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LA MATTANZA DEGLI INNOCENTI di Sergio Pelaia PDF Stampa

Foto e articolo da ilvizzarro.it

 

SERRA SAN BRUNO – A 19 anni credi che nulla possa intaccare la tua felicità. Ti senti quasi onnipotente. Sai di avere tutta una vita davanti, e quindi ti godi a pieno la dolcezza di quell’età. E’ giusto che sia così. E Filippo Ceravolo era così. Stava vivendo la sua giovinezza in un angolo di Calabria in cui nascere, purtroppo, è una sfortuna. Si divideva tra il lavoro, che lo portava in ogni angolo della regione a vendere dolciumi insieme al padre, e la fidanzata. Probabilmente proprio da lei stava andando giovedì sera. Era tranquillo, come al solito, perché a 19 anni non pensi di rischiare la vita se chiedi in prestito l’auto ad un conoscente. Ed è giusto che sia così. Invece a Soriano, nell’Alto Mesima, nelle Serre, non è così. Si muore a 19 anni, assassinati, senza nessuna colpa. Filippo è stato scambiato per un altro, e gli hanno sparato a pallettoni, alla testa. L’auto su cui viaggiava è intestata a Danilo Tassone. Pare che gliel’avesse prestata il fratello di Danilo, Domenico, 27 anni. Ancora non è chiaro se Domenico fosse insieme a Filippo al momento dell’agguato, se gli avesse dato un passaggio o se gli avesse solo prestato la macchina, fatto sta che Filippo è stato trovato sul ciglio della strada, l’auto in una scarpata, mentre al 27enne sono state stare riscontrate delle escoriazioni sul corpo. Domenico Tassone è noto alle forze dell’ordine. Tra l’altro è cugino di Giovanni Emanuele (23enne ferito in un agguato l’1 aprile scorso, a sua volta cugino del boss Bruno Emanuele), ed è quasi certo che fosse lui il vero obiettivo dei killer. Forse doveva essere lui il prossimo a cadere nella faida di ‘ndrangheta che sta insanguinando il territorio tra Sorianello e Gerocarne. Filippo non c’entrava nulla, era innocente. Così come innocente era Domenico Macrì, uno studente universitario che aveva vent’anni nel 1997, quando è stato ammazzato, in pieno centro a Soriano. Anche lui non c’entrava niente, ma cadde sotto i colpi di un commando che ha sparato all’impazzata da un’auto in corsa. I responsabili sono finiti in galera, alcuni dopo la latitanza. Ancora non è chiaro se Domenico sia stato ammazzato perché aveva accusato i malavitosi che l’hanno ucciso di aver rubato l’auto della madre, oppure se l’obiettivo dell’agguato fosse un’altra persona, come emerso di recente dal racconto di un pentito. 15 anni dopo l’omicidio Macrì, che passò alle cronache – furono ferite gravemente altre due persone – come la “strage di Soriano”, un altro ragazzo innocente ammazzato. Anche se il movente e le vittime, in alcuni casi, non c’entrano nulla con questi ambienti, sempre di ‘ndrangheta si tratta, e sempre per mano della ‘ndrangheta si muore. In questo territorio ce ne sono stati molti, di innocenti uccisi. Per motivi a volte futili, per un cavallo, o per l’amore di una ragazza “sbagliata”. Ma la giusta indignazione del momento non cambia le cose. Negli anni, i morti vengono ricordati solo dalle famiglie, ma la tanto invocata “società civile”, la “maggioranza silenziosa”, da queste parti non ha mai fatto rumore. Non si è mai schierata, anzi forse non è mai esistita. Perché le persone che, nella vita di tutti i giorni, parlano della ‘ndrangheta semplicemente perché la vedono, che denunciano, che non si girano dall’altra parte, che non rimangono neutrali spettatori di questa mattanza, sono sempre di meno. Sono una sparuta minoranza, isolata e guardata con sospetto. Si preferisce non scendere in piazza, non parlare, non sentire e non vedere. Perché è più comodo. “Fin quando si ammazzano tra di loro…” è una frase che si sente dire spesso dalle “persone perbene”, che avallano la mentalità della faida come se fosse inesorabile, e poi si indignano eccezionalmente quando cade un innocente. Anche quando viene ucciso uno ‘ndranghetista ci sono delle vittime innocenti, e se non si insorge anche di fronte a quelle vittime, se non si contrasta quotidianamente il modo di pensare e di vivere di chi la vita la toglie agli altri per mestiere, se si lascia passare tutto, succede che la ‘ndrangheta si sente onnipotente e inattaccabile, e in questo meccanismo infernale ci perdono la vita gli innocenti. Questo può insegnarci una storia come quella di Filippo. Un sacrificio tremendo, insopportabile, che spetta a tutti noi non rendere vano.

 

 

 

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