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1 Maggio 1984 Giffone (RC). Sequestrato Alfredo Sorbara, 35 anni, ruspista, fratello del sindaco del paese PDF Stampa

Foto da  ntacalabria.it

Articolo del 3 Maggio 1984 da L'Unità

Sequestro-mistero in Calabria
Rapito il fratello di un sindaco comunista

di Filippo Veltri

Sembra escluso il movente politico, chiesto un riscatto di 5 miliardi
Alfredo Sorbara, 35 anni, ruspista, è stato rapito poco fuori Giffone, centro amministrato dalle sinistre - I banditi hanno chiesto una cifra che la famiglia ritiene spropositata - Quali sono i veri obiettivi - Mai ricevute prima minacce o avvertimenti

CATANZARO — Per ora si presenta come un autentico mistero il rapimento del fratello del sindaco comunista di Giffone, un piccolo paese di tremila abitanti alle falde dell'Aspromonte, avvenuto nel pomeriggio di martedì. Polizia e carabinieri escludono decisamente il movente politico o comunque collegato all'attività di primo cittadino del fratello del sequestrato, ma anche la pista dell'estorsione viene seguita con cautela dagli inquirenti. Insomma un autentico «giallo». L'uomo sequestrato si chiama Alfredo Sorbara, 35 anni, di professione fa il ruspista e verso le 14 del primo maggio, in compagnia dì un amico/ Franco Primerano, 35 anni, comunista, assessore all'agricoltura nella Giunta di sinistra dì Giffone, aveva preso la strada che dal paese porta in Aspromonte.  Giffone è un piccolo centro che gravita sulla Piana di Gioia Tauro ma confina con i paesi dell'Aspromonte — Mammola, Canolo, Grotteria — che si affacciano invece sul versante ionico. A pochi passi dal paese c'è infatti il passo della Limina, uno dei tradizionali luoghi di ricovero di latitanti e sequestrati. Al ritorno della passeggiata in montagna Sorbara e Primerano hanno trovato la strada sbarrata da una «128» bianca dalla quale sono usciti tre uomini armati e mascherati. Lobiettivo della banda è apparso immediatamente il Sorbara: i tre hanno infatti messo Primerano faccia a terra, lo hanno legato, gli hanno intimato di non muoversi ed hanno caricato Sorbara sulla loro autovettura che è ripartita velocemente in direzione della Limina. L'allarme è scattato subito dopo, non appena cioè Primerano è riucito a scendere in paese, ma dei sequestratori non c'era più alcuna traccia. Immediatamente sono partite battute a vasto raggio dì polizia e carabinieri in Aspromonte, andate avanti per tutta la nottata e la giornata di ieri, ma neanche la macchina usata per il sequestro è stata finora ritrovata. Al Primerano i sequestratori — questo finora l'unico fatto concreto — prima di ripartire con l'ostaggio verso la montagna hanno comunicato la cifra del riscatto — cinque miliardi — che i Sorbara dovrebbero pagare, una somma esorbitante e certamente al di fuori di ogni possibilità della famìglia. Proprio questa assurda richiesta porta per ora gli inquirenti a sospettare che il vero movente sia l'estorsione anche se non si riesce ad intravedere nessun altro motivo plausìbile. Sicuramente siamo però in presenza dì un sequestro anomalo, atipico, inquietante, forse uno dei sequestri-poveri, di una banda raccogliticcia che qualche volta viene portato a termine, ma siamo a livello di congetture. Il questore di Reggio Calabria, Toscano, che si è recato a Giffone nella serata di martedì, ieri ha c nfermato che, per il momento, «si seguono tutte le piste», escludendo la ritorsione per motivi amministrativi o politici. Dal canto suo il compagno Giuseppe Sorbara, sindaco da molti anni di Giffone, ha escluso il movente politico. «Non riesco a spiegarmi — ha detto ai giornalisti — il vero obiettivo del sequestro. Le nostre possibilità finanziarie sono scarse». Il sindaco ha poi precisato di non aver mai ricevuto alcuna minaccia o avvertimento. Alfredo Sorbara lavorava — come detto — con una ruspa ad alcuni lavori di sbancamento insieme ad un altro fratello. Una famiglia, insomma, di lavoratori, non certo benestante e quindi assolutamente lontana dalle cifre «sparate» dai sequestratori. Fino a ieri sera non e' era stato alcun contatto diretto fra i rapitori e la famiglia Sorbara. Una delegazione del pci, con il  responsabile del comitato di zona dì Gioia Tauro, il compagno Sprizzi, si è recata a Giffone. In serata il compagno Mario Paraboschi, della segreteria regionale del , responsabile del dipartimento problemi dello Stato, esprimendo  L'allarme di tutti i comunisti per questo ennesimo atto di aggressione ha affermato che «non si può escludere e anzi bisogna prendere in considerazione la possibilità che anche questo atto faccia parte di un progetto di intimidazione contro le istituzioni e l'amministrazione democratica di Giffone allo scopo di ottenerne vantaggi economici e politici».





Articolo del 3 Maggio 1985 da L'Unità

Un sequestro all'origine della strage di Mammola

di Filippo Veltri

Donna fugge e dà l'allarme - Una sedicenne finita con un colpo di pistola alla testa

CATANZARO — Una strage in pieno giorno sul piani della Limina, a oltre mille metri d'altezza, sul versante aspromontano che s'affaccia sulla Locride. Tre persone ammazzate e fra queste una ragazza di 16 anni; due sfuggite per miracolo al fuoco dei killer è l'allucinante bilancio della nuova strage mafiosa che ha insaguinato questo primo maggio a Mammola, nel Reggino, uno dei paesi più interni della fascia jonica. A cadere sotto il fuoco incrociato di pistole e fucili sono stati Felice Ferraro 49 anni, sua figlia Nunziata di 16 anni, e Pasquale Sorbara, di 63 anni. Sono invece sfuggiti alla morte Maria Mercuri, 37 anni, moglie del Ferrara e una nipotina dì quest'ultima, Stefania Valente, di soli 7 anni. La scena della strage è un vasto appezzamento di terra in località Navari, nelle frazioni di montagna di Mammola. Sono da poco passate le 15 e Ferrara, sua moglie, la figlia e il contadino Pasquale Sorbara, stanno lavorando alla semina della patate. All'improvviso da una macchina scendono 4 persone: sono armate fino ai denti ed agiscono a viso scoperto. Aprono un fuoco micidiale, un vero e proprio massacro. Il primo a cadere è Felice Ferrara, forse l'obiettivo vero dei killer. Poi cade il Sorbara. Maria Mercuri con la figlia e la nipotina in braccio cerca di scappare. I killer li rincorrono e qui la scena assume toni veramente da Far West. La  giovane Nunziata Ferrara viene infatti colpita alla gamba da un colpo di fucile e cade. Sua madre cerca, in un primo tempo, di darle aiuto, poi si rende conto che non ce la fa a salvare sua figlia. I killer infatti raggiungono la giovane ferita e la finiscono con inaudita ferocia, con un colpo di pistola alla testa. La madre corre via disperata e riesce a mettersi in salvo in un vicino villaggio di contadini e a dare l'allarme. La scena che sì presenta ai carabinieri, quando arrivano nel tardo pomeriggio, è da far paura: sangue dappertutto, corpi massacrati sparsi in un raggio di alcune centinaia di metri. L'unica testimone è proprio Maria Mercuri che descrive le scene della strage e che forse ha anche riconosciuto qualcuno dei killer. Ma perché la strage sul passo della Limina? Perché un riemergere in forme così truci della violenza in una zona ad altissima densità mafiosa ma in cui negli ultimi tempi non si erano registrati fatti eclatanti? Domande diffìcili alle quali nessuno è in grado di dare risposte certe. Occorre innanzitutto capire chi erano gli uccisi e gli scampati alla strage. Il personaggio di spicco è senza dubbio Felice Ferrara, pregiudicato per reati vari, sorvegliato speciale, diffidato di pubblica sicurezza. Alle spaile ha anche un tentato omicidio, due anni fa, furti, denunce per porto abusivo d'armi. Nella montagna di Mammola negli ultimi tempi Ferrara era cresciuto di peso: aveva alcune proprietà, capi di bestiame, stalle, case. Alle sue dipendenze lavorava Pasquale Sorbara, un contadino senza precedenti penali. La pista della vendetta é la prima che gli inquirenti esaminano. Ma si parla — e con una certa insistenza — di una vendetta per motivi specifici: un regolamento di conto nell'ambito delle bande che operano nel campo dei sequestri di persona. Forse una lite per la spartizione di un riscatto o, molto più probabilmente, di un sequestro ancora in atto. Il nome che si fa a tale proposito è quello del ruspista di Giffone (RC) — un paese sul versante tirrenico dell'Aspromonte — Alfredo Sorbara, 37 anni, sequestrato proprio un anno fa, maggio 1984, e del quale non si hanno più notizie. In quest'ambito si spiegherebbe anche il ruolo di Ferrara, un elemento di collegamento della 'ndrangheta locale, nel cui capanni di montagna si sarebbero rifugiati, in passato, latitanti e sequestrati e che avrebbe cercato di mettersi forse «in proprio». Ilparticolare interessante attorno al quale si lavora è quello riguardante l'arresto, il 28 marzo scorso, di una sorella di Maria Mercuri, Rosa di 33 anni, accusata proprio del sequestro Sorbara (c'è da dire a questo punto che non c'è nessun rapporto di parentela tra il Sorbara ucciso l'altro giorno e il sequestrato di Giffone). Con Rosa Mercuri finirono in galera altre 4 persone; una banda di elementi non particolarmente famosi nella quale agivano però alcuni membri del famigerato clan dei Facchineri, uno dei quali fu poi arrestato una settimana fa a Marzabotto dove si era nascosto. Si pensa perciò che il sequestro Sorbara possa essere stato opera anche della famiglia Ferraro Mercuri e una feroce lotta intestina fra spezzoni di cosche mafiose per far fruttare al massimo il rapimento sia stato l'origine dell'orribile strage di mercoledì.



 

Articolo del 2 Ottobre 1985 da L'Unità

È stato ucciso dai rapitori? Dieci accusati in Calabria

CATANZARO — Alfredo Sorbara — uno dei quattro ostaggi calabresi ancora in mano all'anonima sequestri — è stato quasi sicuramente ucciso dai suoi rapitori che ne hanno anche nascosto il cadavere. È questo quanto si desume da una vasta operazione di polizia e carabinieri che ieri hanno arrestato dieci persone implicate nel sequestro e ne ricercano altre due. I mandati di cattura emessi infatti dal giudice istruttore presso il tribunale di Palmi, Giuseppa D'Uva, contengono questa raggelante notizia: le 12 persone dovranno rispondere non solo di associazione per delinquere finalizzata al sequestro di persona ma anche di omicidio volontario e dì occultamento di cadavere. È quindi giunta ad un tragico epilogo la vicenda del ruspista di Giffone (RC) di 31 anni, fratello dell'ex sindaco comunista del paese, che fu sequestrato il 1 maggio del 1984. Non si sa ancora in base a quale elemento il giudice istruttore di Palmi ritenga che Alfredo Sorbara sia stato ucciso e che il corpo sia stato nascosto. Ma è un fatto che sul sequestro Sorbara molte voci poco tranquillizzanti circolavano da tempo. Qualche settimana dopo il sequestro i banditi presero contatto con la famiglia Sorbara sparando una cifra esorbitante, assolutamente al di fuori della portata economica dei familiari del sequestrato. Poi cominciò un lungo silenzio che si trascinava ormai da un anno con in mezzo episodi — come la strage del passo della Limina dell'anno scorso, tre morti ammazzati — che molti ritennero legati al sequestro Sorbara o alla sua gestione. Gli arrestati e i ricercati di ieri accusati  dell'omicidio di Alfredo Sorbara appartengono tutti al clan dei Facchineri di Cittanova, una delle famiglie mafiose più temibili della Piana di Gioia Tauro, coinvolta fra l'altro in una sanguinosissima faida familiare.


 

Articolo del 1 Maggio 2014 da ntacalabria.it

Nessuna notizia di Alfredo Sorbara a 30 anni dalla scomparsa

dall’anniversario della scomparsa di Alfredo Sorbara, 35 anni.

Erano le 14 del primo maggio del 1984 quando Alfredo Sorbara, di Giffone, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria ai piedi dell’Aspromonte, venne sequestrato mentre si trovata in compagnia dì un amico, che nell’occasione venne “risparmiato”.

Subito gli inquirenti iniziarano le ricerche dopo che l’amico di Sorbara era riuscito a scendere in paese. Tuttavia, ad oggi, 1 maggio 2014, sembra essere calato il buio sulla vicenda con i familiari della vittima che non hanno avuto più notizie del proprio caro.

 

 

 

 

 

 

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