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4 Febbraio 1995 Corsico (MI) - Ucciso Pietro Sanua, 47 anni, commerciante di frutta e verdura ai mercati e Presidente Provinciale Associazione Nazionale Venditori ambulanti. PDF Stampa

Foto  da sosracketusurablog.wordpress.com 

Articolo del 21 aprile 1995 da archiviostorico.corriere.it

Fiori per un omicidio
Mafia delle licenze, nuove indagini sul delitto Sanua


di Fabrizio Gatti

Punti di contatto nell' inchiesta anche con episodi della Duomo Connection

Cosa aveva scoperto Pietro Sanua? Le indagini sull' omicidio del dirigente Confesercenti si avvicinano sempre piu' a Milano. E potrebbero portare alla malavita imprenditoriale cresciuta sfruttando licenze, appalti e amicizie in Comune. Rispunta un nome che tanto scompiglio aveva portato tra gli uffici di Palazzo Marino: Duomo Connection, lo scandalo di qualche anno fa sui rapporti tra politici, funzionari e mafiosi di Cosa Nostra. Sanua, 47 anni, commerciante di frutta e verdura ai mercati, e' stato ucciso il 4 febbraio a Corsico: a poche centinaia di metri dal deposito della Ferrarini Auto, la concessionaria Fiat che, caduta in mano ai clan, forniva le auto ai boss coinvolti nell' inchiesta. Una pura coincidenza? Forse no. Perche' una pista collega la Ferrarini al commercio dei fiori che proprio in questi giorni sta creando tanti grattacapi alla giunta del sindaco Marco Formentini. E si aggiunge alla vicenda della Milanflor snc, la societa' legata fino all' anno scorso al traffico di hashish e cocaina. E soltanto un' ipotesi per ora. La polizia sta cercando riscontri. La trama ruota attorno alla scomparsa di un miliardo, il fallimento della concessionaria e l' omicidio dell' uomo che avrebbe dovuto raccogliere i soldi per il risanamento della societa' . Una storia raccontata da mesi tra i fioristi vicini a certi affari. Lo stesso ambiente che Pietro Sanua era costretto a frequentare per il suo impegno sindacale, come presidente provinciale dell' Associazione venditori ambulanti. E su cui si era ripromesso di portare un po' di pulizia, come membro di una delle commissioni dell' assessorato al Commercio. Forse Sanua ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto sapere. O che, parlando con i colleghi, involontariamente ha fatto credere di sapere. L' attivita' della Ferrarini Auto e' scritta nei lavori del pubblico ministero antimafia, Alberto Nobili. Secondo il racconto di un pentito calabrese, l' arresto nel ' 90 di boss palermitani come Toni Carollo blocca il flusso dei soldi che ha garantito la gestione disinvolta della concessionaria. Letterio Sofio, figlio di un rapinatore vicino a Luciano Liggio, parte alla ricerca del finanziamento necessario per evitare di portare i registri in tribunale. Si parla di un miliardo. I soldi vengono raccolti. Ma poi spariscono, la Ferrarini fallisce. E Sofio, il 25 marzo ' 92, finisce ammazzato da due killer di Messina. Fin qui l' inchiesta. Ma chi ha sborsato il miliardo? Entra in scena la mafia dei fiori. Nessuno fa nomi precisi. Ma la meta' di quel finanziamento l' avrebbero sborsata alcune societa' che controllano il mercato tra Milano e Sanremo. Parola dei piccoli imprenditori che ben conoscono il settore. Legami con Cosa Nostra? Non sarebbero una novita' : gia' nel ' 75 lo stesso ambiente fu coinvolto nell' indagine sul sequestro Alemagna. Mercoledi' prossimo i presidenti dei gruppi in consiglio comunale decideranno se istituire, oltre a quella del Comune, anche una loro commissione d' inchiesta. Il giorno dopo tocchera' all' assessore Cristina Gandolfi leggere la sua relazione in aula. Dure le critiche da Riccardo De Corato di An: "L' assessore la chiama soltanto malaburocrazia? Era il modo di fare dei socialisti. Anche loro la chiamavano cosi' . Ma la malaburocrazia ha nomi e cognomi. Se la magistratura ha il suo percorso, anche l' amministrazione deve fare il suo lavoro". Il leghista Roberto Ronchi ha invece inviato un' interrogazione al ministro dell' Interno: "Voglio sapere se il prefetto abbia mai avuto notizie in merito alla Milanflor".

 

 

Articolo di La Repubblica del 20 Marzo 2010

Mio padre ucciso dai boss dei fiori

di Zita Dazzi

«HO SENTITO un botto, vicinissimo a me. Un' esplosione che mi ha stordito, ma non colpito. Avevo la faccia sporca di sangue. Il sangue di mio padre Pietro che era seduto di fianco a me, e che mi è caduto in braccio quando gli hanno sparato. Non ricordo altro. Non ho visto chi ha fatto fuoco. Faccio ancora fatica a parlare di questa cosa, anche se sono passati quindici anni. Era il 4 febbraio. Le cinque e mezzo del mattino. Stavamo andando a lavorare al mercato di Corsico. Io avevo 20 anni. Mio papà 46». APRIRÀ la manifestazione di stamattina, dietro lo striscione di Libera, a Porta Venezia, accanto a don Luigi Ciotti e ai parenti delle stragi di mafia, Lorenzo Sanua, che oggi ha 35 anni e che nel 1995 vide assassinare suo padre. Ancora oggi non ha avuto giustizia Pietro Sanua, il «sindacalista dei fioristi» che per primo parlò di racket degli ambulanti a Milano. I suoi assassini non sono mai stati scoperti, nemmeno una pagina è stata messa a verbale da parte chi sa. Ancora oggi, pochi a Milano riconoscono il dolore di questa famiglia e la sua richiesta di ascolto. E se non fosse per Nando dalla Chiesa - che ha portato per la prima volta a parlare in pubblico il figlio Lorenzo - nessuno avrebbe aggiunto il nome di Pietro Sanua all' elenco delle 900 vittime di mafia che oggi verrà letto dal palco in piazza Duomo. Ieri, quando don Ciotti, durante l' incontro al centro San Fedele con i familiari delle vittime di mafia, ha parlato della storia di Pietro Sanua - una storia di mafia di cui a Milano non si è quasi mai parlato - tutta la platea si è alzata in piedi per applaudire. Lorenzo era in giro per la Brianza col suo furgone, perché in tutti questi anni nessuno lo ha considerato come una persona che merita giustizia. E lui non è abituato a raccontare la sua storia davanti alla gente, anche se è una storia come non ce ne sono state tantea Milano, per crudeltà e per la mancanza di una sentenza a restituire un minimo di pace a chi è rimasto, e onore alla memoria di chi è morto. Pietro Sanua, nella sua Milano, è una vittima dimenticata. Nella testa di suo figlio invece, ogni giorno, da quella mattina all' alba, si ripete il film di quei momenti, le ultime parole di suo papà: "Adesso andiamoa comprare...". Sanua faceva l' ambulante ed era presidente dell' associazione di categoria Anva della Confesercenti, oltre che fondatore di «Sos impresa», un' associazione che si batteva per la trasparenza nel commercio ambulante. Un uomo che non era ricco né famoso, ma che aveva il senso della legalità e il coraggio di dire cose che non piacevano a chi comandava la «mafia dei fiori». Era entrato nella commissione comunale sul commercio ambulante. Aveva sentito puzza di marcio ancora prima che venissero fuori gli scandali legati alle mazzette ai vigili urbani. E non si era fatto scrupolo di andare a parlare con i diretti interessati e con i politici. Si era fatto notare a Palazzo Marino come «uno che voleva vederci chiaro» e che non era disposto ad accettare i meccanismi perversi per l' assegnazione dei posti nei mercati. «Ha pagato con la vita, ma è stato coraggioso, onesto come non ce ne sono molti nel suo settore», racconta il figlio Lorenzo, che è stato fra i fondatori di «Sos racket e usura»e oggi lavora nell' edilizia. «La risposta che ottenne alle sue richieste di trasparenza fu un colpo di lupara in faccia. Mi morì fra le braccia e io ero solo un ragazzo. Sono rimasto solo con mia madre a chiedere giustizia, ma a tanti anni di distanza tutte le indagini sono finite nel nulla». Lorenzo Sanua nonè mai stato convocato dai magistrati per dire quel che sa sui nomi che da sempre si fanno quando si parla del «racket dei fiori». Le indagini si sono arenate. Non c' è stato un processo per il delitto al mercato di via Di Vittorio a Corsico. Dei killer si persero subito le tracce, un' auto carbonizzata con targa di Genova fu trovataa 500 metri di distanza. Ma non servì. «Paradossalmente - dice Lorenzo Sanua - invece di cercare subito fra i mafiosi i mandanti dell' omicidio di mio papà, venimmo interrogati a lungo io e mia madre». Che cosa resta oggi? «Tanta rabbia per tutta la gente che sa e che non ha il coraggio di parlare. Nel settore c' è ancora tantissima omertà. Ma io continuo a difendere la memoria di mio padre. E continuo a sperare che un giorno l' inchiesta venga riaperta e che la giustizia arrivi»

 

 

Articolo del 29 Dicembre 2011  dipersona.wordpress.com

Pietro Sanua: storia di un uomo semplice

Articolo vincitore del secondo premio “Giovani reporter contro l’usura”,  scritto con Paolo Fiore

«Mio padre ce l’hanno sulla coscienza almeno cento persone: una mano quello, un occhio quell’altro». Lorenzo Sanua sorride amaro mentre ordina una bionda alla spina in un piccolo bar di Milano, ma ha gli occhi umidi e rabbiosi di chi ha visto morire suo padre e non sa ancora perché. Pietro Sanua è stato ucciso nella milanesissima Corsico con un colpo di lupara, come omicidio di mafia esige. Era il 1995. Nel 2011 Lorenzo e la sua famiglia aspettano ancora di conoscere i colpevoli.

Pietro Sanua era nato in provincia di Potenza. Si era trasferito a Milano a dodici anni per fare il panettiere. A diciotto, nel 1969, compra la licenza di ambulante. Dalla farina alla frutta: una storia semplice, di lavoro e immigrazione, come tante in quegli anni. Una storia che si ferma il 4 febbraio di sedici anni fa. Alle 5.30, Pietro, 47 anni, sale sul suo furgone per dirigersi a Corsico, dove lo aspetta una giornata dietro il suo banco di frutta e verdura. Accanto a lui il figlio Lorenzo, allora ventenne, che oggi racconta: «A poche centinaia di metri dal mercato, vedemmo un’auto, una Fiat punto marrone targata Genova. Rallentò e fece inversione a U a 500-600 metri davanti a noi». Una manovra brusca, inconsueta per una strada provinciale. «Se mio padre avesse avuto dei sospetti, perlomeno avrebbe tentato di tutelare me. Invece disse solo ‘Guarda quel pirla che manovra che fa in una strada così’». Tutto pensava Pietro Sanua, tranne che ‘quel pirla’ stesse per ucciderlo. «Ho sentito uno sparo secco. Hanno colpito mio padre alla testa. Io sono stato sfiorato da qualche scheggia – ricorda Lorenzo mentre le dita salgono alla fronte per indicare i graffi rimasti sulla pelle-. Proiettili auto esplosivi, dissero gli inquirenti». Fuor di gergo tecnico, fucile a pallettoni. Se non è abbastanza chiaro: «Hanno ucciso mio padre con un colpo di lupara».

Perché ammazzare così, come si fa con i boss, un fruttivendolo? Pietro Sanua era un dirigente dell’Anva di Milano, l’associazione nazionale venditori ambulanti affiliata a Confesercenti. E aveva fondato Sos impresa, un’organizzazione nata per tutelare il lavoro pulito. Un impegno che lo portava a contatto con le logiche poche limpide dei mercati itineranti. E non mercati qualunque. Pietro Sanua era il fiduciario di quelli di Buccinasco, Corsico e Quarto Oggiaro. Zone delicate. Periferie milanesi dove i padrini fanno sentire la loro voce. Sedici anni fa come adesso, ieri con meno rumore di oggi. «Quando c’era da affrontare un problema, mio padre era l’unico che si sbatteva per difendere la categoria», ricorda Lorenzo. È probabile che Pietro abbia pestato i piedi a chi non era abituato a vederseli pestare. «Mio padre – Lorenzo ne è convinto – doveva morire per far sì che dopo di lui nessuno prendesse il suo posto». Così è stato: nessuno, dopo Pietro Sanua, ha avuto la forza e la possibilità di occuparsi allo stesso tempo dei mercati di Buccinasco, Corsico e Quarto Oggiaro. Di minacce Pietro Sanua non aveva mai parlato. Forse per tutelare la famiglia, forse perché «è stato un ingenuo a non capire i messaggi che gli erano arrivati». Come quella Lancia che, racconta Lorenzo, qualche giorno prima dell’omicidio aveva fatto strani giri intorno a casa Sanua. O come ‘quel pirla’ che stava facendo inversione a u per ammazzarlo.

Pietro Sanua era una persona troppo semplice per pensare di poter essere visto come un pericolo dai i boss del luogo. «Dopo l’omicidio – afferma Lorenzo – le indagini andarono in un’altra direzione. Si pensò che potesse essere l’amante di una persona sbagliata. Scavarono a fondo tra i familiari».  Dovranno passare due mesi dall’omicidio prima che Fabrizio Gatti, il 21 aprile del 1995, parli sul Corriere della Sera di “Mafia delle licenze” a proposito del delitto Sanua. L’indagine, però, viene archiviata. «Nel fascicolo di 50-60 pagine non c’era nessun nome con delle prove. Solo supposizioni. E io – dice stizzito Lorenzo – non fui chiamato a testimoniare nonostante fossi l’unico testimone dell’omicidio». Nessun colpevole, dicono le carte. Ma Lorenzo un’idea ce l’ha: per lui l’assassinio del padre prende forma nel 1994. «Venne a casa nostra Piero, un suo amico. Che disse: ‘Mi hanno detto che anche quest’anno non prenderò il posto al mercato del cimitero monumentale’. Mio padre rispose: ‘E come fai a saperlo se il sorteggio ancora non è stato fatto?’». Una bancarella di fiori accanto al cimitero è posto ambito. Per questo, ogni anno, le postazioni vengono assegnate a sorte. Questione di fortuna. Piero aveva appena fatto capire a Pietro Sanua che la dea bendata ci vedeva benissimo.

È a questo punto, secondo Lorenzo, che suo padre si scontrò con il racket delle tangenti per l’assegnazione delle postazioni nei mercati.  «Penso che quell’episodio abbia acceso una lampadina nella testa di mio padre. Che fece presente l’accaduto all’interno di Confesercenti». A quanto pare senza seguito. Come dimostra, secondo Lorenzo, il comportamento degli ex colleghi del padre. Fino al giorno dell’omicidio, tutti cercavano Pietro per risolvere i loro problemi. Dopo, tutti si sono allontanati. Come “l’amico” Piero. «Non l’ho più visto. L’ho incontrato solo una volta, quattro anni, dopo sulla tomba di mio padre». «Mio padre», lo ripete spesso Lorenzo. C’è un «mio padre» quasi in ogni frase, scandito con orgoglio. A voler ricordare  quell’uomo «brillante, sorridente, ben voluto da tutti», almeno fino a che era vivo e difendeva gli  interessi dei colleghi. «I suoi ultima anni li ha vissuti per il prossimo e questo lo ha portato alla morte». Glielo avevano detto di «farsi i fatti suoi», magari scherzando e senza pensare a quello che sarebbe poi successo anni dopo. Come quella volta alla fiera dei navigli di Milano «Io avevo 14 anni – ricorda Lorenzo – e lui guidava un corteo. Mio zio gli disse ‘Pietro, ti sbatti talmente tanto che farai una brutta fine’». Quando, dopo l’omicidio, Lorenzo rimette su la bancarella del padre, tutti sembrano aver già dimenticato i consigli, le battaglie, i cortei. «Al mercato non gliene fregava niente a nessuno. Ho un concorrente in meno: la cosa venne letta così. Nessuno si aspettava che io e mia madre ci saremmo rimboccati le maniche. Ma dopo due anni e mezzo ho venduto perché non ce la facevo più a continuare quel lavoro. Nel commercio devi sorridere. Per me a vent’anni era difficile, ero sempre nervoso».

Adesso Lorenzo, le mani macchiate di vernice, lavora nell’edilizia. Ha una compagna e una figlia che, manco a dirlo, ha chiamato Petra, come il nonno. Lorenzo si è allontanato dai mercati, ma non ha mollato l’idea di fare chiarezza sull’assassinio del padre. «Nei momenti di non lucidità ho anche pensato di andare da chi penso io con un registratore nascosto», ammette Lorenzo, convinto che molte persone sappiano chi ha ucciso Pietro Sanua. «Non voglio sapere chi sono gli esecutori. Voglio sapere chi è il mandante. Gli esecutori li avranno fatti sparire subito. I mandanti sono ancora qui, liberi, a Milano».

Per i giudici, l’omicidio di Pietro Sanua non ha colpevoli. Per lo Stato, quel fruttivendolo ucciso a colpi di lupara in provincia di Milano non è stato ammazzato dalla malavita organizzata. Ci sono voluti quindici anni perché qualcuno riconoscesse Lorenzo come familiare di vittima di mafia. Succede il venti marzo 2010, grazie all’associazione antimafia Libera. Un discorso di Lorenzo Sanua apre la manifestazione organizzata da Don Luigi Ciotti a Milano. «Dissi che mio padre era una persona semplice, non famosa, umile. Don Ciotti mi rispose che non ci sono vittime di mafia di primo e di secondo ordine, sono tutte vittime. Adesso mio padre – rivendica Lorenzo – è come Tobagi, Moro, Dalla Chiesa». Un piccolo riconoscimento, l’unico.

Lorenzo Sanua parla senza pause, abbandona gli affondi e le accuse per riscoprire i ricordi: «Mio padre era anche il mio migliore amico. Mi confidavo con lui. Mi ha accompagnato al concerto di Vasco. Persone come lui non ce ne sono più e tu vorresti essere uguale per tua figlia». La birra piccola ordinata all’inizio dell’intervista è ancora tutta lì, ormai calda. Ride Lorenzo. E con le parole, con il racconto, cerca di riempire il vuoto lasciato da quello che manca, la verità: «A distanza di sedici anni, ancora non so perché non ho più un padre».

 

 

Foto e Articolo del 31 Dicembre 2011 da  sosracketusurablog.wordpress.com

VOGLIAMO LA VERITA’ SUI MANDANTI DELL’OMICIDIO MAFIOSO DI PIETRO SANUA.

di Frediano Manzi

Sono passati ormai 17 anni da quella maledetta mattina del 4 febbraio 1995, quando alle 5.30 del mattino a Corsico il dirigente della Confesercenti Pietro Sanua fu assassinato in un agguato di stampo mafioso da due killer.

Dirigente dell’Anva, categoria della Confesercenti di Milano, Pietro Sanua era l’unico che prima e durante tangetopoli si opponeva ai continui favoritismi che infedeli dirigenti della ripartizione commercio del Comune di Milano, assegnavano posteggi, chioschi e vendite straordinarie di fiori ai soliti nomi. Era l’unico che non ci stava a questa collusione dilagante ed era l’unico che diceva NO nelle centinaia di pagine di verbali delle commissioni comunali di cui faceva parte che ho personalmente letto. Un uomo coraggioso, onesto, ammazzato con due colpi di lupara in faccia perchè si opponeva a tutto questo. Pietro Sanua fu il primo che si occupò della mia vicenda quando esplose nel 1994 il cosidetto racket dei fiori, in seguito alle denuncie fatte sia da me che da altri coraggiosi commercianti, che scoperchiarono il pentolone della corruzione che si annidava all’interno del palazzo del potere di Milano, collusi con la criminalità organizzata. Furono arrestati 8 funzionari della ripartizione commercio del Comune di Milano e decimata la polizia annonaria milanese con 39 arresti. Era una gelida mattina nel mercato di via Papiniano quando Pietro Sanua pronunciava queste parole: “ c’è un ragazzo che sta denunciando e che farà cessare questo scandalo”. Quel ragazzo ero io e quella coraggiosa sfida fatta davanti a tutti gli è costata probabilmente la morte. Troppe le anomalie sulle indagini sull’omicido Sanua, troppi i lati oscuri su tutta la vicenda. Ma una cosa è certa Pietro Sanua è stato ammazzato in un agguato di stampo mafioso. Solo da due anni l’Associazione Libera ha inserito, dopo le mie pressioni, il nome di Pietro Saua nell’elenco che ogni anno pubblicamente fa nella loro manifestazione nazionale scandendo i nomi delle vittime di mafia. Fu scandagliata tutta la sua vita privata e si scoprì che era una persona ben voluta, amata da tutti, una persona che sapeva farsi voler bene ma che conosceva anche dei personaggi legati alla criminalità organizzata ed alla mafia siciliana, ma che con loro non aveva nessun tipo di legame se non la passione con il Milan Club. Effettivamente come viene ritratto in queste foto inedite insieme a Roberto Donadoni,DanieleMassaro(due ex giocatori del Milan) e Letterio Sofio, detto Lillo. Quest’ultimo assassinato a colpi di kalashnikov nel marzo del ’92 a Trezzano sul Naviglio da parte di un commando. Letterio Sofio era molto vicino alla famiglia di Luciano Liggio ed era subentrato nella gestione dell’anomalo fallimento della Ferrarini auto spa, investendo i soldi della mafia in quella operazione. Conobbi personalmente Letterio Sofio, prima che venisse ammazzato, e chi mi accompagnò da lui fu il nipote del boss dei fiori Emanuele Caputo, Pietro Guardì morto di Aids alcuni anni fa. Mi rimase impresso il “bacia mano” che lui faceva con riverenza ogni volta che incontrava Letterio Sofio e che poteva avere un solo significato: il rispetto e il riconoscimento fatto a un boss di mafia. Perchè in 17 anni mai nessun pentito, è ce ne sono stati molti, ha mai parlato di questo omicidio, mai una confidenza fatta agli investigatori, mai hanno sfruttato questa vicenda per avere dei benefici? La risposta è una sola: i killer professionisti che hanno ammazzato Pietro Sanua sono stati eliminati da coloro che li avevano assoldati per compiere l’omicidio, e quindi garantirsi il loro silenzio. Non a caso la macchina usata per compiere l’omicidio fu rubata a Genova, da quella terra dove arrivano i fiori venduti a Milano. E perchè rubare una macchina a Genova per compiere un omicido a Corsico? Forse perchè il segnale doveva arrivare forte e chiaro? Forse perchè si sentivano talmente sicuri che non li avrebbero mai individuati visto che avevano deciso di assassinare i killers?

Pietro Sanua conosceva anche gli ex proprietari della masseria, il ristorante e Villa Bunker del potente clan Valle, legato alla potente cosca dei De Stefano, dei Condello Libri e di Lampada: i primi che operano da decenni tra la Lombardia e la Liguria, che dell’usura e dell’estorsione, come i Valle, ne hanno fatto un mestiere, prima a Vigevano, e poi trasferendosi addirittura proprio nella masseria di Cisliano dove verranno arrestati il 1 luglio del 2010 dalla DDA di Milano perchè continuavano a estorcere denaro e fare usura con metodi mafiosi a decine di imprenditori; i secondi affiliati alla cosca Gullace_Condello di Guardavalle.

Informazioni attendibili raccolte dall’Associazione Sos Racket e Usura di cui il figlio Lorenzo è uno dei soci fondatori e che diventerà a breve il Presidente dell’Associazione, ci portano ad indicare nuovamente che l’omicidio mafioso di Pietro Sanua sia maturato ed ordinato nell’ambiente dei boss del racket dei fiori.

Ecco perchè alla luce di questi nuovi elementi chiediamo alla Procura di Milano che riapra il caso, mettendoci tutti noi che abbiamo assunto queste informazioni a disposizione della Procura, affinchè questo vile omicidio non rimanga impunito e vengano finalmente individuati i mandanti e gli esecutori materiali. L’Autorità Giudiziaria, deve riaprire questo caso, anche perchè sono 17 anni che il sottoscritto, vive con il senso di colpa di chi interessandosi della mia vicenda ha pagato per questo il prezzo più alto perchè è un uomo onesto. Dobbiamo cercare la verità ad ogni costo per dare quella serenità che non potrà mai sostituire la perdita del proprio Papà a Suo figlio Lorenzo, ma che almeno porti a quella verità ancora sconosciuta perchè Egli possa guardare un giorno in faccia quei vigliacchi che hanno deciso di uccidere suo Padre. Non mi ha mai abbandonato quel senso di angoscia e di colpa che mi porto dentro e mi sento moralmente responsabile di questo omicidio, ecco perchè non si può più aspettare dopo 17 anni. Ora è il momento di cercare la verità, quella verità negata alla Famiglia di un Uomo Onesto e Perbene, un eroe dei nostri tempi che si chiama Pietro Sanua.

 

 

Articolo del 3 Febbraio 2015 da  dirittodicritica.com

Pietro Sanua, da vent’anni in attesa di verità

Venditore ambulante e sindacalista dell’ANVA, è stato ucciso a Corsico con un colpo di lupara il 4 febbraio 1995: nelle parole del figlio il ricordo di un uomo retto. E scomodo

Morire per un colpo di pistola, apparentemente senza un motivo e sicuramente senza giustizia. Accade a Corleone? A Scampia? No, accade a Corsico, comune del sud ovest milanese, nel cuore della Lombardia. Pietro Sanua, venditore ambulante e sindacalista dell’ANVA, vent’anni fa è morto così. Era la mattina del 4 febbraio 1995: un giorno di lavoro qualsiasi, una bancarella di frutta e verdura da allestire al mercato di fronte al Parco Giorgella, a Corsico. Pietro quella mattina non raggiungerà il mercato e non inizierà mai a lavorare: verrà ucciso da un colpo di lupara in via Di Vittorio, mentre era alla guida. Accanto a lui suo figlio Lorenzo, che si vedrà morire il padre davanti agli occhi. Sono passati vent’anni, ma ad oggi ancora non si conoscono i nomi né degli esecutori né dei mandanti dell’omicidio: il caso è stato archiviato in sei mesi.

Pietro Sanua era noto in ambito personale, professionale e sindacale per la sua onestà e correttezza: in qualità di presidente dell’ANVA (Associazione Nazionale Venditori Ambulanti, affiliata alla Confesercenti) di Milano si occupava delle problematiche che riguardavano i mercati – dai sorteggi dei fiori per le fiere alle postazioni davanti ai cimiteri – e gestiva le regole e le graduatorie per il posizionamento dei venditori. Un campo difficile, che almeno fino a qualche anno fa era la gallina dalle uova d’oro per gli affari illeciti sui territorio e le manovre della criminalità organizzata. I mercati di cui si occupava Pietro Sanua portavano nomi pericolosi: Corsico, Buccinasco, Quarto Oggiaro, la roccaforte della criminalità organizzata nel cuore della Lombardia, una delle zone a più alta densità di beni confiscati sul territorio.

«Per ora ci sono ipotesi, piste, domande aperte – racconta a Diritto di Critica Lorenzo, il figlio di Pietro Sanua -. Mio papà era una persona onesta e si sottraeva alle regole dei giochi quando queste diventavano sporche: parlava chiaro, voleva capire cosa non andava. Essendo un nome conosciuto in Confesercenti, avrebbe potuto influire, cambiare le cose. Probabilmente, come risulta dagli atti, voleva denunciare alcune cose scoperte nell’ambito del Mercato Ortofrutticolo di Milano. Infatti faceva parte della commissione di vigilanza della Sogemi, e che l’ortomercato sia il fulcro di diverse attività illecite sul territorio milanese è stato appurato da numerose altre inchieste».

L’unica pista seguita dagli inquirenti per il caso Sanua è stata quella del diverbio – avvenuto poco tempo prima dell’omicidio – con un membro del clan Morabito, che aveva il suo monopolio a Buccinasco. E le altre? «Innanzitutto quella sindacale – spiega Lorenzo -: mio padre era stato avvicinato da una persona, socia dell’associazione sindacale analoga dell’ANVA ma affiliata a Confcommercio, che gli aveva proposto di spostare duecento dei suoi iscritti in modo non troppo trasparente. Aveva rifiutato». La persona in questione sarebbe poi stata arrestata con l’accusa di associazione a delinquere nell’ambito dello scandalo dell’assessorato al Commercio del Comune di Milano, nel ’95. L’altra pista è quella della minacce: «prima di essere ucciso, mio padre aveva ricevuto minacce – racconta ancora Lorenzo – e chi gli ha sparato conosceva ogni suo minimo spostamento. Ne aveva parlato con una persona di fiducia, ma il suo nome non risulta agli atti».

Lorenzo denuncia in particolare la solitudine del padre: «Mi ricordo che tanti gli dicevano di “lasciar perdere”, ma lui seguiva le regole e si poneva in modo giusto anche in un ambiente così difficile, cercando anzi di migliorare le condizioni di lavoro di tutti quanti. Ma è stato lasciato solo – aggiunge Lorenzo – e ne ho la testimonianza ogni anno: alla commemorazione, le persone con cui aveva condiviso battaglie e per cui si era speso non ci sono. Mio padre lo continuano ad ammazzare così».

Dal 2010 il nome di Pietro Sanua  viene letto nell’elenco di oltre 900 vittime innocenti di mafia durante la Giornata della Memoria e dell’Impegno – organizzata ogni anno il 21 marzo da Libera, Associazioni, Nomi e Numeri contro le Mafie – e da tre anni il 4 febbraio Lorenzo organizza a Corsico una fiaccolata di memoria per suo padre. «Partecipare alla fiaccolata di stasera – commenta Davide Salluzzo, referente regionale di Libera in Lombardia – significa chiedere verità, per Pietro e per gli altri omicidi di mafia ancora impuniti. Solo la verità può illuminare la giustizia».

Ed è soprattutto verità ciò che aspetta anche Lorenzo. «So che i nomi degli esecutori usciranno solo se qualcuno parlerà – spiega – : quello che posso fare io è raccontare, impegnarmi perché altri non provino la mia stessa sofferenza». Nei ritagli di tempo, dopo il lavoro, Lorenzo sostiene infatti Libera come volontario, racconta la sua esperienza, parla con i ragazzi, ed ha aderito al coordinamento dei familiari delle vittime di mafie: «Lo faccio soprattutto per mia figlia: quando sarà più grande e mi chiederà cos’è successo al nonno, voglio poter dire di aver provato a costruire un mondo migliore anche per lei».

 

 

Articolo del 5 Febbraio 2016 da  forumtools.biz
dall'Ufficio stampa Comune di Corsico

Ex negozio della ‘ndrangheta intitolato a Pietro Sanua

La cerimonia è avvenuta, dopo una fiaccolata, in via Cavour 9 dove un esercizio commerciale è stato assegnato dall’Amministrazione alla cooperativa Cometa e all’associazione Libera Corsico


(5  febbraio  2016)  
È vero. La giustizia non si è ancora pronunciata. Non ha detto con chiarezza che l’omicidio di Pietro Sanua, ucciso il 4 febbraio 1995, è stato un delitto di mafia.
Però  l’impegno  civile, lo sforzo per tenere alta l’attenzione sui pericoli  della criminalità organizzata e della sua capacità di infiltrarsi nella
vita sociale e politica di un territorio devono essere massimi. Ne è convinta l’Amministrazione comunale di Corsico che ha voluto affiancare e   sostenere   l’associazione   Libera   nell’idea   di   intitolare   il   negozio   di   via   Cavour   9   al commerciante  ambulante  morto  sotto  i  colpi  di  lupara  in  via  Di  Vittorio,  a  pochi  metri  dallo spazio dove ogni sabato allestiva la bancarella di frutta e verdura.  
Giovedì 4 febbraio, come avviene da cinque anni, Corsico  ha ospitato la  fiaccolata commemorativa. Però, a differenza del passato, l’iniziativa è stata organizzata in pieno centro storico,  in  via  Cavour  e  alla  Fontana  dell’incontro.
Perché  proprio  lo  spazio  commerciale  un tempo  della  ‘ndrangheta  è  diventato  patrimonio  dello  Stato,  del  Comune.  E  dal  2015  è  stato affidato alla Cooperativa Cometa e all’associazione Libera.  
È stato il sindaco Filippo Errante, dopo la breve fiaccolata organizzata dal punto vendita fino alla  Fontana  dell’incontro  ad  aprire  gli  interventi,
evidenziando  che  “Noi  abbiamo  a  che  fare con un nemico subdolo. Un nemico che non ha più il volto del criminale di un tempo. Però ha mantenuto  la  stessa  prepotenza,  la  medesima  arroganza.  È  sfacciato  nei  confronti  delle istituzioni,   delle   forze   dell’ordine,   della   politica   e di   chi   testimonia   quotidianamente l’importanza della lotta alla mafia. Noi a Corsico – ha proseguito il primo cittadino – abbiamo sedici  beni  confiscati  alla  ‘ndrangheta.  Si  tratta  di alloggi,  così  come  di  negozi.  La  maggior parte  di  questi  sono  stati  assegnati,  anche  ad  associazioni  come  Libera  e  la  cooperativa Cometa. L’obiettivo dell’Amministrazione è quello di farli rivivere e mettere in evidenza che le istituzioni  ci  sono.  Che  i  luoghi  un  tempo  utilizzati  dai  mafiosi  oggi  sono  patrimonio  della città”.  
Il referente regionale di Libera, Davide Salluzzo ha voluto rimarcare la necessità di un impegno congiunto  con  le  istituzioni  affinché  i  beni  confiscati  possano  dare  una  risposta  a  chi  ha bisogno,  ma  anche  all’intera  collettività.  Mantenendo  alta  la  memoria  su  fatti  di  un  passato più o meno recente, per assicurare un impegno costante contro le mafie. Dopo l’intervento di Giuseppe Berardino, che ha illustrato le attività della cooperativa Cometa, ha  concluso  Lorenzo  Sanua,  figlio  di  Pietro.  “Quando ho  saputo  che  il  negozio  di  Libera venderà  anche  frutta  e  verdura  –  ha  detto  –  mi  sono  commosso,  perché  il  ricordo  di  quel momento  è  ancora  vivo  in  me.  Ringrazio  le  molte  persone  intervenute,  anche  se  quest’anno non  abbiamo  nomi  eclatanti  come  ospiti,  perché  a  mio  padre  piaceva  stare  in  mezzo  alla gente, quella onesta e pulita”.  
La  cerimonia  è  proseguita  davanti  al  negozio  di  via  Cavour  9.  Qui  la  vedova  di  Pietro, Francesca  Farano  il  figlio,  il  sindaco  di  Corsico  e  padre  Ciro  hanno  scoperto  la  targa  di intitolazione. “In questo modo – ha detto Filippo Errante – la sua memoria rivivrà non solo il 4 febbraio di ogni anno, ma anche gli altri giorni dell’anno”.  
Prima  della  preghiera,  padre  Ciro,  parroco  della  chiesa  di  Sant’Antonio,  ha  voluto  lanciare  un monito  ai  cittadini  presenti:  “Il  rispetto  delle  regole  e  delle  persone  non  è  compito  solo dell’Amministrazione comunale, ma riguarda ciascuno di noi, come cittadini di questa realtà  scaricato dal sito: www.comune.corsico.mi.it che amiamo. Per questo fa male il silenzio, l’indifferenza verso le cose che non sono giuste. È
troppo facile farsi i fatti propri, però si campa male”.
Hanno partecipato all’iniziativa anche i sindaci di Cesano Boscone Simone Negri, di Buccinasco Giambattista Maiorano, di Trezzano sul Naviglio Fabio Bottero.  




Articolo del 7 Febbraio 2016 da  milano.corriere.it

Sanua, omicidio di un uomo perbene
Milano riscopre l’eroe antimafia

Il presidente degli ambulanti ucciso 21 anni fa. Intitolato un bene confiscato

di Cesare Giuzzi

Quel sabato mattina il freddo pungeva la faccia. Il furgoncino Mercedes era fermo, immobile, contro il paraurti di una Fiat Tipo. Le portiere aperte e sul sedile di guida il corpo di Pietro Sanua, ormai immobile. Il tempo fermato da uno sparo soltanto. Un colpo di fucile andato a segno senza che quasi Lorenzo se ne accorgesse. Se non fosse stato che, d’improvviso, il furgone marciava fuori controllo e nelle orecchie rimbombava quella cannonata. Lorenzo Sanua aveva vent’anni, era diretto al mercato di Corsico insieme al padre. Erano le cinque e mezza del 4 febbraio 1995. E faceva freddissimo.

Pietro Sanua, 47 anni, commerciante ambulante e presidente provinciale dell’Associazione nazionale venditori ambulanti della Confesercenti, mesi prima aveva denunciato alla Commissione di Palazzo Marino il racket che si nascondeva dietro al mercato dei fiori e la spartizione delle postazioni dei chioschi all’esterno dei cimiteri. Aveva raccontato di mani sporche e colletti bianchi corrotti, di una gestione «anomala» che coinvolgeva anche i funzionari di Palazzo Marino. Aveva parlato e forse aveva parlato troppo. Perché quelli non erano gli anni della «mafia silenziosa» e non era la Milano dei venti omicidi all’anno (dato 2015), ma una città dove ancora si sparava e si moriva per poco, travolta da Mani Pulite e appena «risvegliata» dalle retate antimafia Nord Sud e Wall Street.

Era una Milano dove le regole della malavita non prevedevano appello. E faceva freddo, ma era un freddo che bruciava più del fuoco. Come le fiamme che hanno avvolto l’auto usata dai killer, una Fiat Punto marrone risultata rubata vicino a Genova, e trovata carbonizzata poco dopo l’omicidio. Bruciata per nascondere le tracce dei killer e per cancellare la verità sulla morte di un «uomo perbene». Perché dopo 21 anni la storia di Pietro Sanua aspetta ancora di trovare la sua verità giudiziaria. E pazienza se le indagini sono state liquidate in fretta e se qualcuno ha buttato subito lì la pista del delitto passionale. Perché succede sempre così quando ci si trova di fronte a un omicidio di mafia.

Capita che la verità non arrivi e che la vittima venga marchiata come un ruba donne. E adesso che di anni ne sono passati 21 può apparire quasi scontato che la verità non arriverà più. Perché nella capitale morale d’Italia, ci sono voluti due decenni soltanto per associate al nome di Pietro Sanua la qualifica di «vittima di mafia». Perché la memoria, in fondo, è stata la verità più difficile da ottenere. E se oggi Milano si ricorda di Pietro Sanua è soltanto merito del figlio Lorenzo, dell’associazione «Sos racket e usura» prima e di «Libera» poi, con don Luigi Ciotti e il professor Nando Dalla Chiesa.

Il nome di Pietro Sanua è entrato ufficialmente tra le vittime di mafia solo nel 2010. Ma soltanto tre giorni fa, giovedì sera, è stato consegnato finalmente alla storia dell’antimafia. E il merito è ancora una volta del figlio Lorenzo e di «Libera». Il Comune di Corsico gli ha intitolato un bene confiscato al clan Sergi nell’operazione Nord Sud e oggi assegnato alla cooperativa sociale «Cometa» che produce prodotti per celiaci, partecipa al progetto «Salva famiglie» della Caritas e vende proprio frutta e verdura biologiche. Alla cerimonia in via Cavour 9 c’erano il sindaco di Corsico Filippo Errante, quello di Cesano Boscone Simone Negri, quello di Trezzano Fabio Bottero e quello di Buccinasco Giambattista Maiorano. Tutti in fascia tricolore. Tutti rappresentati dei territori del Nord più infiltrati dalla mafia. Con loro c’era anche il figlio, Lorenzo Sanua. Anche giovedì sera faceva freddo. Ma nessuno è tornato a casa prima che la cerimonia fosse finita.

 

 

Articolo dell'8 Febbraio 2016 da milano.corriere.it

«Intreccio di mafia e politica
dietro l’omicidio di mio papà»

Lorenzo Sanua, figlio di Pietro:«Milano ha dimenticato mio padre per 20 anni. L’inchiesta è da riaprire, i mandanti sono ancora al loro posto»


di Cesare Giuzzi

«So che forse non arriveremo mai ad una verità giudiziaria, ma è tempo che chi sa parli finalmente. Troppe persone hanno taciuto». Lorenzo Sanua ha 40 anni, quella mattina di 21 anni fa era seduto di fianco al padre Pietro mentre un killer sparava un solo colpo di lupara attraverso la portiera del furgone che stava per raggiungere il mercato di Corsico. Era il 4 febbraio 1995, e da allora l’omicidio di Pietro Sanua, sindacalista e presidente provinciale degli ambulanti di Confesercenti, è rimasto insoluto: «Possiamo dire che non si è proprio indagato. L’intero fascicolo dell’inchiesta non è più alto di una ventina di centimetri. Sei mesi di indagine soltanto».

Poi tutto venne archiviato?
«L’ho scoperto solo quattro anni fa, quando con il mio avvocato abbiamo presentato una richiesta di accesso al fascicolo».

Quali furono le piste seguite dagli investigatori?
«Quella passionale ovviamente, ma mio padre si alzava alle 5 del mattino, aveva l’impegno sindacale. Non aveva tempo per queste cose, e infatti non saltò fuori niente. Poi si pensò a un litigio che aveva avuto con una famiglia vicina alle cosche che frequentava i mercati, ma anche quella vicenda non portò da nessuna parte. Zero assoluto».

Dove si doveva guardare, secondo lei?
«Alle sue denunce nella commissione comunale. Aveva parlato di malaffare e rapporti con la politica».

Di che tipo?
«Un giorno un altro ambulante si rivolse a lui e disse che anche per quell’anno non gli era stata assegnata una postazione per la vendita dei fiori. Lui trasalì perché in realtà la commissione non si era ancora riunita. Quindi tutto era combinato...»

E di questo aveva parlato con qualcuno?
«Certamente. Ma le indagini non risalirono mai alla persona che aveva avuto queste confidenze. Mio padre era stato minacciato e lo aveva raccontato. Ma dopo la sua morte nessuno si fece avanti con gli investigatori. Sparirono tutti».

Stiamo parlando di altri ambulanti?
«Sì, ma anche di rappresentanti dei commercianti, di imprenditori del settore dell’ortofrutta e della vendita dei fiori. Parliamo dell’ambiente dell’Ortomercato, ma anche di politici. Socialisti e non».

Erano gli anni appena successivi all’inchiesta Mani Pulite, Milano era in subbuglio.
«E poco dopo scoppiarono scandali che portarono ad arresti in Comune e alla vicenda della “mafia dei fiori”, non dimentichiamolo».

Un colpo di lupara al volto. Omicidio con caratteristiche precise, no?
«Una esecuzione di mafia. Le modalità sono chiare».

Ma i killer non sono mai stati trovati, nonostante le numerose inchieste di quegli anni sulla malavita nell’hinterland milanese.
«I mandanti sono ancora al loro posto. Sono convinto che mio padre fosse in contatto con coloro che fecero da intermediari. È stato tradito da persone che credeva amiche. Sapevano tutto di noi. Tentarono di ucciderlo già mesi prima».

Perché continuare oggi a cercare la verità?
«Perché Milano lo ha dimenticato per 20 anni. Per dire a mia figlia come e perché è stato ucciso suo nonno».

 

 

 


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