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21 Febbraio 1986 Reggio Calabria. Cosimo Giordano è stato ucciso solo perchè era un parente alla lontana di una «famiglia» PDF Stampa

Articolo da L'Unità del 22 Febbraio 1986

Reggio, nuova trincea dell'attacco mafioso
Assassinato per strada

di Filippo Veltri

Cosimo Giordano è stato ucciso solo perchè era un parente alla lontana di una «famiglia» - Continua la protesta dei farmacisti

REGGIO CALABRIA — la guerra di mafia scoppiata fra i clan dei De Stefano e degli Imerti a Reggio Calabria, ha lasciato un altro morto ammazzato nel famigerato rione Archi. È il tredicesimo dall'inizio dell'anno. La vittima è Cosimo Giordano, un uomo di 48 anni titolare di un supermercato, imparentato molto alla lontana con la famiglia dei Condello implicata a sua volta nell'uccisione del boss Paolo De Stefano. Giordano è stato assassinato sotto gli occhi della moglie mentre stava chiudendo il negozio. Tre scariche di fucili automatici e di revolver «357 Magnum». Unica colpa di Giordano quella di essere sposato con Maria Condello, cugina di Pasquale Condello e imparentata con tre fratelli Condello accusati di essere killer di Paolo De Stefano. Una vendetta trasversale molto alla lontana dunque. «Ormai — dice il capo della squadra mobile di Reggio, Alfonso D'Alfonso — stanno uccidendo gente che non c'entra niente. Cosimo Giordano aveva dei vecchi precedenti penali ma era una persona perbene. Vogliono fare terra bruciata».
Sembra di essere nella Palermo del dicembre 1984. La guerra fra le cosche rivali non risparmia più nessuno, è una spietata logica di morte. Dopo l'auto-bomba di Villa SanGiovanni dell' 1 novembre dell'anno scorso, quando si tentò di ammazzare il boss Antonino Imerti, non c'è stata più tregua. E' arrivata subito dopo la clamorosa eliminazione di De Stefano, si pensava ad una «pace» raggiunta con l'eliminazione completa della cosca De Stefano ma così non è stato. L'85 si chiuse nel segno della morte e l'86 si è aperta n maniera ancora più turbolenta. Cosa ci sia alla base della nuova guerra di mafia è impossibile dirlo. Mille ipotesi, nessuna certezza.
Ieri mattina in Procura c'è stato un nuovo vertice di inquirenti (polizia, carabinieri, magistratura) presieduto dall'alto commissario nella lotta alla mafia Boccia. Si cerca di capire quale ruolo abbiano giocato le cosche maggiori della città nel sequestro del presidente del farmaci reggini, Antonio Curia e che legame invece ci sia con la presenza in città di cinque pregiudicati armati fino ai denti della cosca Alvaro di Sinopoli bloccati l'altra sera dopo un inseguimento per le strade della città. Si pensa ad una rapina o — è l'ipotesi più inquietante — ad un nuovo rapimento in preparazione dopo quello del dottor Curia.
Ieri intanto le farmacie di Reggio e di tutta la provinca sono rimaste chiuse tutto il giorno per la protesta indetta dai 205 proprietari delle farmacie reggine.
Il dottor Curia è il diciassettesimo farmacista sequestrato e la categoria ha chiesto anche un immediato incontro al presidente del Consiglio Craxi prima
di passare a forme di lotta più prolungate. Ieri pomeriggio c'è stata una nuova assemblea dei titolari delle farmacie mentre la Federfarma dovrebbe decidere in segno di solidarietà con i farmacisti reggini una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e la chiusura di un'ora di tutte le farmacie italiane.
In casa Curia, con la signora  Anna Maria e Ruben, si aspetta una prima telefonata che ancora non è arrivata. «Nessuno — dice il figlio Alfredo Curia — sa cosa significa fare il farmacista in Calabria. Tartassato dallo Stato e vessato dall'anonima sequestri. Lo  Stato non si ricorda mai di noi, siamo umiliati. Tutti pensano al farmacista come ad un ricco: ma lo sa lei che siamo ridotti come degli impiegati? Lo Stato non ci paga subito ma quando vuole lui, ma noi intanto alle banche e ai grossisti siamo costretti a pagarli sull'unghia. Poi arrivano i sequestri ed è la fine. Lo sa lei che noi farmacisti della provincia di Reggio non aspettiamo altro che il sequestro? Spesso fra noi si sente dire "speriamo che mi piglino presto cosi poi è finita». E quando uno esce è visto anzi con invidia dal colleghi. Almeno per lui è finita! Ma che via e questa? Come si fa a continuare ad andare avanti cosi? Lo sa quanti viaggi ha fatto mio
padre a Catanzaro, alla Regione, alle Usl per pietire i soldi che gli spettavano?».

 

 

 

 

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