoso per la lotta contro il terrorismo italiano e più tardi per la battaglia contro la Mafia. Anche il padre lavorava nell’arma:  si dice che "la mela non cade mai lontano dall’albero". Da giovane entrò a far parte della Resistenza ed operò in clandestinità nelle Marche e in Abruzzo, dove ebbe ruoli di importante livello. Nel 1944 partecipò alla liberazione di Roma.
Dopo la guerra fu inviato in Campania, precisamente a Caloria. Lì combatteva il banditismo e in questa lotta Carlo Alberto si fece conoscere. Su sua richiesta fu mandato in Sicilia, dove entrò a far parte delle Forze Repressione Banditismo, un corpo che combatteva criminali come Salvatore Giuliano, e non solo. Nell’isola fu a capo del Gruppo Squadriglie di Corleone dove svolse importanti indagini di grande delicatezza, meritando la medaglia d’argento al Valor Militare. Indagò sulla scomparsa di Placido Rizzotto che poi si rivelò omicidio, incriminando per quel delitto Luciano Liggio, in quell’epoca agli inizi del suo percorso in Cosa Nostra. Dalla Chiesa indagò anche sulla morte di  Enrico Mattei. Il suo aereo precipitò poco prima dell’arrivo all’aeroporto. Lavorò non solo in Sicilia, ma anche a Firenze, Como, Roma. Dal 1966 al 1973 stette in Sicilia col grado di colonnello, al comando dei carabinieri di Palermo, e grazie alle sue tecniche di investigazione catturò boss come Gerlando Alberti o Frank Coppola. Nel 1970 svolse indagini sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Le indagini furono condotte insieme alla collaborazione della polizia, dell’indagine si occupava Boris Giuliano. Nel 1973 fu promosso al grado di generale di brigata, dopo aver selezionato 10 ufficiali dell’arma, creò un’organizzazione antiterrorismo. Nel 1974 arrestò Renato Curcio e Alberto Franceschini che erano due esponenti delle Brigate Rosse grazie anche all’infiltrazione di un agente, Silvano Girotto. Nel 1977 fu nominato coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di prevenzione e pena; in seguito a questo, nel 1978 ebbe poteri speciali e fu nominato coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo. Operò anche contro le Brigate Rosse alla ricerca degli assassini di Aldo Moro. Da alcuni questa nomina fu vista come pericolosa, nacquero delle polemiche, ma vennero subito messe a tacere dall’impressionante lavoro di Dalla Chiesa. Egli introdusse, inoltre, il metodo di parlare con il carcerato disposto a collaborare, che prese il nome di “pentito”, ma sfruttò anche le infiltrazioni. Si scoprì abbastanza sull’organizzazione terroristica da poterla contrastare efficacemente.  Il generale ebbe successo nel capire chi fossero gli assassini di Moro e della sua scorta e così l’arma dei carabinieri guadagnò la fiducia della gente.

Il 2 Aprile  1982 scrisse al presidente del Consiglio Spadolini e dichiarò che in Sicilia la corrente che aveva a capo  Giulio Andreotti  era quella più inquinata da rapporti con la mafia.
Il 2 maggio  venne inviato a Palermo  come prefetto per la lotta contro la mafia.
Il 12 Luglio in seconde nozze si sposò con Manuela Setti Carraro. A Palermo egli lamentò la carenza di sostegno dallo stato  e secondo me anche per questo fu ucciso dalla mafia.
Egli chiese al ministro democristiano dell’interno, Rognoni, poteri speciali e aggiuntivi per poter assumere il controllo delle attività investigative dirette alla lotta contro la mafia. Gli fu  promesso che li avrebbe avuti e perciò egli aveva accettato l’incarico, ma la decisione tardava, perciò egli rese pubblica questa richiesta  con un’intervista  ad una TV nazionale. In seguito Rognoni dichiarò  di aver fissato proprio per  il 3 settembre, giorno in cui Dalla Chiesa fu ucciso, una riunione dei prefetti  per conferirgli  questi poteri.
Dalla Chiesa ricoprì l’incarico solo per 100 giorni, il delitto  avvenne il 3 settembre 1982 e  fu eseguito in modo militare, perciò suscitò scalpore, non solo per la morte,  ma anche per la dinamica.  
Secondo la ricostruzione,  la A112 guidata dalla moglie, dove viaggiava il prefetto, fu affiancata da una Bmw con a bordo Antonino Madonia e Calogero Ganci (poi pentito); i due fecero fuoco, ma in realtà pare che a fare fuoco fu solo Antonino Madonia, con un fucile AK-47. Contemporaneamente l’auto della scorta  fu affiancata da una moto guidata da Pino Greco detto “scarpuzzeddo” che fulminò l’agente di scorta, Domenico Russo. Oltre a questi criminali ce ne furono altri di riserva per intervenire nel caso di una reazione  efficace del Russo, che non avvenne.
Le carte relative al sequestro Moro, che il prefetto aveva portato con sé  a Palermo, sparirono dopo la sua morte. Ai funerali di Dalla Chiesa, la figlia Rita pretese che fossero tolte di mezzo le corone di fiori inviate dalla regione Sicilia, che secondo lei ostacolava il lavoro di Dalla Chiesa, affermando che il fenomeno mafioso era “pura invenzione di detrattori della Sicilia” [www.wikipedia.it].

In una puntata della trasmissione Rai "Cominciamo bene: figli": i figli dell’agente Domenico Russo, Dino e Antonio, parlano del padre e precisano che lui è morto il 15 settembre, per le ferite riportate cercando di difendere Dalla Chiesa e la moglie. Loro avevano 4 e 2 anni, pensano che il padre sia stato dimenticato; raccontano che era un tipo molto allegro e socievole.


IL FILM "100 GIORNI A PALERMO"

Commentato da Camilla

Il film è chiamato così perché il prefetto è stato ucciso precisamente a 100 giorni dal suo arrivo. Coincidenza? C’è chi dice che non è una semplice coincidenza, ed onestamente non l’ho capito nemmeno io. Nel film però erano molto impresse le inquadrature dei giornali in cui veniva scritto ’96 giorni, 97, 99…’, ed era proprio la moglie a sospettare ansiosamente, e facendo i calcoli, le cose coincidono…
Dalla Chiesa era molto temuto dalla mafia, perché fu il primo a capire che il modo più efficace per abbassare il potere economico ed anche morale alla mafia era mirare agli interessi economici. Era molto preciso e premuroso non solo nei confronti della moglie, con la quale discusse più di una volta per non farsi raggiungere a Palermo, prima di sposarsi, ma anche nei confronti di se stesso e del proprio lavoro.
Infatti la prima cosa di cui si preoccupò fu di avere ‘le carte’ di coloro che lavoravano con lui. Fu così che scoprì che al servizio nel palazzo del prefetto c’erano più di un parente di mafiosi o collaboratori della mafia…

Regia di GIUSEPPE FERRARA
Anno 1984






ANTONINO AGOSTINO

raccontato da Andrea

Agostino era un agente PS in servizio presso la questura di Palermo. Le ragioni del suo omicidio sono ancor oggi ignote e nulla in 22 anni è stato scoperto. Fu ucciso il 5 agosto 1985 a Villagrazia di Carini (Pa) insieme alla moglie Ida Castellucci che era in attesa di un bambino.

Nino fu ucciso davanti alla sua casa, e il padre fece in tempo solo a poggiare la sua testa dolcemente sull’ asfalto pieno di sangue. Ora il padre vorrebbe sapere chi è stato ad uccidere il figlio, ma sono passati 20 anni e aspetta ancora di sapere chi è stato. La polizia diceva sempre “stiamo indagando” ma gli hanno ripetuto questo per 20 anni. Quando il presidente Prodi fece una manifestazione, lui andò e indossò due cartelloni come i “sandwich man” fanno in America. Il presidente gli disse che lo stato si stava interessando, ma intanto già erano passati 20 anni e lui, come segno di testimonianza del suo dolore e della sua attesa di giustizia, da quando è morto il figlio non si taglia più la barba.
Ormai è diventato vecchio, ha i capelli bianchi e aspetta ancora giustizia. Ha detto che se ancora dovrà aspettare andrà a chiedere quelle “persone”, i mafiosi, pur di sapere  chi è stato e perché, già una volta incontrò Bernardo Provenzano in questura e gli disse:
“PRIMA DI MORIRE RICORDATI DI MIO FIGLIO”, ma lui lo guardò negli occhi e non disse niente, poiché neanche la Mafia sa chi è stato, infatti Cosa Nostra stava facendo una ricerca sui due assassini, e forse un giorno si verrà a sapere chi sono ["Chi uccise mio figlio? Dovrò chiederlo al boss" da L’Unità del 19 novembre 2006].




VITO SCHIFANI

raccontato da Serena

Nella macchina di scorta a Falcone c’era pure Vito Schifani, secondo la moglie il migliore agente di Falcone , che morì con gli altri il 23 maggio 1992.
Al suo funerale lei, Rosaria Costa, volle parlare agli uomini della mafia e disse parole simili: "Io vi perdono, però inginocchiatevi e diventate anche voi operatori di pace, giustizia  e speranza, altrimenti non solo vi troverete contro il popolo, ma anche i vostri figli che vedranno le vostre mani sporche di sangue; convincetevi di non essere padroni della vita e della morte spargendo solo odio. Nella strage dell’autostrada avete commesso l’errore più grande tappando cinque bocche ne avete aperte tante cinquanta milioni, ma se noi ci convincessimo di non voler perdonare allora la daremmo vinta a voi."
Vito Schifani era un ragazzo alto e atletico che ha dato la sua vita per aiutare Falcone, gli era molto fedele e amava sua moglie e il suo bambino, che chiamava Bibi, amava stare sempre con la gente [dal libro "Vi perdono, ma inginocchiatevi" di Costa  e Cavallaro]. Questi particolari sono raccontati nel libro scritto dalla moglie e da un giornalista,  ne ho letto una parte e mi ha commosso.
In un articolo si racconta il ritorno di Rosaria a Palermo 15 anni dopo, con il figlio Manù, che vede per la prima volta la Sicilia [www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio].
Su internet è possibile vedere il filmato del famoso discorso di Rosaria Costa ai funerali del marito e degli altri agenti di scorta [http://mediacenter.corriere.it/].


 

 

EMANUELA LOI

raccontato da Stefania

Emanuela Loi era una ragazza che aveva solo ventiquattro anni ed era solo una piccola poliziotta che, senza esperienza e  maturità, fu mandata a lavorare a Palermo dove i “corleonesi” avevano tolto la vita a tanti giudici, poliziotti, magistrati. La notizia preoccupò tutti i familiari, ma lei aveva scelto quel mestiere liberamente e voleva svolgerlo al meglio. In realtà la sua prima idea era fare la maestra, poi partecipò al concorso insieme alla sorella e fu lei ad entrare in polizia, come la sorella racconta nella trasmissione "Niente di personale" Quando la mattina del 19 luglio 1992 Emanuela andò a lavorare, sembrava un giorno normale, ma lei sapeva molto bene che il mestiere che faceva le poteva costare la vita: addirittura faceva parte della scorta di Paolo Borsellino. Solo pochi mesi prima avevano ucciso Giovanni Falcone e quindi tutti sapevano che prima o poi doveva arrivare il turno di Paolo, ma lei era legata al suo lavoro ed era fiera di scortare quell’uomo che lottava da solo contro i mafiosi. Emanuela era una ragazza che amava questo mestiere e voleva sconfiggere la mafia. Era domenica e tutti i poliziotti che facevano parte della scorta di Borsellino andarono in Via D’Amelio perché Paolo quando aveva un po’ di tempo libero andava a trovare sua madre. Ma i “corleonesi” fecero prima di loro, parcheggiarono una 126 in Via D’Amelio che portava un carico di tritolo. All’improvviso non si capì più niente, solo pianti, urla di persone.
Solo pochi minuti dopo si sentì la notizia alla radio, alla televisione, e dal telegiornale lo seppero anche i genitori.
Ancora oggi si parla di tutto ciò perché sono morti tanti giudici e tanti altri che difendevano la giustizia. La mafia ha spento tanti sogni, anche quelli di Emanuela, le ha portato via la possibilità di godersi l’età più bella.
Infatti Emanuela Loi è stata la prima ragazza a far parte di una scorta assegnata a obbiettivi e rischio!
Con lei morì Agostino Catalano, il capo scorta, a 43 anni già vedovo e padre di un bambino, agente esperto, che faceva un po’ da padre a tutti gli altri ragazzi della scorta, Walter Eddie Cosina (30 anni), Claudio Traina (26 anni) e Vincenzo Li Muli (22 anni)[da "La ragazza poliziotto" di F. Massaro ne  "La scelta" pp120- 124]. L’assistente capo Agostino Catalano, lasciò due figli. Appena poche settimane prima aveva salvato un bambino che stava per annegare in mare, dinanzi alla spiaggia di Mondello. L’agente scelto Walter Eddie Cosina era giunto volontariamente a Palermo alcune settimane prima, subito dopo la strage di Capaci, proveniente dalla Questura di Trieste.
L’agente Claudio Traina era sposato e padre di un bimbo in tenera età [www.cadutipolizia.it].





LUIGI BODENZA

raccontato da Manuela

Luigi Bodenza nacque a Enna nel 26 settembre 1994, primogenito di tre figli. Negli anni 50 il padre cominciò a lavorare all’ospedale Umberto I di Enna. Luigi dopo aver frequentato le elementari si iscrisse all’avviamento professionale e dopo aver ottenuto la licenza iniziò a lavorare come apprendista idraulico. Grazie alla sua grande capacità di apprendere in fretta, venne assunto da una ditta del nord. In seguito partì per Milano dove lavorò come saldatore specializzato all’Alfa Romeo fino al momento del servizio militare. Dopo aver avuto il congedo, Luigi tornò ad Enna e decise di partecipare ad un concorso per entrare nel corpo degli agenti di custodia. Come primo incarico di questo lavoro venne assegnato alla casa circondariale di Capraia. Dopo due anni venne trasferito a Catania, dove diventò assistente capo della casa circondariale di piazza Lonza.
A Catania conobbe una ragazza di Gravina. La ragazza si chiamava Rosetta. Dopo pochi mesi decisero di sposarsi e dopo poco nacquero Paola e Giuseppe.
La mattina del 24 marzo chiamò la moglie in cucina per mostrarle un documento in cui c’era scritto che il giorno prima la direzione del carcere aveva concesso l’utilizzo di una cabina in un lido riservato alla polizia penitenziaria. Luigi Bodenza dopo poche settimane sarebbe andato in pensione, non sapeva che in quella stessa notte lo attendeva un tragico destino. Fu ucciso il 25 marzo 1994 dalla mafia [www.giustizia.it].  

Questo è il terzo anno che svolgiamo questo tipo di lavoro, ma rispetto alla prima media credo che quest’anno siamo stati più in grado di capire.
Nell’educazione alla legalità non si parla solo di persone uccise dalla mafia, ma anche dello sfruttamento dei minori, delle eco mafie, di molto altro.
Con la scuola siamo andati anche alla manifestazione del 21 marzo che quest’anno si è svolta il 15 marzo a Bari. E’ stata una manifestazione molto bella,  almeno per me che ci sono stata; mi sono sentita molto presa, specialmente dalla gente che era lì e veniva da molti posti per sentire tutti quei nomi delle vittime uccise dalla mafia e le loro storie.  





GIUSEPPE MONTALTO

raccontato da Stefano

Giuseppe Montalto era un Agente di Polizia Penitenziaria, aveva prestato servizio prima al carcere Le Vallette di Torino e poi all'Ucciardone di Palermo, nella sezione detentiva per soli mafiosi. Un uomo buono e generoso, che svolgeva il suo lavoro mostrando comprensione verso chi era costretto a vivere in carcere, ma fu assassinato la sera del 23 Dicembre 1995, davanti alla moglie e alla figlia di 10 mesi. La sua colpa era quella di avere sequestrato all'Ucciardone un foglietto con cui due boss comunicavano [www.cittafuturatrapani.it].
Donato Placido gli dedicò il volume “Montalto, fino all’ ultimo respiro”. Gian Carlo Caselli, giudice che  sostituì Giovanni Falcone, nella prefazione del volume disse che lui e gli altri sono forse morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi e non abbiamo vigilato a dovere [www.leduecitta.com/].

La mafia e la camorra non sono solo morti e ingiustizia, ma sono anche collegate a tutti i problemi della nostra vita, come i rifiuti a Napoli. La nostra società non è rigorosa nel rispetto delle regole e non dà molta importanza alla legalità. Molti politici sono corrotti e hanno paura di affrontare la camorra.
Una delle tante vittime della mafia che, invece, aveva scelto di opporsi a questa è Giuseppe Montalto, un grande uomo a parer mio.

 

 

 


 

 


 

 

 

EMANUELE NOTARBARTOLO

raccontato da Sara DB

Emanuele Notarbartolo,  marchese di San Giovanni, nacque in una famiglia aristocratica siciliana; uomo colto, esponente della Destra, onesto e combattivo divenne sindaco di Palermo per tre anni (1873-1876) nei quali riuscì a diventare nemico della mafia volendo combattere il fenomeno della corruzioni nelle dogane.
Dopo il 1876 venne eletto direttore del banco di Sicilia, dove  riorganizzò il sistema bancario che era stato scosso dopo l'Unità d'Italia. Inoltre l'opera di Notarbartolo evitò di far crollare l'economia siciliana; questa sua devozione al lavoro gli costò la vita.
Durante il ritorno da un viaggio di piacere Notarbartolo il 1 febbraio 1893 venne assassinato, con 27 pugnalate, da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, due mafiosi siciliani. Il delitto fu ricostruito nei minimi particolari, ma non fu condannato il mandante.
Il primo indiziato fu Don Raffaele Palizzolo, anch’egli esponente della Destra, membro del consiglio d’amministrazione del banco di Sicilia e impiegato in numerose cariche pubbliche, nonostante avesse una pessima reputazione; egli aveva avuto numerosi scontri con Notarbartolo a causa delle sue truffe e amicizie con la mafia. Dopo  numerosi processi voluti dal figlio di Notarbartolo, che pretendeva giustizia,  Palizzolo fu condannato alla Corte d’Assise di Bologna, ma appena soli 4 anni più tardi a causa delle sue numerose amicizie con la mafia fu assolto per insufficienza di prove.
Tutte le istituzioni cercarono di deviare le indagini.
Si scoprì, inoltre, che numerosi politici ed istituzioni erano corrotti. Dopo i numerosi processi gli stimatori dell’ucciso si riunirono nel comitato pro Notarbartolo, quelli di Palizzolo nel comitato pro Sicilia; quest’ultimo segna la nascita del Sicilianismo.
Il 17 dicembre ci fu la prima manifestazione contro la mafia.
Tutti hanno il diritto di protestare contro la mafia, meno coloro che hanno la responsabilità di averli lasciati impuniti.
Pur parlando di più di un secolo fa lo scenario descritto è identico a quello odierno, vittime colpevoli di essere cittadini onesti e volenterosi e mafia sempre protagonista [http://fermicorsoa.blog.excite.it/permalink lavoro di ricerca di Sebastiano Giaquinta].   





SEBASTIANO BONFIGLIO

raccontato da Enrico

Molte persone  come Sebastiano Bonfiglio, opponendosi alla mafia, hanno pagato la vita  per darci una speranza e lo dobbiamo a tutte le vittime, se ancora oggi abbiamo una speranza.
Sebastiano  Bonfiglio nacque a San Marco, borgata rurale di Erice il 23 settembre del 1879, dovette lasciare la scuola per aiutare la famiglia, ma poi riprese gli studi da autodidatta e riuscì a prendere il diploma di insegnante elementare e di perito agrario. Ciò gli consentì  di assumere nel movimento socialista posizioni rappresentative e di prestigio. Si mise subito contro la mafia scrivendo articoli contro la famiglia mafiosa dei Fontana, che in quel momento deteneva il potere. Un terzo dei consiglieri comunali appartenevano a questo clan famigliare, i latifondisti di Erice. Nel 1901 organizzò uno sciopero dei contadini che obbligò i Fontana a scendere a patti con i socialisti che organizzavano il movimento contadino, Tutto questo portò all’abbassamento degli affitti e all’aumento dei salari. Dopo questo risultato egli assunse la guida della federazione provinciale del Psi di Trapani e nel 1903 fu direttore del giornale "La voce dei socialisti".
Visse a Milano e negli USA, dove venne chiamato a dirigere il giornale "La voce dei socialisti" di Chicago. Tornato in Sicilia guidò un nuovo sciopero dei contadini. Venne arrestato e condannato a cinque mesi di reclusione. Uscito dal carcere nel 1914 si schierò decisamente contro i fautori della guerra. Con il primo conflitto mondiale Sebastiano Bonfiglio fu arruolato nel Corpo sanitario ma, a causa delle sue idee “sovversive”, venne trasferito a Cirene in Libia, dove dette un segno concreto della sua solidarietà internazionalista e anticolonialista, aprendo una scuola per bambini arabi.
Nel 1920 i socialisti vinsero clamorosamente e in maniera schiacciante le elezioni amministrative a monte San Giuliano e Sebastiano Bonfiglio venne eletto sindaco.
Il 10 giugno 1922 mentre tornava  a casa venne colpito a morte [www.ilsocialista.com] .
Secondo me è ingiusto che un uomo che voleva solo il rispetto nei confronti degli agricoltori sia morto, ma anche grazie  a lui che noi crediamo ancora nella lotta contro la mafia e spero che grazie a uomini come questi, noi prima o poi saremo liberi dalla mafia.





GAETANO GUARINO

raccontato da Chiara

Gaetano Guarino nacque a Favara il 16 gennaio 1902, in una famiglia con molti problemi economici. Studiò a Palermo, ottenne la maturità classica, e si laureò in medicina nel 1928. Gaetano quando studiava all’ università, per mantenersi scriveva articoli per il quotidiano L’ AVANTI che allora non era legale. Dal 1928 al 1930 lavorò come tirocinante, a Bugno, dove conobbe la sua futura moglie. Negli anni trenta tornò nella sua città di origine, dove acquistò una farmacia e lavorò come farmacista.
Si iscrisse al partito fascista, ma probabilmente solo per non aver problemi durante il regime; finita la guerra si iscrisse al partito socialista, e divenne segretario del PSI a Favara.
Nel 1944 Gaetano venne nominato sindaco del suo paese, ma dopo breve tempo si dimise.
Guarino lottò contro i grandi proprietari terrieri che sfruttavano la locale manodopera e sostenne la gente che chiedeva l'attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano alle cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi: costituì anche una cooperativa agricola, che probabilmente si ispirava alla "Madre Terra" di Accursio Miraglia, ed i "baroni" del latifondo cominciarono a considerarlo pericoloso.
Il 10 marzo del 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino vinse le elezioni con il 59% dei voti e fu eletto nuovamente sindaco   Fu ucciso il 16 maggio 1946. nella sparatoria morì anche una passante, Marina Spinelli.I responsabili del suo omicidio non furono mai arrestati ;  per protesta la vedova di Guarino ed il figlio andarono a vivere a Parigi, rifiutandosi sempre di tornare a Favara.




PASQUALE ALMERICO

raccontato da Carolina

In una sera del 25 marzo 1957 si trasmetteva nelle vecchie televisioni in bianco e nero la firma del Trattato Comune Europeo. Ma allora in pochi possedevano un televisore e quindi la maggior parte della gente si recava in piccole sale dove si proiettava o nei circoli o nelle sale parrocchiali. Cosi era anche a Camporeale una cittadina in provincia di Palermo. La cittadina era composta da circa 7 mila abitanti. Quella sera in prima fila in una delle salette c’era Pasquale Almerico, un maestro di scuola elementare, segretario della locale sezione D.C., nonché sindaco da due anni. Pasquale Almerico era un uomo di 43 anni, era un politico democratico che sognava un futuro migliore per la sua cittadina e per l’intera Sicilia.
Terminata  la trasmissione, Pasquale e il fratello Liborio, decisero di andare a casa. Mentre tornavano a casa lui e il fratello si accorsero di essere circondati da cinque uomini a cavallo armati di mitra, che incominciarono a sparare senza pietà. Quegli attimi furono micidiali e dopo più di cento colpi uno dei killer si avvicinò a Pasquale e sparò ben 7 colpi a bruciapelo.
Ma purtroppo non è stato la sola vittima, oltre a lui è morto anche un passante, Antonio Pollari. Dopo quel momento la strada rimase vuota, senza luce e tanto meno sorrisi sui visi della gente.
Dopo la tragedia si seppe che Pasquale era stato colpito 104 volte dal mitra e 7 dalla pistola puntata a bruciapelo. I cittadini si chiesero il perché di tanta ferocia, naturalmente questo lo poteva confermare solo una certa persona, il capo mafia della cittadina di Camporeale Vanni Sacco. Egli disse che Pasquale Almerico gli aveva negato la tessera della Dc e se una persona intralciava il loro traffico lui la eliminava [Pasquale Almerico, eroe dimenticato, di Dino Paternostro]. In effetti Almerico aveva rifiutato l’iscrizione al boss, che avrebbe portato centinaia di voti, perché non voleva accettare compromessi con la mafia, posizione non condivisa da tutti nel suo partito. Al processo Vanni Sacco fu assolto per insufficienza di prove [Santino, U, Storia del movimento antimafia,  pag 197].

Maria Saladino, operatrice sociale, che gestisce diversi centri di accoglienza per bambini disagiati, ha raccontato che riuscì ad avvicinarsi: "era pallidissimo ed aveva sangue dappertutto. Pasqualino, gli dissi, prega insieme a me: Gesù mio, misericordia, Gesù mio, misericordia. Lo udii ripetere quelle parole. Poi non disse più nulla.  Gli afferrai la mano, probabilmente morì in quell’attimo E’ stata la morte così crudele, così ingiusta di Pasqualino Almerico che mi ha portato a fare tutto quello che ho fatto. Non può, non deve esistere al mondo gente tanto feroce, non si può uccidere così un essere umano, solo perché vuole lottare per gli altri esseri umani. ………Ora io sto lottando, mi illudo di lottare perché i bambini di questo paese crescano in un modo migliore, incapaci di violenza e crudeltà."
Un’altra seconda testimonianza è del nipote di Almerico, all’epoca un bambino:
"Ricorderò sempre la sera dell’omicidio. Mio zio era in piazza ed io gli gironzolavo intorno per farmi vedere. Sapevo che, se mi avesse visto, nelle mie tasche sarebbe finito qualche spicciolo, necessario per comprarmi le figurine di Tarzan. E mi vide. Ma, qualche minuto dopo, mentre uscivo dal negozio con le figurine in mano, senti il crepitare dei mitra. Non compresi. Mi sembrò che fosse scoppiata la  ruota di qualche motorino. Solo il giorno dopo appresi la tragica verità, che per tutta la notte i miei mi avevano tenuto nascosto"
Ma la chiesa, i cattolici non legati alla mafia e le associazioni antimafia non si diedero per vinte, infatti riuscirono a tenere vivo il ricordo di quest’uomo onesto e coraggioso.

Credo che se ora ne stiamo parlando, Pasquale Almerico non sia stato dimenticato del tutto… penso anche che la sua storia sia affascinante e che ci possa dare un’altra speranza, per farci capire che bisogna combattere, e la morte non ci potrà mai abbattere perché quando si chiude una porta si apre un portone… e per questo io mi riferisco alla signora Saladino che nella sua deposizione afferma che il signor Almerico le ha fatto capire che anche con piccoli gesti il mondo può cambiare…







PIERSANTI MATTARELLA

raccontato da Riccardo

Piersanti Mattarella, politico democristiano divenuto  presidente della Regione  Sicilia, era figlio del potente Bernardo, noto esponente politico siciliano negli anni ’50,  che era stato anche ministro. A quell’epoca in Sicilia operava Danilo Dolci, che voleva aiutare i siciliani più poveri a migliorare le proprie condizioni  e a rivendicare i propri diritti in forma non violenta. Egli aveva accusato il ministro, con documenti e testimonianze di essere legato alla mafia [Santino, U. Storia del movimento antimafia, pag 225], addirittura sospettato di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra.
Il figlio, educato presso i Gesuiti, si distaccò dal padre, seguì quella tradizione cattolica che condannava decisamente la mafia e cercò di rinnovare la politica della Democrazia Cristiana, seguendo l’esempio di Aldo Moro.
Mattarella aveva capito da infiniti segnali che era in pericolo, perciò era corso a Roma, dall’amico Virginio Rognoni, allora ministro dell’Interno, per raccontargli cosa stava accadendo nel partito in Sicilia. Prima di partire aveva detto alla sua segretaria Maria Grazia Trizzino: "Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi di questo viaggio". Le sue confidenze al ministro non si conoscono, probabilmente accusò il politico democristiano Vito Ciancimino* di essere legato alla mafia.
Il 6 gennaio 1980 venne assassinato in via Libertà.
Secondo le indagini collaborò al suo omicidio Giusva Fioravanti, noto neofascista, indagato anche per il delitto Pecorella, giornalista romano. Non è  chiaro ancora oggi il legame fra i due delitti: si voleva far passare per un atto di terrorismo quello che era un omicidio di mafia? Il famoso pentito Buscetta non ci credeva e suggeriva che l’uccisone di Mattarella fosse dovuta alla concessione di appalti della Ragione, che dopo la sua morte andarono a dei mafiosi.


*Vito Calogero Ciancimino Diplomatosi ragioniere nel 1943, ricoprì, nella città di Palermo, la carica di assessore comunale ai lavori pubblici dal 1959 al 1964. In questo periodo egli non si oppose al cosiddetto "sacco di Palermo", una speculazione edilizia che vide le ville liberty della città far posto ad enormi palazzi. Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970 e in quegli anni venne emesso il numero record di licenze edilizie, gestite dalla mafia di Corleone Nel 1984 Ciancimino viene arrestato, e nel 2001 sarà condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. (da Wikipedia)






MARCELLO TORRE

raccontato da Stefano

Era nato a Pagani nel 1932 ed era un avvocato e un politico. Era membro della FUCI e dell’Azione Cattolica. Era un convinto aderente alla Democrazia Cristiana e frequentava la sede salernitana. Fu eletto delegato provinciale dei gruppi giovanili. Fece un convegno sulla riforma agraria, perché avevano dato ai contadini la terra della Piana del Sele, ma senza mezzi per coltivare.
Nel 1960 fu eletto consigliere comunale e nel 1970 si candidò per entrare nella commissione elettorale del comitato provinciale della DC, ma non conquistò il seggio. Uscì dal partito, diventò avvocato e divenne presidente della Paganese Calcio.
Nel 1980 fu eletto sindaco di Pagani e il 23 novembre ci fu il terremoto dell’Irpinia, che provocò gravi danni in tutta la Campania.
Torre impedì che i camorristi vincessero gli appalti. Fu ucciso per questo l’11 dicembre del 1980 mentre usciva di casa. Il 4 giugno 2002 furono condannati: Raffaele Cutolo, come mandante dell’ omicidio, e Francesco Petrosino come uno dei killer.
A Marcello Torre è dedicato lo stadio dove gioca la Paganese Calcio e un premio per chi denuncia la criminalità [wikipedia.org].

Dalla trasmissione Rai "Cominciamo bene: figli": La figlia Annamaria parla del padre e di come lei, la madre e il fratello si sono sentiti abbandonati dopo la sua morte; il fratello è caduto nella droga ed è morto per overdose anni dopo. Annamaria, invece, è impegnata nel sociale e in questo sente di aver raccolto l’eredità del padre. Solo di recente Marcello Torre ha ricevuto una medaglia d’oro al valor civile. Anche la moglie ricorda la serietà e la preparazione del marito, di cui è molto orgogliosa.








PIO LA TORRE

raccontato da Francesca

Pio La Torre nacque nel 1927 vicino Palermo, ad Altarello di Baida.
Era molto credente e studiava con impegno fin da bambino, perciò fu scelto dalla sua famiglia per continuare gli studi. Egli aiutava i suoi fratelli più sfortunati nello studio.  Pio la torre fece la scelta di diventare comunista, però per lui questa scelta  era normale, perché viveva in una terra povera e sfruttata. Nel 1951 i contadini siciliani occuparono le terre e lui partecipò a queste azioni, poi nel 1958 diventò segretario regionale della CGIL e continuò gli scontri insieme agli operai siciliani. Pio diceva sempre che la mafia era dentro il potere politico e quello economico. La lotta alla mafia, senza esclusione di colpi, fu un altro punto importante nella vita di Pio.
Nel 1962 diventò segretario regionale del PCI. La sua vita andava avanti tra riunioni, manifestazioni, occupazioni.
Nel 1969 venne chiamato a Roma per lavorare nel partito, diventò un importante dirigente nazionale di alto livello, si occupava della sezione agraria e meridionale e da deputato nazionale della commissione antimafia. La sua relazione diede importanti informazioni sulla mafia in Sicilia,  contemporaneamente cominciò ad elaborare la proposta di legge per punire il reato di associazione mafiosa e per la confisca dei beni. Ritornò in Sicilia e continuò la sua lotta.
Il 30 aprile del 1982 fu colpito a morte insieme al suo segretario Rosario Di Salvo. Rosario voleva proteggerlo Pio durante l’agguato e  usò per la prima e  ultima volta la pistola. Oggi esiste un centro di studi ed iniziative culturali dedicato a Pio La Torre. La legge che porta il suo nome, dalla sua morte ad oggi ha dato frutti molto importanti nella lotta alla mafia [http://www.sperimentaleleonardo.it/itinerari/lavoromafia1/apertura.htm].

A leggere questa storia mi sono commossa e mi sentivo anch’io una vittima della mafia.






RENATA FONTE

raccontato da Francesca

Renata Fonte viveva a Nardò, in provincia di Lecce. Renata amava la sua terra, infatti il suo impegno politico iniziò con la difesa del Parco di Porto Selvaggio dalla speculazione edilizia; vinse la sua battaglia, infatti oggi il parco è tutelato da una legge regionale.
L’anno successivo si presentò alle elezioni comunali nel Partito Repubblicano ed ebbe più voti di Antonio Soriano, che era conosciuto come procuratore di pensioni per finti invalidi. Ella era una delle poche donne interessate al campo politico e si aspettava grandi cambiamenti e poneva molte speranze nel suo partito, che non si sono realizzate.
Renata diventò assessore alla pubblica istruzione e si impegnò sempre molto nel suo lavoro, anche togliendo tempo alla sua famiglia, ma sperando di creare un  futuro migliore per le figlie. Fu uccisa il 30 marzo 1986 mentre ritornava a casa.
Per il suo omicidio sono stati condannati killer e mandante, proprio Soriano, ma non furono individuati altri complici, che probabilmente esistevano. La causa dell’omicidio pare sia stata proprio la sua difesa delle terre del parco e di quelle vicine: si opponeva alle speculazioni e minacciava di denunciarle.
La  vita  di Renata Fonte è raccontata nel libro "La posta in gioco", edito da Carmine De Benedittis, dal quale è stato tratto l'omonimo film, interpretato da Lina Sastri e Turi Ferro per la regia di Sergio Nasca [www.salentovirtuale.com/storiaemiti/piccolieroi.asp].

La storia di Renata è stata raccontata dalle figlie nella trasmissione Rai "Cominciamo bene: figli". Valeria Matrangola, la più piccola, che allora aveva 10 anni, ora segue le sue orme, impegnandosi nel sociale: dice che Renata era un vulcano e amava molto la sua terra. Lei la sente particolarmente vicina quando si trova nel luogo per la cui difesa la madre diede la vita, il parco di Porto Selvaggio; ogni anno, nell’anniversario dell’uccisione, qui leggono le  poesie scritte da lei.







GIUSEPPE INSALACO

raccontato da Andrea

Giuseppe Insalaco, nato il 12 ottobre 1941, era un politico italiano che denunciò  come si svolgevano gli affari degli appalti in Sicilia.
Fu sindaco di Palermo, solo per tre mesi, si dimise perché non voleva cedere alle pressioni subite da Vito Ciancimino e da quelli che gli erano vicini, che ogni giorno mescolavano alla posta i mandati di pagamento che valevano decine di milioni e si aspettavano che lui li firmasse senza controllare. Denunciò tutto alla Commissione Antimafia.
Da quel giorno ci arrivarono minacce, ad esempio gli incendiarono la macchina davanti casa sua. E dopo un po’ viene assassinato a colpi di pistola lui e il suo autista il 12 gennaio 1988, per questo lui è una “vittima della mafia”.
Dopo la sua morte furono accusati diversi esponenti della DC palermitana.
Il 17 dicembre 2001 furono condannati all’ergastolo gli assassini di Insalaco, Domenico Ganci e Domenico Guglielmini [www.wikipedia.it].

 

 

RIFLESSIONI DI ANDREA

Noi stiamo ricordando le vittime di mafia, però ci sono vittime che nessuno ricorda come poliziotti, imprenditori ed altri che solo pochi conoscono, ad esempio Antonio Agostino che era un poliziotto e quando è stato ucciso purtroppo con lui si trovava anche la moglie Ida che era incinta di 5 mesi, quindi il killer non ha ucciso solo Antonino, ma ha stroncato tre vite. E poi un maresciallo, Vito Ievolella, e anche un bancario in pensione, Giuseppe La Franca. Questi nomi sono tutte vittime di mafia “dimenticate”, ma per questo motivo a inizio estate uscirà un film dedicato proprio alle vittime dimenticate. Queste  notizie le ho prese da un articolo di Attilio Bolzoni, "Uccisi e dimenticati la memoria ritrovata in un film" uscito su La Repubblica del .
Ci sono delle vittime anche tra i giornalisti, alcune sono state ricordate attraverso internet, libri e film, ma alcune non hanno avuto questo privilegio e vengono ricordati nel loro paese di origine e nella loro famiglia.
Quando noi, e per noi intendo la mia classe, cerchiamo vittime di mafia su internet, escono nomi noti e poche volte riusciamo a trovare persone che non conosciamo e quando li troviamo facciamo ricerche più approfondite su quella persona, ma non capita molto spesso.
Secondo me, tutte le vittime andrebbero ricordate, però la gente ormai perde interesse a farlo. E allora noi qui a scuola facciamo un buon lavoro e abbiamo fatto anche un libro con tanti nomi, su tutte le vittime non solo della mafia, perché ricordiamoci che ci sono anche la camorra e la ‘Ndrangheta, che fanno meno vittime ma comunque le fanno, e lo stato oggi sta facendo qualcosa in più per sconfiggere queste organizzazioni malavitose. Ma prima che scompaiano ci vorranno anni e io penso molti anni, e poi ci sono gli altri paesi che ci hanno “copiato” ad esempio la Mafia Cinese, la Mafia Russa, la Mafia Americana. Ma questa è un’altra battaglia.


 

 


 

 


 

 

 

 

COSIMO CRISTINA

raccontato da Francesca

Cosimo Cristina viveva a Termini Imprese, a vent’anni già collaborava con il giornale L’Ora, pagato pochissimo, e come molti giornalisti di provincia rischiava la sua vita per amore della verità.
Nel 1959 fondò Prospettive Siciliane, in cui scriveva articoli contro la mafia e metteva i nomi dei mafiosi, in un’epoca in cui  nessuno parlava di mafia, non si ammetteva nemmeno che esistesse. Cosimo non si fermava mai nella sua ricerca della giustizia, era un cronista libero, ma anche una persona allegra, non si abbatteva di fronte alle difficoltà. Era un tipo estroso, vestiva sempre con eleganza, portava un papillon e andava in giro in bicicletta.
Cominciò a ricevere minacce, restò isolato; un pomeriggio uscì di casa e non tornò più. Dopo due giorni il suo corpo fu trovato sui binari, con due biglietti di addio; si stabilì che si era suicidato e per questo non ebbe nemmeno i funerali in chiesa, ma non fu fatta una perizia calligrafica sui biglietti né l’autopsia. Aveva 24 anni, nessun motivo per uccidersi e molti motivi per essere ucciso dalla mafia [da "Giornata delle memoria dei giornalisti uccisi dalla mafia" a cura dell’Unione Nazionale dei Giornalisti].







MARIO FRANCESE

raccontato da Susy

Mario Francese nacque a Siracusa il 6 febbraio del 1925. Quando finì il ginnasio nella sua città decise di trasferirsi a Palermo per completare i suoi studi e iscriversi così alla facoltà di ingegneria. Ben prestò sentì il bisogno di rendersi indipendente e iniziò a lavorare come telescriventista all’agenzia dell’ANSA, ma dopo poco tutti si resero conto che lì era sprecato, e iniziò a scrivere articoli di cronaca nera e giudiziaria per il giornale “La Sicilia”.
Dopo essere entrato nella Regione e aver lavorato come capo ufficio all’assessorato ai Lavori pubblici venne chiamato per lavorare al Giornale di Sicilia. Qui iniziò a lavorare alla cronaca giudiziaria e dopo qualche tempo divenne uno dei più esperti conoscitori sulle vicende mafiose.
Nel 1969 dovette prendere un’importante decisione: restare a lavorare nella Regione o continuare con il Giornale di Sicilia. Coraggiosamente scelse il giornalismo.
Iniziò così a crescere sempre più in questo campo: fu l’unico che intervistò la moglie di Totò Riina, l’unico che riuscì a scoprire le evoluzione di strategie e i maggiori interessi della mafia corleonese. Fu il primo che riuscì a capire la pericolosità della mafia di Totò Riina, perciò, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, fu ucciso.
Dopo l’uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo continuò a scrivere i suoi articoli che andavano sempre più a fondo e rendevano sempre più conosciute le vicende mafiose, il suo interesse principale. Indagò sulla diga Garcia, evidenziando il legame tra mafia e politica per arricchirsi con questa opera pubblica. Poco prima di morire, pubblicò nel 1979 sul "Giornale di Sicilia" un articolo dal titolo "La repubblica dei mafiosi". I suoi articoli svelavano  e spiegavano l’organizzazione della mafia in tutti i suoi aspetti, cose che prima, essendo nascoste, nessuno conosceva e che uscendo fuori avrebbero creato qualche problema alle persone direttamente interessate. Mario Francese non esprimeva i suoi giudizi sulla mafia, ma mostrava solo i fatti, con la sua memoria riusciva a collegare avvenimenti che non sarebbero mai stati collegati da altri. Fornì agli organi investigativi  prove dei cambiamenti che avvenivano in quegli anni nelle cosche. La sua analisi della mafia degli anni ’70 è sorprendentemente attuale. Alcuni pentiti raccontano  che lui non andava  proprio giù alla mafia, perché in un certo senso la attaccava. Per questo motivo lo hanno ucciso il 26 Gennaio del 1979. Quella sera aveva lasciato la redazione con il saluto che usava sempre: "Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado!" [da "La Scelta": “Mio nonno Mario” di Silvia Francese, pp 104 - 107].
Sua nipote Silvia nel libro "La Scelta" afferma con chiarezza che per tutte le persone che l’hanno conosciuto e amato lui non è morto, vive ancora oggi.
Di lui scrive: "Amo i tuoi occhi neri, le tue mani grandi capaci di gesti duri e delicati, amo quel tuo modo particolare di parlare che sa di Sud, di casa; amo le tue favole, i racconti delle tue quotidiane giornate che sei capace di trasformare, con la tua abilità oratoria, in grandi gesta eroiche; e mi fai ridere, perché con la tua aria stralunata, con la tua testa immersa in mille pensieri, sembri un personaggio uscito da un universo parallelo; sei un po' filosofo, stratega, veggente; sei un cacciatore che col suo fiuto riesce a seguire e a classificare tracce infinitesimali... vedi cose che altri non vedono, che ignorano, eppure tu sai dov'è la verità..
Sei puro, anticonformista, non ti importa di come vesti e di quello che pensano gli altri; tu sei come sei e ti offri generosamente agli altri mettendoti al servizio di quelli più deboli, lottando contro le ingiustizie, i soprusi …
Le tue dita battono incessantemente sulla tastiera della macchina da scrivere e danno voce anche a chi voce non ha …. Ami così tanto la tua terra e il tuo mestiere che ti spingi a indagare, a ricercare.."

Dopo la sua morte si aprì una catena di delitti chiamati "eccellenti": infatti solo in quell’anno furono uccisi Michele Reina, Boris Giuliano, Cesare Terranova.
Il processo per l’uccisione di Mario Francese venne chiuso e poi riaperto dietro richiesta della famiglia della vittima. Vennero condannati nell’aprile del 2001: a 30 anni Totò Riina e gli altri componenti della cosiddetta "cupola", tra cui Leoluca Cagarella, esecutore materiale. Nel processo bis è stato condannato all’ergastolo Bernardo Provenzano.

Mario Francese lasciò al mondo un figlio,  che ha curato la sua memoria, anche attraverso un sito [www.fondazionefrancese.org/articoli1.htm], in cui è possibile leggere i suoi articoli più significativi e ha istituito un premio in sua memoria, che nel 2004 è stato assegnato a Carlo Lucarelli, autore di importanti indagini su mafia, camorra e misteri italiani.
LE SUE INCHIESTE ED INTERVISTE
Nel corso della sua carriera da giornalista quando lavorava al Giornale di Sicilia, Mario Francese, ha seguito varie inchieste ed interviste a persone che nella mafia hanno avuto un ruolo tra le quali:
    Dal più arido latifondo la mafia sa cavare l' "oro" - 4.9.1977
    Quali interessi mobilita un'opera da 350 miliardi - 6.9.1977
    Alla mafia  i privilegi ai "piccoli" le briciole - 9.9.1977
    Gli obiettivi della mafia in un rapporto di Russo - 13.9.1977
    Perché il Belice è un terreno minato - 18.9.1977
    Nel Belice la mafia al suo terzo tempo - 21.9.1977
    Parla la madre di Giuseppe Impastato - 18.5.1978
    Intervista a Luciano Liggio - 8.4.1978
    Parla Antonietta Bagarella, per la quale ieri il pubblico ministero ha chiesto quattro anni di soggiorno obbligato - 27.7.1971
    Dopo la condanna alla sorveglianza speciale.
Ninetta chiusa in casa respinge i giornalisti -  6.8.1971



RIFLESSIONI DI SUSY

In questi tre anni la nostra classe, ma anche il resto della nostra scuola, si è interessato di legalità. E’ una parola che si sente molto spesso nominare, soprattutto negli ultimi tempi.  Si parla di legalità quando si nominano i diritti dei minori, quando si parla di rifiuti, quando si parla di mafia e camorra.
Da questi argomenti abbiamo sviluppato diversi percorsi di lavoro. Il più interessante secondo il mio parere è stato quello sulle vittime.
Forse anche perché è un lavoro che mi coinvolge molto di più rispetto agli altri due sia emotivamente che sentimentalmente.
Prima  di conoscere la vera  realtà che moltissime persone vivono ogni giorno, non mi avrebbe mai interessato questo argomento.
Ma oggi che conosco questa realtà, ho scoperto che è giusto combattere questo mostro, che apparentemente sembra invincibile, ma se noi lo combattiamo tutti insieme, può essere sconfitto.
Anche grazie a questo lavoro, per come e quanto ne abbiamo parlato, è come se mi sentissi in dovere di fare qualcosa. Però è una scelta molto difficile da fare e ora non è il momento giusto.
Anche se da grande non mi occuperò di questo, mi sento comunque di aver dato il mio contributo. Penso che ognuno di noi dovrebbe provare a riflettere su quello che non ci colpisce in prima persona, perché serve a capire il punto di vista degli altri e questo può  cambiare le opinioni e il modo di pensare, cosa che servirebbe a molte persone nel mondo.







PEPPINO IMPASTATO

raccontato da Giovanni

Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo e fu un attivista e giornalista italiano. Era  nato in una famiglia mafiosa e quando era ancora ragazzo il padre lo cacciò di casa perché lui non voleva essere un mafioso. Nel 1965 fondò il giornale "L’idea socialista". Dal 1968 partecipò alle attività della  nuova sinistra e condusse le lotte dei contadini contro gli espropri per la costruzione della terza pista dell’ aeroporto di Palermo. Nel 1975 costituì il gruppo "Musica e cultura" che svolge attività culturali. Fece dei programmi radio e il più seguito era Onda Pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Da Radio Aut attaccava Tano Badalamenti, suo parente e capo mafioso della cittadina di Cinisi. Nel 1978 si candidò nella lista di democrazia proletaria alle elezioni comunali. Fu assassinato nella notte del 9 maggio 1978, con una carica di tritolo posta sotto il corpo.
Grazie all’ attività del fratello e della madre, che si distaccarono dai parenti mafiosi, venne individuata la matrice mafiosa del delitto e l’ inchiesta giudiziaria fu riaperta. Il 9 maggio 1979 si svolse la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia,  a cui parteciparono 2000 italiani. Nel 1984, in seguito alle indagini di Chinnici venne riconosciuto che Impastato era stato ucciso dalla mafia. La sentenza fu firmata da Caponnetto.
Il Centro Impastato pubblica, nel 1986 la storia della sua vita scritta dalla madre di Giuseppe Impastato [F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia. Intervista di A. Puglisi e U. Santino. La Luna, Palermo, 1986. Ristampa 2000, 2003. 69 pagine. Eu. 9.], ma senza escludere un possibile omicidio. Nel 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato chiedono la riapertura del caso per indagare su fatti non chiariti, riguardante il comportamento dei carabinieri dopo il delitto. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti incriminato come mandante del delitto. Il 5 marzo 2001 la corte ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’ 11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ ergastolo.
Il Centro siciliano di documentazione è il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia. Il centro Impastato, fondato nel 1977 da Umberto Santino e Anna Puglisi. Il Centro ha formato una biblioteca, un'emeroteca e un archivio specializzati sulla mafia e altre forme di criminalità organizzata; ha prodotto studi e ricerche, bibliografie e materiali di documentazione, che abbiamo utilizzato anche noi nelle nostre ricerche. Ha svolto attività di informazione e di educazione nelle scuole e in istituti universitari, in Italia e all'estero [http://www.centroimpastato.it/].

Lettera di Giovanni Impastato ai figli di Bernardo Provenzano:

"Caro Angelo, caro Francesco Paolo,
sono stato anch'io ragazzo come voi e ancora prima di me lo è stato mio fratello Peppino, che ha pagato con la vita la sua scelta. Siamo tutti figli partoriti dalla stessa mafia. Una mafia che distrugge la vita, sempre, anche quando non lo fa con le armi o con le bombe. Una mafia fatta di uomini che diventano padri e dicono ai loro figli che sono vittime innocenti della giustizia costretti a vivere nascosti come talpe. E la confusione comincia pian piano ad insinuarsi nelle nostre viscere più profonde, ci assorbe il cuore e la mente e la ragione fa fatica a distinguere la verità dalla menzogna. Sono sentimenti che hanno segnato a lungo la mia esistenza, ancora prima quella di Peppino e credo attraversi anche la vostra.  
Quando mio padre morì provai un dolore atroce, ricordo che il fazzoletto, grande come un tovagliolo che mi diede mia madre, non riusciva a contenere le lacrime ma contemporaneamente non riusciva neppure a contenere quel senso di liberazione dal vincolo di mafiosità che mi aveva lacerato fino a quel momento. Due sentimenti uguali ed opposti che provenivano uno dal cuore e l'altro dalla ragione.
Anch'io da ragazzino, avevo circa dieci anni, ho conosciuto la latitanza seppure di riflesso. Mio padre mi portava con sé quando andava a fare le iniezioni a Luciano Liggio malato, latitante nella tenuta di nostro zio, il boss Cesare Manzella a cui è succeduto Tano Badalamenti, boss che ha provveduto anche alla latitanza di vostro padre quando era qui a Cinisi dove conobbe Saveria Palazzolo, divenuta poi vostra madre.  Ricordi che custodisco ancora ma che mi sono lasciato alle spalle quando il mio sguardo ha deciso di guardare avanti per fare di me stesso un uomo libero dalla schiavitù mafiosa, che vive e lavora nel rispetto della legalità.  E i miei figli per questo mi amano, come io amavo mio padre, ma loro sono anche fieri di me e della mia scelta. Per questo con delicatezza, con umiltà, senza la spocchia di chi è riuscito a vincere dentro di sé e fuori di sé la battaglia più difficile della sua vita, mi rivolgo a voi, ora che la fine della latitanza di vostro padre apre un nuovo capitolo.
A te Angelo, che tra poco ti sposerai con una ragazza che mi dicono essere graziosa e gentile, che diventerai come ti auguro padre, chiedo di trovare la forza della verità e il coraggio per sostenerla. Nessuno vuole, tantomeno io, che rinneghi l'amore profondo che ti lega a tuo padre. Ma tacere è condividere. Il tuo silenzio, il vostro silenzio vuol dire condividere seppure non le eserciterete mai, le sue azioni sanguinarie e quelle dell'organizzazione di cui è il capo.  Ecco perché il giudizio deve necessariamente essere severo, chiaro anche se l'amore che nutri per lui non potrà mai impedirti di stargli vicino nei momenti del bisogno.  
Miei cari ragazzi non ci sono strade alternative: solo dicendo "no"  a quella mafia che vostro padre incarna, come ha fatto mio fratello, potrete essere cittadini a tutti gli effetti  di questo Stato, parte di questa società pronta ad accogliervi nella verità non nella doppiezza. Anche a te Francesco che ti sei impegnato nello studio laureandoti, vincendo una borsa di studio, auguro di trovare la forza per esprimere un giudizio chiaro.  Maggiormente a te che sei preso dalla responsabilità di insegnare e dunque di trasmettere dei valori autentici auguro di farlo libero dalla finzione e dalla suggestione negativa di un codice d'onore che si fonda su dei disvalori.
Dimostrate a vostro padre, con i fatti, che c'è un altro modo di vivere, diverso da quello incondivisibile suo, l'unico che ha avuto la sventura di conoscere, sarà un modo per amarlo ancora di più" [dall'Unità del19/04/06].    

Il film "I cento passi"

commentato da Giovanni

Ho visto il film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana e penso che Peppino era un ragazzo molto coraggioso, lui prendeva in giro la mafia chiamandola Mafiopoli , accusava Tano Badalamenti di essere mafioso, chiamandolo Tanu seduto. Faceva delle manifestazioni insieme ad altri giovani e denunciava in piazza, davanti alla sede del Comune, che l’autostrada appena costruita aveva delle curve inutili  e dannose solo per farla passare nei terreni dei mafiosi, tra cui il padre, che avevano avuto espropri vantaggiosi. È un bel film, anche perché il protagonista è serio, ma fa sempre tutto in maniera scherzosa, specialmente il programma alla radio e le manifestazioni.






MAURO DE MAURO

raccontato da Vincenzo

Mauro De Mauro nacque a Foggia nel 1921. Nel 1943 ebbe l’incarico di vice questore di Pubblica Sicurezza, a Roma.
Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Palermo e ricoprì l’incarico di cronista in giornali come il “Tempo di Sicilia”, “Il mattino di Sicilia” e ”L’ora”.
Venne rapito la sera del 16 settembre del lontano 1970, mentre stava entrando nel giardino di casa, a Palermo; il suo corpo non fu mai ritrovato.
Era una serata molto calda a Palermo. La famiglia De Mauro si stava incontrando a cena per festeggiare il matrimonio della figlia che sarebbe avvenuto dopo due giorni.
All’ingresso del giardino del palazzo si fermò una BMW con all’interno alcuni mafiosi.
De Mauro salì in quell’auto che andò via veloce. L’auto venne ritrovata alcune settimane dopo, ma di De Mauro nessuna traccia.
Il movente di questo rapimento non è molto chiaro, ma si pensa che sia stato rapito a causa dei suoi articoli sul traffico di droga che infastidiva i mafiosi. Aveva condotto anche alcune inchieste giornalistiche sul golpe Borghese.
La sua morte venne accertata dopo alcune testimonianze di pentiti di mafia.
Il luogo dell’ omicidio non è mai stato trovato e neanche il corpo del giornalista venne mai ritrovato. Nel 2006 è iniziato il processo per la sua morte e l’unico imputato è Totò Riina [www.repubblica.it].

Un altro giornalista ucciso perché diceva la verità, la mafia non uccide solo ma ti fa capire anche che devi stare in silenzio. La mafia ti restringe i diritti.
Mi sono appassionato alla sua storia e mi sono chiarito un po’ le idee sulla sua morte guardando su internet un’inchiesta di Blu Notte, condotta da  Carlo Lucarelli, dedicata al giornalista scomparso. La  trasmissione mi ha dato tutte le informazioni sulla sua vita, usando un metodo di racconto molto chiaro.







GIOVANNI SPAMPINATO

raccontato da Sara V.

Siamo a Ragusa, in questo ultimo periodo i cittadini si comportano in modo strano, molto strano, sembra quasi che abbiano timore di qualcosa o qualcuno, però¼ sembra quasi che stiano isolando qualcuno, non lo sostengono e chi lo conosceva adesso non lo conosce più¼
Adesso è sera, è la sera del 27 ottobre 1972, tutti stanno chiudendo le finestre, ma come mai?
Le cose sembrano tranquille, quando¼¼¼ Booom!!!  Ma cosa è successo? Si sentono pianti e grida!!
Ora è tardi per piangere, è tardi per urlare, è tardi per aiutare, è morto!
In questa sera, 27 ottobre 1972, qualcuno ci ha lasciato, il suo nome è, ma oramai, era Giovanni Spampinato; era un giornalista, lui lavorava nel campo giornalistico, precisamente a  "L'Unità" e "L'Ora".
Sembrava che avesse scoperto qualcosa riguardo a intrecci tra mafia e malavita; voleva mettere alla luce le sue scoperte. Proprio per questo lo allontanarono, avevano paura, lo lasciarono solo¼
27 ottobre 1972, è sera, Giovanni Spampinato perde la vita!
Giovanni aveva pubblicato diverse inchieste sui neofascisti del sud est siciliano, sui loro rapporti con la mafia e gli affari del contrabbando, aveva scoperto un canale che collegava Siracusa alla Grecia dei colonnelli.
Si costituì come responsabile del delitto Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa, ma l’inchiesta non andò avanti e molte cose restano poco chiare.
Su L’Ora di Vittorio Nisticò hanno scritto  tanti cronisti coraggiosi e tre sono morti ammazzati dalla mafia: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato [www.girodivite.it].

«Nessun paese ha avuto tante vittime tra i giornalisti come l’Italia. Le mafie vivono di omertà e silenzio e la lotta contro le mafie vive invece di parola e di trasparenza e di inchieste sociali perché i poteri occulti dei criminali vanno cercati là dove non si vedono» Lo  ha affermato il presidente della Commissione Antimafia, Francesco Forgione, il 26 aprile 2007, inaugurando la mostra fotografica “Il giornalismo che non muore” a Ragusa nell'ambito delle iniziative del premio Mario Francese, che quest'anno si svolgono nel capoluogo ibleo per ricordare i 35 anni dall'uccisione del cronista Giovanni Spampinato.








GIUSEPPE FAVA

raccontato da Camilla e Stefano

Giuseppe Fava [detto Pippo] è stato un giornalista italiano apprezzato dai propri collaboratori. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de “I Siciliani“, giornale antimafia in Sicilia. E’ considerato il primo intellettuale ucciso da Cosa nostra.

Giuseppe Fava nasce a Palazzo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925.
Visitava spesso il suo paese natale. Negli anni ’40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Visse a Siracusa gli anni della guerra, dedicando a quel soggiorno splendide pagine.
Dopo il Liceo si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Diventò giornalista anziché avvocato iniziando come cronista di un giornale sportivo.
Alla fine degli anni ’50 aveva già collezionato esperienze con parecchi giornali e ne ebbe ancora in seguito.
Nel 1966 vinse un premio e negli anni successivi furono pubblicati parecchi suoi scritti.
Nel 1980 fu chiamato alla direzione del “Giornale del Sud“. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento.
Nel 1982 Giuseppe Fava fondò la cooperativa editoriale Radar e registrò una nuova testata con il nome “I Siciliani”. Con quel mensile Fava aveva scelto di raccontare la Sicilia, la devastazione dell’ambiente, la trappola nucleare di Comiso, la sfida della mafia. Un libro scritto giorno per giorno
Nel 1966  vinse il premio Vallecorsi con “Cronaca di un Uomo“, e nel 1970 il premio IDI con la “Violenza“, da cui Florestano Vacini trasse il film di successo “Violenza quinto potere“..
Giuseppe Fava amava scrivere, più in particolare del problema del suo paese: la mafia. Ne scriveva come per dare cultura agli abitanti della Sicilia, per aprire gli occhi a chi non sapeva più farlo. Iniziarono poi anche ad andare in scena suoi drammi sulla mafia.
La successiva ed ultima reazione al ‘pericolo Fava’: cinque pallottole in una sera di pioggia il 5 gennaio 1984, ore 21.30… [www.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Fava]
È possibile vedere e sentire Giuseppe Fava che parla di mafia, intervistato da Enzo Biagi nel 1985  all’indirizzo: www.youtube.com







GIANCARLO SIANI

raccontato da Giorgio

Giancarlo Siani nacque a Napoli il 19 Settembre 1959. Frequentò il liceo Giovambattista Vico partecipando ai movimenti studenteschi del 1977. Iscrittosi all’Università, iniziò a collaborare con alcuni periodici napoletani mostrando particolare interesse per le problematiche dell’emarginazione: sosteneva che proprio all’interno delle fasce sociali più disagiate si annidava il principale serbatoio di manovalanza della criminalità organizzata. Scrisse i suoi primi articoli per il periodico “Osservatorio sulla camorra”, appassionandosi ai rapporti ed alle gerarchie delle famiglie camorristiche che controllavano Torre Annunziata e dintorni. Poi iniziò a lavorare come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano “Il Mattino” e compì le sue importanti indagini sui boss locali; le sue inchieste scavavano sempre più in profondità e con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato con i Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, che faceva parte della “Nuova famiglia”, di aver venduto alla polizia il Boss Valentino Gionta per porre fine alla guerra tra le famiglie.
Con l’articolo del 10 giugno 1985 Siani scrisse altre rivelazioni le quali indussero la camorra a sbarazzarsi di lui. Siani spiegò che Gionta alleato di Nuvoletta doveva essere giustiziato per voler di un altro potente boss e Nuvoletta non poteva sottrarsi,per non scatenare una guerra tra famiglie e per non tradire l’onore mafioso anziché uccidere il suo alleato Gionta lo fece arrestare. L’articolo scatenò i fratelli Nuvoletta perché li fece apparire come “infami” che avevano rapporti con la polizia; da quel momento i boss iniziarono a riunirsi per decidere come eliminare Siani, così il 23 Settembre 1985 poco dopo aver compiuto 26 anni, Giancarlo Siani, appena giunto sotto casa fu ucciso e fu ucciso proprio quando in Campania piovevano i miliardi per la ricostruzione post-terremoto.
Per chiarire i motivi che hanno determinato la sua morte ci sono voluti oltre 10 anni e l’ultima sentenza è giunta dopo 18 anni dall’omicidio. Il fratello Paolo ricorda Giancarlo come un ragazzo carismatico, capace di grandi sacrifici, ma anche come una persona solare, pronto a dare sostegno a tutti; in un’intervista egli afferma:”Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo della libertà. E lui mi sorride” [http: www.wikipedia.org].
Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche il film "E io ti seguo" di Maurizio Fiume, ispirato alla vicenda di Giancarlo Siani ed interpretato da Yari Gugliucci. Nello stesso anno è stato istituito il Premio Giancarlo Siani dedicato a giornalisti impegnati sul fronte della cronaca. Abbiamo visto a scuola la puntata de “La storia siamo noi” in cui i suoi colleghi e il fratello parlano di lui.
Si può vedere Giancarlo all’indirizzo: www.youtube.com

Pensando a Siani,sapendolo un’altra vittima di mafia, mi viene in mente la libertà, la legalità, l’uguaglianza,mi viene in mente l’ultimo argomento di storia, quando durante il fascismo fu eliminata la libertà di stampa e di parola  e dico anche se abbiamo ottenuto la libertà di espressione a cosa ci serve?Il fatto è successo nel 1985, ma oggi se un giornalista denuncia, cosa gli succede? Rischia la stessa identica cosa! Perché, anche se sono passati diversi anni, la situazione mafia-politica-malaffare non è ancora cambiata nonostante molte persone si adoperino per migliorare le cose.                  


"Caro Giancarlo"
lettere dai ragazzi della Campania a Giancarlo Siani

presentato da Giovanni

In biblioteca abbiamo un libro con delle lettere di alcuni ragazzi della Campania che hanno scritto a Giancarlo Siani dopo aver conosciuto la sua storia.
La prima lettera è del fratello Paolo che dice che Giancarlo aveva scritto quasi mille articoli e tutti descrivevano molte cose della camorra. Quando l’inchiesta sul suo omicidio si era fermata molti ragazzi manifestarono con striscioni con scritto molto grande il nome di Giancarlo Siani.
Alcuni ragazzi delle elementari e delle medie hanno scritto delle lettere e quelli delle medie hanno scritto che era un eroe e che la sera della sua morte “le speranze di un’intera città andarono in frantumi”.
Un bambino delle elementari ha scritto che persone come lui, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e altri dovrebbero essere immortali.
Un’altra dice che si sta combattendo una guerra a Napoli, anche se non ci sono bombe che cadono dal cielo e neanche case distrutte.






MAURO ROSTAGNO

raccontato da Camilla

Nacque a Torino nel 1942, divenne sociologo e fu tra i fondatori del movimento politico Lotta Continua. Visse lontano dall’Italia, in diversi paesi europei. Si recò in India con la compagna e al ritorno fondò vicino Trapani la comunità Saman, centro di meditazione e comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti. Lavorò anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine insieme ad alcuni ragazzi della Saman e denunciò sempre con forza le collusioni tra mafia e politica locale. Il 26 settembre 1988 fu ucciso.
Vincenzo Virga, un miliardario,  ne sa qualcosa sulla morte di Rostagno. Questo  lo ha confessato il pentito Vincenzo Sinacori nel 1997 ai magistrati: “è stato lui a organizzare tutto… dopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate… non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione… dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio”. Da allora per la prima volta l’investigazione sulla sua morte si sviluppa verso Cosa Nostra.
Le figlie lo ricordano nella trasmissione "Niente di particolare" della rete La 7 del 30 marzo 2008, dicono che Mauro ha vissuto molte vite; uomo del nord andò in Sicilia per sostenere le lotte dei senzatetto, non "voleva trovare un posto nella società, ma lottare per una società in cui valesse la pena di trovare un posto". La comunità Saman usava una tecnica di recupero morbida, non  punitiva, voleva dare sollievo alla sofferenza, far vivere "una vita che significhi vita". Si sentiva più siciliano di chi era nato nell’isola, perché lui aveva scelto di viverci. Le figlie concludono dicendo che per lui mafia significava sopravvivere Antimafia significava Vivere.
Mauro Rostagno era un giornalista. Uno come tanti uccisi dalla mafia di cui non conosciamo il nome, ma non perché non lo meritino.
Pensandoci un buffo e scuro pensiero ci attraversa la testa: “Perché è stato ucciso?... forse perché ha detto la verità?!...” Si esatto, proprio per questo. Sembra buffo pensare che sia così facile pensare al ‘giusto’ quando in fondo in fondo anche noi sappiamo che non lo è… e Mauro Rostagno era uno di coloro che… non hanno fatto niente di male. Lui non aveva bisogno di inventare cose per essere dalla parte della giustizia, e non ficcava il naso nei fatti altrui… semplicemente diceva le cose come stavano. Oggi le informazioni che abbiamo su di lui sono state date in parte dal documentario “Una Voce nel vento”. ."Non aveva mai smesso di sognare una società di eguali", dice nel film la sorella Carla. Ed è morto lo stesso [www.avvenimenti.it].







BEPPE ALFANO

raccontato da Andrea e Riccardo

Era un professore di educazione tecnica della scuola media del suo paese, Barcellona Pozzo di Gotto, e come hobby praticava il giornalismo ed era un corrispondente del giornale "La Sicilia", quotidiano di Catania; era uno al quale piaceva la verità.
Il suo omicidio ha messo in luce la condizione dei giornalisti di provincia che spesso, senza nemmeno una tutela sindacale, si sovrespongono e restano vittime della criminalità. Lui non era nemmeno iscritto all’ordine, gli fu dato il tesserino dopo la morte [www.ateneonline-aol.it].
Beppe Alfano venne ucciso l’8 gennaio 1993 mentre era al posto di guida della sua Renault 9. Erano appena passate le 22.
Sono stati ben 4 i processi celebrati, ma non c’è nessuna verità definitiva.
“È una vergogna – dichiarò Sonia Alfano, figlia del giornalista-sono nove anni che chiediamo giustizia. I primi a dimenticarsi di mio padre sono stati proprio i responsabili della "Sicilia" ma noi abbiamo cercato di sollecitarli nel processo di Reggio Calabria.”
Beppe Alfano è stato probabilmente ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che dietro alla vendita degli agrumi della zona tirrenica messinese si nascondevano gli interessi della mafia di Nitto Santapaola e di insospettabili imprenditori legati alla massoneria. Aveva anche intuito che il capo mafia si nascondeva proprio a Barcellona.
Ha confessato il delitto Maurizio Avola, pentito di Cosa Nostra, uno fra gli 80 omicidi ammessi, tra cui anche quello di Pippo Fava, altro giornalista. In realtà i mandanti dell’omicidio di Beppe, secondo un testimone, si chiamavano Sindoni, un massone potente, con amicizie influenti, e il boss Gullotti.

dalla trasmissione "Ballarò" del 25 gennaio 2005

La figlia di Beppe Alfano racconta: "Mio padre fu il primo nel dicembre ’92 a capire che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss Nitto Santapaola. E sapeva pure che a causa delle sue denunce sui giornali sarebbe stato ucciso. Dopo Natale disse lui stesso in famiglia che mancavano pochi giorni. Era solo. Gli amici si facevano negare, gli dicevano “Lascia stare, hai famiglia”. Lui chiedeva aiuto ad amici e istituzioni e nessuno gli dava risposte. C’era silenzio intorno al suo lavoro, forse oggi c’è  più attenzione. Il suo killer è in attesa di giudizio, ma si devono ancora individuare i mandanti di terzo livello".

 

 

 


 

 


 

 

 

 

ROCCO GATTO

raccontato da Chiara

Rocco Gatto nacque nel 1926. Da bambino aiutava suo padre Pasquale come garzone in un mulino di Gioiosa Ionica nella Locride; aveva cinque fratelli. Diventò  proprietario del mulino nel 1964 e da allora incominciarono i suoi guai, incominciarono le prime richieste di “pizzo”dalla cosca degli Ursini.
Ma Rocco aveva preso il carattere del padre, così fiero da non accettare compromessi e imposizioni da nessuno; persino durante il fascismo si era rifiutato di iscriversi al partito. Perciò non volle mai pagare  la tangente che gli veniva richiesta, subì furti, incendi e minacce da Luigi Ursini e Mario Simonetta, che poi furono condannati nel1988 per estorsione aggravata.
Non era il solo a opporsi alla ‘ndrangheta in quegli anni,  prima di lui c’erano state le proteste delle gelsominaie  sullo Ionio in provincia di Reggio Calabria, quella dei braccianti sulla Piana. Gioiosa fu il primo paese, in cui fu organizzato uno sciopero cittadino contro la mafia, nel 1975, fu il primo in Italia. In questo paese vivevano anche don Natale Bianchi, un prete che si scontrò con chi, anche nella Chiesa, era vicino alla mafia, e il capitano dei Carabinieri Gennaro Niglio, che faceva davvero il suo dovere.

Rocco  venne ucciso il 12 marzo del 1977. Suo padre Pasquale accusò gli Ursini, si ribellò per mesi, continuando a chiedere giustizia per la morte ingiusta di suo figlio. Per fermarlo venne anche profanata la tomba di Rocco, ma lui continuò a ribellarsi e a parlare con i giornalisti e nelle trasmissioni televisive.
Nel 1982 il presidente Pertini si recò in Calabria per consegnargli la medaglia al valor civile conferita al figlio e ruppe le regole abbracciandolo. Il processo portò molti arresti e condanne. Rocco fu ricordato nella comunità comunista  anche con un murales in piazza Vittorio Veneto a Gioiosa Ionica, realizzato da artisti delle CGIL di Milano [www.ammazzatecitutti.it].

"Arrivarono da Milano nell'estate del '78, ospiti del Pci di Gioiosa Ionica. Creativi-militanti della Cgil meneghina e artisti locali gemellati nel nome di Rocco Gatto. Nacque così il murales di piazza Vittorio Veneto. E' il Quarto Stato dell'anti-'ndrangheta, ricorda le vittime delle cosche e gli onesti che si sono opposti e ancora si oppongono alla mafia. E' il simbolo dell'altra Calabria. Ma ora il murales rischia di scomparire, insieme alla memoria delle tante storie di resistenza che rappresenta. L'associazione daSud e il ''Comitato pro murales teatro Gioiosa'' hanno promosso una campagna per il restauro, per dare un segnale forte in un momento delicato" [www.libera.it del 26 dicembre 2007].






PIETRO PATTI
GIOVANNI CARBONE


raccontato da Silvia e Sara DB

Era il periodo di massima potenza della mafia e del pool-antimafia, quando due imprenditori di Palermo, Pietro Patti e Giovanni Carbone si opponevano alla mafia e ai suoi ricatti. Pietro Patti fu ucciso il 27 febbraio del 1985, Giovanni Carbone il 13 marzo, dopo la morte il loro ricordo è rimasto solo ai parenti (morti di serie “B”).
Il loro ricordo mette in risalto le contraddizioni di una società che non riesce a ribellarsi alla mafia. Patti e Carbone volevano combattere un aspetto del potere mafioso che nessuno aveva il coraggio di denunciare: quello commerciale-economico.
I due non accettavano i politici corrotti, le persone che in qualche modo aiutavano la mafia non denunciandola e facevano di tutto per cambiare il sistema politico-mafioso.
Per i rappresentanti istituzionali è più facile ricordare le vittime più conosciute e più seguite dai mezzi di comunicazione. Perché alcune vittime sono state ricordate e altre no? [www.solidariaweb.org/documenti/Patti-Carbone.pdf] Una dichiarazione simile ha fatto il vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Giuseppe Lumia, ricordando Pietro Patti, nel febbraio 2008 [www.primapress.it].
Tutti loro hanno il diritto di vivere attraverso il nostro ricordo; per ricordare il loro coraggio e  la loro voglia di dire NO AL RACKET, NO ALLA MAFIA.






DONATO BOSCIA

raccontato da Andrea

Donato Boscia era un ingegnere  che fu ucciso a 31 anni, perché si oppose alla mafia e non volle pagare il pizzo. Lui non era un imprenditore autonomo, ma era direttore di un cantiere per conto della ditta “Ferrocemento”. Era il sostituto di un ingegnere che se ne era andato poiché aveva subito minacce  dalla mafia, allora la ditta lo mandò a sostituirlo alla direzione  del cantiere, aperto  per la costruzione di enormi serbatoi d'acqua a MonteGrifone, nel cuore di Ciaculli.
Era il 1986; dopo un poco la ditta ebbe un avviso, una piccola esplosione fece saltare in aria un elettrocompressore del valore di 50 milioni di £. Lui dichiarò che non c’erano state minacce, ma dopo 2 anni, il 2 marzo 1988, venne ucciso di sera, mentre tornava a casa. Subito si venne a sapere chi era il mandante dell’assassinio, perché un pentito confessò che il mandante era Giuseppe Lucchese. Tutti lo ricordano perché aveva detto di no alla mafia, ma noi lo ricordiamo grazie ai ragazzi delle scuole medie Falcone – Borsellino di Lascari, quindi dovremmo dire grazie a loro [da "Il Giornale di Sicilia" 18 agosto 2004].  







LIBERO GRASSI

raccontato da Vincenzo

Libero Grassi nacque a Catania nel lontano 19 luglio 1924 e fu un imprenditore ucciso perché si rifiutava di pagare il pizzo.
Il suo destino fu un po’ segnato fin da quando era piccolo, poiché il suo nome era ispirato a Giacomo Matteotti che morì per difendere la libertà.
Da giovane si trasferì a Roma per studiare, sempre a Roma seguì un corso in seminario per non andare in guerra.
Lasciato il corso, andò a Palermo per studiare giurisprudenza.
Finiti gli studi avrebbe voluto seguire la carriera diplomatica, ma seguì il padre nel suo lavoro di commerciante. Imparò l’arte dell’imprenditoria a Gallarate, per poi aprire un’impresa tessile a Palermo.
Si dedicò anche alla politica, scrisse alcuni articoli e si candidò col Partito Repubblicano Italiano.
La sua impresa tessile incominciò ad avere problemi, che aumentarono con alcune richieste di pizzo.
Lui ed i suoi operai ebbero il coraggio di ribellarsi e di denunciare gli estorsori.  
Le sue condanne a morte furono una lettera pubblicata dal Giornale di Sicilia ed alcune interviste televisive; in queste due interviste rivelò i nomi ed i cognomi degli estorsori.
Venne ucciso il 29 agosto 1991 a Palermo. Per il suo omicidio vennero condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano  e Pietro Aglieri [http://www.addiopizzo.org/].
Ricevette anche una medaglia d’oro al valore con la seguente motivazione:
"Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell'individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo sacrificio".
All’indirizzo  http://www.addiopizzo.org/documenti si può vedere l’intervento di Libero Grassi alla trasmissione Samarcanda l’11 aprile 1991.

Dalla trasmissione Rai "Cominciamo bene: figli": Alice e Davide ricordano il padre; lei era la sua cocca, con il figlio giocava a biliardo e vinceva sempre. Era convinto che la sua azienda doveva dare benessere alle persone che ci lavoravano. L’azienda è stata riaperta dal figlio con l’aiuto dello stato, ma questo sforzo ha logorato tutti i familiari. Eredi di Libero Grassi, secondo la figlia, sono i ragazzi di Addiopizzo, che hanno tappezzato la città di manifesti “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. I familiari non hanno voluto una targa, ma ogni anno mettono nel luogo del delitto un manifesto con una frase scritta da un cittadino anonimo il giorno dopo la sua morte e dipingono di rosso il marciapiede.


RIFLESSIONI DI SARA V.

Come tutti noi ben sappiamo, la legalità è una cosa serissima, sono state fatte molte cose per appoggiarla, aiutarla… per la legalità si è anche formata una grande associazione contro la mafia che coinvolge nella sua azione tutta l’Italia, il suo nome è Libera! Si, Libera e cioè libertà dalla mafia, libertà di pensiero, parola, nessuna oppressione, “LIBERA”, fondata da Don Luigi Ciotti, un prete che sta davvero facendo di tutto per aiutarci, e che, secondo me, potrà riuscire nel suo intento, ma solo con l’appoggio di tutti noi, perché uniti si può, ma divisi… siamo troppo piccoli!
Quante persone hanno cercato di aiutarci, ma non sono riusciti ad avere il nostro appoggio e quello dello stato, siamo stati corrotti, e loro… sono morti.
Proprio per ricordare queste vittime che hanno voluto fare qualcosa per la società o che sono state uccise per sbaglio dalla mafia, facciamo una lunga manifestazione, il 21 marzo, cioè il primo giorno di primavera, il giorno della rinascita…di solito si svolge in una zona dell’Italia meridionale, perché è soprattutto lì che accadono queste brutalità…
Come ho detto prima le vittime sono tantissime e bisogna ricordarle, ognuna allo stesso modo; intanto però dobbiamo darci una mossa, perché la mafia si sta allargando sempre più. Per prevenire questo, l’associazione Libera, tra l’altro, ha deciso di creare un’iniziativa, cioè delle botteghe, dove si vendono varie cose, anche alimenti, prodotti da cooperative nelle terre sottratte alla mafia; questa iniziativa può essere di grande aiuto ed è per me molto utile. La Bottega dei Saperi e dei Sapori a Napoli si trova a S. Lucia.

Ultimamente, ma credo che ormai possiamo dire da sempre, stiamo parlando di mafia e camorra e di vari fattori che la riguardano; sinceramente, questo argomento mi piace molto, perché poi, alla fine ne risponde il nostro futuro, però … a volte è anche un po’ pesante.
Nella nostra società ci sono tanti problemi e la maggioranza ha a che fare con la mafia, come per esempio il problema dei rifiuti in Campania e, nessuno potrà mai capire il rancore e la rabbia che mi viene dentro quando ci penso; anche la spazzatura, oggetto inanimato e puzzolente, viene sfruttato dalle forze mafiose e non a fin di bene! Quest’oggi Napoli è tanto sporca perché la camorra viene pagata per trasportare qui rifiuti tossici da altri luoghi, e qui si parla del nord, abbiamo le prove!! La corruzione si diffonde ovunque…







PAOLO E GIUSEPPE BORSELLINO

raccontato da Sara V.

Nel giorno della manifestazione, lungo tutta la via, una voce al megafono dice il nome di ogni vittima, una lista lunga, piena di vittime innocenti… Giancarlo Siani, Rita Atria, Silvia Ruotolo… e poi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, si, due giudici molto importanti, ma allo stesso tempo molto amici; secondo me, però, non tutte le vittime vengono ricordate allo stesso modo di Falcone, Borsellino… questo perché loro erano più importanti, non come altri, e questo non è giusto; per esempio non tutti, anzi forse quasi nessuno, tanto meno io, sanno che oltre al magistrato Paolo Borsellino esistevano altri due Borsellino,  uccisi Paolo il 24 aprile 1992 e il padre, Giuseppe, il 17 dicembre 1992 a Lucca Sicula, in provincia di Agrigento.
La storia dei due imprenditori è raccontata dal nipote di Giuseppe, Benny Calasanzio Borsellino, nel suo blog.
Giuseppe nacque a Lucca Sicula nel 1936; crebbe in una famiglia in cui il lavoro doveva essere fatto già da bambini. Si sposò giovanissimo con Lilla e da qui cominciò a fare una serie di lavori, andati più o meno bene che lo portarono a condurre camion e a fare il trasportatore.
Nel 1961 nacque suo figlio, Paolo, nonché zio di Benny; anch’ egli era orientato verso il genere di lavoro del padre… ciò portò entrambi i Borsellino a condurre un lavoro che riguardava  il movimento terra e trasporto di inerti; partirono con un budget molto basso, acquistarono un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per una somma di 39 milioni di lire, che pagavano a rate.
Purtroppo, però, l’impresa non era tanto semplice da potare avanti, serviva molto denaro ed i Borsellino non ne possedevano poi così tanto.
Verso la metà degli anni ‘80 l’impresa riuscì ad avere una buona produttività, iniziò a fornire materiali prevalentemente ai privati, perché i lavori pubblici erano assegnati sempre alle stesse tre imprese: due erano di Agrigento e una di Giuliana, quasi come ci fosse stato un “patto” tra queste tre aziende, ma molto probabilmente tutte facevano parte di “Cosa Nostra”.
La mafia decise di impadronirsi di quella piccola azienda in posizione strategica e, approfittando del disagio che iniziava ad esserci nell’impresa Borsellino, alcuni imprenditori offrirono 150 milioni per rilevarla e Paolo al solo sentire questa offerta rispose con una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese ebbero una nuova offerta da parte della cosca di Lucca: 150 milioni per rilevare solo il 50% dell’impresa, da parte di Calogero Sala, imprenditore di Bugio, e altri soci.
I Borsellino decisero di accettare, anche perché ormai la situazione economica era al collasso.
I nuovi soci iniziarono subito ad investire nell’acquisto di mezzi e beni per l’impresa, mettendo sempre più in difficoltà i Borsellino, chiedendo loro sempre più denaro con l’intenzione di  costringerli a rinunciare del tutto alla loro quota dell’impresa..
I nuovi imprenditori erano decisi più che mai a mettere fuori gioco i Borsellino, i quali non si diedero per vinti e continuarono a lottare…
Si arrivò alle minacce, ai danni, poi  i soci  arrivarono a minacciare Giuseppe e Paolo anche in pubblico; i Borsellino, però, gente molto onesta, non avrebbe mai pensato, proprio per la loro onestà, che si arrivasse  alla morte di qualcuno, non se ne preoccuparono per niente, ma le vite dei due Borsellino iniziarono ad essere appesi ad un filo, un filo che il 21 aprile del 1992 si spezzò per Paolo Borsellino. Venne ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì… bluff!
Quasi sicuramente il corpo fu portato, invece, lì dopo l’uccisione in un altro luogo. Quel giorno era tornato da Alcamo in compagnia del suo amico Giuseppe Maurello; erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per un camion… Probabilmente al ritorno fecero una strada diversa che Paolo non conosceva, e forse anche Maurello era un complice di “Cosa Nostra”…
Pochi giorni dopo la morte di Paolo, venne restituita la sua auto ai Borsellino, i quali, guardando all’interno di quella Panda trovarono ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, quasi come se non fosse stata nemmeno esaminata…
La sera stessa della morte di Paolo, il padre decise di andare alla polizia e raccontare tutto ciò che sapeva, raccontò tutto, dalla nascita dell’impresa, alla vendita, alle minacce…
La polizia, però, non seppe ascoltare bene la storia di Giuseppe, anzi diciamo che non volle ascoltar. Egli  tentò di tutto: parlò con gli inquirenti, chiamò la commissione antimafia, si mise in contatto con il Centro Studi Impastato, cercò magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si fermò un solo minuto fino a quando, nel pomeriggio del 17 dicembre 1992, esattamente 8 mesi dopo la morte di Paolo… anche Giuseppe Borsellino fu ucciso. Borsellino? Erano tre, cerchiamo di non dimenticarlo… [http:/bennycalasanzio.blogspot.com].
La storia dei due imprenditori è raccontata nel libro "Senza storia" di Alfonso Bugea ed. Elio Di Bella





Il 30 maggio 1994 venne ucciso a Bivona, sempre in provincia di Agrigento, Ignazio Panepinto. Anch’egli gestiva una cava e un impianto di frantumazione di materiali per le costruzioni e la produzione di calcestruzzo. Il fratello, Calogero Panepinto, riaprì la cava pochi giorni dopo e riprese il lavoro. Il 19 settembre 1994 anch’egli venne assassinato, insieme a un operaio della ditta, Francesco Maniscalco. Il figlio di Calogero, Luigi Panepinto, decise di riprendere il lavoro. Ma, nonostante la presenza dell’esercito, inviato a presidiare l’azienda, la maggioranza dei lavoratori dipendenti della ditta ebbe paura e ben 19 operai, su 25, per paura preferirono rinunciare al loro posto di lavoro.
Fu proprio questa la colpa di questi imprenditori… volevano lavorare, volevano un lavoro onesto e sono morti… Ma come mai la mafia ha così tanto bisogno delle cave? E’ semplice, quella è la loro occasione per procurarsi esplosivo e uccidere le persone che per loro rappresentano una minaccia, inoltre il settore dell’edilizia e dei lavori pubblici è uno dei più controllati dalla mafia.







VINCENZO E SALVATORE
VACCARO NOTTE


raccontato da Giorgio

Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte erano andati in Germania e lavoravano come pizzaioli, poi con i soldi guadagnati tornarono in paese, cioè a Sant’ Angelo Muxaro, e avviarono un’attività di pompe funebri.
Fu proprio questa la causa del loro contrasto con la mafia, perché in quel paese i funerali erano gestiti dai fratelli Milioto, che erano in contatto con i Fragapane. Essi cercarono di accordarsi con i Vaccaro Notte, ma loro erano irremovibili e fecero anche un gesto di sfida: attaccarono sulle mura del paese dei manifesti dove scrissero che per i funerali dovevano rivolgersi a loro, perché erano gli unici autorizzati e avevano prezzi convenienti (un milione di lire per ogni funerale bara compresa).
La vendetta avvenne il 3 novembre 1999, quando fu ucciso Vincenzo che era il titolare dell’attività. Il fratello Salvatore, però, non si dichiarò sconfitto e intimorito dalla sua morte, anzi continuò l’attività e si mise subito in cerca degli assassini. Chiese  notizie in paese e scrisse un memoriale, poi un giorno in piazza disse di aver trovato gli assassini di Vincenzo e il giorno dopo, il 5 Febbraio 2000, fu ucciso con un colpo di fucile alla testa.
La partita ormai sembrava  chiusa, ma invece non fu così: esisteva un altro fratello, Angelo, più prudente, che prese il memoriale scritto da Salvatore e andò dai Carabinieri chiedendo protezione e diventò testimone [Http://it.groups.yahoo.com].
Dopo mesi di indagini con le microspie in due luoghi sospetti, il primo luogo era la masseria dei fratelli Fragapane, il secondo  la casa di campagna di Pietro Mangiovi, dalle registrazioni fatte venne fuori di tutto: traffico di droga, di armi e la copertura di latitanti eccellenti e dopo di questo ci furono decine di arresti.  
Esecutori dell’omicidio di Vincenzo Vaccaro Notte risultarono Giuseppe Vaccaro e Stefano Fragapane invece quelli di Salvatore erano Pietro Mangiovi e Agostino Sacco. Gli esecutori di tutti e due gli omicidi sono pentiti,  mandante dell’omicidio di Salvatore è  stato riconosciuto  Stefano Fragapane, mandante di tanti altri omicidi e detenuto nel carcere di Pagliarelli di Palermo [www.teleacras.tv/].









ABBIAMO INCONTRATO UN IMPRENDITORE CHE HA DENUNCIATO IL RACKET: LUIGI COPPOLA

Appunti di Sara V

Il 15 gennaio 2007 abbiamo incontrato nella nostra scuola Luigi Coppola, un imprenditore, proprietario negli anni ’90 di due concessionarie di auto.
Ci ha raccontato che un giorno entrarono nella concessionaria delle persone:  all’inizio sembra che siano dalla tua parte, comprano auto e ti pagano, poi iniziano a chiederti un favore e poi alla fine “tu lavori e loro guadagnano”. Nei primi anni lui li ascoltava e poi nel 1997 lui aprì un altro salone e “scaricò” i camorristi. Per un anno lo lasciarono in pace, poi un giorno trovò il cancello dell’ autosalone aperto con quattro vetture mancanti, fece una denuncia regolare. dopo due giorni sentì per telefono un camorrista che gli disse di aver ritrovato le auto:
e gli chiese 30 milioni di £ e poi da 30 ancora di più. Un giorno lo contattarono e trovò le auto in un posto abbandonato, lo aveva chiamato un amico poliziotto che lo aveva aiutato.
Si trovò in una situazione terribile, perché non uno, ma due clan volevano che pagasse la tangente e ognuno gli diceva che non doveva pagare l’altro clan.
Un altro giorno delle persone lo portarono in un posto e gli dissero: poi una sera bussarono dal citofono e dicevano e lui decise di non aprire.
I camorristi gli chiedevano i soldi e lui ogni volta diceva che non li aveva e loro non lo costringevano, anzi aumentavano la richiesta, arrivando a cifre inimmaginabili.  Ben presto si impossessarono della sua vita portandogli sotto casa auto cariche di armi, droga… Lui  era terrorizzato e non sapeva più dove trovare i soldi per pagarli, ma cercava di tenere fuori la famiglia.
Nella sua casa non c’ era neanche il latte, non riusciva a pagare gli stipendi e chiedeva soldi alle persone.
Un giorno dovette portare la moglie all’ospedale per un forte spavento: stava facendo la doccia, avevano bussato e l’avevano fatta uscire, poi davanti al cancello l’avevano fatta inginocchiare, le avevano puntato una pistola in testa e le avevano detto che il marito gli doveva dare 30 milioni .
Allora lui decise di non cedere più e da lì partirono tante denunce. Questo problema era così grande che le bambine dovevano andare a scuola accompagnate dai carabinieri.  Poi furono costretti ad entrare nel programma di protezione dei testimoni, a lasciare la casa, il lavoro, i parenti, cambiare nome, però quelli che li perseguitavano furono arrestati e condannati. Ora sono tornati nel loro paese.







DOMENICO GULLACI

raccontato da Giovanni

Domenico Gullaci era un imprenditore di Gioiosa Ionica, proprietario con alcuni familiari di  una ditta di materiali per l’edilizia; aveva anche contatti di lavoro con la Sicilia. Fu ucciso dalla ‘ndrangheta, forse per conto della mafia, con una bomba posta sotto la sua macchina, azionata a distanza, ed erano diciotto anni che la ‘ndrangheta non uccideva così. Aveva quattro figli che alla sua morte erano ancora piccoli. Era il 13 aprile 2000 ai funerali parteciparono 42 sindaci della Locride e il vescovo, ma non c’erano rappresentanti dello Stato.
Per il suo omicidio è stato arrestato Domenico D’Agostino, trafficante  di stupefacenti. Augusta Torricelli Frisina, presidente di un comitato per l’educazione alla legalità, ha scritto una lettera al prefetto di Reggio, pubblicata sulla Gazzetta del sud, per ricordare Gullaci, anche perché  i suoi familiari non hanno avuto nessun riconoscimento né  aiuto economico.
Un cognato di Gullaci, il commerciante Francesco Marzano, era stato ucciso a Sidereo nel 1997 [www.cuntrastamu.org].  

Gullaci era un signore che non pagava il racket quindi dovrebbe essere un esempio per i commercianti che sono costretti a pagarlo. Anche ora ci sono persone coraggiose come lui ed altre che combattono per un paese senza mafia. Se tutti combatteranno con convinzione e impegno si riuscirà a sconfiggerla, perché la mafia non è un’organizzazione invincibile, ma la sua forza è alimentata dalla paura dei cittadini che non trovano il coraggio per reagire.







DOMENICO NOVIELLO

raccontato da Sara Db

Domenico Noviello era un uomo di 65 anni, caratterialmente tranquillo, aveva una vita modesta,  era un padre di famiglia  e un uomo coraggioso.
Abitava a Castelvolturno, dove possedeva un’autoscuola che gestiva con uno dei suoi tre figli; Noviello ebbe delle richieste di denaro da parte del clan dei Casalesi, quindi nel 2001 decise di denunciare l’accaduto, permettendo l’arresto di cinque uomini.
Il 16 Maggio 2008 il signor Noviello, non riuscì a raggiungere il solito bar, dove tutte le mattina nell’andare al lavoro si fermava per la sua colazione, poiché  la sua auto fu affiancata da quella dei  suoi uccisori…Noviello si accorse subito della loro presenza e in preda al panico e alla voglia di vivere, cercò di scappare, scappare verso una luce, verso un minimo di speranza…non ci riuscì, i due uomini, con tutta la loro cattiveria, con tutto il loro odio, gli impedirono di vedere nuovamente la luce, fu ucciso come una bestia feroce, con tanti colpi di pistola, uno dopo l’altro, colpi che a poco a poco lo fecero smettere di pensare e lo portarono alla morte.

Il clan dei Casalesi in questi ultimi tempi si sta attivando, compiendo numerose uccisioni e agguati, quasi come se volesse dimostrare la propria forza e le proprie competenze…chi ha osato sfidarlo non ha avuto un lungo avvenire…come nel caso del padre di un pentito dello stesso clan.
C’è stato l’incendio alla fabbrica di materassi del presidente di un’associazione antiracket di Caserta; ci sono state minacce  allo scrittore del bestseller Gomorra, Roberto Saviano, alla giornalista Capacchione e al magistrato Cantone.
Ma c’è stato anche il processo al clan, il processo Spartacus, considerato importante come il maxiprocesso alla mafia, che si è concluso con la condanna all’ergastolo di 16 boss, la maggior parte dei quali già in carcere. "E' una vittoria dello Stato, della procura antimafia e anche di tanti cronisti che hanno lavorato nell'ombra. Ma credo sia soltanto l'inizio", ha detto lo scrittore Roberto Saviano, autore del libro di grande successo Gomorra.

Dopo questo processo uno dei figli, Massimo Novello, ha dichiarato a Repubblica che il padre "Amava la vita. Voleva viverla alla luce del sole, senza vergognarsene. Non era un don Chisciotte, non era un pazzo, non era un visionario, come gli hanno detto poi. Non era un eroe, soprattutto. Era un uomo dignitoso, che credeva al decoro e alla legge. Si è soltanto rifiutato di inchinarsi alla forza, alla prepotenza della camorra. Non lo ha fatto per insegnare qualcosa agli altri. Lo ha fatto soltanto per se stesso, per potersi guardare allo specchio con serenità, senza sentirsi umiliato. Mio padre non è finito in un gioco sconosciuto. Conosceva le regole perché il dolore e il sangue avevano già abitato la nostra casa. Trent' anni fa il fratello di mia madre, a 33 anni - all' età che ho io oggi - fu ammazzato per non aver voluto pagare il prezzo del ricatto sulle sue proprietà terriere. Quando è toccato a mio padre ricevere la visita di quei delinquenti, ci ha chiamati e ci ha detto che non avrebbe pagato. Lo ha detto subito e lo ha ripetuto anche a mia madre Luisa, terrorizzata dal ricordo del fratello. Io sono stato d' accordo con lui e continuo a pensare che ha fatto la cosa giusta. Ancora oggi mi sembra di sentirlo quando mi chiede: vale la pena vivere docili e ubbidienti come pecore? Lo capivo. Capivo che non c' era alcuna intelligenza nella tentazione di arrendersi. Come avremmo potuto vivere con quella avvilente rabbia in corpo? Come avrebbe potuto vivere lui, in quella situazione? Quella sofferenza avrebbe ucciso la sua gioia di vivere, lo avrebbe immiserito, e lo sapeva, lo diceva. Non c' era altra strada. Non doveva pagare. Per anni, siamo andati in giro armati, guardandoci le spalle, prudentissimi. Appena prima di morire, mio padre mi scongiurava di non accettare appuntamenti in luoghi isolati anche se a chiamarmi lì fosse stato il mio migliore amico. Diceva: se quelli hanno perduto tutto, si toglieranno i sassolini che hanno nelle scarpe".Dice Massimo: "Non ho alcun ripensamento sul passato, ma so che è giunto il tempo di andar via da Castelvolturno dove abbiamo sempre vissuto. Siamo ormai stranieri nella nostra terra. Al funerale c'era soltanto la nostra famiglia, le associazioni antiracket, la polizia. La gente ci guardava da lontano, indifferente. Non c' è stato un negozio che ha ritenuto di calare la saracinesca in segno di lutto. Peggio è andata alla messa del trigesimo. Non c'era nessuno. I nostri amici, anche quelli più cari, ci evitano come se fossimo dei lebbrosi. C'è sempre un motivo che impedisce loro di venire a casa o di raggiungerci in pizzeria. Abbiamo avuto accanto, per ora, soltanto lo Stato. Avere fiducia nello Stato è la sola opportunità che ci resta" [D’Avanzo : "La Repubblica" 20 giugno ‘08].

 

 

 

 

 

MANIFESTAZIONE ANTIRACKET
A BAGNOLI
DOPO L’INCENDIO DEL MINIMARKET “ARCOBALENO”


raccontata da Carolina

Già dal balcone di casa potevo vedere un mucchio di gente davanti a questo piccolo negozietto ormai bruciato. Arrivata sul posto ho incontrato la professoressa che mi spiegò chi si trovava lì. Esattamente non sapevo chi ci fosse ma i volti li ricordo, e anche bene, pieni di tristezza, ma anche rabbia. Noi cittadini siamo andati lì non solo per consolare queste povere persone che, nonostante abbiano fatto la cosa giusta, sono stati colpiti cosi duramente. Noi siamo andati per un preciso motivo cioè dimostrare ai delinquenti che hanno combinato quello sfacelo, che noi cittadini ci trovavamo li per dimostrare che ci siamo, combattiamo e un giorno vinceremo questa dura battaglia. Io sono stata li un’oretta e ascoltare le cose che dicevano; era dura soprattutto guardando quella povera donna, la moglie del negoziante, minacciata già per la seconda volta, nascondere le lacrime, mostrare il dolore che la affliggeva. Mi sarebbe piaciuto avvicinarmi e confortarla, dirle che non bisogna nascondere i propri sentimenti. Dirle anche che non bisogna avere timore perché loro non ha fatto che il meglio, non solo per sé, ma per tutta la comunità di Bagnoli.

 

 

 


 

 

 

 

GIUSEPPE  PUGLISI

raccontato da Manuela

Giuseppe Puglisi nacque nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1937. Nel 1953 iniziò a lavorare nel seminario diocesano di Palermo.  Nel 1960 venne ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini. Nel 1961 fu nominato vicario cooperatore alla parrocchia del ss.mo Salvatore nella borgata Settennacoli.
Nel 1963 venne nominato cappellano all’istituto per orfani “ROOSVELT” e vicario alla parrocchia Maria SS Assunta ai Valdesi. Già dai primi anni di questo suo lavoro seguì in particolar modo i giovani  e si interessò alle problematiche sociali dei quartieri più emergenti della città.
Il 1° ottobre 1970 venne nominato parroco di un piccolo paesino in provincia di Palermo, dove rimase fino al 31 luglio 1978; lì riuscì a interrompere la faida tra due famiglie con la forza del perdono. in questi seguì anche le battaglie sociali di un’altra zona della periferia orientale della città.
Venne nominato pro-rettore del seminario minore di Palermo, poi diventò direttore del Centro Diocesano Vocazioni. Nel 1983 diventò responsabile del centro regionale vocazioni e membro del consiglio nazionale. Agli studenti e ai giovani del centro  dedicò con passioni lunghi anni realizzando una serie di “campi scuola” molto formativi dal punto di vista pedagogico e cristiano.
Don Giuseppe Puglisi fu docente di matematica e di religione in varie scuole. Insegnò al liceo Vittorio Emanuele II di Palermo dal 1978 al 1993.
Nel 1990 fu nominato parroco della chiesa di San Gaetano, a Brancaccio, e tre anni dopo inaugurò il centro "Padre Nostro", che diventò il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. Cercò di recuperare i ragazzi sfruttati dalla mafia e proprio per questa sua azione, molto efficace, venne ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 il giorno del suo 56° compleanno.
Il 15 settembre, anniversario della sua morte, segna l’apertura dell’anno pastorale della diocesi di Palermo.
Il 15 settembre 1999 il cardinale Salvatore De Giorgi  insediò il tribunale ecclessico diocesano per il riconoscimento del martirio.
Ha lasciato un forte segno nella sua parrocchia; gli è stato dedicato un sito, in cui si può leggere:

"Un uomo dalle grandi orecchie: Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Come il lupo a Cappuccetto Rosso, padre Pino spiegava che le orecchie grandi gli servivano per ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, i piedi grandi per camminare sempre in lungo e in largo, per soddisfare subito le richieste di aiuto. Per chi lo ha conosciuto "3P" è stato principalmente l'uomo, il prete, l'amico che ha saputo ascoltare. L'incontro con "3P" non offriva ricette preconfezionate o risposte frettolose, ma un paio di grandi orecchie che sapevano ascoltare. Sua preoccupazione negli anni è stato quello di creare un centro di ascolto permanente, dove i giovani in qualsiasi ora del giorno potessero passare e trovare qualcuno con cui parlare: oggi questo centro esiste ed è in via Matteo Bonello e porta il nome di 3P"

I comici Ficarra e Picone hanno scritto uno sketch su padre Puglisi, presentato a Sanremo 2007. «Non era un prete antimafia - dice ancora Ficarra - Non ha senso appiccicargli questa etichetta. Era un prete e basta. Un prete che amava la sua gente e voleva liberarla dall’oppressione della mafia. Ma la sua unica arma era l’amore». “Fiore del dolore”, è il testo teatrale creato da Mario Luzi per ricordare don Pino Puglisi, messo in scena al Teatro Biondo nel marzo del 2003. [www.padrepinopuglisi.net].  

Ho visto il film “Alla luce del sole” che racconta la storia di padre Puglisi, di questo film una cosa che mi è  piaciuta molto è stato il modo in cui padre Puglisi è riuscito a coinvolgere molti ragazzi legati alla mafia nel suo lavoro e a spingerli ad abbandonarla  e seguire la strada del bene… ma la cosa più brutta è che quando padre Puglisi è morto la gente che passava davanti al suo corpo non si fermava, nonostante lui fosse stato disponibile con tutti.



IL FILM "ALLA LUCE DEL SOLE"

commentato da Silvia

Il film “ALLA LUCE DEL SOLE” parla della vita di Pino Puglisi, un prete il quale voleva che la sua città natale cambiasse in meglio, voleva vivere in un paese senza associazioni mafiose. Purtroppo tutti sappiamo che la Sicilia è colpita molto sul fronte mafioso e per questo tutti i suoi movimenti, le manifestazioni e le azioni hanno fatto si che Padre Puglisi fosse controllato e poi ucciso perché si è “comportato male” nei confronti dei vari mafiosi.
Ci sono state varie scene del film che mi hanno colpito particolarmente.
La scena più incisiva, secondo me, è quando il ragazzo che era molto amico di Don Puglisi e figlio di un mafioso si è schierato con Padre Puglisi e, non riuscendo ad agire diversamente, si è ucciso.
Invece la scena più cruda e cattiva per me è quella in cui sparano a Don Puglisi e tutti, ma dico proprio tutti, non lo aiutano, ma fanno finta di non aver visto nulla, alleandosi in un certo modo alla mafia. Non l’hanno aiutato, né salvato ma hanno dato un supporto alla mafia. Vi sembra giusto? No non  è giusto soprattutto nei confronti di Don Puglisi che ha sempre messo al primo posto il suo quartiere e ha cercato di migliorarlo.

Regia di ROBERTO FAENZA
Anno 2005









GIUSEPPE DIANA

raccontato da Silvia

Giuseppe Diana nacque a  Casal di Principe il 4 luglio 1958. Egli  fece molto per il suo paese, era impegnato specialmente nel campo della crescita religiosa e civile. Si batteva contro la camorra e lasciò, grazie al suo coraggio, un grande segno nella nostra società.
Oltre ad essere sacerdote era anche uno scrittore, il suo scritto più noto fu: “Per amore del mio popolo non tacerò”, un documento molto diffuso, più che altro un manifesto contro le organizzazioni criminali. Don Peppe incitava i cittadini a non tacere  e a dire basta e a pretendere un cambiamento dalla società.
Fu ucciso il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si preparava a celebrare la messa dal clan dei Casalesi. Un clan in lotta ordinò l’assassinio di Don Peppino, personaggio esposto sul fronte anti-mafia, sembra non tanto per punirlo del suo coraggio, quanto per provocare l’intervento duro dello stato, che avrebbe danneggiato il clan rivale. Il suo messaggio più importante era testimoniare quotidianamente l’impegno civile contro la malavita.
Non fu subito riconosciuto vittima della camorra, perché, come spesso accade, si cercò di mettere  in cattiva luce la sua figura, insinuando che altre fossero le ragioni della sua uccisione.
"La sua morte non è stata solo la scomparsa di una persona vitale, di un capo scout energico, di un insegnante generoso, di un testimone d'impegno civile: uccidere un prete, ucciderlo nella sua Chiesa, ucciderlo mentre si accingeva a celebrare messa, è diventato l'emblema della vita, della fede, del culto violati nella loro sacralità.
E' stato il simbolo dell'apice cui può giungere la barbarie camorrista sui nostri territori.
Il messaggio, l'impegno e il sacrificio di don Giuseppe Diana non possono essere dimenticati. In sua memoria sono state create delle associazioni:  
L'associazione di promozione sociale "Comitato don Peppe Diana" è nata ufficialmente il 25 aprile 2006, come frutto di un percorso di diversi anni, che ha coinvolto persone e organizzazioni unite dal desiderio di non dimenticare il martirio di un sacerdote morto per amore del suo popolo.
Il comitato don Peppe Diana fu costituito nel 2003 da sette organizzazioni attive nel sociale, le quali decisero che il messaggio, l'impegno e il sacrificio di don Giuseppe Diana non dovessero essere dimenticati. L'Agesci Regione Campania, le associazioni Scuola di Pace don Peppe Diana, Jerry Essan Masslo, Progetto Continenti, Omnia onlus, Legambiente circolo Ager e la cooperativa sociale Solesud Onlus sottoscrissero un protocollo d'intesa nel quale decisero di perseguire diversi obiettivi comuni: - la costruzione della memoria di don Giuseppe Diana, contestualizzando la sua vita di persona comune in una realtà problematica; - la realizzazione di azioni educative e didattiche sui temi dell'impegno civile e sociale per una cittadinanza attiva; - la promozione nelle nuove generazioni della speranza, dell'impegno e dell'assunzione di responsabilità.
Dedicare la via Crucis di quest’anno 2008 a coloro che hanno pagato con la vita l’impegno per il riscatto della loro gente.
Questa è la proposta che il Comitato don Peppe Diana e Libera Caserta fanno ai Vescovi della provincia di Caserta" [http://www.dongiuseppediana.it].
E’ stato istituito anche un premio letterario dedicato a don Peppino Diana
IL 19 marzo 2008 centinaia di studenti si sono riuniti nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, per ricordare la figura di don Giuseppe Diana. Il portavoce del comitato in onore del sacerdote ha letto la lettera che il pentito Domenico Bidognetti ha scritto agli abitanti di Casale e ai giovani:
"Sono Domenico Bidognetti, un vostro compaesano che si è pentito di tutto ciò che ho fatto in venti anni trascorse nell´illegalità, nel clan dei Casalesi che non è altro che una ragnatela per accaparrarsi la vita degli altri".

Ammiro questo sacerdote, perché amava tanto il suo popolo e i suoi concittadini, tanto da rinunciare alla sua vita per cambiare la società, per farci vivere senza criminalità, per farci vivere meglio.
Dobbiamo essere orgogliosi di una persona coraggiosa come don Peppino Diana. Anche se non è riuscito a sconfiggere la camorra, ci ha provato  e per questo lo dobbiamo ammirare  e dovremmo prendere esempio da una grande uomo come era lui, pur non conoscendolo.











GRAZIANO MUNTONI

"Tutto Fonni, il suo paese natale, ha voluto dare ieri l'ultimo saluto a don Graziano Muntoni, il vice parroco di Orgosolo stroncato da mano assassina la vigilia di Natale. Anche Orgosolo, venerdì, aveva partecipato compatto ai funerali del suo prete, quasi a voler prendere pubblica distanza da un fatto che non ha precedenti e che ha profondamente scosso la coscienza popolare. Era ancora buio ad Orgosolo quando don Graziano aveva lasciato la sua casa per andare in parrocchia, dove avrebbe dovuto celebrare la Messa mattutina. A due passi dalla chiesa, nascosto dietro una casa, l' aspettava il killer. Erano le 6.40 di giovedì: un solo colpo di fucile caricato a pallettoni in pieno petto e il sacerdote e' stramazzato in una pozza di sangue. Nessuno assiste al dramma. Dalla vicina sacrestia il parroco don Michele Casula sente lo sparo e si precipita per strada. E’ lui a cercare di soccorrere il suo vicario, aiutato da alcune pie donne già in preghiera in chiesa. Tutto e' inutile: il messale in una mano, don Graziano non dà segni di vita. La notizia dell' assurdo, inspiegabile delitto fa il giro del paese. Accorrono uomini, donne e bambini, increduli e sbigottiti, il dolore dipinto sui volti. Fra i primi ad arrivare il vescovo di Nuoro Pietro Meloni, il sindaco del paese Maria Antonia Podda, il sostituto procuratore della Repubblica Maria Grazia Genoese. E mentre la gente piange il "suo" sacerdote, il prefetto Fabio Costantini convoca il comitato per l' ordine pubblico e il vescovo l' assemblea della diocesi: i sacerdoti decidono che in tutte le chiese della provincia durante la Messa di Natale, cui faràseguito un' ora di adorazione, vengano osservati 5 minuti di silenzio. Il giorno di festa per eccellenza si è così trasformato in un giorno di lutto, sentito da tutti. Perché da tutti don Graziano era amato. A Orgosolo era arrivato otto anni fa, un anno dopo essere stato ordinato sacerdote. Allora aveva 48 anni e un passato fatto d' insegnamento e d' impegno politico. Democristiano convinto, era stato assessore del Comune di Fonni, stimatissimo anche dagli avversari per il suo impegno e la sua serenità. . Lasciata la scuola (ha insegnato educazione musicale prima in Ogliastra, poi alla media del suo paese) aveva sentito prepotente il richiamo della fede, ed era stato ordinato sacerdote, il giorno dopo il Natale del '90, proprio nella chiesa di San Giovanni Battista, la stessa dove ieri la sua salma ha ricevuto l' ultimo saluto della sua gente. "Don Graziano era un santo, ora è un martire", ha detto il giorno di Natale il vescovo di Nuoro, e il sommo pontefice, prima della benedizione urbi et orbi ha voluto ricordare lo "stimato vicario parrocchiale di Orgosolo, barbaramente assassinato proprio ieri mentre stava per celebrare la Santa Messa". Attestati di solidarietà alla Chiesa (l' omicidio di un sacerdote proprio alla vigilia di Natale ha indubbiamente un suo preciso significato) e di condanna per l' inspiegabile crimine sono giunti un po' da tutte le parti. In prima linea, come sempre accade in Barbagia, le donne. Caterina, la sorella del sacerdote ucciso, perdona il killer, ma aggiunge: "Don Graziano è piu' vivo che mai, chi è veramente morto è il suo assassino, uno di noi che si aggira per le nostre strade". E Maria Antonia Podda, sindaco del paese, ha pronunciato durissime parole di condanna, ha invitato la gente di Orgosolo ad abbandonare l' omerta' ("Prodigatevi perchè le indagini abbiano a breve risultati concreti") e promosso una sottoscrizione per la costituzione del Comune come parte civile. Ma le indagini, "in un paese dove - sono parole del vescovo - le armi sono manovrate come fossero videogames" sono rese difficili [dal "Corriere della Sera" 27 dicembre 1998].  
A lui è dedicato il sito http://utenti.lycos.it/graz1ano/dongraziano.html

 

 

 

 


 

 

 

 

 

GIORGIO AMBROSOLI

raccontato da Vincenzo

Giorgio Ambrosoli fu un direttore di banca in Sicilia.
Assunse questo incarico nel 1974, a causa del licenziamento del vecchio direttore, Michele Sindona, licenziato per la sua corruzione. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nella contabilità.
Con Ambrosoli direttore i clan mafiosi non potevano contare sull’apporto economico di una delle più ricche banche siciliane. Se egli avesse giudicato corretto l’operato di Sindona,  lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto pagare grosse somme per coprire i debiti del Banco di Sicilia;
Sindona, inoltre, avrebbe evitato un processo.
Diversi furono i tentativi di convincerlo, ma Ambrosoli continuava a svolgere il suo lavoro con correttezza e umiltà, sapendo di correre un rischio enorme, infatti scrisse alla moglie:
« Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.
Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.
Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici [... ]  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro [... ]
Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.
Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. ma - a parte l'assicurazione vita – (…)   Giorgio   »
Venne eliminato la sera dell’11 luglio 1979, sotto il portone di casa, mentre era di ritorno da una serata con amici.
Ad ucciderlo con tre colpi di pistola fu un mafioso americano, William J. Aricò, pagato dalla mafia siciliana 115.000$ [www.wikipedia.it].






SERGIO COSMAI

raccontato da Gianpiero e Mario

Sergio Cosmai  era nato a Bisceglie (BA) nel 1949, si era laureato in giurisprudenza all’università di Bari, svolgeva servizio nell’Amministrazione dal 1977, aveva lavorato negli istituti penitenziari di Trani, Lecce, Palermo, Locri, Crotone e dal 1982 dirigeva l’Istituto di Cosenza. Aveva imposto regole serie, impedendo ai mafiosi di comunicare con l’esterno e di avere un trattamento di favore.
Per questo motivo il pomeriggio del 12 marzo 1985, appena rientrato da Vibo Valentia dove si era recato per servizio con la sua cinquecento, mentre percorreva come tutti i giorni il tratto di strada  che separava la Casa Circondariale dalla scuola dove lo attendeva la figlioletta Rossella, fu colpito da un gruppo di criminali che lo ferì  in modo mortale; nonostante i soccorsi ed i trasferimenti in più ospedali morì il 13 marzo 1985.
Le persone che lo hanno conosciuto lo ricordano sempre con affetto e stima, le istituzioni, la stampa ancora oggi ripetono che l’uccisione del Dott. Cosmai era stata ordinata dalla criminalità per "punire" un funzionario dello Stato molto onesto [www.sappecalabria.it/speciali/speciale.cosmai.htm].
Il Liceo scientifico “L. da Vinci” con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Bisceglie lo ha ricordato con un progetto "dedicato alla memoria del concittadino biscegliese SERGIO COSMAI, la cui figura fatica a "vivere" nella memoria collettiva della sua città e mai citato nel triste quanto illustre elenco delle vittime della mafia" [www.bisceglie.net/bisceglie/informa].
Poco dopo fu ucciso a Brancaleone anche il maresciallo Filippo Salsone, sottufficiale che era stato per mesi il braccio destro di Cosmai, nel 1986, da un commando che aprì il fuoco con fucili caricati a pallettoni. Nell'agguato rimase ferito pure il figlio della vittima [www.genovaweb.org/legalita/calabria.htm].
I due assassini, come svelò un pentito, erano dovuti ad un patto tra la cosca di Cosenza di Franco Pino e un potente boss della Locride.

Dalla trasmissione Rai "Cominciamo bene: figli": Sergio Cosmai è il nome del figlio del direttore, nato dopo la sua morte. Conosce il padre solo attraverso i racconti degli altri, ha scritto una tesi su di lui e dei fumetti, che lo aiutano a sentirlo vicino.


 

 


 

 

 

 

GIUSEPPE LA FRANCA

raccontato da Giampiero

Giuseppe la Franca era uno stimato funzionario di banca in pensione e proprietario di terre di cui la mafia si voleva impadronire. Mentre tutti gli altri scappavano davanti alle minacce mafiose lui continuava a frequentare le sue terre nonostante fossero occupate dai mafiosi e affermava il suo diritto alla proprietà.
Egli  chiedeva il rispetto dei suoi diritti e della legalità contro chi occupava e utilizzava i terreni degli altri con l’intimidazione mafiosa.
Così facendo Giuseppe la Franca è andato incontro alla morte, ma almeno questo avvenimento ha scosso la popolazione,  come ha detto suo figlio, Claudio Burgio, in occasione dell’ultimo anniversario della morte.
Fu ucciso nelle sue terre il 4 gennaio del 1997.
Giusi Vitale, la prima donna a collaborare con la giustizia, ha indicato il fratello Leonardo come mandante dell’omicidio. Ella  ha raccontato che le decisione di uccidere La Franca fu presa perché  non aveva voluto cedere le proprie terre ai fratelli Vitale.
La donna li aveva avvertiti che dopo l’omicidio si sarebbe scatenata la reazione dello stato e così fu.
Il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronunciò  parole dure sull’episodio chiedendo alle forze dell’ordine di riprendere il controllo del territorio [www.partinico.info].  






RITA ATRIA

raccontata da Francesca

Nel libro di Sandra Rizza "Rita Atria. Una ragazza contro la mafia” lei è presentata come un’eroina, una ragazza testarda, nata nel 4 settembre 1974. Il  luogo in cui si svolge la vicenda è Partanna un piccolo paese di pastori e contadini, il padre di Rita apparteneva alla vecchia mafia, Nicolaè il fratello vendicatore. La mamma Giovanna una persona  inquietante. La scelta: Rita decide di denunciare “i picciotti” di Partanna
Le conseguenze: va a vivere a Roma, con la cognata di Piera.
Lì Rita cominciò a scrivere la sua biografia, raccontando il bene per il padre e l’ odio per la madre. A Roma si innamorò di Gabriele, ma  il 19 luglio, Borsellino  e la sua scorta furono uccisi  e lei poco dopo si gettò dal 7° piano. Era il 26 luglio del 1992.
I funerali si svolsero a Partanna, presenti pochi familiari, pochi politici, molti giornalisti e reporter. Si presentarono anche dodici donne di Palermo, facevano lo sciopero della fame per protestare contro la mafia e  si ribellarono alle parole del prete che condannava il suicidio di Rita, dicendo “Rita non ha peccato, ha parlato” urlando e protestando [www.girodivite.it/sherazade/006/atria.htm].
Al funerale nemmeno la mamma Giovanna, perché,  dice il prof. Vincenzo Mauro, "di fronte al tradimento della figlia, che ha violato i segreti familiari, che parla con gli sbirri, Giovanna la rifiuta, l'abbandona, vuole per lei la morte. La figlia pentita disonora la famiglia e soprattutto disonora lei, la madre, che non è stata in grado di insegnarle nella vita che cosa era il bene e che cosa il male. Parlare è male, tacere è bene" [http://guide.dada.net/organizzazioni_criminali/interventi].


LA RAGAZZA TRISTE E IL GIUDICE
DEDICATO A RITA ATRIA E PAOLO BORSELLINO

Racconto del giudice Antonio Ingroia

rivisto da Carolina

Rita Atria nacque a Partanna, da una famiglia legata alla mafia. Quando aveva 11 anni fu ucciso il padre, a cui era molto legata, e poco dopo fu ucciso anche il fratello. La cognata decise di collaborare con la giustizia e di portare i figli lontano dal paese. Rita seguì il suo esempio, ma la madre non la perdonò. Andò a vivere a Roma sotto falsa identità e quando fu ucciso Borsellino, perso il suo unico riferimento, si suicidò. La madre dopo qualche mese distrusse la lapide della sua tomba.

Sulla sua storia è stato girato un film, che contiene pagine del suo diario.

[le definizioni “ragazza-triste” e “giudice-felice” stanno ad indicare Rita Atria e Paolo Borsellino]
La ragazza era andata al palazzo di giustizia per trovare qualcuno di cui lei si potesse fidare, qualcuno che le dicesse la verità. Andò in una stanza e attese qualche minuto, dopo di che arrivò Borsellino. A quel punto c fu un momento di silenzio, la ragazza-triste guardava negli occhi Paolo Borsellino per capire se si potesse fidare… perché da quando lei era nata le avevano insegnato a non fidarsi si nessuno, ma ad un certo punto il silenzio finì… perché il giudice intervenne con la sua solita risata improvvisa e contagiosa prima addirittura che si potessero presentare. Dopo delle brevi presentazioni.  Ma dopo poco chiamò a sè dei suoi colleghi, anch’essi molto giovani a rassicurare la ragazza-triste: lui aveva un atteggiamento paterno con i colleghi, ma soprattutto con la ragazza-triste poiché la vedeva così sola e conosceva la su storia: . Infine le assegnò l’unica collega femmina del suo gruppo per rassicurarla ancora… Borsellino non era un uomo pieno di sé, anzi a volte rinnegava in modo scherzoso i suoi ideali. Dopo poco tempo e qualche battute di Borsellino riuscì a suscitarle un sorriso e darle fiducia. Due o tre giorni dopo lei incominciò a raccontargli della sua infanzia, di come il suo paese era stato per la maggior parte devastato da un terremoto e quindi aveva vissuto in baracche per anni. E dopo tutto ciò decise di staccarsi definitivamente dalla sua famiglia, dalla madre che la rinnegava, dal fidanzato, dal paese e dalle sue tradizioni. L’uomo-allegro la vedeva coraggiosa poiché aveva lasciata la mafia per stare con lo stato, a quel punto lui si sentiva in dovere di essere quella figura maschile mancata nei primi anni della sua  adolescenza. Una  o due volte la madre parlò  con l’uomo – allegro perché, diceva, pensava che le aveva rubato la sua bambina. Arrivò addirittura a minacciarlo…. Ma quando poi il giudice venne ucciso da un’autobomba e lei perse per la seconda volta un padre, un fratello e uno zio, giunse a tal punto che non ce la faceva più e si uccise. L’ultima volta che il giudice la vide era rannicchiata a terra, ma stavolta in una pozza di sangue. Ma  non è andata  via senza lasciarci nulla. Il suo lascito sta tutto nel diario che le aveva regalato il giudice e dove la ragazza –triste aveva annotato un messaggio semplice:”forse un mondo onesto non esisterà mai, ma se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo” ["La scelta" pp 17 -25].



FRASI E PAGINE DEL
DIARIO DI RITA ATRIA


SCELTE DA FRANCESCA

"Mio Dio, perché mi togli sempre troppo presto ciò che amo.

Ti prego toglimi il cuore ma non farmi soffrire, non farmi tenere tra le mani ciò che non potrà mai essere mio.[...]

Sono quasi le 9 di sera, sono triste e demoralizzata forse perché non riesco più a sognare, nei miei occhi vedo tanto buio e tanta oscurità.

Non mi preoccupa il fatto che dovrò morire ma che non riuscirò mai ad essere amata da nessuno.

Non riuscirò mai ad essere felice e a realizzare i miei sogni. Vorrei tanto poter avere Nicola vicino a me, poter avere le sue carezze e i suoi abbracci, ne ho tanto bisogno, e, l'unica cosa che riesco a fare, è piangere, ma vorrei tanto il mio Nicola.

Nessuno potrà mai colmare il vuoto che c'è dentro di me, quel vuoto incolmabile che tutti, a poco a poco, hanno aumentato. Non ho più niente e nessuno, non possiedo altro che briciole. Non riesco a distinguere il bene dal male, tanto ormai è tutto così cupo e così squallido.

Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite. Invece no. Il tempo le apre sempre più fino ad ucciderti, lentamente.

Quando finirà quest'incubo?"


Una lunga sera

"E' una lunga sera e nel cielo ci sono milioni di stelle, una più affascinate dell'altra, in ognuna c'è un piccolo segreto, ognuna ha un lungo viaggio da compiere, e una di esse, proprio la più piccola, la più lucente, la più lontana, sta compiendo per me il più lento ed il più lungo dei viaggi, per arrivare in un luogo chiamato infinito, proprio lì sono i miei due grandi amori, proprio lì nell'infinito un giorno potrò riabbracciare le mie stelle. Quelle stelle che avranno il potere di illuminare l'immensità del cielo e che nessuno potrà più spegnere mai".    








FRANCESCO VINCI

raccontata da Carolina e Chiara

Francesco Vinci nacque il 27 gennaio del 1958 a Cittanova (Reggio Calabria), era un ragazzo, uno studente che già da piccolo voleva un futuro migliore per la sua città. Con voti alti, amato da tutti, frequentava il  liceo Guerrisi ed era rappresentante di’istituto, molto stimato dai compagni, già allora era in politica nella fascia dei più giovani e all’interno della FGCI e del PCI, infatti combatté per la sua prima campagna elettorale volle viverla fino in fondo anche se si trovava in un ambiente di mafia, ma lui aveva coraggio al punto di dire queste esatte parole nel novembre del 1976 :“Bisogna spezzare questa ragnatela che opprime tutta la Calabria”. Ma un mese dopo aver avuto questo coraggio mentre stava preparando un’assemblea d’istituto sul colpo di stato in Cile, ci fu un agguato mafioso. Era il 10 dicembre del 1976, era un ragazzo con il coraggio di un adulto, forse anche di più… [http://www.studenticontrolacamorra.org].
È insolita questa storia, ma coinvolgente, un ragazzo che voleva solo un buon futuro per se stesso e per la città come può aver infastidito così tanto la mafia? ci chiediamo il perché! è una storia senza un perché.







IL LAVORO CHE STIAMO SVOLGENDO


Chiara e Carolina

Per noi questo lavoro è molto significativo per aumentare le nostre potenzialità e per conoscere storie di eroi che per la maggior parte  non conoscevamo… noi non parliamo solo di Giovanni Falcone o di Rita Atria o di Paolo Borsellino, ma ad esempio vi sfido a saper conoscere il nome e la storia di Pasquale Almerico un uomo che ha combattuto per il suo paese oppure Gaetano Guarino… e tanti altri! È bellissimo secondo me saperne di più su queste persone per darci una speranza perché anche se sono morti  hanno lasciato un’impronta incancellabile nel cuore nella mente di queste persone.







MATILDE SORRENTINO

raccontato da Mena e Serena

Una donna di nome Matilde Sorrentino aveva denunciato  un giro di pedofilia che aveva coinvolto anche suo figlio; insieme a lei altre due madri denunciarono i casi di pedofilia che avvenivano nella scuola elementare di Torre Annunziata, nel rione Poverelli. Nel 1999 il tribunale di Torre Annunziata emise 19 condanne, ma le pene più pesanti le ebbero Pasquale Sensore e Michele Falanga. I due, però, erano usciti per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva e mentre erano ancora liberi vennero uccisi e si disse che era stata la camorra, che voleva mostrare alla gente di saper fare giustizia, meglio dello stato.
Matilde poteva andare via da Napoli, andare dai fratelli a Milano, ma non voleva sentirsi sconfitta, anche se tutti i giorni doveva affrontare gli sguardi carichi di odio dei familiari dei due pedofili, che vivevano nello stesso quartiere [www.rai.it/news/].
Questa donna purtroppo venne assassinata a Torre Annunziata davanti alla sua porta di casa il 26 marzo del 2004 Il killer era entrato nel condominio verso le 20:30 senza farsi notare ha bussato alla porta, quando la donna è uscita, credendo che a bussare fosse il figlio, le ha sparato diversi proiettili. Il primo alla faccia e gli altri al petto.
Dopo la morte di  Matilde le autorità, hanno messo una guardia a protezione del marito e dei due figli della vittima. Matilde e le altre due donne denunciarono
Torre Annunziata  stata il centro di un'altra  inchiesta sulla pedofilia gestita da un’organizzazione russa che vendeva on line foto e video.
Il sacerdote Don Fortunato di Noto, presidente di un’associazione per la lotta contro la pedofilia, pensa che la pedofilia sia una cosa vergognosa, ma soprattutto una cosa tristissima che pedofili di qualsiasi età debbano fare certe cose a dei bambini delle elementari. Il sacerdote spiega che lui si sentiva tramite lettere con una mamma che faceva il portavoce di tutte le altre, scrivendo che dopo tutti gli sforzi fatti, dopo tutte le paure superate, ma soprattutto dopo tutti i sacrifici fatti, loro non vedevano un rispetto da parte delle autorità nei loro confronti. Si sentivano anche abbandonate da Dio, ma soprattutto i figli che esempio prenderanno da loro? Ci sono tante risposte che queste madri si davano, ma la cosa che ancora le faceva vivere era la lealtà la quale avevano iniziato e soprattutto la verità che avevano raccontato i propri figli gli dava ancora la forza per vivere, ma per credere ancora nella giustizia.
Don Francesco ha affermato che queste vittime non possono essere lasciate sole come quelle della mafia [www.repubblica.it/2004/c/sezioni/cronaca].




 


 

 

Leggendo il libro   Ad alta voce

di Antonina Azoti

 

Classe 3^D – A.S. 2007- 08
Scuola media Michelangelo - Napoli




IMPRESSIONI DOPO LA LETTURA DEI PRIMI CAPITOLI


Sinceramente questo è il tipo di libro che mi interessa di più: la biografia. Non mi interessa sapere i fatti della gente, ma soprattutto conoscere la storia di persone che hanno fatto qualcosa di importante ed hanno lasciato un segno nella storia. A me personalmente piace come è scritto il libro, anche se a volte si vede troppo che è il modo di scrivere di una per-sona istruita, che però scrive un libro per la prima volta. Forse mi interessa anche perché in fondo mi rispecchio in questa signora, perché soprattutto alcuni momenti li ho vissuti anche io come lei.

Susy






ANCHE IO DA PICCOLO
HO TAGLIATO I CAPELLI AD ALTRI BAMBINI
OPPURE HO FATTO ALTRI GIOCHI “TERRIBILI”



Quando ero più piccola ero terribile, i miei genitori mi dovevano controllare in ogni occasione a meno che non guardavo il mio cartone preferito. Ricordo abbastanza bene quando io tagliai la frangetta a mia sorella, Serena: dormiva però io volevo giocare e la chiamavo, mi lamentavo e volevo che Serena si svegliasse a tutti i costi. Lei non ne voleva sapere e voleva dormire. Decisi di fargliela pagare, tagliandole la sua deliziosa frangetta. Il mattino seguente iniziò con urla e pianti  da parte di Serena, che si vergognava di andare a scuola conciata cosi. Ho sentito spesso che molti bambini come me e come Antonina  Azoti volevano fare la parrucchiera, ma io, poi, ho cambiato idea .
Ho fatto molti giochi da rimprovero come: infilarmi nella lavatrice, bere del detersivo  e allagare i bagni della scuola, non vi dico, ero una cosa impossibile e anche di più. Non ricordo molto bene com’ è andata quando ho bevuto il detersivo oppure quando mi sono infilata nella lavatrice, ma ricordo bene quando io, mio cugino e mia sorella giocavamo a nascondino. Io mi nascosi su una sedia sulla terrazza di mia nonna con un lenzuolo addosso, mi addormentai, mio cugino e Serena mi chiamavano, mi cercavano, ma io niente, non sentivo e non rispondevo. Serena decise di chiamare mia madre e mia nonna, dopo circa mezz’ora mi trovarono sulla sedia a riposare.
A tre anni andavo all’asilo e ricordo che un giorno volevo tornare a casa, ma non mi era concesso, allora chiesi alla maestra se potevo andare in bagno e mi diede il permesso. Aprii tutti i rubinetti e appena l’acqua arrivò all’orlo del lavandino, ritornai in classe. Dopo cinque minuti circa mi chiamarono perché era venuta mia madre a prendermi. Adesso sono cambiata e di questo sono contenta.

Silvia




Quando ero piccolo io non ho fatto molti giochi pericolosi perché ero un bambino abbastanza tranquillo, però, come ogni bambino, mi capitava di fare delle cose pericolose. Ricordo che una volta quando ero molto piccolo, per prendere un giocattolo che stava su una mensola in camera mia, salii su una sedia, ma non arrivavo alla mensola, allora mi alzai sulla punta dei piedi, persi l’equilibrio e caddi, facendomi molto male al braccio tanto che dovettero ingessarmelo. Un'altra volta, invece, mentre giocavo con la palla, questa andò a finire dietro al televisore. Io lo volevo spostare per riprendermi la palla, ma era pesante e lo feci cadere a terra. Fortunatamente non si ruppe.
Ho fatto anche giochi come rompere bottiglie e versare pacchi di pasta a terra. Una volta ricordo che stavo giocando con un amichetto, ci chiudemmo nel bagno con la chiave per nasconderci, poi non sapevamo aprire la porta e iniziammo a piangere spaventati, ma alla fine riuscimmo ad aprire.

Giovanni




Non ho mai tagliato i capelli a nessuno, ed è stato meglio così perché se avessi tagliato i capelli a qualcuno li taglierei tutti storti. Io a volte mi taglio le punte solo io però solo quelle bruciate ma a mia mamma non lo dico mai altrimenti mi picchia cioè si arrabbia. Devo ammettere che ho fatto bene a non tagliare i capelli a nessuno altrimenti facevo la testa pelata. Ricordo solo che ero piccola pettinavo le bambole e gli tagliavo i capelli, facevo i codini, la truccavo. Mentre adesso mi ritrovo a pettinare o a stirare i capelli a mia sorella o a mia cugina. A me piace molto pettinare o fare acconciature in testa ma se qualcuno deve toccare i capelli miei mi da un po’ fastidio.

Mena





Fortunatamente, io non ho mai tagliato i capelli a nessuno, ma con tutto quello che ho combinato… beh, forse era meglio che li tagliavo invece di fare quel poco…  Da piccola io ero, anzi, tutt’oggi sono un tipo molto, ma molto avventuroso, nonché ingegnoso, infatti ho passato i primi tre anni della mia vita a escogitare ed elaborare tantissimi giochi.
Le cose che più amavo fare erano: far esasperare mia nonna, giocare a fare i percorsi in giardino e … rubarmi del sale,  proprio così, andavo matta per il sale, infatti mia nonna per non farmelo prendere me lo metteva nel mobile più alto della cucina ed io, sorvegliata da lei, non potevo prenderlo, ma … una volta che ero tranquillamente seduta sul mio divano a vedere i cartoni, mia nonna pensò che quello fosse il momento giusto per andare a stende-re i panni… sfortunatamente, appena salì i cartoni finirono, io mi alzai dalla poltrona e, non vedendo mia nonna, decisi che quello fosse il momento giusto per attaccare. Ma come po-tevo arrivare ad un mobile così alto? Guardai e riguardai il mobile, speranzosa di una sua discesa da lassù, ma non si muoveva neanche di un millimetro, decisi quindi che quello era il momento giusto per pensare ad un piano, poi … ecco l’illuminazione! Presi una sedia, con cautela la avvicinai al mobile, salii, una mano e…oh! Ero troppo bassa, allora mi misi sulle punte, mi allungai, mi  sforzai più che potevo e finalmente sentii qualcosa, sembrava qual-cosa di tondo, nella mia testa pensavo fosse il barattolo con il sale, lo tirai felice e… ploc-ploc-ploc… bleah, quello che poteva sembrare un barattolo era invece una bottiglia di olio aperta e sentivo un tale disprezzo nei miei confronti per aver tirato quell’oggetto, ma ormai era fatto, ora ero viscida e il meglio doveva ancora venire!
D’un tratto mia nonna scese dal terrazzo, quindi preparai il mio sedere all’arrossamento, ma fortunatamente quella volta non fu così, perché appena mia nonna mi vide tutta avvilita e oleosa iniziò a ridere, non per il guaio fatto, ma perché quella volta il sale non si trovava lì su, ma proprio dove si trovava sempre e cioè il mobiletto sotto di me! Eh si, ne ho fatti di guai, però ora ho voluto raccontare solo il peggiore, perché se no mi ci vorrebbe un quaderno intero e più!

Sara V






IL MIO RAPPORTO CON MIO FRATELLO …



Ho solo un fratello di 7 anni e 3 cugini che considero fratelli.
Il più grande si chiama Gianluca e con lui ho un ottimo rapporto, infatti giochiamo e scher-ziamo e non litighiamo mai. Gianluca cerca di accontentarmi sempre, soprattutto quando gli chiedo di comprarmi il cornetto o qualche gioco della Playstation. L’unica ragazza tra noi si chiama Antonella. Lei è l’ unica che mi aiuta a studiare. Con lei, però, capita che litighiamo, perché io mi diverto a prenderla in giro e lei si arrabbia. Con il più piccolo dei miei cugini, che si chiama Marco, ho un rapporto particolare, perché ci piace giocare insieme, ma alla fine litighiamo sempre. Infatti ogni volta che giochiamo alla lotta lui che è più forte vince sempre ed io mi arrabbio e giustifico la mia sconfitta dicendo che lui imbroglia. Con mio fratello invece, sarà perché è più piccolo di me però, mi scoccio di giocare. Io e lui abbiamo un buon rapporto, siamo molto uniti e, perché gli voglio bene, cerco sempre di giocare con lui e qualche volta di farlo vincere. Ci divertiamo molto quando mia cugina Antonella ci porta al bowling, perché è un gioco che piace sia a me che a lui. Io gli ho insegnato a gio-care a bowling e sono contento che ogni volta lui diventa sempre più bravo.

Giovanni




Mio fratello ed io  siamo dei tipi strani. Litighiamo spesso, anche per cose minime, giusto per lo sfizio di fare arrabbiare l’altro. Dopo  un po’ il litigio diventa per chi deve avere l’ultima parola e alla fine sembra un vero e proprio scontro tra nemici. Vi faccio un paio di esempi: uno da parte mia che, ammetto a volte lo faccio apposta  ed uno da parte di mio fratello Lorenzo.
Io: siamo a casa tranquilli, io ad esempio studio e Lory perde tempo. Magari lui non può giocare al game –boy ed io allora lo faccio apposta e dico:
- Lory, mi fai giocare a game- boy? Al gioco nuovo però? si?” faccio gli occhi dolci, così da non avere nessun torto a chiederlo e allora, allora scatta il meccanismo: lui dice no, io non ho colpe, il  game-boy è suo, io gliel’ ho chiesto con gentilezza e via dicendo arriviamo a litigare.
Lui: Io e Lory abbiamo da mamma la regola di poter giocare a computer e guardare la tv solo un’ora al giorno ed io posso stare al pc fino alle 21:30. Di solito dopo cena sto una mezz’ora, dalle 21 alle 21:30al pc e poi vado a dormire. Così a volte Lory inizia a fare que-stioni perché io posso “giocare” fino a più tardi o perché non può stare lui al pc dalle 21:00 alle 21:30 (senza un motivo).
Ovviamente mamma dà ragione a me, perché quello di Lory è un capriccio inutile, ma  pur sempre un capriccio.  Sinceramente su una percentuale di 100 da quando è nato Lorenzo  tutti i giorni fino ad oggi, solo circa il 35%  non abbiamo litigato e ricordiamo che i primi anni  lui parlava poco ed eravamo piccoli. Ma i litigi duravano poco: infatti se consideravamo sempre su una scala da 100, da quando è nato il tempo che abbiamo passato e che passiamo a litigare e solo circa del ……  5/10%...!
Io e Lò ci vogliamo molto bene ed alcune situazioni che viviamo ci rendono uniti più che mai.
Quando ridiamo e scherziamo tra di noi, le sue risatine e i suoi occhietti accendono una lu-ce cristallino – azzurrina nel mio cuore.
Ci sono momenti che passo con lui che, anche se banali come una risata , sono sempre impedibili. Gli voglio davvero bene, spero sia lo stesso per lui, per me è così.
Anche solo poterlo aiutare a studiare mi fa pensare che lui è mio fratello e gli voglio bene.

Camilla





….. CON LE MIE SORELLE


Il mio rapporto con le mie sorelle è molto stretto, anzi strettissimo. Le mie sorelle non mi prestano mai niente, perché dicono che  io non  sono  responsabile  delle loro cose, però sono molto brave perché mi  regalano sempre qualcosa che a me piace e quindi non mi posso lamentare. Non le vedo quasi mai, perché vanno al lavoro tutti i giorni e gli chiedo sempre di  aiutarmi a fare i compiti, ma loro  non ci sono mai e non hanno  mai tempo per me e quindi mi innervosisco tanto. Poi  tutte e tre litighiamo sempre, tutti i santissimi giorni, la sera quando andiamo a dormire litighiamo per chi vuole vedere un film, chi vuole seguire Rai Uno  e io non ce la faccio più di sentirle urlare e litigare. Che rompiscatole, vorrei essere figlia unica! Così avrei  la stanza tutta per me e non sentirei le mie sorelle che urlano, poi le mie sorelle Rosaria  e Deborah  non sono gelose di me, nel senso che non mi  devo truccare e non devo vestirmi in un certo modo.

Francesca





LE DIFFERENZE TRA LE SCUOLE
DEGLI ANNI ‘50 E QUELLE DI OGGI?



1.    classi maschili e femminili
2.    ci sono più attività
3.    condizioni igieniche migliori
4.    punizioni diminuite
5.    la mensa ora si da a chi la vuole
6.    si facevano quadretti, aste e numeri scrivere bene e orizzontale
7.    le bacchette
8.    le medaglie di riconoscimento
9.    c’ erano gli esami d’ ammissione fino agli anni ‘60

Sara V







"la mia grinta, ho capito poi, aveva questa origine e questo significato" pag. 36


LA MIA MOTIVAZIONE AL SUCCESSO…


Finalmente ho deciso cosa vorrei fare da grande: la psicologa.
Una delle una delle motivazione che mi spinge e mi spingerà sempre, non solo nello studio, è la soddisfazione che devo dare a mia madre, ma soprattutto a me stessa. Poi un'altra che è molto importante per me è questa: dato che in famiglia sono sempre stata considerata la più piccola, quella a cui non si dà importanza, ho deciso di fare qualcosa a cui gli altri non aspirano proprio: LAUREARMI. Specialmente la cosa che mi darebbe più soddisfazione sarebbe, come ho gia detto, diventare una grande psicologa.

Susy








CONFRONTA IL TUO CARATTERE
CON QUELLO DI ANTONINA



Personalmente credo di non poter confrontare il mio carattere con quello di Antonina. Non per niente, cioè lei ha subito in malo modo la perdita, io ho una situazione diversa, sempre riguardante mio padre, quindi, diciamo che la vedo così: se per esempio io e Antonina ci incontrassimo, sull’argomento famiglia (non solo) non andremmo d’accordo.
Parlando al presente (così è più facile) credo che io e Antonina siamo molto diverse e poi non neghiamocelo le persone che subiscono perdite in famiglia, ad esempio il padre, ven-gono trattati come figli unici, cioè vengono viziati. Io non lo ritengo giusto, perché è un rimpiazzo di bene. Questa è la prima cosa in cui mi sento diversa; anche io ho problemi in famiglia, ma la mia mamma mi fa sentire in modo giusto …. e a modo suo. Parlando di ca-rattere, forse io e Antonina una cosa abbiamo in comune, ovvero il voler riuscire  bene in ogni piccola cosa. Su questo la capisco, perché  riuscirci mi fa sentire orgogliosa di me. Ciò non è ego, ma è solo un modo di fare.
Per il resto,  non trovo niente che mi renda simile di carattere ad Antonina.

Camilla



Diciamo che i nostri caratteri sono a volte simili e a volte no. Per esempio: nel libro scrive che è molto gelosa dei suoi vestiti e di come li trattano e li mantengono, mentre a me fa soltanto piacere sapere che un'altra bambina che non può permettersi di comprarE vestiti nuovi indossa i miei, poi lascia stare come li tratta, però almeno ha qualcosa da mettersi.
Quando va a parlare in pubblico della morte del padre è decisa a dire ciò che è successo, mentre io non ce l’ avrei mai fatta a parlare davanti a centinaia di persone.
Le reazioni che ha avuto quando è morto il padre sono state come le mie… la cosa che più mi ha colpita è stata che ho i suoi  stessi obbiettivi… essere brava in qualcosa in cui gli altri non lo sono… in fondo è bello quando un insegnante deve avere una risposta e ti dice:  "No tu no, perché già parli sempre... " intendendo che già sa che sei brava..
Mi sentivo nello stesso modo in cui si sentiva lei quando la guardavano e provavano pietà… è bruttissimo… ti senti inferiore ed insignificante… oppure quando qualcuno fa una cosa e tu non la puoi fare perché non ne hai la possibilità… in fondo in alcune cose il nostro carattere è uguale, perché abbiamo vissuto un’esperienza simile.

Susy



Antonina era una bambina brava e buona, ma si arrabbiava quando vede che una bambina indossava un suo vestito. Era matura e responsabile.
Quando  aveva 7 anni aveva dei problemi economici, infatti non aveva molti vestiti e indossava sempre il colore nero per il lutto del padre. Io mi rispecchio molto nel carattere di An-tonina perché anche io sono brava (a volte) e anche buona al punto giusto, cioè se qualcuno mi fa arrabbiare divento Crudelia Demon, mentre se una persona mi rispetta  anche io la rispetto cerco di essergli amica. Mi reputo una ragazza responsabile, anche se a volte non è così, ad esempio una volta quando sono andata a scuola mi sono dimenticata la cartella a casa e quindi sono stata distratta.
L’ unica cosa su cui non sono d’accordo è che anche se Antonina aveva pochi vestiti non doveva essere gelosa delle sue cose, ad esempio anche io non ho molti vestiti, ma alle mie amiche e a mia sorella li presto. L’ unica cosa che mi preoccupa è che se presto i vestiti ho paura che non me li ridiano più indietro. Anche mia sorella ricordo che quando era piccola prestava i vestiti alle sue amiche e loro non glieli hanno più ridati.
Fortunatamente io ce l’ ho ancora un padre e solo l’idea di perderlo mi sconvolge, ma posso capire che Antonina ha sofferto, anche io ho sofferto quando sono morti i miei nonni, per me erano come due papà, perché mi davano dei consigli che non mi davano neanche i miei genitori, e poi come si dice “i nonni sono saggi”. E quindi capisco che per Antonina il padre era un punto di riferimento insostituibile.


Mena



Secondo me Antonina è una bambina da invidiare, perché ha portato lei il lutto per suo padre e aveva solo quattro anni, se fossi stata in lei  l’avrei portato anche io il lutto, ma dentro di me. Io la capisco un po’ anche se la nostra storia non è uguale, capisco molto bene le sofferenze che si è portata dentro. Per una bambina di quattro anni c’è bisogno di affetto e amore. Del carattere di Antonina le qualità che mi piacciono di più sono la generosità e il suo modo di fare che la rendono una persona forte.

Stefania



Antonina Azoti è una bambina di 7 anni che ha perso il padre quando ne aveva 4. Ha trascorso, quindi, un’infanzia triste, malinconica e difficile; vuole essere la prima della classe non per farsi notare dagli altri o per fare la precisina e la cocca della maestra, ma per dare soddisfazione a sua madre, vuole primeggiare per non sentirsi inferiore rispetto agli altri. Lei ha problemi a casa, non è una bambina viziata, ha bisogno di crescere sempre e non può essere una bambina della sua età, ma deve essere forte in tutto perché basta una goccia nel suo oceano che può traboccare tutto. Deve risolvere i suoi problemi assieme alla sua famiglia e deve aiutare sua madre, la deve consolare. La sua famiglia non ha la possibilità di pagare la mensa, di comprare abiti nuovi; giochi o scarpe, ma devono stare molto attenti con i soldi, perché sono sempre troppo pochi. Antonina vorrebbe, però, che ritornasse tutto come prima, quando suo padre la consolava e non come ora, quando lei doveva e deve ancora dare un conforto a sua madre.
Per alcuni aspetti io mi rivedo in lei, io come lei voglio dare soddisfazione ai miei genitori nell’ ambito scolastico, perché se lo meritano, per fortuna io non ho perso il papà e solo al pensarci… non vorrei che accadesse mai soprattutto per mano della mafia, io vorrei che mio padre o un parente morisse con serenità e non con un tumore, un omicidio oppure chissà che. Preferirei che morisse come la mia bisnonna Fortuna, di vecchiaia. Antonina soffre, ma se lo trattiene e prima o poi scoppierà. Vuole essere forte e non piangere, ella non vuole essere grande, ma lo deve essere.
Non ho notato molta differenza tra di noi. Lei si fa capire con gli occhi e non parla, mentre io parlo dei miei problemi con i miei genitori, siamo come amici e di questo ne vado più che fiera.   

Silvia




Il mio carattere si avvicina a quello di Antonina perché anch’io, essendo buono, penso più agli altri che a me  stesso. Spesso quando mio nonno si reca a Benevento perché ha un terreno, è costretto a trattenersi per settimane per la raccolta delle olive o quando c’ è la semina, mia nonna resta a Napoli da sola, perché non può muoversi a causa della sua salute ed io ho il pensiero per lei, quindi le vado a fare compagnia e a volte resto anche a dormire,  perché ho paura che le possa succedere qualcosa. Il mio altruismo mi porta non solo a fare questo, ma tante altre cose,  rinunciando anche alle mie uscite con gli amici, ad esempio quando mio padre parte per il lavoro io non lascio mia madre da sola, perché mi dispiace. Se io mi fossi trovato nella stessa situazione di Antonina mi sarei comportato allo stesso modo, perché la morte di un genitore è la cosa più terribile che ti possa capitare nella vita.

Stefano





LA COSA PIÙ PREZIOSA PER CUI COMBATTEREI



Combatterei per mia madre per mia sorella e per il mio cane, farei di tutto anche per tenerne uno in vita. Forse userò termini usuali ed abituali ma è  questo ciò che penso!! Io farei di tutto per le persone a cui tengo di più
perché se c’è una cosa giusta che mi hanno insegnato è quella di pensare prima agli altri e poi a te stesso… io darei tutti i mie beni per far stare queste persone bene per farle mangiare e per nutrile… poiché io tengo a loro più di ogni cosa al mondo!! Combatterei per loro perché avendo già perso una persona che mi era ca-ra so che vuol dire soffrire e non vorrei che ricapitasse… come molti già sanno io sono molto testarda e  proteggo sempre le persone… quindi oltre alla mia famiglia proteggerei qualsiasi persona in difficoltà. Io non vorrei fare niente che faccia arrabbiare le persone a cui tengo, ma a volte il mio carattere mi gioca brutti scherzi

Carolina



La cosa più importante della mia vita è mia mamma, io sarei disposta a fare di tutto per mia mamma, anche buttarmi giù. Per me la vita senza mia mamma non sarebbe una vita, perché è lei che mi ha cresciuto e mi ha allevato per tutto questo tempo. Anche mio padre è importante, ma mai come mia mamma. Secondo me a volte le mamme sono come amiche, almeno parlo per me: mia mamma è più di una mamma, è anche un’amica con cui mi posso confidare sempre soprattutto nei momenti peggiori. Mentre con mio padre è diverso perché se gli dico una cosa, come "mi sono fidanzata" lui subito si arrabbia e non mi fa più uscire e poi io ho vergogna di raccontare i miei segreti a mio padre. Io e mia mamma sembriamo due sorelle, a volte io e mio fratello litighiamo, perché lui vuole bene di più a mio padre e io di più a mia madre. A volte capita che lui dice sottovoce delle parolacce a nostra mamma  e  mamma lo picchia, ma io mi metto sempre in mezzo e rispondo male a babbo, così litighiamo sempre. Mia mamma dice sempre che io sono quella più legata a lei rispetto a mio fratello Mario e mia sorella Serena. Io voglio bene più a mia mamma perché sto vedendo che da 3 anni mia mamma fa sacrifici per crescerci ci porta avanti e non ci fa mancare niente sia a me che a mio fratello.

Mena



La famiglia, per ogni persona o essere vivente è importante, perché lei è quella che ti cresce, ti cura, ti aiuta e ti fa sentire felice nel momento del bisogno, e credo che  tutti siano disposti a fare il possibile per proteggerla e aiutarla, ora purtroppo tutto si può soprattutto se si è ancora piccoli o ragazzi… anch’io come molti sono disposta a qualunque cosa ed anche se sono piccole così io ci metto lo stesso tutte le mie forze, ma spesso non si può aiutare, perché ci sono cose inguaribili e per quanto uno si sforzi non riesce a cambiare le cose. Personalmente mi sento fortunata ad avere una famiglia (anche se a volte è difficile aiutare e proteggere), perché ci sono molte persone che purtroppo non la hanno e vorrebbero averla; a volte, però, ci sono persone egoiste che pensano alla loro vita e agiscono senza pensare distruggendo così la loro famiglia e questo cercherò di non farlo mai accadere nella mia.
La famiglia, la famiglia è una bella cosa ed è importantissima e, anche se sarà difficile io farò tutto il possibile e forse anche l’ impossibile per proteggerla, curarla ed aiutarla sempre.

Sara V


 

 

 

DURANTE LE VACANZE
ARRIVÒ UNA COMUNICAZIONE DA... (pag. 78)



… dai nostri vicini di casa che ci informarono di un incendio alla nostra casa. I  miei genitori fecero di corsa le valigie, si precipitarono al porto e presero il primo traghetto che li portò a Napoli. Fortunatamente quell’anno eravamo a Procida, quindi i miei genitori fecero presto ad arrivare a casa. Fuori casa c’erano tre camion dei pompieri e una macchina della polizia che teneva lontani i passanti. I pompieri ci dissero che si era incendiato solo il deposito di abbigliamento sotto casa, quindi la casa non aveva subito danni. Il fuoco diventava sempre più imponente anche se i pompieri cercavano di domarlo. Arrivarono altri camion a dare maggior supporto all’operazione. Quella fu una notte dura perché i pompieri riuscirono a spegnere l’ incendio solo alle 5 del mattino. Quando i miei genitori entrarono a casa c’era molto fumo, infatti facevano fatica a respirare, aprirono le finestre e andarono a dormire.  
Il mattino seguente tornammo a casa anche io e i miei cugini e ci mettemmo a pulire la casa che era diventata tutta nera. I danni più gravi li subirono le finestre che si incendiarono. Infatti dopo un po’ di tempo le dovemmo cambiare le finestre. Solo qualche giorno dopo scoprimmo che a dare l’allarme dell’ incendio era stato il nostro cane, Laika.

Giovanni



… dallo zio Francis  dall’America. Diceva che lì dove era lui, cioè a Miami, c’era un tempo bellissimo solo che a metà Agosto era passato un uragano che gli aveva sconquassato anche le vacanze. Perciò chiedeva se potevamo ospitarlo nella casa che avevamo affittato al mare; la mamma gli rispose di si, così dopo due giorni lo zio era davanti alla nostra porta di casa.

Zio Francis ha trent’anni, ma la testa di un bambino, gli piace fare cose pericolose e divertenti, ci ha raccontato che una volta ha  fatto  perfino jumping, ha detto che è stato divertentissimo.
Appena arrivato ha  affittato una moto d’acqua, ha fatto lo sci d’acqua e si è fatto attaccare con il paracadute a un motoscafo che lo trascinava in aria. Io ho fatto molte cose con lui, ma non quelle che ritenevo pericolose e alla fine comunque ci siamo divertiti tantissimo.
Un giorno siamo andati a vedere le cascate e lui insieme ad altre poche persone si è tuffato da un’altezza di quasi 10 metri, io ho ripreso tutto con la videocamera, è stata un’emozione grandissima. Lo zio Francis ci ha sconvolto la vacanza, è stato lui un uragano per noi, ma soprattutto per me, che sono il suo nipote preferito; quando è partito per il rientro a casa ha sentito molto la sua mancanza.

Andrea  



… Era una serata  come tutte le altre, tirava un venticello caldo e la luna rendeva tutto più magico. Io e i miei genitori camminavamo lungo la costa del fantastico mare di Barcellona e parlavamo di cose varie. Credevo che quella serata sarebbe stata come tutte le altre ma non fu così. Squillò il cellulare, era mio cugino, mi disse che mi stava raggiungendo e che nella mattinata seguente sarebbe dovuto arrivare a Barcellona. La notizia mi riempì di gioia, pensai che era tutto perfetto. Non sarebbe arrivato solo mio cugino, ma anche un compagno di giochi. Raccontai il tutto ai miei genitori e di colpo tornammo a casa. Quella serata mi sembrò interminabile.
Per prima cosa riordinai la stanza dove dormivo. Volevo che tutto fosse perfetto per il suo arrivo. Sudai sette camicie, ma il mio sforzo non fu vano. La stanza cambiò totalmente faccia. Finita la sistemazione della camera non riuscìi a prendere sonno e quindi rimasi sul letto ad aspettarlo, la televisione fu la mia unica compagnia.
Si fecero le sette del mattino, l’attesa fu snervante, ma poi il campanello della porta suonò, sentivo la sua voce, aprii la porta...
Una mano mi scosse, aprii lentamente gli occhi,non mi resi conto immediatamente di dove mi trovavo, guardando attentamente capii che ero su una delle tante panchine del lungomare, era solo un sogno.

Vincenzo



… della bocciatura di mio figlio più grande, Robert. Mi arrabbiai molto, ma poi capii che era stato bocciato solo perché durante l’anno non aveva ricevuto molte attenzioni e ripensai a tutto quello che era successo.
All’inizio dell’anno andava bene, prendeva bei voti e studiava ventiquattro ore su ventiquattro. Arrivati a gennaio calò il suo profitto. Era il trentun gennaio quando mi arrivò una comunicazione dalla scuola che Robert mancava da scuola dal 26 gennaio, precisamente da sei giorni. Era strano, perché io lo vedevo uscire ogni mattina alle 7:50 di casa per andare a scuola con il suo amico Antony. E fino a quando potevo vederli stavano sempre vicini e parlavano. Allora ad un certo punto avevo chiamato la madre di Antony, Elisabetta, per sapere se anche suo figlio mancava da sei giorni a scuola, lei mi rispose di sì e che era molto preoccupata. Quando poi fu l’orario non tornarono. Erano passate due settimane prima di trovare i ragazzi. Stavano a Pisa con un gruppo di sbandati, li ritrovarono sporchi, feriti, con degli stracci addosso. Allora noi  preoccupate gli facemmo mettere intorno  alle caviglie un piccolo bracciale che avvisava quando il ragazzo usciva, ma dopo pochi mesi, tornata dal lavoro stanca ed arrabbiata, trovai un biglietto di Robert e la sua cavigliera. Elisabetta mi chiamò e mi disse che Antony era scappato. Eravamo  molto preoccupate non mangiavamo, non dormivamo insomma eravamo distrutte. Nella lettera c’era scritto:


CARA MAMMA IO SO DI SBAGLIARE.,
MA PER ME è LA COSA PIU’ GIUSTA DA FARE, A PISA IO ED ANTONY ABBIAMO COMMESSO DEGLI SBAGLI E POTREBBERO VENIRE A CERCARCI, NOI TORNEREMO TRA DUE MESI,(SE TUTTO VA BENE)
SAPPI CHE TI HO SEMPRE VOLUTO BENE E CHE TE NE VORRO’ SEMPRE

Baci Robert


Non smisi di cercarlo e dopo un mese lo ritrovai, mi disse che aveva risolto tutto, ma io non ci credevo… passò del tempo e non successe più niente e il giorno che mio figlio mi fece vedere che le persone con cui aveva avuto dei problemi erano in carcere, respirai con sollievo dopo tanto tempo. e ora la bocciatura, in fondo era inevitabile, ma avremmo superato anche questo.

Carolina




Finalmente Pinuccio era ritornato, eravamo di nuovo una famiglia… Passarono un paio di giorni, ormai eravamo in estate, faceva molto caldo, le strade erano deserte, roventi e noi eravamo impegnati nelle faccende di casa con la mamma, all’improvviso bussarono alla porta ed io aprii.
Era un uomo dal portamento strano, vestito con una divisa blu a righe piccole; era semplicemente un postino, che dopo aver salutato con un “buongiorno” pose una comunicazione a mia madre che intanto mi aveva raggiunto alla porta, ringraziammo e rientrammo in casa. Prima di aprire la comunicazione, mia madre la studiò per bene, poi vide sul retro un timbro, che purtroppo conosceva fin troppo bene... Silenziosamente uscì dalla cucina e andò, socchiuse la porta e si mise sulla poltroncina di stoffa, io e Pinuccio, curiosi andammo a sbirciare dalla porta; la vedemmo, era agitata, girava e rigirava quella lettera nelle mani, finché…lentamente avvicinò la mano ad essa e scollò l’apertura, prese il foglio, lo aprì ed iniziò a leggere…
"Cara, carissima figliola,
sono tuo padre, ti invio queste righe per dirti molte cose… mi dispiace, mi dispiace veramente tanto, purtroppo tua madre non ce l’ha fatta, ieri sera si è spenta improvvisamente senza neanche lasciarmi il tempo di dirle addio, so che sia io che lei non siamo stati molto buoni con te, per questo io non ti obbligherò a venire al funerale, volevo solo dirti che io non ho voluto mai abbandonarti. E’ vero all’inizio non ho acconsentito, al matrimonio, ma adesso sarei felice di conoscere e di stare insieme ai miei bellissimi nipotini… ti sarei voluto stare più vicino ma tua madre non me ne ha dato il tempo per via delle sua malattia; mi dispiace davvero tanto, se vorrai tuo fratello sarebbe felicissimo di condividere il corredo con te, spero ci perdonerai. Ciao.

Sara V




LA LETTERA CHE VENNE DALL’AMERICA (pag. 44)


scritta da Sara V.

Cara, carissima nipote,
ti invio questa lettera per darti le mie più vive condoglianze, tutti noi sapevamo che quell’uomo non ti avrebbe portato niente di buono, ma in fondo io ero felice che la mia adorata nipote aveva trovato  l’uomo della sua vita, e non preoccuparti, credo che anche tua madre la pensi così, a proposito, come stanno i tuoi adorabili figliuoli? Spero bene, la  tua amica me li ha descritti, spero che abbiamo preso un po’ anche da me!
Hai ricevuto il pacco che vi ho inviato? Si, quello con tutti i doni per voi, mi auguro che alla piccola siano piaciuti tutti i vestiti e le morbide pantofoline, ti svelerò un segreto, il numero di pantofole me lo ha suggerito la tua amica! Per concludere ti vorrei solo chiedere se potrei venire da voi in Italia per vedere com’è cresciuta la mia nipotina e per conoscere i tuoi meravigliosi figli.
Con affetto
Zia Sara

P.S
Se vuoi cerco di convincere anche tua madre a fare pace con te

 

 

 

 

"Per me bambina gli oggetti contenuti nella cassetta rappresentavano tutto ciò che mi restava di lui" pag.51


OGGETTI CHE PARLANO DI PERSONE


Quando vedo o penso al forno mi viene da pensare automaticamente alle fette
di pane bruciacchiate fatte a crostino dai miei nonni paterni; quindi penso
a loro e all’affetto che mostrano nei miei confronti.
Quando vedo l’auto o i fornelli mi viene da pensare a mio padre, a quanto gli piaceva viaggiare e cucinare…
Quando guardo l’armadio mi viene da pensare ai vestiti e a mia madre, al suo affetto e alla pazienza nei confronti miei e di mia sorella.  
Quando vedo il cibo mi viene da pensare alla mia nonna materna, perché lei mi diceva sempre che quando si sente l’odore del cibo che stai cucinando vuol dire che è pronto.
Quando vedo cruciverba e salame mi viene da pensare a mio nonno materno, perché mi ricordano la sua pazienza per i capricci miei e  di mia sorella.
Quando  guardo la porta che si chiude penso a mia sorella che in questi tempi è molto chiusa…

Carolina




Nella mia casa ci sono tanti oggetti, anzi tantissimi oggetti ma...  non mi viene in mente nessun oggetto che parli di una persona … però… anzi, forse uno c’è, è di ma nonna, un giacchettino di filo: non se ne separa  mai, lo indossa sempre,  è molto carino, bianco con dei fiorellini ed un’altra cosa che appartiene a lei è un cestino rosso contenente tantissimi cotoni di svariati colori. Ricordo che da piccola per passare il tempo mi mettevo a fare le torri con questi fili, neanche da questi si separava mai, una volta però, perché purtroppo ora non può cucire più……
Nella mia casa, però, qualcosa c’è a cui sono affezionatissima, in realtà, però, non sono oggetti miei, sono di mio padre. Proprio così, ogni tanto mi piace aprire il suo armadio tirare il cassetto, quello di legno e guardarmi per un po’ le sue camice.
Com’era bello quando le indossava per andare a lavorare, si sentiva ancora l’intenso odore del profumo...
Come me ho scoperto  che anche mia madre ha degli oggetti a cui tiene, infatti una volta l’ho trovata nella stanza di mia nonna, la vidi annusare e stringere contemporaneamente le giacche di mio nonno. In quel momento mi chiesi cosa stesse pensando, ma forse lo sapevo gia! Beh, credo che tutti abbiamo un oggetto preferito e tutti hanno il diritto di averlo, come ad esempio mio padre, che non abbandonerà mai l’oggetto che gli sta più a cuore…  il suo bellissimo, mollissimo e tenerissimo PANCIONE!!!

Sara V.



 

Oggetti che parlano di persone


Quando vedo un forno mi vien da pensare
alle fette di pan bruciacchiato
preparate  dai miei nonni.
Quando vedo l’auto o i fornelli
mi viene da pensare a mio padre
quando guardo l’armadio
mi viene da pensare ai vestiti
e a mia madre.
Quando sento l’odore del cibo
che cuoce penso a nonna Lidia:
"Vuol dire che è pronto"
Cruciverba e salame:
nonno ………
la porta che si chiude
mia sorella
che ……………..

Carolina  




 

 

 

 

UN’INTERVISTA ALL’AUTRICE


Racconta Antonina Azoti:
"Ci sono motivi profondi che risalgono a molto tempo fa, nella decisione di scrivere questo libro, maturati nel lungo silenzio che mi stava intorno e in cui io stessa, forse, mi sono auto-emarginata. Al tredicesimo anniversario della strage di Capaci, ho partecipato alla catena umana in memoria del giudice Falcone: c'erano migliaia di persone che protestavano per la mafia ed ho visto una società improvvisamente matura, uscita dall'immobilità. Forse proprio questa partecipazione ha fatto in modo che anch'io aprissi agli altri il mio dolore. C'era una pedana da dove poter parlare per ricordare Falcone. Mio marito voleva trattenermi, ma io invece salii e dissi ad alta voce: ‘Anch’'io ho qualcosa da dire, ascoltatemi. La mafia uccide da più di 50 anni. Ha ucciso un giovane di 37 anni, un sindacalista che si batteva per la riforma agraria. Si chiamava Niccolò Azoti: io sono sua figlia, e non l'ho conosciuto’.
Ho scritto anche per i miei familiari e per saldare i conti con i periodi del buio e della luce che hanno segnato la mia vita. La volontà di scrivere è stata come una luce che apriva uno squarcio verso il riscatto della memoria di mio padre, dandogli la giustizia che non ha mai avuto"

Andrea

 

 

 


 

 

 

Lo spettacolo ‘Ladri di sogni’


Mercoledì 7 febbraio 2007



Visto da Camilla

Mercoledì 7 febbraio siamo andati a teatro a vedere lo spettacolo ‘Ladri di sogni’.
Questa rappresentazione parlava della camorra, spiegando tutti i processi e le prove da superare per diventare camorrista e le situazioni in cui ci si può trovare. Nella parte iniziale, primo atto, viene descritta la vita del camorrista facendo entrare in scena attori che rappresentavano: il capo, l’ “infame” e altri. Le scene del primo atto sono state toccanti, tranne sentir chiamare un “convertito alla giustizia” INFAME. Ciò mi ha dato molto fastidio poiché questi atti di giustizia sono sempre fraintesi.
Nel secondo atto vengono rappresentate le vite di alcuni innocenti o combattenti contro la camorra. In particolare questa parte è stata toccante per non dire commovente: il primo era un ragazzo giovane, doveva partire per la Grecia, il suo sogno, che a causa di una sparatoria, mentre era in macchina con un amico, non si realizzò mai più. La seconda era una mamma, Silvia Ruotolo, il cui figlio, un bimbo di nome Francesco, assiste alla sua morte all’uscita da scuola, mentre insieme, mano nella mano, andavano a comprare le figurine. Il terzo era un uomo che  tutti dovremmo conoscere: Don Peppino Diana, morto per essere un combattente contro la camorra, che ne parlava anche alla gente ed ai bambini. La quarta era una donna che rappresentava le situazioni di figlie, mogli, madri e sorelle dei camorristi. L’ultimo era il giornalista Gianfranco Siani, nonché protagonista, morto al ritorno a casa la sera dell’assunzione al giornale Il Mattino a soli 26 anni.
Con tutte queste storie, questo spettacolo è stato strappalacrime, non in modo sdolcinato, ma nel senso che ha davvero toccato il cuore lasciando al tempo stesso un messaggio d’incoraggiamento.




… da  Carolina

Egli parlava delle vittime più recenti della camorra e dei loro sogni mai avverati. Mi  ha molto toccato, ma per la verità alcuni argomenti erano un po’ complicati. Il tema che hanno scelto è giusto ed il titolo attirava. In alcuni momenti mi ha fatto un po’ piangere, in particolare quando muore Silvia Ruotolo, la mamma col bambino, perché io so cosa si prova a vivere senza un genitore e che è molto dura. Mi ha fatto capire che bisogna stare attenti a restare fedeli alla proprie idea senza lasciarsi trascinare, nonostante tutti i problemi che dobbiamo affrontare.




… da  Sara DB

E’ stato molto toccante perché quando gli attori interpretavano il ruolo delle persone uccise, all’inizio ti coinvolgevano e ti trasmettevano le sensazioni che provava la persona in questione,  e ad un certo punto, quando non te lo aspettavi, l’atmosfera cambiava e anche se non volevi che accadesse, arrivava il momento che sapevi sarebbe dovuto arrivare: la loro uccisione. E’ una sensazione bruttissima, ti senti scivolare via qualcosa ed anche se cerchi di fermarla, non ci puoi far nulla.
E’ triste pensare che mentre trascorri la tua giornata, immerso tra mille pensieri, la tua vita, i tuoi sogni, i progetti, i desideri possano essere stroncati così da persone che non conoscevi neanche.
Le persone  che commettono questi omicidi, sono veri e propri ladri di sogni; rubano tutto, i sogni alle persone uccise, i genitori ai bambini, le mogli, i mariti…tutto.
Sarebbe confortante poter dire che la morte di queste persone fosse servita a cambiare le cose,ma purtroppo per il momento non è cambiato niente .
Lo spettacolo è stato davvero emozionante e secondo me sarebbe molto utile che tutti i ragazzi di Napoli lo andassero a vedere.




… da  Sara V

Questo spettacolo, iniziato con un’ora di ritardo, all’inizio non mi sembrava un gran che perché non si capiva molto (come diceva la mia maestra “non si capiva un tubo”), sembrava quasi che non avesse un senso, poi ho iniziato  a capire…
Iniziava spiegando i vari nomi, le regole e le usanze dei camorristi e a dire la verità non mi attirava molto; dopo, quando il custode si è presentato e ha detto che era un fantasma ho cominciato ad interessarmi molto, però se fossi stata al posto del giornalista mi sarei chiesta come mai riuscivo a parlare con un fantasma.
Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita anche molto triste cioè quando le persone portavano i loro sogni nel sacco e raccontavano le loro storie, per me la più triste è stata quella della mamma e il bambino Francesco, lì il mio cuore quasi piangeva e quando c’era il rumore degli spari ancora peggio, mi sentivo un rimbombo dentro, tanta, tanta tristezza e paura.
Alla fine dello spettacolo, l’attore che interpretava la parte del custode, ci ha chiesto se il messaggio c’era entrato, se c’era piaciuto… secondo me è stato bellissimo e per quanto mi riguarda ho capito e credo che, pure se brutale, il problema esiste e lo dobbiamo affrontare.

 

 

 


 

 

LA MATTANZA

raccontata da Vincenzo



Per approfondire la nostra conoscenza sulle vittime della mafia abbiamo deciso di osservare una registrazione del programma “Blu notte” di Carlo Lucarelli che racconta un pezzo di storia della mafia e quindi parla di alcune vittime. Questi sono gli appunti presi durante la visione.
La nostra storia parte l’ 11 giugno 1969 quando in un tribunale di Bari il giudice Cesare Terranova dirigeva un processo a 64 mafiosi tra cui Salvatore (Totò) Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, che venivano assolti perché ha quei tempi si pensava – o si voleva affermare - che la mafia non esistesse.
La nostra attenzione, adesso, si sposta su Mario Francese: un giornalista ostinato nella ricerca della verità, che rifiutò un incarico nell’ufficio stampa dell’assessorato di Palermo per continuare a scrivere i suoi articoli sulla mafia.
Morì il 26 gennaio del 1979 per mano di Leoluca  Bagarella.
Un altro nome importante è quello di Salvo Lima: politico famoso di Palermo che vinceva la elezioni con innumerevoli voti da parte dei mafiosi.
Un’altra vittima di Leoluca Bagarella fu il vice capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano. Era specializzato nel traffico di droga che partiva  dalla Sicilia ed arrivava fino agli Stati Uniti; morì il 25 settembre del 1979.
Anche Gaetano Costa finì sulla lista delle vittime di mafia, ucciso il 6 agosto del 1980 da un uomo in moto solo per aver firmato degli ordini di cattura relativi a diversi boss.
Rocco Chinici morì il 28 luglio 1983 con un’autobomba piazzata sotto il suo palazzo. Era  capo dell’ufficio istruzione di Palermo.
La mafia fece più di 1000 vittime nel giro di pochi anni.
In quegli anni scoprirono anche che la mafia aveva enormi ricchezze.
Cambiamo per un attimo discorso: le mogli dei magistrati, come Giovanni Falcone,  erano sempre in ansia per i loro mariti, mentre le mogli dei latitanti facevano una vita più che dignitosa senza alcun timore.
Ma torniamo a noi. Il 30 giugno 1963 a Ciaculli un passante trovò un’auto sospetta all’interno di una vasta prateria. Venne avvertita la polizia perché all’interno dell’auto c’era una bombola a gas ma appena toccarono la vettura la macchina esplose uccidendo 7 persone.
La mafia non fece solo vittime nel campo giudiziario ma anche nel campo politico come Michele Reina (9 marzo 1979), Piersanti Mattarella (presidente regione Sicilia, 6 gennaio 19809) e Pio La Torre che morì per aver proposto la legge contro il reato di associazione mafiosa.  
La morte di Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 in un agguato insieme alla moglie, diede  la spinta  per la creazione del 416 bis.
La svolta nella lotta alla mafia in quel periodo la diede Antonio Caponnetto creando il pool antimafia. Il pool permise ai più esperti magistrati del calibro di Falcone, Borsellino e Di Lello di indagare solo ed esclusivamente sui reati mafiosi.
Con l’ingresso in scena del pool  sempre più criminali venivano sbattuti in cella ma c’erano anche mafiosi che continuavano nel loro losco intento. Tra questi c’era Tommaso Buscetta che era l’incaricato dell’esportazione della droga dall’Italia a paesi come il Brasile e gli Stati Uniti.
La svolta più significante fu il bliz di S.Michele: un maxiprocesso che coinvolse ben 486 imputati che vennero condannati per diversi reati.
Dopo questo duro colpo la mafia continuò a fare vittime uccidendo magistrati e familiari dei pentiti.
Il 22 maggio 1992 venne ucciso Giovanni Falcone con un carico di 500 kg di esplosivo piazzati in un impianto idraulico dell’autostrada. Insieme a Falcone morirono Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Pochi mesi dopo la morte di Falcone morì anche Paolo Borsellino (19 luglio 1992) con una bomba piazzata nel palazzo della madre in via d’Amelia.
Chiudiamo la nostra storia con l’arresto di Totò Riina il 15 febbraio 1993. Dopo di lui il capo divenne Bernardo Provenzano.

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