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Le vittime di camorra, Simonetta Lamberti e la verità sulla sua morte dopo 31 anni. PDF Stampa

Articolo del 13 Marzo 2013 da ilmattino.it



CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore



Alla fine, ci vuole sempre un pentito. Qualcuno che parli, ricordi, confessi. Per arrivare ad una verità su omicidi e violenze, quando c'è di mezzo la camorra è quasi sempre così. Lo è stato, purtroppo, per la morte di Giancarlo Siani, unico giornalista campano ucciso dai camorristi senza tante minacce o preavvisi. Lo è stato per tanti omicidi sulle guerre storiche tra clan della camorra, come per i tragici anni della Nco cutoliana contro i gruppi della Nf, o per i sucecssivi sconti tra vincenti del clan Alfieri.

Insomma, dopo la legge del 1992 che ha regolato l'attività dei collaboratori di giustizia, se non c'è un pentito le indagini devono segnare il passo. Hai voglia a intercettare, mettere microspie, pedinare sospettati. Per la maggior parte della indagini della Dda, il pentito è la regola.

E' successo, di recente, anche per l'orrenda morte di Simonetta Lamberti, uccisa dai killer della camorra il 29 maggio del 1982. Sono passati 31 anni e, dopo vergognosi processi senza colpevoli, è comparso un pentito della camorra in carcere, Antonio Pignataro, e ha confessato, assalito da scrupoli di coscienza: "C'ero anche io in quel commando, l'abbiamo uccisa noi per errore".

 

Già, la piccola Simonetta, come tante vittime innocenti che saranno ricordare tra qualche giorno a Firenze nell'annuale manifestazione organizzata dall'associazione "LIbera contro le mafie" di don Luigi Ciotti, uccisa perché il vero bersaglio venne mancato.

Era Alfonso Lamberti, il padre della ragazzina allora procuratore capo a Sala Consilina, la vittima designata. Era nella sua auto con la figlia. I killer ferirono lui e uccisero la figlia. Un delitto orrendo. Pignataro ha raccontato, spiegato che doveva essere una vendetta per le indagini di Lamberti. E allora non c'erano tanti riflettori, tante scorte dopo velate minacce di camorra, tante cautele. Lamberti era solo, con la sua piccola in auto. Erano gli anni tremendi dei colpi di coda cutoliani.

Quella morte fece impazzire il magistrato, per vendicarsi scese a patti con camorristi, cercò di farsi scudo con le loro amicizie. Fu arrestato, tentò di uccidersi in carcere, fu condannato. Destino tremendo.

La Procura di Salerno, gestita con grande professionalità da Franco Roberti, ha riaperto l'indagine affidata al pm Vincenzo Montemurro. Cinque i coinvolti tra mandanti ed esecutori. Uno solo è ancora vivo: il reo confesso Pignataro. La giustizia ci ha messo 31 anni per arrivare ad una conclusione dimezzata. Accadde lo stesso, sempre nella stessa zona - l'agro nocerino-sarnese - e con gli stessi gruppi criminali, per il delitto del sindaco di Pagani, Marcello Torre. Zone dagli affievoliti riflettori nazionali, ma con esperienze di sangue incise nel Dna di tanti. Che si faccia luce, anche tardi. Anche se, ancora una volta, bisogerà dire grazie ad un pentito.

 

 

 

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