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8 Ottobre 1986 Messina. Resta uccisa Nunziata Spina, 35 anni, in un regolamento di conti, mentre era ricoverata in ospedale. PDF Stampa

Articolo da L'Unità del 10 Ottobre 1986

Messina, guerra delle cosche - Sei morti in poche settimane

I conflitti tra i vari clan e sullo sfondo il maxiprocesso
Il film dei tre omicidi dell'altra sera alle porte della città

MESSINA — Sei morti in poche settimane. Ferimenti, agguati, intimidazioni. La guerra di mafia è esplosa in grande stile. E sullo sfondo il maxiprocesso messinese, i conflitti fra vari clan, l'aggressione ai pentiti e alle loro famiglie. L'altra sera tre omicidi tra cui un'innocente, Nunziata Spina, che è finita sotto i colpi bestiali di un commando di sicari. E a Messina, come del resto n tutta la Sicilia, non si era ancora attenuato lo sgomento per la morte del piccolo Claudio Domino ucciso dalia mafia palermitana.
Vediamo il film dei tre omicidi. Sono le 22. All'ospedale di Ganzirri, alle porte della città, Nunziata Spina, nata 35 anni fa a Sant'Alfio di Catania, si trova con un ragazzo di 13 anni, Francesco Sgroi, in una saletta del nosocomio. La donna è ricoverata in fisioterapia e sta chiacchierando n questa saletta oltreché con Francesco con un altro ricoverato, Pietro Bonsignore di 21 anni. All'improvviso due uomini fanno irruzione nel locale e cominciano a sparare all'impazzata contro il Bonsignore che tenta invano di ripararsi dietro le sedie. Un colpo vagante raggiunge la donna alla tempia sinistra. Nunziata Spina crolla ai piedi del ragazzo che rimane inebetito per lo shock. Gli assassini non si fermano qui: prima di allontanarsi danno al Bonsignore il colpo di grazia. Per la donna che dà ancora deboli segni di vita è tutto inutile. I medici non riescono a salvarla.
Gli spari risvegliano l'ospedale. Medici ed infermieri accorrono guidati dal rumore. I killer non si lasciano prendere dal panico. Alla gente che viene loro incontro gridano: «Andate, è successo lì». E intanto loro se ne vanno indisturbati.
Pietro Bonsignore, chiamato nell'ambiente della malavita «Vallanzasca», era uno degli imputati al maxiprocesso di Messina e pare fosse un affiliato della banda capeggiata da Gaetano Costa, detto «Facci i sola», viso di cuoio. Che è uno dei protagonisti di spicco del processo. E questo fa ritenere a polizia e carabinieri che i gruppi rivali, approfittando della detenzione del «capofamiglia», stiano eliminando uno dopo l'altro i componenti del gruppo, man mano che riacquistano la libertà. Bonsignore appena due giorni fa aveva potuto tirare un grosso respiro di sollievo.
Giuseppe Insolito, che è in sostanza 11 Buscetta locale, lo aveva scagionato.
Ma torniamo alla serata di sangue. Non passano che quindici minuti dall'agguato di Ganzirri. Ora siamo a -1 al quartiere Gazzi, davanti al Policlinico. Alla fermata degli autobus Giovanni Bilardo, 24 anni, è in attesa. Da una macchina che si accosta partono vari colpi di pistola. Bilardo muore sul colpo. Due settimane fa era stato incriminato per traffico di stupefacenti. Gli investigatori dicono che era un anello della catena che rifornisce Messina di eroina.
Sono stati gli stessi killer a uccidere le tre persone? La polizia ha un dubbio. Probabilmente i due agguati non sono collegati. Sta di fatto che la città dello Stretto è percorsa da una terribile scia di sangue. Sei morti in poche settimane. Il 2 agosto fu assassinato Corrado Parisi scarcerato due giorni prima e anche lui imputato al maxiprocesso. Fu ucciso mentre conversava in macchina con il cognato Gregorio Fenghi. Poco meno di un mese dopo toccò a Natale Morgana, eliminato anche lui da una vendetta mafiosa. Senza dire che il padre di Salvatore Insolito, il grande «pentito», è stato vittima di un agguato nei pressi di casa sua. Ma i killer lo ferirono solamente.


 

Articolo del 7 Ottobre 2013 da .mediapolitika.com

Il ricordo delle vittime di mafia: Nunziata Spina, uccisa per “errore”

di Marta Silvestre

Ogni vittima della mafia è senza colpa. Alcune vittime innocenti della mafia lo sono in modo inconsapevole. Eppure, talvolta, il danno prescinde dall’innocenza e dall’inconsapevolezza.

Nunziata Spina non era una donna che combatteva contro la mafia e, dunque, non avrebbe potuto essere un bersaglio intenzionale.
La sera dell’8 ottobre 1986, all’ospedale Ganzirri – alle porte della città di Messina – Nunziata è in una saletta del nosocomio a chiacchierare con due ragazzi: Francesco Sgroi – di 13 anni – e Pietro Bonsignore – di 21 anni. Ricoverata in fisioterapia, trova la morte in un modo inaspettato e ingiusto: improvvisamente due uomini irrompono nel locale e iniziano a sparare all’impazzata – avendo di mira Bonsignore. Una pallottola vagante colpisce Nunziata alla tempia sinistra, dà ancora qualche segno di vita ma l’intervento dei medici si rivela inutile. E’ stata uccisa solo perché si trovava lì per caso: una atroce fatalità, un destino disgraziato.

Come si può trovare una spiegazione razionale a una tragedia del genere?
Di alcune vittime si conoscono solo – ma almeno – pochi dati anagrafici; ciononostante è importante avere sapere che dietro quel nome c’è una storia, un volto, una famiglia che va avanti e resiste nella sofferenza, insomma, c’è ancora vita. Bisogna coltivare il convincimento che la memoria sia un dovere, un impegno a omaggiare ogni vittima, a custodirne il ricordo contro l’usura del tempo, dell’oblio e della dimenticanza. La scommessa è quella di fare in modo che sopravvivano alla loro stessa morte, che non venga vanificata e non risulti inutile. La vera fine sarebbe il buio e il silenzio di una negligente trascuratezza. E’ doloroso comprendere le storie delle vittime innocenti delle mafie, eppure quando si comincia a sentire nella propria storia personale anche le loro, quando le si incarna, si può onorare la loro memoria con l’impegno di rendere testimonianza.

E’ certamente vero che non ci sono – e non ci devono essere – vittime di serie A e vittime di serie B, eppure esistono delle differenze innegabili nel rapportarsi alle varie storie di vita e di morte: prima fra tutte, la diversità delle emozioni che si possono provare quando vi si entra a contatto. Ogni volta è un turbamento di tipo diverso dal quale scaturiscono pratiche di tipo diverso.

In storie come quella di Nunziata, ci si può ritrovare nella difficoltà di comprendere il senso di questa morte, che non esisteva nemmeno per la mano e per la mente di chi ha colpito, ma deve palesarsi con noi e per noi.

La dignità del sacrificio di queste vite umane stroncate per errore, forse, si manifesta con il semplice fatto di essere state di intralcio al sistema mafioso, non per scelta ma per costrizione o per qualche strano e tragico intreccio del destino.

Queste anime prima sconosciute divengono una ferita che, cicatrizzando lentamente, autorizza e impone di sperare poiché, attraverso una cura amorevole e attenta, il danno anche più devastante si può rimarginare pur lasciando il segno.

 

Alle fronde dei salici, Quasimodo.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?

 

 

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