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20 Dicembre 1996 Gela (CL). Ucciso Rosario Ministeri, proprietario di una bar, sospettato di avere relazioni di amicizia con un pentito. PDF Stampa


Fonte: liberanet.org
Rosario Ministeri
Era un commerciante che non aveva nessun legame con la mafia. Fu ucciso il 20 dicembre del 1996 a Gela.

 

Ringraziamo gli AmiciDiLiberaCaravaggio (amicidilibera.blogspot.it) per il prezioso aiuto nella ricerca di nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie.

 

Articolo dell'8 Marzo 2012 da  tg10.it

Pentito gelese si accusa di due omicidi

Ordine di custodia cautelare del gip nisseno, Carlo Ottavio De Marchi, per un mafioso ora collaboratore di giustizia, Francesco Sarchiello, 38 anni, che si è accusato di due omicidi compiuti 15 anni fa a Gela e ad Aidone, in provincia di Enna.  La squadra mobile nissena e la direzione distrettuale antimafia, che ha chiesto il provvedimento (notificato all'indagato in una località protetta) hanno ricostruito la dinamica dei due delitti, identificati gli autori e accertati i moventi. A Gela, il 20 dicembre '96, Sarchiello e Giovanni Ascia, avrebbero ucciso a colpi di pistola il proprietario del bar "Caposoprano", Rosario Ministeri, su ordine di Emanuele Trubia, esponente di spicco di Cosa Nostra gelese. Trubia intese così punire il barista per l'amicizia e l'ospitalità che offriva nel suo bar a Salvatore Trubia, fratello "pentito" dello stesso mandante, al quale aveva anche regalato un orologio. Esecutore materiale del delitto fu Giovanni Ascia, il cui processo è ancora in corso. Il secondo omicidio di cui si accusa Francesco Sarchiello è quello di un operaio di Aidone, Franco Saffila, ucciso su ordine del boss Daniele Emmanuello, come favore da restituire a un suo amico, Gabriele Stanzù, un allevatore locale di bovini vicino a cosa nostra ennese, che nutriva rancori verso la vittima e che per l'occasione fornì anche le armi. Il gruppo di fuoco era composto da Sarchiello, che sparò senza colpire, e da Massimo Billizzi che invece uccise Saffila, alla guida di un trattore.





Articolo del 11 Marzo 2012 da .corrieredigela.it

Dietro l’arresto di Sarchiello i retroscena di due omicidi

Agenti della squadra mobile della Questura dii Caltanissetta, hanno eseguito mercoledì scorso un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta dr. Carlo Ottavio De Marchi, a conclusione di complesse indagini dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica – Dda di Caltanissetta, nei confronti di Francesco Sarchiello, risultato affiliato all’associazione a delinquere di stampo mafioso di Gela. L’uomo, nato a Gela il 28 giugno 1974, era in stato di libertà in località protetta, in quanto nel frattempo determinatosi a collaborare con la giustizia.

Le indagini hanno permesso di ricostruire due gravi eventi delittuosi commessi da pericolosi esponenti del clan di cosa nostra di Gela. Il Sarchiello è sottoposto ad indagini per l’omicidio di Rosario Ministeri, avvenuto a Gela il 20 dicembre 1997, all’interno del suo bar denominato “Caposoprano”, in via Palazzi, con il concorso di Giovanni Ascia, e per un altro omicidio, quello di Franco Saffila, avvenuto il 29 settembre 1998 ad Aidone (En), in concorso con Massimo Carmelo Billizzi e Giacomo Stanzù, affiliati alla cosca di Daniele Emmanuello.

Le investigazioni hanno permesso di accertare come l’uomo arrestato mercoledì scorso dagli agenti della Questura di Caltanissetta, Francesco Sarchiello, sia stato pienamente inserito in cosa nostra gelese dal 1995 al 1999 ed era inizialmente vicino ad esponenti del clan Rinzivillo, per passare successivamente nelle fila del clan (a quell’epoca antagonista) degli Emmanuello.

Intorno all’anno 2000, Sarchiello decideva autonomamente di interrompere ogni rapporto con cosa nostra, lasciando Gela e trasferendosi al Nord Italia. Nel corso della sua breve carriera all’interno di cosa nostra gelese ha svolto delicati compiti partecipando, con funzioni perlopiù di appoggio logistico ai killer, ai due efferati fatti di sangue contestati e dei quali lo stesso, in un secondo momento, si è accusato.

Omicidio Rosario Ministeri. E’ avvenuto a Gela il 20 dicembre 1996, all’interno del suo bar denominato “Caposoprano”, sito a Gela in via Palazzi 106. Dalle dichiarazioni rese dal Sarchiello, il grave delitto del barista era stato deciso da Emanuele Trubia, uomo di spicco di cosa nostra gelese, il quale voleva punire Ministeri perché questi continuava a mantenere rapporti con il fratello pentito Salvatore Trubia ed aveva regalato a quest’ultimo perfino un orologio. Il Sarchiello riferiva che a sparare era stato Giovanni Ascia, il quale nella circostanza aveva utilizzato una pistola cal. 38 fornita dal Trubia, mentre lui era rimasto in auto ad aspettare l’Ascia, ancora sotto processo.

Omicidio Franco Saffila. A completamento di quanto emerso dalle investigazioni effettuate nell’ambito dell’operazione “Hor-cynus”, intervenivano le dichiarazioni del Sarchiello, che confermava quanto dichiarato da Carmelo Billizzi e Smorta, affermando di essere stato coautore del delitto proprio insieme a Billizzi. Il Sarchiello dichiarava di aver partecipato all’omicidio di Franco Saffila, confermando appieno le dichiarazioni di Billizzi sulle dinamiche e movente dell’omicidio.

In particolare, il Sarchiello dichiarava che l’omicidio del Saffila era avvenuto dopo l’omicidio di Rosario Ministeri, cui egli aveva partecipato, che a sparare al Saffila era stato il solo Billizzi, mentre lui aveva sparato all’uomo che in quel momento si trovava con la vittima, rimasto illeso e che il mandante di detto omicidio era un “vaccaro” ovvero una persona che aveva del bestiame il quale aveva messo loro a disposizione le armi ed il covo, il quale aveva dei rancori di natura personale con il Saffila. Dichiarava infine che nella zona di Enna si erano recati a bordo di una Fiat Panda

Come si ricorderà, Franco Saffila, operaio ennese, veniva ucciso nel ’98 nelle campagne di Aidone da due “soldati” della famiglia di Gela che agivano su “mandato” del loro rappresentante Daniele Emmanuello, ucciso dalle forze dell’ordine qualche anno fa mentre tentava una disperata fuga in campagna. Come riferito dal collaboratoreBillizzi si trattò di “un favore” fatto dall’Emmanuello a Gabriele Stanzù, soggetto vicino alla famiglia di Enna di Cosa nostra, il quale aveva a più riprese sollecitato l’eliminazione del Saffila, ritenuto responsabile dell’omicidio del proprio genitore avvenuto intorno alla fine degli anni ‘70.

L’omicidio del Saffila, del tutto estraneo alle dinamiche interne alle vicende gelesi, venne ordinato dall’Emmanuello all’unico scopo di stipulare un’alleanza strategica con lo Stanzù, autorevole fiduciario di Cosa nostra della provincia di Enna, e naturalmente con gli uomini d’onore del medesimo sodalizio. Garantendosi la perenne gratitudine dello Stanzù – soggetto che tra l’altro aveva la disponibilità di numerosi immobili anche nella zona di Messina e che si rivelerà uno stabile punto di riferimento nel corso della sua latitanza – l’Emmanuello otteneva infatti il risultato di stringere alleanze con gli uomini di Cosa nostra della provincia di Enna, passaggio strategico funzionale all’ambizioso disegno egemonico segretamente coltivato che, per la sua compiuta realizzazione, richiedeva l’assemblaggio di una “rete di amicizie” che si estendesse ben oltre l’ambito della provincia di Caltanissetta.

Inoltre, per come emerso dalla ricostruzione del delitto, la vittima veniva attinta al capo ed al braccio sinistro da n. 2 colpi di fucile da caccia cal. 12 che ne cagionavano l’immediato decesso.

L’omicidio veniva eseguito mentre la vittima era alla guida di una motopala, intenta ad eseguire a lavori di sbancamento nel fondo di proprietà proprio di Gabriele Giacomo Stanzù. Al momento dell’omicidio era presente sul luogo teatro dei fatti anche Jhonni Molara, figlio naturale della vittima. Uno dei due killer, notata la sua presenza, esplodeva due colpi di fucile anche al suo indirizzo, fortunatamente mancando il bersaglio . Ancora una volta sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, a distanza di anni, consentivano di ricostruire la dinamica del delitto decifrandone altresì l’esatto movente (peraltro delineatosi già al tempo delle investigazioni svolte nell’immediatezza del fatto delittuoso)

Autore : Redazione Corriere




Articolo del 28 Settembre 2012 da quotidianodigela.it

"Ho ucciso io quel barista", pentito scagiona un minorenne e il Gup lo assolve

Gela. Dopo essere diventato collaboratore di giustizia si è autoaccusato di alcuni fatti di sangue, tra cui l'omicidio di Rosario Ministeri, ucciso davanti al suo bar il 20 dicembre del 1996. Francesco Sarchiello è uno dei due autori di quell'omicidio, compiuto insieme a Giovanni Ascia.

Le sue dichiarazioni hanno permesso di scagionare l'allora minore G.B., oggi trentaduenne. Ieri il Gup del tribunale dei minori, Ferreri ha assolto il presunto assassino, assistito dall'avvocato Flavio Sinatra. Anche il sostituto procuratore Simona Filoni si era associato alla richiesta del difensore, in virtù di quanto emerso in sede di indagine.

Francesco Sarchiello avrebbe preso parte, per sua stessa ammissione, all’omicidio del barista Rosario Ministeri. Quest'ultimo venne ucciso su ordine di Emanuele Trubia.   Il barista era accusato di aver mantenuto rapporti con Salvatore Trubia, fratello di Emanuele, che, però, aveva scelto di collaborare con la giustizia. L'altro complice è Giovanni Ascia, ritenuto il sicario, assolto in primo grado dalla corte d'Assise.

Inizialmente i fratelli Celona e Nunzio Licata avevano puntato il dito su Ascia ed il minore, all'epoca sedicenne. Fu Carmelo Billizzi il primo a fornire una versione diversa, confermando la presenza di Ascia, ma non quella di G.B. E' stato Sarchiello a chiudere il cerchio, autoaccusandosi di quel delitto.

L’omicidio di Rosario Ministeri avvenne il 20 dicembre 1996, all’interno del suo bar Caposoprano. Trubia volle punire il barista perché questi continuava a mantenere rapporti con il fratello pentito di Salvatore Trubia, cui aveva regalato un orologio. Sarchiello disse che a sparare era stato Giovanni Ascia con una pistola calibro 38 fornita da Emanuele Trubia, mentre lui era rimasto in auto ad aspettare Ascia.

 

 

 

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