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13 Luglio 1996 Locri (RC). Giosafatte (Giosuè) Carpentieri, 25 anni, resta ucciso in un incidente con un'auto di scorta del magistrato Nicola Gratteri. PDF Stampa

Articolo da L'Unità del 14 Luglio 1996

Ragazzo in moto ucciso dal blindato del pm di Locri

di Aldo Varano

La vittima aveva 25 anni
Gli amici: «Corrono come matti»

LOCRI. Sono le 15 e trenta e sulla strada buona di Locri sfila il corteo blindato di Nicola Gratteri, magistrato della procura reggina antimafia. Fa da battistrada (direzione Locri-Reggio) un’Alfa 33, segue la croma blindata del magistrato a rischio, chiude la blindata di “copertura” con sopra i “ragazzi delle scorte”, armi in pugno. Nello stesso istante e nella stessa direzione su un vespino 50 c’è Giosuè Carpentieri, 25 anni. Le prime due auto scivolano tranquille. L’ultima, forse un po‘ arretrata, invece, centra Carpentieri che ha iniziato a girare verso il mare forse convinto che il corteo sia interamente passato. Il giovane viene sbalzato e ruzzola sull’asfalto fracassandosi la testa. Il soccorso è immediato. Gli agenti chiedono l’autombulanza via radio. Ma quando Carpentieri arriva in ospedale è già morto.
Una tragedia che si poteva evitare? Asentire amici e familiari di Carpentieri, quello di Giosuè è una ”morte annunciata. Prima o poi doveva capitare - sibila un amico del giovane, garantito dall’anonimato - perchè passano in continuazione, a sirene spiegate e alta velocità, anche quando non serve. Si esibiscono, questa è la verità. E noi ci andiamo sempre di mezzo”. Il punto in cui Giosuè è morto è stato rapidamente coperto dai mazzi di fiori.
Molti i curiosi solidali con la famiglia del ragazzo, polemici con quella che descrivono come una processione, vecchia di anni, di blindate, auto delle forze dell’ordine, posti di blocco. Davanti all’ospedale, alla periferia nord del paese, ci sono altri capannelli: sono i parenti più stretti e gli amici più intimi della vittima. Anche qui polemiche, rabbia, attimi di tensione. “C’era disperazione e esasperazione. Un atteggiamento comprensibile che non è mai andato oltre”, assicura il capitano Del Monaco. Nel mirino anche i giornalisti accusati di non denunciare quelli che, si sostiene, sono veri e propri abusi.
Locri è una città blindata. Fino tre anni fa auto blindata e scorta vennero imposte anche al vescovo dopo che le cosche gli avevano piantato i rosoni della lupara sulla porta di casa, infastiditi dalle prediche che attaccavano boss e ‘ndrangheta.
A Locri è accaduto di tutto in questi anni: hanno sparato contro la caserma dei carabinieri, il carcere e i medici dell’ospedale; hanno preso a raffiche di mitra il Consiglio comunale in assemblea solenne, la lupara è stata usata contro chiesa, sindacati, sindaci, assessori, segretari di partito. L’intero paese, la grandissima maggioranza delle persone perbene, è costretta a convivere, ovviamente per colpa della ’ndrangheta, tutti i disagi di una massiccia presenza di forze dell’ordine.
Nicola Gratteri non vuole dire nulla. Non si è neache accorto di quel che è successo. Ha sentito la radio che chiamava l’autombulanza, s’è girato e la macchina di scorta non c’era più. Da anni, inseguito da continue minacce di morte, vive blindato. Si occupa soprattutto di mafia e traffico di droga nella Locride. Ieri stava tornando da Roma e andava in tribunale a Locri, dove la procura distrettuale ha una stanza, per preparare il lavoro della prossima settimana. “Sono dispiaciuto, amareggiato” dice dopo mille insistenze “ci sarà un’inchiesta che stabilirà quel che è esattamente accaduto. Non voglio dire nulla. Mi addolora quant’è accaduto. Uso la macchina solo per andare in ufficio o nel posto segreto in cui vado a dormire la notte”. Inutile chiedergli altro.

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 14 Luglio 1996

L' auto blindata di un magistrato ammazza un giovane in Vespa

di Carlo Macrì

IL CASO DELLE SCORTE. A LOCRI

LOCRI (Reggio Calabria) . Sull' asfalto un fascio di margherite bianche e alcuni cerchi disegnati con il gesso. Indicano il punto dove si e' consumato il dramma. L' ennesimo, provocato dagli uomini che scortano i magistrati. Aveva 25 anni Giosue' Carpentieri, primogenito di una modesta famiglia di Locri. Una "Croma" blindata che scortava il magistrato Nicola Gratteri, sostituto procuratore distrettuale di Reggio Calabria, l' ha investito nel primo pomeriggio di ieri mentre percorreva in moto il corso Vittorio Emanuele, la principale arteria della cittadina. L' urto e' stato violentissimo. Sull' asfalto nessun segno di frenata. "Andavano come pazzi" sostengono le numerosissime persone che hanno assistito all' incidente. "Siamo proprio stufi di veder viaggiare questi signori a velocita' folle", sostengono i negozianti del centro. Carpentieri e' stato catapultato in aria e nella ricaduta ha sbattuto la testa contro il marciapiedi. E' morto all' istante. "La giustizia non si amministra con l' alta velocita' . dice Gaetano Carpentieri, cugino della vittima .. Prima o poi doveva accadere. Questo magistrato crede che le strade siano di sua proprieta' . Bisogna porre un freno a questo gioco al massacro . spiega .. Come si fa a transitare come razzi per le vie di un paese". L' incidente mortale e' stato causato dalla terza auto di scorta del magistrato. Nicola Gratteri stava facendo rientro nella sua abitazione a Gerace, un borgo medievale a venti chilometri da Locri, a bordo di una Croma blindata che per disposizione del ministero di Grazia e Giustizia guida personalmente. Era seguito da una Alfa 33 e da un' altra Croma. Prima di entrare a Locri, la scorta ha acceso le sirene con le palette d' ordinanza e, a velocita' molto sostenuta, ha cercato di farsi largo tra le decine di auto che in quel momento affollavano il corso di Locri. La seconda Croma, quella con gli agenti di scorta, che si trovava in terza posizione, nel tentativo di accorciare il distacco con le altre due auto, ha aumentato l' andatura. Giosue' Carpentieri, in sella alla Vespa, viaggiava nella stessa direzione di marcia delle auto di scorta. Secondo alcune testimonianze, pare che il giovane si fosse messo in movimento poco prima dell' impatto mortale. Probabilmente il conducente della Croma non si e' accorto della sua presenza, tant' e' che il muso dell' auto ha centrato in pieno la parte posteriore della Vespa. Quello di ieri e' il secondo incidente stradale nello spazio di due mesi provocato dalla velocita' con la quale si muovono gli uomini delle scorte. A Roma, lo scorso maggio, la scorta dei magistrati palermitani Roberto Scarpinato e della moglie Teresa Principato ha travolto un ragazzo in motorino.

 

 

Articolo da L'Unità del 15 Luglio 1996

Barricate e treni bloccati a Locri per il giovane ucciso dall’auto blu

di Aldo Varano

Il questore: «Andremo fino in fondo». Oggi pomeriggio i funerali del ragazzo

LOCRI. Un incontro tra una delegazione dei manifestanti e il dirigente del commissariato di Siderno, Salvatore Genova, ha sciolto la tensione a Locri: sono stati rimossi ieri sera il blocco stradale e quello ferroviario istituiti in segno di protesta contro l’incidente nel quale è morto GiosafatteCarpenteri. Da sabato sera sulla linea ferrata non era transitato un solo vagone. Sulle rotaie c’erano pesanti cassonetti dei rifiuti. Corso Vittorio Emanuele era paralizzato da una barricata, proprio accanto ai fiori che i cittadini e gli amici di Giosuè Carpentieri continuano a deporre , lì dove il giovane è morto dopo essere stato tamponato dalla Croma del corteo blindato di Nicola Gratteri, magistrato antimafia che si occupa di ‘ndrangheta e traffico di droga nella Locride.
Anche da alcune strade accanto a corso Emanuele non si transitava: nel mezzo c’erano suppellettili e cassonetti. I blocchi erano “pacifici”: impedimenti che non paralizzavano il traffico, dato che si continuava a passare dalle strade a nord e dalla circonvallazione.
La polizia vigilava e osservava da lontano dislocata all’ingresso e alla fine del paese. Un osservarsi cupo, preoccupato: come se manifestanti e polizia avessero in comune la paura che a qualcuno potessero saltare i nervi. Barricate, carcasse d’auto di traverso, cassonetti rovesciati e qualche volta incendiati, segni di un disagio che avrebbe potuto rapidamente trasformarsi in dura  contrapposizione, in rivolta vera e propria. Per colpa della ‘ndrangheta anche la gran maggioranza dei cittadini onesti, qui a Locri, è costretta a subire i disagi che la lotta contro le cosche comporta per tutti. Ma per fortuna la protesta, alla fine, non ha compiuto nessun atto irreversibile.
La rabbia, c ovata fin da quando il tam tam del paese aveva diffuso in un lampo la notizia dell’incidente mortale di sabato, è esplosa prendendo di mira anche l’informazione.
Al centro del rancore dei locresi due notizie: quella (falsa) secondo cui Giosuè era un pregiudicato; e quella, successivamente smentita dagli stessi carabinieri, secondo cui il ragazzo a bordo del suo vespino 50 proveniva da una perpendicolare al Corso e non si sarebbe fermato allo stop piazzandosi all’improvviso davanti alla Croma che l’ha sbalzato dal sellino uccidendolo. «Quanto alla qualifica di “pregiudicato” appioppata a Giosuè si tratta di un’infamia» spiega il cugino Fortunato Aricò. «Giosuè era molto tifoso della squadra, lo sapeva tutto il paese, e quest’inverno ci sono stati problemi di sport. Sciocchezze locali, bisticci con tifosi della squadra di un paese vicino, in cui erano stati coinvolti più di una trentina di ragazzi come lui, che era studente universitario. Invece, voi  giornalisti» si sfoga «l’avete dipinto come un delinquente abituale. E poi, ammesso che fosse “pregiudicato”, ma è una balla ignobile, che vuol dire: che lo si poteva ammazzare camminando a velocità folle?»
Dopo i telegiornali di sabato sera, nel punto dell’incidente si sono raccolte un migliaio di persone che hanno sostato a lungo in silenzio.
Tra la folla, molti professionisti, donne coi bambini, gente comune, soprattutto un mare di ragazzi. Solo alla fine, quando gran parte dei manifestanti aveva fatto ritorno a casa, alcuni gruppetti hanno incrudito la protesta incendiando alcuni cassonetti e bloccando la stazione ferroviaria.
Il rischio, trattandosi di Locri, era che gruppi e personaggi di ’ndrangheta decidessero di cavalcare l’esasperazione saldando conti in sospeso non con gli eventuali abusi delle scorte ma con la giustizia in quanto tale. «Gratteri assassino, Carpentieri innocente»: le tutt’altro che tranquillizzanti scritte in spray azzurro sono già comparse sui muri di Locri.
Ieri mattina la protesta è ripartita. Di nuovo capannelli, fiori, lumini accanto al punto dell’incidente, altri cassonetti rovesciati. La folla è cresciuta: poche centinaia la mattina, quasi un migliaio nel pomeriggio.
Tutti volevano vedere il fazzoletto di asfalto in cui è morto Giosuè per verificare coi propri occhi che lì tracce di frenata non se ne vedono. «Io chiedo una cosa sola» dice Aricò «quale urgentissimo problema aveva la scorta di Gratteri per doversi mettere a correre al quel modo, per attraversare la strada principale del paese furiosamente a velocità proibitiva?» Come siano andate esattamente le cose, però, lo dovrà stabilire l’inchiesta aperta dalla magistratura e coordinata dal sostituto procuratore di Locri, Maria Rosaria Parruti. Vi sarebbero, secondo un rapporto dei carabinieri, tre testimoni oculari: dalle loro testimonianze e da una valutazione su auto, motorino, posizione del corpo, tipo di ferite riportate dal giovane dovrebbe essere possibile ricostruire una dinamica abbastanza precisa sul modo in cui sono andate le cose.
Considerata la dimensione di Locri, il problema delle scorte è reale: c’è quella del procuratore Rocco Lombardo che abita in un paese vicino; quelle di Gratteri, che tutti considerano ad altissimo rischio; da fuori Locri arrivano anche le superscorte dei sostituti procuratori antimafia che giungono da Reggio per sostenere la pubblica accusa in processi contro i più pericolosi e sanguinari clan della ‘ndrangheta; scorta anche per la presidente Silvana Grasso, che abita lontano da Locri, ed è impegnata in un’attività pericolosissima: giudicare le cosche. Un disagio oggettivo che ieri ha spinto il procuratore Lombardo a ribadire «che le esigenze di sicurezza a cui si ispira il servizio di scorta ai magistrati non vada a discapito dell’incolumità altrui».
Ancor più netto il questore di Reggio, Ennio Gaudio, che conosce la zona come le proprie tasche per aver diretto a lungo i nuclei antisequestro della Locride: «Se dovessero emergere responsabilità degli agenti di scorta, la polizia di Stato è pronta ad assumersi le proprie responsabilità sia sul piano penale che civile nei confronti dei parenti della vittima. Sia chiaro: non vogliamo coprire alcuna responsabilità. Abbiamo difucia nella magistratura e siamo i più interessati all’accertamento dei fatti».
Oggi ci saranno i funerali. Locri tiene il fiato sospeso.





Articolo da L'Unità del 16 Luglio 1996

Locri «chiusa» per i funerali
Lo Stato «dimentica» la vittima dell’auto blu


di Aldo Varano

Nessun rappresentante delle istituzioni ha preso parte ai funerali del ragazzo ucciso da un corteo blindato sabato scorso. I giovani di Locri: «La solidarietà istituzionale che manca non ci aiutano a perseguire il riscatto e il progresso». Quasi cinquemila persone hanno seguito il feretro partecipando al dolore della famiglia. Un lutto cittadino totale che nessuno ha ufficialmente proclamato. Rimossi i blocchi stradali.


LOCRI. Non c’è lo Stato a Locri. Non c’è neanche dietro le bare dei poveri morti che provocano emozione. Non ci sono fiori per chi muore in una terra così amara e lontana. Le corone, che non mancano mai, a Locri non le ha spedite nessuno. Giosuè lo hanno accompagnato in chiesa i suoi amici soltanto: si sono caricata la bara sulle spalle, dandosi il cambio, gareggiando per poterlo portare almeno per qualche decina di metri. E sono stati sempre loro, gli amici di Giosuè, ragazze e ragazzi della sua età, a compiere il tentativo estremo per impedire che tanta cieca disattenzione si trasformi in rottura definitiva, in contrapposizione dura e rancorosa, in assenza radicale di dialogo. È stato più un appello che una denuncia quello di Gimmi, il popolare capo della tifoseria locrese: «La solidarietà istituzionale che manca e la sua assenza, pesano in termini di possibilità di riscatto e di progresso». La folla, riunitasi sul luogo in cui il giovane è morto, ha applaudito a lungo. E  Gimmi, quasi a diradare le paure che la ‘ndrangheta potesse  strumentalizzare lo sdegno, ha scandito: «Una tragica fatalità poteva colpire chiunque. Non abbiamo rancore verso nessuno, la nostra rabbia è esplosa anche perché tutto, con maggiore disciplina e con una adeguata regolamentazione della velocità delle scorte nel centro abitato, si poteva evitare. E speriamo che da oggi in poi si possa evitare. Infine, un gesto di grande distensione: «Tutti i giovani e gli amici di Giosuè perdonano le interpretazioni che sono state date, in modo diverso da quello da noi precisato, di questa tragedia». Insomma, c’è una Locri che vuol far pace con lo Stato, che pur sentendosi ignorata o peggio confusa con i boss, tenta ancora una volta di parlare al resto del paese. Peccato che non sia accaduto già ieri.
La tensione Locri ha vissuto una giornata di quelle che lasciano il segno. Si è svegliata ancora carica di tensioni, coi binari bloccati e la strada principale interrotta. Ma s’è capito quasi subito che quella di ieri sarebbe stata la giornata del dolore e del raccoglimento, e non quella della rivolta. Alle due hanno ripreso a passare i treni sulla Reggio-Taranto. Poi sono state ripulite le strade. Unica eccezione: i pochi metri d’asfalto dove Giosuè è stato sbalzato dalla Croma blindata sabato pomeriggio.
Lì i cittadini hanno continuato a portare fiori e accendere lumini. Il lutto cittadino Dalle prime ore del pomeriggio - una sorta di contrappunto alle assenze istituzionali - migliaia di cittadini hanno cominciato ad ammassarsi tra la casa di Giosuè e la chiesa di Santa Caterina al Corso. Solo quelle poche centinaia di metri quadrati erano vivi. Tutto il resto era  vuoto e silenzioso. Il lutto cittadino, che nessuno ha proclamato (il comune è commissariato, ndr), è scattato spontaneo, massiccio, totale.
Ieri a Locri non era possibile nè far benzina, nè prendere un caffè. I giornalisti, a turno, sono dovuti andare nei paesi vicini per comprare l’acqua minerale.
Struggente il dolore di «mamma Tota». Interamente vestita di nero ha abbracciato la bara del figlio fin quando non l’hanno staccata con fermezza. «Fighiu meu, fighui meu, cu mu ‘stuta stu focu?» (figlio mio, chi spegnerà questo dolore), ripete con la voce spezzata e dolce di una cantilena. L’abitazione dei Carpentieri è stata meta ininterrotta di cittadini e amici. Centinaia di corone di fiori, tantissime quelle dei gruppi sportivi di calcio dei quali Giosuè è sempre stato un grande animatore.
Una passione, quella del calcio, che non deve aver impedito al ragazzo di coltivare altri interessi, come dimostra una copia di «Se questo è un uomo» di Primo Levi, edizione Einaudi, che apre la fila dei libri del suo scaffale.Di Giosuè parlano tutti bene. I manifesti mortuari che tappezzano le vie di Locri raccontano una parte importante della sua vita: c’è quello degli Ultrà di Siderno, quello dell’Associazione universitari internazionali, quello della società di calcio del cuore, il Locri, quello dell’associazione donatori di sangue, di cui Giosuè faceva parte.
Il corteo Il corteo funebre non è passato dal punto dell’incidente, per risparmiare ai genitori un’emozione troppo forte. In chiesa, c’erano quasi soltanto donne, tutti gli altri sono dovuti restare in piazza. Tra loro c’era anche Peppe Bova, segretario regionale del Pds e consigliere regionale.
«Non sono entrato - dice al cronista - perchè non si pensasse a una strumentalizzazione. Sono qui anche come cittadino che abita in questa zona che ha bisogno di regole che tutti devono rispettare, e di tantissima serenità, per cambiare pagina».
La funzione è stata officiata da don Giovanni Carpentieri, il cugino romano di Giosuè. «Carissimo zia, carissimo zio, cara Giovanna...». Don Giovanni racconta del suo ritorno a Locri. Ricorda il grande cartello che ha letto in piazza ieri mattina: «Le vostre menzogne lo hanno ucciso due volte, ma la sua purezza non potrà essere scalfita. Giosuè vive nei nostri cuori». Il sacerdote invita a superare le polemiche. Anche quelle coi giornalisti che hanno scritto cose terribili e false su Giosuè arrivando a presentarlo come un «pregiudicato». Chiede esplicitamente uno sforzo per bloccare qualsiasi strumentalizzazione. Ai ragazzi consiglia di rispondere a chi vuole calvalcare strumentalmente il dolore: «Lasciateci in pace ». E ancora: «Mettiamo le nostre energie al servizio dei bisogni della nostra gente». Ed esorta: «Datevi da fare, voi che credete nella vita». Poi, quasi una mossa a sorpresa, legge il messaggio di Nicola Gratteri, il magistrato scortato dal corteo che ha provocato la morte di Giosuè: «Nulla può lenire il dolore che attanaglia i genitori», scrive il magistrato, «ma a prescindere dalle cose inesatte dette in questi giorni - promette - quanto prima sarà chiarita tutta la vicenda». La gente rumoreggia, ma don Giovanni riesce a rassenerare gli animi. La chiesa si svuota, il mare di giovani e la folla vanno ad ascoltare le parole degli ultrà: chi sperava in un incrudimento delle tensioni e in una loro esplosione violenta, rimane deluso. Ieri a Locri è stata protagonista la civiltà.






 

 

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