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LA BESTIA di Raffaele Sardo PDF Stampa

CAMORRA Storie di delitti, vittime e complici

Ed. Melampo

Fotocopertina e prefazione tratta da:wuz.it/recensione-libro

L'Introduzione di Roberto Saviano:

Una sentinella della memoria

Raffaele Sardo è un giornalista che da molto tempo ha deciso di custodire il territorio in cui è nato. Custodirlo nella memoria della cronaca, nella scelta di non andare via, di non occuparsi di altro, di non fingere di non vedere e di non sottovalutare. Di non lasciarsi affascinare da certi atteggiamenti che hanno caratterizzato gran parte di coloro che si definivano "riformatori", come quello di parlare solo della bellezza storica, territoriale per esaltare un Sud troppo martoriato nel racconto mediatico: purtroppo questo tipo di atteggiamento non è servito a valorizzare le ricchezze e i talenti ma a coprire i misfatti delle terre del Sud. Questo, Raffaele Sardo non l'ha fatto. Non si è lasciato stringere nella morsa contraddittoria per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa, che otteneva solo di accentuare un interesse localissimo per certe vicende e un disinteresse nazionale che finiva col favorire i profitti dei clan. Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi. Dinanzi a Sardo, invece, sembra essere sempre presente la posizione che Paolo Borsellino espresse nella sua ultima lettera: «... avevo scelto di rimanere in Sicilia e a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso a occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi». Sardo si è sentito erede di tutti coloro che non hanno mai smesso di guardare in faccia il potere e, nel corso degli anni, come cronista di diverse testate - dall'Unità a Repubblica passando per Diario -, non ha mai smesso di scrivere per capire. Ha fondato un suo giornale, Lo Spettro, tra difficoltà economiche estreme e un'esperienza, quella dello Spettro, segnata dalla difficoltà di trovare finanziatori in una provincia come quella casertana e più latamente meridionale popolata di editori corrotti e giornali locali che sono fonti preziose di informative per la polizia e di indiscrezioni ma che spesso sembrano avere l'unico obbiettivo di raccontare il crimine ai criminali.

Raffaele Sardo è stato per anni un riferimento in una terra dove i giornali locali erano pieni di contraddizioni. Dove l'informazione di camorra era monopolizzata da testate dirette da imprenditori collusi, dove i cronisti erano saccheggiatori di informative senza partire da esse per fare analisi. Dove i quotidiani servivano a diffamare. Questo clima di diffamazione verso chi parla di camorra prospera proprio perché chi parla sconta il peso della propria debolezza. In un'intercettazione nell'ambito dell'inchiesta sul consorzio di rifiuti Ce4 coordinata dall'Antimafia di Napoli emerge un risvolto inquietantissimo: il progetto di comprare i giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali. In una terra dove il più grande processo di mafia degli ultimi quindici anni, il processo Spartacus, si è svolto senza ricevere attenzione nazionale, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio, e l'affare sporco è protetto. Perché, secondo quanto viene detto nelle telefonate, «se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura». Prima o poi si indagherà sulle connivenze della stampa locale che, fingendo di essere antimafia, fa un'informazione ambigua, legata a imprenditori (spesso anche editori) che riportano le azioni dei killer di camorra ma non disdegnano i capitali dei boss che comandano quelle paranze di fuoco. In provincia di Caserta un editore di giornali locali è stato arrestato qualche anno fa per estorsione a mezzo stampa, accusato cioè di usare i propri giornali come strumenti per diffamare o astenersi dal diffamare in cambio di soldi. Tutto questo sta emergendo lentamente, e molto dovrà ancora essere portato alla luce: sarà più facile se l'attenzione legata ai più recenti fatti di cronaca genererà un'opportunità più duratura di essere ascoltato e preso sul serio per chi si occupa di questi temi.

 

Sardo ha avuto il merito di essere un riferimento. Soprattutto nei momenti di riflusso, quando di tutto si parla fuorché di queste vicende e il silenzio fa sì che l'opinione pubblica possa credere a una possibile assenza di questi poteri, assenza di certe logiche, assenza di certi business. E invece tutto è coperto ma florido. Ma per tutti i cronisti nazionali che venivano a informarsi Sardo è stato lì. Presente! E in questo libro mostra la sua memoria. La mostra raccontando di vittime. Di vite umane -spezzate, recise, ammazzate. Molto tempo fa si occupò di don Peppino Diana, e se ne occupò in un momento in cui non era facile farlo. Quando don Peppino era stato diffamato, vilipeso, distrutto dai giornali locali. Titoli orrendi che ne infangavano la memoria con l'unico obiettivo di non permettere che la sua storia potesse essere un punto di riferimento nazionale, che i suoi scritti potessero diffondersi. Perché, e questa è la peculiarità del libro di Sardo, le vittime di cui parla non sono vittime conosciute, note a tutti, non hanno avuto pezzi in prima pagina e talk show, i loro familiari non sono stati filmati da telecamere, i funerali sono stati disertati da ministri e CNN, non c'è stata la BBC a riprendere i mazzi di fiori posati nei luoghi delle loro esecuzioni, la segatura gettata sul sangue non è stata fotografata, ma lavata con un getto di pompa appena il sangue si è rappreso e seccato. Il racconto di queste vite è purtroppo il racconto di colpevoli oblii.
Molte sono le vite spezzate raccontate in questo libro. Ne ricordo alcune, come quella di Salvatore Nuvoletta, un carabiniere ucciso nel 1982 quando aveva vent'anni. Un ragazzo. Lo uccisero i clan di Marano, gli uomini che comandavano il suo paese e che portavano il suo stesso cognome, Nuvoletta appunto. Ma né lui né la sua famiglia avevano niente a che fare con i Nuvoletta mafiosi, unica famiglia campana a sedere nella cupola di Cosa Nostra. Lo uccisero su ordine di Sandokan Schiavone che lo ritenne responsabile della morte di suo cugino Menelik, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Salvatore aveva un bambino in braccio, quel pomeriggio. Accortosi che stavano per sparargli lo ha allontanato da sé, come lanciato lontano. Per questo gli hanno dato la medaglia d'oro al valor civile, per questo a Marano, quando vent'anni dopo l'hanno ricordato, quel bambino, ormai uomo fatto, è salito sul palco per ricordarlo con la sua presenza, emozionato, non riuscendo neanche a parlare.
Poi c'è Federico Del Prete, un sindacalista, ucciso nel 2002 e dimenticato, senza che una sola riga fosse tracciata sui giornali nazionali. Uno di quegli uomini dopo aver conosciuto la cui storia difficilmente si rimane impassibili. Ti si muove qualcosa dentro. Un sindacalista ammazzato perché non solo aveva denunciato il racket gestito da uomini del clan all'interno del corpo dei Vigili Urbani ma aveva creato una rete di denuncia, diffusa, per cercare di raccogliere e organizzare contro il racket la parte maggiore dei commercianti ambulanti e da loro poi allargarsi agli edili, e poi al settore degli appalti, e poi tentare di innescare una rete fitta, concreta contro i clan, una rete opposta e contraria alla loro. Dopo che per farlo desistere gli avevano offerto soldi e lucrosi affari in Venezuela, dopo che in tutti i modi avevano cercato di distoglierlo dai suoi intenti, Federico Del Prete fu ucciso a Gasai di Principe, proprio nella capitale dei clan, dove aveva deciso di stabilire la sede del suo sindacato per marcarli stretti, per vederli negli occhi. Sparato in petto e alla faccia, il giorno prima della sua testimonianza in tribunale.
E poi ancora Alberto Varone, 49 anni, un piccolo imprenditore di Sessa Aurunca ucciso perché non aveva voluto cedere al boss dei Muzzoni le proprie attività: un mobilificio e la distribuzione dei giornali. In quegli anni due snodi fondamentali per innescare reti economiche vincenti. Ucciso per dare l'esempio. Chi non obbedisce, chi non riconosce l'autorità non esiste. E Attilio Romano, ucciso mentre lavorava nel suo negozio per arrotondare, ucciso senza motivo, per mandare un messaggio. E poi la dolorosa, mai troppo ricordata vicenda di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, ucciso a Maddaloni nel 1983. Un uomo condannato a morte attraverso un'alleanza trasversale. Camorra e Cosa Nostra. Una condanna emessa con ferocia e decisione per due motivi: per tentare di intimidire il fratello magistrato e fargli interrompere le indagini sui capitali che Pippo Calò aveva versato su Roma, e poi perché Franco era uno dei primi a interessarsi del problema delle cave, delle montagne sventrate, che divenivano calcestruzzo per i clan e poi discariche e polvere nei polmoni della gente. Due interessi perseguiti con un unico omicidio. Lo attesero, gli sbarrarono la strada, lo riempirono di proiettili.
Per tutti questi caduti nessun Presidente della Repubblica, nessun ministro, nessuna autorità. Un'assenza che ha generato nella popolazione come un senso di diffidenza. Accadde addirit¬tura, per Romano, che la cronaca nera si arrischiasse ad annove¬rarlo tra i morti di camorra; per Del Prete furono fatti, dalle auto¬rità, manifesti che invitavano i cittadini a partecipare al funerale - poi nessuna autorità si presentò. Ma di simili codardie è piena questa nostra terra.
Le pagine di questo libro hanno vita perché parlano di vite spese, sacrificate, rotte da una battaglia, quella contro i clan, della quale mai come in questi giorni si ha la consapevolezza che non è per nulla vinta, e che anzi assume sempre di più dimensioni e tempi che sanno di eterno. Raffaele Sardo diviene una sentinella della memoria inchiodata al territorio contro l'avanzare dell'oblio.

 

© 2008 ROBERTO SAVIANO

 

 

 

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