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15 Gennaio 1994 Acquaro (VV). Giuseppe Russo, giovane di 22 anni, scompare. Ucciso perché un boss della 'ndrangheta non lo voleva come fidanzato di sua cognata. PDF Stampa

Foto e Nota da Dedicato Alle Vittime Delle Mafie (Facebook)

Ricordiamo GIUSEPPE RUSSO, vittima innocente della violenza 'ndranghetista. nato il 29 agosto del 1972
scomparso di casa il 15-01-1994 (è anche la data del suo omicidio)


ritrovato il suo cadavere il 21-03-1994
ha vissuto ad Acquaro,prov.di Vibo Valentia.

La storia di Giuseppe, è la storia di un giovane di 22 anni che s’innamora di una ragazza, con la quale sta per iniziare un rapporto.

"Giuseppe di cognome andava Russo. Porta il nome di suo padre Giuseppe appunto, che morì, alla stessa età (22 anni), in un incidente sul lavoro quando ancora mamma era incinta.
Mamma, rimasta vedova, conobbe l’attuale papà, che non esitò a prendere anche Giuseppe e costruirono la loro famiglia.
Giuseppe scompare di casa il 15 gennaio del 1994. Era un sabato e uscì dalla casa di nonna dove era andato a dormire la sera prima perché da un periodo non stava bene, per andare a Vibo Valentia.
Quando all’ora di pranzo non tornò a casa, cominciammo a preoccuparci. Col passare delle ore e non avendo notizie, prima che facesse sera, avvisammo i Carabinieri.
Iniziarono subito le ricerche. Ma di Giuseppe nessuna traccia.
Passarono due mesi, quando il 21 marzo del 1994 in una località in aperta campagna nel Comune di Dinami, in una buca fu ritrovato il cadavere.
E’ stato possibile risalire al posto dove era stato sepolto, ”grazie” alla collaborazione di uno degli assassini, che si pentì e iniziò la sua collaborazione con la giustizia.
Questo collaboratore, che oggi vive ancora nei programmi di protezione, raccontò tutta la vicenda.
In seguito si “pentirono”altri due di loro.
I pentiti raccontarono e confermarono in sede di processo, che Giuseppe doveva morire perché il cognato di quella ragazza, un boss di una cosca del vibonese, non accettava questo fidanzamento, e quindi doveva fare un’azione eclatante per dimostrare a tutti “chi è che comanda sulla famiglia e sul territorio”.
Infatti, nelle Sentenze si parla di “visone distorta delle ragioni di onore familiare, tipiche di chi con atteggiamento mafioso vuole dimostrare la supremazia sul territorio” di sua competenza.

I pentiti, che poi sono anche gli esecutori materiali del delitto, appartengono ad una cosca della Piana di Gioia Tauro. In sede processuale hanno riferito che l’omicidio è stato compiuto da loro, per fare “un favore” al boss che aveva ordinato il delitto.
E’ risultato che le varie cosche fra loro si scambiano di questi “favori”.
Omicidi compiuti in altre zone che poi sarebbero stati ricambiati con altri omicidi.
“Favori”per “favori”.
La data del 21 marzo per noi è una Giornata particolare. E’ il giorno che con Libera li ricordiamo, ma è anche il giorno in cui è stato ritrovato il cadavere di Giuseppe.
Nel mese di dicembre dello scorso anno, poco prima di Natale, un giorno ci arriva una lettera Raccomandata inviataci da uno Studio Legale.
Quella lettera è stata inviata per conto di uno degli assassini di Giuseppe, che dal carcere ha scritto una lettera a mano, con un memoriale.
Nella lettera viene raccontata e rivissuta fin nei minimi particolari tutta la fase che portò al delitto, attimo dopo attimo, l’omicidio, le sevizie fatte sul corpo di Giuseppe e l’occultamento del cadavere.
Nella lettera, questa persona ch scrive che ha avuto una condanna a ventuno anni di reclusione, chiede a mamma e alla famiglia il perdono. Chiede perdono perché si è macchiato di un delitto. Chiede pedono per aver partecipato all’omicidio di un ragazzo innocente.
Alla lettera non abbiamo ancora risposto. Abbiamo risposto il giorno che io stesso sono stato ospite della trasmissione ‘ A Sua Immagine’ di RaiUno, che noi non siamo nulla per dare perdono.
Non abbiamo mai parlato di vendetta, di odio, di rancore, di pena di morte o altro.

Nella Fede abbiamo meditato ed elaborato il nostro dolore.

La nostra coscienza ci dice cosi."

si ringrazia il fratello MATTEO LUZZA per la storia e per la foto di Giuseppe

 

 

Articolo del 21 Aprile 2011 da mezzanioggi.wordpress.com

Racconti di vita storie di resistenza ed antimafia

Continuiamo, sempre più motivati, la nostra collaborazione con Libera, l’associazione antimafia presente da qualche anno anche sul territorio di Parma.
Lunedi 14 aprile, approfittando della presenza nella nostra città di Matteo Luzza, fratello di Giuseppe Luzza, ucciso dalla n’drangheta 17 anni fa, abbiamo organizzato, insieme all’amministrazione comunale di Mezzani, un’assemblea pubblica per continuare a parlare di mafia ed antimafia, con lo scopo di informare e far conoscere il modus operandi mafioso, riscontrabile purtroppo in forme diverse, anche nella nostra Parma.
Conoscere è il primo passo per combattere, poiché la mafia teme più l’informazione delle forze dell’ordine.
Noi non ci tiriamo indietro e ringraziamo, come sempre, il referente di Libera Parma, Giuseppe La Pietra, che ci propone interessanti spunti di dibattito tenendoci aggiornati e procurandoci testimonianze e materiale su cui riflettere.

La serata di lunedi è stata incentrata appunto su una testimonianza, quella di Matteo Luzza, calabrese, proveniente da una famiglia che con la n’drangheta non ha mai avuto a che fare, sino ad un terribile 15 gennaio di diciassette anni fa, quando il fratello di Matteo, Giuseppe (detto Pino) di venti anni appena, sparì misteriosamente da casa, lasciando disperati e sgomenti i familiari.
Che fine aveva fatto Pino?
Di lui non si ebbero notizie per mesi, fino a quando la testimonianza di un pentito, fece finalmente chiarezza sulla scomparsa, e purtroppo sulla morte, del giovane calabrese (teniamo presente che il settanta per cento circa dei familiari di vittime di mafia non viene mai a conoscenza del nome dei mandanti dell’assassinio).
Pino fu rapito da alcuni sicari, portato lungo una ferrovia, buttato in una fossa, cosparso di benzina e dato alle fiamme; mentre il suo corpo bruciava qualcuno infierì sparando contro di lui.
Cosa poteva mai aver combinato Pino di così tremendo da meritarsi una fine di questo tipo?
La risposta è sconcertante ed incredibilmente banale; si era semplicemente innamorato della ragazza sbagliata, la cognata di un boss locale che per la giovane aveva invece già organizzato un matrimonio d’interesse per rafforzare i patti di sangue tipici dei rapporti tra famiglie mafiose.

Difficile per i familiari farsi una ragione per una morte così; dove trovare la forza di reagire in un paese dove l’indignazione per questi reati non è sentimento conosciuto a tutti?
Solo grazie all’incontro con Don Ciotti e la sua organizzazione Libera, Matteo ed i suoi genitori hanno trovato la chiave per andare avanti, capendo che l’unico modo per affrontare il dolore era diffondere e far conoscere, soprattutto ai giovani, la storia di Pino.
Ogni volta che Matteo racconta del fratello lo sente ancora presente, come se parlasse per sua volontà ed ogni volta che qualcuno lo ascolta, partecipando al suo dolore, alla sua rabbia, o solamente si mostra interessato a sapere, è come se lui e la sua famiglia fossero accolti in un abbraccio collettivo, caloroso e consolatorio.

Mezzani ha potuto donare a Matteo uno di questi abbracci e noi, di questo, siamo onorati e fieri.
Ringraziamo l’amministrazione comunale di Mezzani, sindaco ed assessori, per averci dato appoggio e strumenti per la realizzazione della serata.
Grazie a Matteo per l’importante testimonianza.
Invitiamo tutti i comuni che già non lo facessero, specialmente quelli limitrofi, a cogliere la grande opportunità di collaborare con Libera, abbandonando perplessità e paure infondate, perchè così facendo, donerebbero ai loro cittadini una possibilità enorme di arricchimento interiore.
Conoscere è imparare, condividere è crescere.

 

 

 

 

 

 

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