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4 Novembre 1983 San Ferdinando (RC). Uccisi Domenico Cannatà, 10 anni, e Serafino Trifarò, 15 anni, solo per inviare un messaggio al padre di uno dei due ragazzi. PDF Stampa

Articolo da L'Unità del 5 Novembre 1983

Calabria, due ragazzi assassinati in una sparatoria

A San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro - Le vittime avevano rispettivamente 15 e 10 anni

SAN FERDINANDO (Reggio Calabria) — Un ragazzo di 15 anni, Serafino Trifarò, ed un bambino di 10, Domenico Cannatà, entrambi di San Ferdinando, centro agricolo della «piana» di Gioia Tauro, sono stati uccisi poco dopo le 20 di ieri all'interno di un ritrovo ENAL nel centro del paese. Secondo quanto si è appreso il ragazzo ed il bambineo sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti al locale. I due sono stati accompagnati dal padre del piccolo Cannatà, che si è subito allontanato, al pronto soccorso dell'ospedale civile di Gioia Tauro. Ma per il ragazzo e il bambino non c'era più
nulla da fare. Secondo la ricostruzione della sparatoria l'obbiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso, il quale si trovava accanto al figlio ed al ragazzo rimasto ucciso, Serafino Trifarò. Anche il padre di quest'ultimo, Pasquale, di 29 anni, è pregiudicato, ma non si trovava nel locale. I due ragazzi sono stati colpiti al petto ed alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell'ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce. Nella sparatoria, secondo quanto si è appreso, è rimasto ferito anche un giovane sui 20 anni, il quale è stato visto allontanarsi sanguinante.

 

 

 

 

Tratto da Dimenticati Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro

Cap XIX Troppo piccoli per morire

La sera del 4 novembre c'è parecchia gente al ritrovo Enal, un circolo col bar molto frequentato a San Ferdinando. Attorno alle venti Vincenzo Cannatà entra col figlio Domenico, di undici anni, e con un altro ragazzo, Serafino Trifarò, di quattrodici anni. Consumano qualcosa al bancone e poi si piazzano davanti al locale in Via Rosarno, nel centro della piccola cittadina costiera. L'arrivo di un'auto di grossa cilindrata non dà nell'occhio, ce ne sono tantissime nella zona (i boss sembrano gradire molto le sciccose Mercedes e Bmw, per poi passare alle Audi). La macchina rallenta e s'accosta a un paio di metri dall'ingresso del bar. Sparano in tre, con una pistola semiautomatica e due doppiette. A due metri di distanza è difficile sbagliare il bersaglio, anche per un dilettante. E nella Piana i killer della 'ndrangheta hanno la mira olimpionica. Vincenzo Cannatà è pregiudicato e schedato come mafioso. I pallettoni nemmeno lo sfiorano. Feriti a morte sono i due ragazzi Domenico Cannatà e Serafino Trifarò, l'uno accanto all'altro al momento del blitz. Un altro giovane è lievemente ferito, ma a colpirlo è una scheggia di cristallo della vetrina, saltata sotto i colpi dei pallini. E' inutile la corsa in ospedale: i due muoiono prima di entrare in sala operatoria. Ad accompagnarli è stato Cannatà, subito pronto a dileguarsi. Non ha ancora capito che l'agguato non lo riguarda direttamente, anche se è stato il figlioletto a rimetterci la vita. Il commando assassino ha puntato al ragazzo di casa Trifarò, figlio del boss Pasquale, dato in quota Piromalli, titolare di una ditta di trasporti e movimento terra attiva nel porto di Gioia.

Quei due ragazzi morti sono un macabro messaggio recapitato all'ambiente. Nè il primo né l'ultimo. E' inutile dire che per l'omicidio di Cannatà e Trifarò nessuno ha pagato. Il messaggio, così, è ancora più chiaro.

 

 

 

 

 

 

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