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Le ecomafie nel Lazio - Rapporto Ecomafie 2009 di Legambiente PDF Stampa

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Tratto da "Parole & mafie" Informazione, silenzi, omertà - DOSSIER LAZIO (2009)

Le ecomafie nel Lazio

da Rapporto Ecomafie 2009 di Legambiente

“Il dato più preoccupante riguarda il coinvolgimento del territorio regionale nei fenomeni di smaltimento illecito dei rifiuti, nel quale alcune indagini hanno evidenziato interessi della criminalità organizzata. Il fenomeno riguarda tutte le province laziali”. Queste parole, contenute nella relazione annuale della direzione nazionale antimafia, trovano conferma nei dati degli ultimi tre anni sull’illegalità ambientale presenti nei Rapporti Ecomafia di Legambiente. E non solo rifiuti. Ciclo del cemento, movimentazione terra, escavazione abusiva di cave. Negli ultimi tre anni sono stati ben 6489 le infrazioni accertate dalle forze dell’ordine che evidenziano una diffusa violazione delle normative ambientali. Sono state ben 5560 le persone denunciate e arrestate, mentre sono 2887 i sequestri effettuati dalle forze dell’ordine.

 

Emergenza soprattutto nel ciclo dei rifiuti. “Alcune indagini – recita in un passaggio la relazione della Dna – hanno altresì evidenziato il ruolo di crocevia di traffici illeciti della provincia di Viterbo. Tale territorio si sta progressivamente inquinando per l’interramento illegale di rifiuti provenienti da varie parti d’Italia”. Il quadro è così veritiero che il 6 aprile 2009 gli uomini del Reparto operativo dei carabinieri per la tutela ambientale con i colleghi della compagnia di Civita Castellana, nell’ambito dell’operazione “Il signore degli inerti”, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di quattro persone indagate a vario titolo per traffico illecito, gestione non autorizzata di rifiuti e falso. I quattro arrestati avevano posizionato in provincia di Viterbo il terminale di un vasto traffico di rifiuti speciali pericolosi e non tra Lazio, Umbria e Toscana. Durante le indagini è emerso che anche la società incaricata dei lavori per la costruzione della linea B1 della metropolitana di Roma smaltiva gli scarti provenienti dagli scavi nella discarica non autorizzata, attraverso l’attribuzione di falsi codici di identificazione dei rifiuti. I gestori di un noto impianto del viterbese accoglievano, in disprezzo di qualsiasi norma ambientale, numerose tonnellate di rifiuti provenienti da imprese del Centro Italia. Tre i flussi principali del traffico: i fanghi prodotti dagli scavi della metro B1 di Roma, quasi 110 mila tonnellate di terre di bonifica contenenti sostanze pericolose provenienti dalle aree inquinate di Lardarello, Empoli, Montelupo Fiorentino e San Giovanni in Toscana, e infine fanghi ceramici del consorzio Prataroni di Civita Castellana incaricato di gestire i residui di lavorazione del distretto ceramico locale. Da Roma, secondo i carabinieri, sarebbero arrivate 406 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, costituiti dai fanghi di perforazione, ai quali veniva attribuito un codice identificativo per rifiuti non pericolosi in modo da smaltirli a minor prezzo. I fanghi ceramici del consorzio Prataroni, invece, venivano miscelati e rivenduti a cementifici come materia prima.

Foto da ambienteambienti.com

In questo ultimo caso il guadagno era doppio: il consorzio percepiva denaro sia per lo smaltimento sia per la vendita di materia prima. Sempre a Viterbo, il 19 novembre scorso, si è aperto con l’udienza preliminare il più grande processo contro le ecomafie del Lazio, quello relativo all’inchiesta “Giro d’Italia,  ultima tappa Viterbo” È la più grande operazione di polizia giudiziaria che sia mai stata condotta nella regione, fondata sull’ex articolo 53-bis del decreto Ronchi (oggi 260 del Codice dell’Ambiente), che ha avuto come fulcro delle attività d’indagine proprio due province prima “immacolate”: Viterbo e Rieti. Le indagini hanno consentito di scoprire un traffico di 250 mila tonnellate di rifiuti speciali provenienti da mezza Italia, per un giro d’affari pari a 2,5 milioni di euro. L’inchiesta, che si è conclusa nel maggio 2005, deve il nome al tortuoso percorso che i rifiuti facevano attraverso la penisola prima di giungere nel capoluogo della Tuscia. L’organizzazione criminale operava una sistematica manipolazione e miscelazione dei rifiuti prodotti da aziende del Lazio, Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Campania.
Fanghi di cartiera, terre inquinate da Pcb, ceneri di acciaieria, rifiuti farmaceutici e contenenti alte concentrazioni di zinco, piombo e nichel, viaggiavano accompagnati da certificazioni false, fornite da un compiacente laboratorio d’analisi, e venivano poi smaltiti in tre ex cave in ripristino ambientale. Sono state arrestate 9 persone e 28 sono state denunciate con l’accusa di attività organizzata al traffico illecito di rifiuti, gestione illecita di rifiuti e falso in atto pubblico. Ma è nei primi mesi del 2009 che il Lazio finisce alla ribalta nazionale con l’operazione “Black Hole” . All’alba del 9 marzo, il Noe dei carabinieri della  capitale ha sequestrato due inceneritori dell’impianto di smaltimento rifiuti di Colleferro, arrestando 13 persone. Gli ordini di custodia cautelare hanno riguardato la dirigenza del consorzio che gestisce l’impianto e alcuni responsabili dell’Ama, la municipalizzata romana. Secondo gli investigatori a Colleferro veniva smaltito ogni tipo di rifiuto violando “tutte le norme previste”. Parte del materiale arrivava “di nascosto” dalla Campania e comprendeva anche rifiuti pericolosi. Oltre all’associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, agli arrestati è stato contestato il falso, la truffa, l’accesso abusivo a sistemi informatici e il favoreggiamento personale. Nell’inchiesta sono coinvolti amministratori di società di rifiuti e Cdr (Combustibile derivato da rifiuti) nel Lazio, in Campania e in Puglia: complessivamente sono indagate 25 persone. Gli inquirenti hanno concentrato l’attenzione sulla qualità e consistenza del Cdr immesso quotidianamente negli impianti: i soggetti coinvolti conseguivano ingiusti profitti, rappresentati dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti prodotti e commercializzati come Cdr pur non avendone le caratteristiche, essendo in gran parte rifiuti speciali anche pericolosi (quindi non utilizzabili nei forni). Le indagini, durate mesi, hanno preso avvio con il licenziamento di un dipendente che avrebbe denunciato proprio la presenza di sostanze pericolose nei rifiuti trattati, provenienti anche dalla Campania. Successivamente al suo licenziamento altri due dipendenti sarebbero stati intimiditi dai dirigenti del consorzio perché non collaborassero con i carabinieri del Noe.
Ed il viaggio nella “biutiful cautri” laziale fa tappa anche in altre località. “La provincia di Frosinone in particolare registra la presenza di molteplici attività industriali con notevoli problemi nello smaltimento illegale dei rifiuti – si legge nella relazione della Dia –. Il territorio è interessato dal grave inquinamento dei fiumi Sacco e Liri con pesanti conseguenze per la zootecnia e l’agricoltura ed evidenzia interessi di organizzazioni criminali casertane che, attraverso prestanome locali, gestiscono in maniera illegale attività industriali per lo smaltimento di rifiuti tossici e speciali”.
Gli agenti del Noe di Roma, coordinati dalla procura di Velletri, hanno emesso quattro avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti imprenditori del frusinate. Gli indagati sono ritenuti responsabili di disastro ambientale in cooperazione colposa tra loro, per la contaminazione dei siti della valle del Sacco destinati a insediamenti abitativi, agricoli e ad allevamento, e per l’avvelenamento delle acque del fiume utilizzate per irrigazione dei terreni circostanti e per  l’abbeveraggio di capi bovini e ovini, con contaminazione di prodotti destinati all’alimentazione umana, in particolare del latte. Si tratta di un inquinamento diffuso, generato in buona parte dai derivati della lavorazione del lindano, un potente insetticida prodotto dagli anni Cinquanta e utilizzato in campo agricolo fino a vent’anni fa. Gli scarichi partivano dall’area di produzione industriale ex Snia Bpd e finivano nel fiume e nelle falde acquifere circostanti. Dagli anni Cinquanta in poi la zona della Valle del Sacco ha avuto uno sviluppo industriale incontrollato, aiutato anche dai finanziamenti della Cassa per il  Mezzogiorno. Il grande afflusso di capitali verso quelle aree ha indotto molte imprese chimiche e farmaceutiche a costruire impianti in quella zona. Già prima un’antica industria nazionale, la Snia Bdp, aveva lì il proprio stabilimento, in cui si mescolavano sostanze chimiche molto dannose e amianto al fine di produrre esplosivi, pesticidi e altro. Risale al 1990 la decisione della procura di Velletri di perimetrare e sequestrare l’area industriale ex Bpd (oggi Secosvim) di Colleferro, scoprendo centinaia di fusti tossici interrati nelle discariche Arpa 1, Arpa 2 e Cava di Pozzolana. Nel 1992 è iniziato il processo a carico della Bpd Difesa e Spazio e della Chimica del Friuli con l’accusa di stoccaggio e smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali, che si è concluso con la condanna alla bonifica della zona. Dopo la chiusura della Snia Bpd diverse altre industrie catalogate come pericolose sulla base della direttiva europea Seveso2 hanno continuato a operare nella zona. Nel corso del 2008 il Noe di Roma ha condotto anche un’operazione riguardante un traffico internazionale di rifiuti denominata “Corno d’Africa”. Il 3 giugno gli uomini dell’arma hanno sequestrato due società, una a Roma e l’altra a Casperia, in provincia di Rieti. Alla normale attività di autodemolizione e rottamazione di veicoli usati affiancavano un traffico di rifiuti speciali pericolosi e non tra l’Italia e l’Etiopia, con diramazioni in Siria, Sudan, Gibuti ed Eritrea. L’organizzazione era in procinto di trasferirsi anche in Inghilterra. Da via dell’Almone, fra un esclusivo campo di golf e le fonti dell’acqua Egeria sull’Appia Antica, partivano i container pieni di oli esausti, blocchi motore, intere trasmissioni, impianti frenanti e radiatori spaccati.
Quando arrivavano ad Addis Abeba, in Etiopia, finivano nelle mani di gruppi di bambini, sfruttati e ridotti in schiavitù dalle lobby del riciclo per ricavare da quegli scarti meccanici parti di ricambio per veicoli civili e militari. Rifiuti velenosi invece che cibo e aiuti. Tre le persone arrestate, un intermediario etiope rintracciato in un lussuoso hotel al Colosseo, dove si spacciava per il ricco principe Solomon, e i due titolari del centro di demolizioni. Un altro ricercato etiope è morto al Policlinico Gemelli pochi giorni prima del blitz. Un affare di tutto rispetto, con introiti stimati attorno ai 10-15 milioni di euro per il solo periodo in cui si sono svolte le indagini.

Imbarcati su navi in partenza dai porti di Livorno e Napoli, venti container all’anno raggiungevano l’Africa. Ogni cassone veniva pagato allo “sfascio” 5 mila euro ma in Etiopia era rivenduto a quasi 100 mila. Tre delle nove persone denunciate, italiani ed etiopi, sono state arrestate per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla illecita gestione e al traffico di rifiuti pericolosi e non. Fra i denunciati ci sono anche i responsabili di un’azienda per la riparazione e il commercio di apparecchiature agricole a Casperia. E non diversa la fotografia dell’illegalità sul fronte del ciclo del cemento, dove il 2008 ancora una volta la regione Lazio deve registrare un anno da record per reati urbanistici e paesaggistici. Qui si registrano 774 reati accertati pari al 10,3% dei reati sul totale nazionale Di fronte a questi numeri, va ribadita l’ottima iniziativa della regione Lazio, che si è dotata di un adeguato strumento normativo di contrasto al cemento illegale, che responsabilizza i comuni e facilita il buon lavoro delle forze dell’ordine e delle procure, inchiodando chi fa scempio del territorio e del paesaggio regionale. Le rinnovate modalità di azione previste dalla norma sono davvero fondamentali: dal monitoraggio dei dati alle nuove sanzioni pecuniarie, dal fondo per le demolizioni allo snellimento dei provvedimenti repressivi, fino alle acquisizioni al patrimonio pubblico e ai provvedimenti speciali per le aree vincolate; ma anche più forti poteri sostitutivi da parte della regione e nuova spinta alle collaborazioni interistituzionali e di cooperazione con procure, soprintendenze, amministrazioni dello Stato e associazioni ambientaliste. Ma il bollettino da guerra sul cemento è ricco e particolare. Lo scorso 1° aprile a Pomezia (Rm) la Guardia di Finanza del comando provinciale di Roma sequestra 421 unità immobiliari, per complessivi 30 mila metri quadrati di superficie. Valore degli immobili stimato in 90 milioni di euro circa. In totale, sono stati denunciati per abusi edilizi 16 imprenditori, mentre sei tra funzionari e dirigenti comunali sono indagati per abuso d’ufficio. È questo il bilancio dell’operazione “Mattone pulito”, coordinata dal sostituto procuratore di Velletri Giuseppe Travaglino. Una fotografia quella del cemento connection da non sottovalutare. Secondo il quadro recentemente fornito dal competente assessore regionale all’Urbanistica, dal 2004 al 2007, nei 378 comuni della regione Lazio sono stati perpetrati oltre 29.000 abusi edilizi, pari a una media giornaliera di quasi 20 abusi. È da notare, inoltre, che ben 10.150 abusi, corrispondenti al 35% del totale, sono stati commessi in aree vincolate dal punto vista ambientale e/o paesaggistico. Alla categoria del cosiddetto “abusivismo di necessità”, quindi sembra essersi sostituita la categoria dell’ “abusivismo di qualità”.

Foto da  thelorereport.blogdo.net

O meglio, di speculazione. A voler poi specificare meglio questo dato generale, possiamo aggiungere che nel solo 2007 sono stati perpetrati 6.054 abusi edilizi.
A livello provinciale: Roma 4.116 abusi (68% ); Latina 908 (15%); Frosinone 605 (10%); Viterbo 242 (4%); Rieti 183 (3%).
E parlando di abusivismo di qualità, su molti giornali gratuiti romani un annuncio di vendite immobiliari recitava “Sperlonga – Vendita Appartamenti Panoramici vista mare”, tutti gli appartamenti hanno: vista mare, giardino privato, posto auto, ingresso indipendente, oltre 6 ettari di macchia mediterranea condominiale, sentiero pedonale per discesa al mare, spiaggia privata a servizio del residence”. Peccato si trattasse di manufatti abusivi. Ma come è stato possibile edificare gli appartamenti in vendita sulla “cima” di Punta Cetarola, nel comune di Sperlonga, in località Montepiano, area “supervincolata” dal punto di vista paesaggistico? La vicenda risale agli anni Settanta quando incominciò la lottizzazione ed è talmente complessa da aver richiesto un dossier ad hoc di Legambiente Lazio: “Nuovi e vecchi Ecomostri tra Sperlonga e Fondi”, presentato lo scorso ottobre. Gli appartamenti sorgono infatti su uno splendido costone a picco sul mare, in un’area di 1,7 ettari di bosco e macchia mediterranea, laddove nel 1971 era stata autorizzata la realizzazione di 20 bungalow per complessivi 3.409 metri quadrati. Nel tempo, però, quei 20 bungalow sono diventati 80 appartamenti, che significano quasi 13 mila metri cubi di cemento. E con l’aumento abusivo delle cubature i costruttori iniziano pure le pratiche per avvalersi dei vari condoni edilizi. Senonché, nel 2003, nell’area dove ricadono i manufatti abusivi, la regione Lazio con apposita legge istituisce il Parco naturale regionale Riviera di Ulisse, esteso per 434 ettari, per le superfici terrestri, e di ulteriori 80 ettari di area marina/oasi blu. Ciò rendeva del tutto incompatibili con l’area protetta le costruzioni facenti parte del complesso edilizio, che andavano quindi abbattute. Contro l’iniziativa della regione, però, i proprietari si sono appellati al Tar per vizi di procedura e hanno ottenuto lo stralcio dell’area dove sorgono gli immobili (per “omessa comunicazione agli interessati dei provvedimenti con i quali sono state individuate le aree oggetto di tutela”) dal perimetro del Parco. In questo modo le opere realizzate abusivamente “escono” dal Parco regionale e restano nel limbo di opere abusive in attesa di condono da parte del comune. Quindi, il complesso edilizio è attualmente non sanato..Per esserlo, infatti, manca il parere favorevole dell’amministrazione comunale di Sperlonga alle istanze in sanatoria ai sensi del 2° e 3° condono edilizio. All’amministrazione comunale, a questo punto, spetta la parola finale.
Da Sperlonga a Fondi il viaggio è breve. Stesso luogo, stesso abusivismo. La storia dell’Holiday Village nel comune di Fondi è quella di quarant’anni di cemento illegale: sorto negli anni Settanta come campeggio si è trasformato pian piano in una lottizzazione abusiva. Situato nel Sud pontino, a metà strada tra Roma e Napoli, il complesso sorge direttamente sul mare, protetto dalle dune sabbiose e da una lussureggiante macchia mediterranea. Dai documenti dell’epoca, emerge che il complesso non ha mai ottenuto il nulla osta della soprintendenza, ma solo un’approvazione di massima (nel 1970) a condizione di numerose varianti, che non sono state mai realizzate. Inizia così il lungo iter di abusi, sanatorie e trasformazioni edilizie ai danni di quel territorio.
Il “caso Holiday” si riapre a seguito di un esposto anonimo giunto alla procura della Repubblica di Latina, che avvia le indagini coordinate dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano. Gli esiti degli accertamenti del Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale (Nipaf ) portano al sequestro della struttura, misura cautelare subito convalidata dal gip Giuseppe Cario. Il valore del sequestro è altissimo: circa 20 milioni di euro. Secondo il contenuto dell’ordinanza firmata dal gip, l’Holiday Village, una tra le strutture turistiche più importanti a livello regionale, non rappresenta altro che una lottizzazione abusiva, per di più realizzata su terreni demaniali pericolosamente attigui alle dune (protette) circostanti. Un reato non più estinguibile per prescrizione e che prevede come sanzioni, non solo l’ammenda e l’arresto, ma anche la confisca dei terreni abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Pena adeguata, dunque, a un reato commesso in lesione di beni comuni.
Per effetto della confisca i terreni sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del comune sul cui territorio è avvenuta la lottizzazione. La sentenza definitiva è titolo per la immediata trascrizione nei registri immobiliari. Dal 9 marzo 2008 scatta quindi il “divieto di introdursi, proseguire lavori manomettere sigilli” dell’“Holiday Village”. Contro questo provvedimento viene subito presentato appello, che il Tribunale del riesame rigetta, riconoscendo validi e attuali i presupposti del sequestro: è confermato l’impianto accusatorio di lottizzazione abusiva. Ma non finisce qui. Nel giugno 2008 viene presentata al tribunale di Latina una nuova richiesta di dissequestro del complesso turistico, dichiarata inammissibile dai giudici del capoluogo pontino per via di un errore formale. Ad oggi, venendo meno le esigenze cautelari, la struttura turistica è stata dissequestrata e si aspetta la pronuncia del tribunale. Ci spostiamo ad Acilia. Precisamente nel complesso “Le terrazze del presidente”. Una battaglia storica delle associazioni ambientaliste cominciata a metà degli anni Ottanta e riportata all’onore della cronaca da alcuni servizi giornalistici. Una storia dalla quale, come sempre, emerge il cocktail immancabile per realizzare trasformazioni urbanistiche forsennate e del tutto impensabili: condoni edilizi, utilizzo spregiudicato delle normative urbanistiche, utilizzo di reti di connivenze negli uffici tecnici preposti al rilascio delle concessioni edilizie in sanatoria. È questa la storia del comprensorio “Le terrazze del presidente”, chiamato così dai costruttori perché prospiciente la Riserva statale del litorale romano, dove c’è la residenza del Presidente della Repubblica. Le dimensioni del complesso sono assolutamente ragguardevoli: 1.367 unità immobiliari, con superfici costruite – tra destinazioni d’uso residenziale e non – pari a metri quadrati 97.415, ossia quasi 300 mila metri cubi di cemento su un’area estesa complessivamente per 140.449 metri quadrati. Si consideri che “Le terrazze del presidente” nascono “legalmente”, poiché l’edificazione avviene su un’area destinata dal piano regolatore generale secondo gli standard urbanistici a verde e servizi: cioè una dotazione minima per abitante da riservare a spazi pubblici, attività collettive, verde pubblico e parcheggio. Aree che necessitano però di essere espropriate dal comune durante i 5 anni di vigenza del vincolo. Esproprio che nel caso in questione non avvenne mai. Per tale ragione, si creò un’altra “area bianca” – così chiamate le aree dei Prg con destinazione a standard urbanistico, ma mai espropriate dai comuni, e sulle quali grazie a una sentenza del Tar Lazio si è applicata l’edificabilità minima prevista – necessario presupposto alla lottizzazione. Arrivano successivamente i condoni edilizi e grazie al “combinato disposto” tra l’edificabilità minima dell’area a vincolo scaduto, e, appunto, i provvedimenti condonativi, si costruiscono 970 appartamenti. Poi divenuti, attraverso ripetuti frazionamenti, ben 1.367 unità immobiliari. L’inchiesta che ha portato al sequestro delle unità immobiliari, effettuato per ordine della procura sulla parte del comprensorio ancora non venduta o ceduta in locazione, vede il coinvolgimento di 17 indagati tra dipendenti del municipio, tecnici, funzionari, rappresentanti legali della lottizzazione incriminata, professionisti. Le ipotesi di reato sono: abuso edilizio, abuso d’ufficio e falso. Quest’ultima accusa è relativa alle false domande di condono presentate e assentite dai funzionari dell’Ufficio speciale condono edilizio (Usce) del comune di Roma. Ufficio, questo, nato nel 1995 e presso il quale, su 503 mila domande relative ai tre condoni, in 14 anni ne risultano ad oggi inevase ben 260 mila. Il che vuol dire che in quei 14 anni l’Usce ha “smaltito” in media 17.357 domande l’anno, ossia 1.446 pratiche al mese: se proseguisse quindi con tale ritmo, occorrerebbero ulteriori 16 anni per “smaltire” le istanze in sanatoria attualmente giacenti. Totale 30 anni: la follia, nonché il fallimento delle politiche dei condoni è tutta in questi numeri. L’11 dicembre scorso, il Corpo forestale dello Stato sequestra 117 ville, frutto di 16 lottizzazioni abusive, in un’area di 135 ettari a pochi chilometri dal centro storico di Riano a Nord della capitale. Per la precisione si tratta delle località Valle Braccia, Colle delle Rose, Stazzo Quadro e via dell’Olmo. Il pm Luca Ramacci, della procura di Tivoli, ha indagato per lottizzazione abusiva 193 persone raggiunte da altrettanti avvisi di garanzia, tra cui figurano alcuni funzionari e tecnici del comune di Riano oltre a costruttori, direttori dei lavori, concessionari e proprietari delle abitazioni. Per tutti, il reato ipotizzato è quello di lottizzazione abusiva. Sotto la lente d’ingrandimento della procura le autorizzazioni edilizie rilasciate dal comune in una zona classificata come agricola, dove è consentita l’edificazione solo nel caso sia collegata ad attività agricola. Nessuno dei 117 edifici avrebbe questa caratteristica. Delle case sequestrate poco meno di cento sono abitate. Il fenomeno delle “case al servizio dell’attività agricola”, costruite su aree rurali ma da parte di soggetti senza alcun rapporto con l’attività agricola, si è rivelata una delle modalità più usate dagli abusivi. L’inchiesta nasce da un esposto di un consigliere comunale seguito da un esposto di Legambiente Lazio. In generale, sono numerosi i casi di reati urbanistici accertati dalle forze dell’ordine.
Qui di seguito solo qualche esempio. Il 6 novembre scorso, la Guardia di finanza di Formia sequestra sulle sponde del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, 23 immobili abusivi, 45 pontili galleggianti e 15 natanti. Denunciate 23 persone per occupazione abusiva di aree demaniali destinate ad accogliere abitazioni. Il 3 ottobre scorso, a Nettuno, in provincia di Roma, il gip di Velletri convalida il sequestro di 69 appartamenti da parte della Polizia municipale. Sequestro reso necessario per numerose irregolarità rispetto alle concessioni rilasciate, in particolare la chiusura di balconi e porticati. Il pm che coordina le indagini aveva firmato 40 denunce, 2 per i titolari della ditta costruttrice e le altre per gli acquirenti delle case, molti dei quali già residenti, dopo aver acquistato gli immobili con rogito notarile. Il giorno prima, invece, a Pomezia, in provincia di Roma, la polizia provinciale ha sequestrato 12 abitazioni, per una serie di irregolarità riscontrate rispetto al progetto che aveva ottenuto una regolare licenza a costruire. In particolare, l’altezza è aumentata rispetto al progetto iniziale e gli edifici hanno una volumetria maggiore di quella autorizzata. Il 26 maggio 2008, nell’isola di Ponza, provincia di Latina, la Guardia di finanza sequestra 8 immobili e sei aree ricavate da sbancamenti di rocce e terreni.
L’area in esame si estende su una superficie complessiva di 7 mila metri quadrati, per un valore complessivo di 2 milioni e 700 mila euro. In totale sono 22 le persone denunciate. Il 16 maggio, a Gaeta, in provincia di Latina, le Fiamme gialle di Formia sequestrano un complesso immobiliare ancora in costruzione, del valore di 20 milioni di euro, edificato lungo la Riviera di Ulisse. Il terreno sequestrato insiste su un’area sottoposta a vincoli paesistici, idrogeologici e ambientali e si estende per complessivi 15 ettari. I lavori erano in corso nonostante il comune di Gaeta avesse notificato alla società immobiliare una diffida, precisando che il via libera alla costruzione sarebbe dovuto partire soltanto dopo aver acquisto il parere degli enti preposti alla tutela dei vincoli. Sul terreno era stato realizzato un nuovo fabbricato di circa 120 metri quadrati, con terrazzo ricavato mediante sbancamento di una parete rocciosa, un’area pavimentata di circa 800 metri quadrati e una piscina.

 

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