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19 Gennaio 2014 Cassano allo Ionio (CS). Nicola Campolongo, Cocò, di appena tre anni. Ucciso e bruciato in un'auto insieme al nonno e alla compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27 anni. PDF Stampa

Foto e Articolo del 20 Gennaio 2014 da ilmessaggero.it

Cosenza, Cocò, bruciato in auto a 3 anni: moneta da 50 centesimi, forse firma dei killer

Corpi consumati, completamente distrutti dal fuoco appiccato con almeno 15 litri di benzina.
Sono questi i primi raccapriccianti elementi che emergono dalle indagini sul triplice omicidio di Cassano allo Jonio nel quale sono stati uccisi e dati alle fiamme Giuseppe Iannicelli, sorvegliato speciale di 52 anni, la compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27, ed il nipotino dell'uomo, Nicola Campolongo, di appena tre anni. La crudeltà con la quale i killer si sono accaniti su un bambino così piccolo non ha precedenti nella storia della criminalità in Calabria e spinge il vescovo di Cassano allo Jonio, mons. Nunzio Galantino, ad affermare che il volto carbonizzato di quel «bambino è un appello senza parole».

Al vescovo fa eco il procuratore della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, secondo il quale nell'area della Sibaritide «c'è una criminalità sanguinaria». Nel corso della notte i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno sentito numerosi familiari e conoscenti di Iannicelli, ma gli interrogatori non sembra siano serviti a raccogliere elementi utili alle indagini. Le testimonianze raccolte sono servite principalmente a ricostruire tutti gli spostamenti di Iannicelli prima della scomparsa e ad accertare se l'uomo avesse avuto recentemente contrasti con altre persone. Iannicelli, la sua compagna ed il piccola Nicola sono stati visti in vita per l'ultima volta giovedì sera, mentre la denuncia della loro scomparsa è stata presentata il giorno dopo dal figlio dell'uomo.

Al momento l'ipotesi più accreditata dagli investigatori è quella che il triplice omicidio sia maturato nell'ambito della criminalità che gestisce il traffico e lo spaccio di droga nella zona della Sibaritide. I carabinieri stanno anche valutando, viste le modalità efferate del triplice delitto, se ci sia stato anche un coinvolgimento diretto da parte delle cosche della criminalità organizzata locale. E proprio per questo motivo che la Dda di Catanzaro, in stretto contatto con la Procura di Castrovillari, ha aperto un fascicolo d'indagine. Dai primi accertamenti è emerso che l'automobile con a bordo le tre vittime ha bruciato per diverse ore, consumando completamente i corpi e risparmiando solamente un bossolo che è stato trovato nell'abitacolo dell'automobile. Inizialmente, quando i carabinieri sono arrivati sul luogo del ritrovamento, è stato anche difficile riuscire a capire quanti fossero i cadaveri carbonizzati che si trovavano nella vettura.

Al momento, però, non è stato ancora possibile stabilire se il luogo del ritrovamento dei cadaveri sia lo stesso in cui è avvenuto l'omicidio delle tre vittime. Stamane, intanto, a Cosenza si è svolta la riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, allargato al Procuratore di Castrovillari, Franco Giacomantonio, ed al sindaco di Cassano, Gianni Papasso. Durante la riunione è stato deciso di incrementare i controlli del territorio per «riaffermare la presenza dello Stato nell'area della Sibaritide».

Una moneta da cinquanta centesimi è stata ritrovata vicino alla Fiat Punto bruciata nella contrada impervia di Cassano dove il 52enne Giuseppe Iannicelli, il nipotino di tre anni Cocò e la 27enne marocchina chiamata Betty sono stati trovati carbonizzati ieri mattina. Potrebbe essere significativa, ma gli investigatori stanno ancora lavorando alacremente sul caso. «Naturalmente non possiamo dire se sia stata lasciata lì apposta oppure sia un ritrovamento casuale -spiega all'Adnkronos il capo della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo che assumerà le indagini - però nel caso fosse stato fatto apposta, ed è già successo in altri casi, penso che vorrebbe dire lasciare un messaggio, tipo tu non vali niente».

 

 

Foto e Articoli del 20 Gennaio 2014 Fonte: antimafiaduemila.com

 

Tratto da: La Repubblica del 20 gennaio 2014

Anche due adulti carbonizzati. Ipotesi vendetta per droga

di Attilio Bolzoni - 20 gennaio 2014

E Riina diceva: ne muoiono tanti, non è un problema


La mafia non uccide mai bambini, la mafia i bambini li rispetta. Questa è la favola che tramandano i boss, generazione dopo generazione. La mafia in realtà ha sempre ucciso i bambini,  quando è «necessario» l’omicidio non ha età. «Liberati del canuzzu», liberati del cagnolino dice Giovanni Brusca a uno dei suoi, indicando una larva, un corpicino che non pesa neanche 30 chili. E che da 779 giorni è prigioniero, incatenato in una botola. Lo chiama così, «canuzzo», il piccolo Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di Santino «Mezzanasca» che ha la colpa di essere diventato un pentito della strage di Capaci. Suo figlio Giuseppe oramai non fa più resistenza, non sente nemmeno la corda che gli passa intorno al collo. Poi sparisce in un bidone di acido muriatico. «Ha reagito»?, chiede ancora Brusca. «No, non era come tutti gli altri bambini, lui era debole debole», gli risponde Giuseppe Monticciolo la sera dell’11 gennaio 1996 quando il piccolo Di Matteo se ne va per sempre.
Lo fanno per vendetta o per ricatto, lo fanno per eliminare un testimone pericoloso, uno che ha visto o sentito. Li bruciano, li sotterrano, li squagliano, tre anni, otto anni, dodici anni, la data di nascita è ininfluente quando c’è un capo che dà l’ordine o se bisogna salvare se stessi.
È capitato anche a Nicolas l’altro giorno quando era con suo zio e la donna di suo zio nelle campagne di Cassano allo Jonio, capita sempre quando un bambino è nel posto sbagliato nel momento sbagliato. In quel mondo innocenti non ne esistono.
La mafia non uccide mai i bambini, ripetono in Sicilia e in Calabria già negli Anni Sessanta quando i sicari — è il gennaio del 1961 — sparavano due fucilate alla schiena a Paolino Riccobono, il figlio di un mafioso della borgata di Tommaso Natale. Un errore di persona? Un pazzo? Un proiettile vagante?
La mafia vecchia è sempre «buona» e la mafia nuova sempre «cattiva». Così si seppellisce il passato. Pochi se lo ricordano ma subito dopo la guerra, nel ‘48, Giuseppe Letizia, pastorello di dodici anni, fu ucciso con un’iniezione letale all’Ospedale dei Bianchi di Corleone dal medico condotto e capomafia Michele Navarra. La notte prima Giuseppe aveva visto gli uomini che avevano rapito il sindacalista Placido Rizzotto. Gli sgherri di Navarra. Ufficialmente deceduto per «tossicosi», il pastorello fu assassinato da un veleno.
I bambini non si toccano. Come non toccarono nel 1976 i quattro picciriddi di San Cristoforo, quattro bambini del quartiere più malfamato di Catania che avevano scippato la borsa alla mamma del boss Benedetto Santapaola. Furono prelevati e trasportati in un casolare a più di cento chilometri di distanza, in una campagna fra San Cono e Mazzarino, ai confini con la provincia di Caltanissetta. Il più grande aveva 14 anni, il più piccolo 11. Li tennero lì per due giorni, poi li soffocarono e li gettarono in un pozzo. Tutta l’antica cavalleresca mafia del tempo fu d’accordo: ammazziamoli.
Gli anni passano ma la mafia non cambia mai quando deve uccidere. La storia di «Dodo», Domenico Gabriele, anche lui 11 anni, assassinato in un campo di calcio a Crotone. Il sicario voleva uccidere un suo rivale, ha cominciato a sparare all’impazzata e ne ha fatto fuori due e feriti altri dieci che inseguivano il pallone. Uno era «Dodo», tre mesi di agonia.
Come Nadia e Caterina Nencioni, 8 anni una e 2 mesi soltanto l’altra, morte in via dei Georgofili a Firenze con la bomba del «terrorismo mafioso» del maggio 1993. Come i gemelli Giuseppe e Salvatore Asta, 6 anni, saltati in aria con la madre Barbara nell’attentato del 2 aprile 1985 a Trapani contro il giudice Carlo Palermo. Come Letterio Nettuno, 13 anni, sparito nel gennaio del 1991 a Reggio Calabria, rapito, torturato, sgozzato. I suoi aguzzini sospettavano che aveva fatto da palo in un agguato contro un boss della cosca Ficara.
Piccole vittime cercate e piccole vittime «casuali», fra sventagliate di mitraglia e artificieri. Diceva Totò Riina ai suoi macellai quando c’era da mettere qualche bomba: «Di bambini a Sarajevo ne muoiono tanti, perché ci dobbiamo preoccupare proprio noi di Corleone?». Ma non sempre è andato tutto «normalmente», tranquillamente.
Palermo, autunno del 1986, il maxi processo è iniziato da otto mesi. La città è avvolta in un silenzio surreale, è vietato uccidere, vietato rapinare, vietato rubare. Non deve accadere nulla mentre i boss sono alla sbarra in attesa di giudizio. Ma la sera del 7 ottobre un sicario in motocicletta, il viso coperto dal casco, si avvicina a un bambino di 10 anni che cammina in una strada della borgata di San Lorenzo e lo chiama: «Claudio». Claudio si volta e lui gli spara un colpo in mezzo agli occhi. Il giorno dopo, nell’aula bunker dell’Ucciardone, Giovanni Bontate che era uno dei rappresentati dell’aristocrazia mafiosa di Palermo, si alza in piedi, chiede la parola. E si rivolge alla Corte: «Non siamo stati noi, questo è un delitto che ci offende ». Per quel «noi» — noi mafiosi, voleva dire — pronunciato pubblicamente e violando quindi il vincolo più sacro — la segretezza — della sua organizzazione, Giovanni Bontate fu ucciso nella sua casa qualche giorno dopo  la scarcerazione. Claudio Domino — sapremo in seguito — era stato testimone di uno scambio di una partita di eroina.



In foto: la Fiat Punto incendiata a Cassano dove sono stati trovati i cadaveri di Iannicelli, della compagna e del nipote di tre anni

Tratto da: La Repubblica del 20 gennaio 2014

Orrore in Calabria, ucciso e bruciato a tre anni

di Giuseppe Baldessarro


Vendetta per un debito di droga: i sicari ammazzano un pregiudicato, la compagna e il nipotino

Cassano allo Jonio (Cosenza). L’ultimo a cui hanno sparato è stato Nicola, il bersaglio più facile. Aveva tre anni ed era nel seggiolino sul sedile posteriore della Fiat Punto. Le belve pochi istanti prima avevano ucciso il nonno del bambino Giuseppe Iannicelli, di 52 anni, e la sua compagna Ibtissan Touss, una giovane marocchina che di anni ne aveva 27. Un massacro, di cui ieri mattina sono stati ritrovati soltanto pochi resti carbonizzati.
Gli scheletri delle tre vittime li ha scoperti per caso un cacciatore. I corpi erano ancora tra le lamiere dell’auto bruciata per cancellare le tracce. L’uomo era nel cofano, la donna davanti, e dietro i resti del piccolo. Sul tettuccio della macchina la firma degli assassini: una moneta da 50 centesimi che spiega tutto. Iannicelli è stato punito per non aver pagato una partita di droga. I killer secondo una prima ricostruzione gli hanno teso un agguato, era lui l’obiettivo. Una trappola, dalla quale pensava di essersi messo al riparo presentandosi con la compagna e il nipotino. Invece niente, i sicari lo hanno freddato appena sceso dall’auto, poi hanno sparato ancora sui due innocenti. Senza pietà. Per gli investigatori il triplice omicidio non è stato compiuto sul posto. La Fiat Punto e i cadaveri sono stati portati successivamente dietro il vecchio capannone isolato di contrada Fiego. Il luogo ideale per dare fuoco a tutto lontano da occhi indiscreti. Un massacro che ha turbato persino un magistrato esperto come il procuratore della Repubblica di Castrovillari, Franco Giacomantonio: «Come si fa ad uccidere un bambino di tre anni in questo modo? Si è superato ogni limite. In tanti anni di lavoro credo che questo sia uno degli omicidi più efferati di cui mi è toccato occuparmi».
L’auto era fredda, e questo fa ritenere che il rogo possa risalire ai giorni precedenti. Gli assassini sarebbero entrati in azione venerdì pomeriggio, quando era scattato l’allarme lanciato da uno dei figli di Iannicelli che non li aveva visti tornare. L’uomo era sottoposto all’obbligo di stare a casa dalle 8 di sera alle 8 di mattina in quanto sorvegliato speciale. L’indagine è affidata al pm Guido Quaranta, è tutt’altro che semplice. La moneta lasciata come firma dai killer e i precedenti penali di Iannicelli, che aveva già scontato una condanna a 8 anni di carcere, raccontano che era ben introdotto negli ambienti della criminalità che gestisce il narcotraffico. Iannicelli doveva essere ammazzato per un debito non onorato con i clan. Lo spaccio legava le sorti di molti dei componenti della famiglia. La moglie del sorvegliato speciale è agli arresti per droga, così come i genitori del piccolo Nicolas e un’altra delle figlie di Iannicelli.
Il sindaco Gianni Papasso ha parlato di una comunità “sbigottita”. In contrada Fiego si è recato anche il vescovo della diocesi Nunzio Galantino, da poco nominato da Papa Francesco, Segretario generale ad interim della Conferenza Episcopale Italiana. La modalità della strage ha scosso tutti gli abitanti di Cassano allo Jonio.

 

 

Articolo del 20 gennaio 2014 da ilquotidianodellacalabria.it

L'atroce storia di Cocò e quell'appello del nonno dalle colonne del Quotidiano: «E' in pericolo»

di Francesco Mollo

Il bimbo ucciso e bruciato a Cassano insieme al nonno e a una donna, aveva vissuto in carcere con la madre. E in quel periodo Giuseppe Iannicelli scrisse una lettera aperta: quasi un presentimento

CASSANO IONIO - E' una storia atroce quella di Nicola Campolongo, il piccolo Cocò il cui corpo è stato trovato domenica mattina a Cassano Ionio, nel Cosentino, arso sul seggiolino della sua auto dopo che qualcuno aveva ucciso lui, suo nonno Giuseppe Iannicelli e la ventisettenne marocchina Ibtissam Touss che era con loro.

Cocò aveva tre anni, ma già aveva vissuto la tragedia del carcere nel penitenziario di Castrovillari insieme alla madre. E nel corso di quella detenzione ha dovuto assistere con lei, nella gelida aula bunker del penitenziario del Pollino, all'udienza del processo antimafia che la vede imputata in qualità di appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Fu in quel periodo che nonno Giuseppe lanciò un appello sul Quotidiano.

«Lo so – ha detto - mia figlia ha sbagliato, ma bisogna capire che è ancora una ragazzina che non ha retto a quella che a noi sembra solo un’ingiustizia. È necessario che venga perdonata adesso, che la situazione è diventata ingestibile, prima che succeda qualcosa di grave». A rileggerla oggi fa rabbrividire quella disperata richiesta di clemenza invocata nel maggio scorso da Giuseppe Iannicelli attraverso le colonne del Quotidiano per chiedere la scarcerazione delle figlia e il suo ritorno a casa per occuparsi del piccolo Nicola e gli altri due bambini. Ha qualcosa di sinistro, come una premonizione. Oppure Giuseppe Iannicelli  temeva per sé e, di riflesso, per quel bambino che era costretto a stare con lui? Forse. Di certo quel padre era preoccupato.

«Ma ora è urgente che torni a casa» dice il padre. «I suoi figli piangono tutto il giorno; il piccolo Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile. Mia figlia Simona abita in centro, e spesso Cocò corre fuori, in strada; con la madre invece potevano stare, e potrebbero ora starci anche i bambini di Simona, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto».

Antonia Maria è stata arresta il 10 giugno 2011 nell’ambito dell’operazione con la quale i carabinieri hanno messo fine allo spaccio organizzato dell’intera famiglia Iannicelli. Ma subito il tribunale le ha concesso, come alla sorella Simona che si trovava nella medesima condizione, il beneficio degli arresti domiciliari perché madre di bambini sotto i tre anni. Nel dicembre 2012 alla ragazza è stata revocata la misura meno afflittiva e ha dovuto fare ritorno nel carcere e – come prevede la legge – ha potuto (ma è più giusto dire dovuto) portare con sé il piccolo Nicola Jr, che all’epoca aveva solo due anni e non poteva lascialo al nonno Giuseppe – l’unico familiare fuori dalla galera – o alla sorella alla quale aveva già lasciato gli altri due figli nonostante l’altra (incinta) ne avesse due suoi. Dopo quella udienza che fece scalpore, anche grazie alla campagna di Franco Corbelli, che da sempre si batte contro «la vergogna dei bambini in carcere» lo stesso giudice davanti al quale la madre era a processo, il presidente della sezione penale di Castrovillari, Loredana De Franco, ha firmato la revoca della custodia cautelare in carcere per la madre, nonostante il parere negativo della Dda di Catanzaro. Ma qualche mese dopo Antonia Maria Iannicelli è stata rimessa in galera, sempre per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari. In pratica, dopo due anni di dinieghi da parte del tribunale, un giorno, nella primavera scorsa, ha preso i suoi tre bambini ed è andata a Catanzaro per farli vedere al padre,  Nicola Campolongo, che è detenuto presso il carcere di Siano sempre a causa del procedimento “Tsunami”.

Stavolta il piccolo Cocò è rimasto con il nonno e la zia. In più occasioni lo studio legale Bellusci ha fatto istanza per la sua scarcerazione; l’ultima il 9 gennaio scorso, durante al quale il so legale ha implorato i giudici per la concessione degli arresti domiciliari.«Se Antonia non ha rispettato la legge ed è andata a trovare il marito in carcere – ci aveva detto Giuseppe Iannicelli - è perché in due anni non le è stato mai consentito di vederlo, nonostante ad altri detenuti dello stesso processo,  parenti tra loro, è stato permesso di incontrarsi. Erano due anni che lei non parlava col marito e che lui non vedeva i bambini. Questa è una ingiustizia inspiegabile, che ha indotto mia figlia a fare questo errore». Insomma, Giuseppe Iannicelli, che era consapevole di non meritare per sé la clemenza della giustizia, aveva fatto appello lo stesso, sapendo che senza la madre Cocò e suoi fratellini correvano grossi rischi. Ma difficilmente avrebbe potuto prevedere tanto.

 

 

 

Articolo del  23 gennaio 2014 da ilquotidianoweb.it

Via da Cassano le sorelline di Cocò e le cugine
Con loro ci sono lo zio 14enne e altri due adulti


Attuato il provvedimento del tribunale dei minori che ha disposto l'allontanamento dei piccoli dalla zona. Con loro andrà a vivere la zia che era ai domiciliari e il marito


CASSANO JONIO (CS) - Sono stati trasferiti nel primo pomeriggio le due sorelle, tre cugini e lo zio quattordicenne del piccolo Nicola, il bimbo di tre anni ucciso e carbonizzato a Cassano allo Jonio insieme al nonno, Giuseppe Iannicelli, ed alla compagna di quest’ultimo. La decisione di trasferire i minori in una località protetta, per ragioni di sicurezza, era stata presa ieri dal tribunale dei minori di Catanzaro ma non era stata immediatamente eseguita. Contrario al trasferimento si era detto lo zio di Cocò.
La zia del bimbo ucciso, Simona Iannicelli, che è detenuta ai domiciliari, ha, intanto, ottenuto il trasferimento di domicilio presso la struttura protetta dove sono stati trasferiti i minorenni. Il marito di Simona Iannicelli ha lasciato anche il lui Cassano allo Jonio per trasferirsi nel comune dove si trova la struttura protetta.
Intanto, sarà affidato domani mattina l’incarico per l’autopsia sui cadaveri carbonizzati di Giuseppe Iannicelli, di 52 anni, della compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27, e del nipotino dell’uomo, Nicola, di soli tre anni. I magistrati del pool della Dda di Catanzaro incaricheranno il medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sui cadaveri. Gli accertamenti assumono particolare rilevanza per fornire risposte ad una serie di interrogativi sulla dinamica del triplice omicidio.
Tra i primi accertamenti ci sarà quello della comparazione del Dna in modo da stabilire l’identità ufficiale delle tre persone uccise. Sarà accertato inoltre se le vittime erano già morte al momento dell’incendio e da quanti colpi d’arma da fuoco sono state raggiunte. Proseguono senza sosta le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Cosenza e della compagnia di Castrovillari per riuscire ad individuare gli autori del delitto ed il movente. Gli inquirenti ritengono che all’origine del triplice omicidio ci siano contrasti sulla gestione di affari illeciti.

 

 

Articolo del 12 Ottobre 2015 da repubblica.it

Arrestati gli assassini di Cocò, il bimbo ucciso e bruciato insieme al nonno

Due gli ordini di custodia cautelare emessi per la strage di Cassano allo Jonio. Cosimo Donato e Faustino Campilongo erano già in carcere per estorsione


di GIUSEPPE BALDESSARRO

COSENZA -  Lo hanno ammazzato perché avrebbe potuto riconoscerli. Gli hanno sparato in testa per evitare che quel bimbo di appena tre anni potesse puntare il dito contro Cosimo Donato. Per questo dopo avere sparato a Giuseppe Iannicelli (vero obiettivo dei killer) e Touss Ibtissam Touss, la ragazza marocchina che viveva con il nonno, non hanno esitato a puntargli la pistola alla tempia mentre era ancora seduto al sediolino dell'auto.

Le bestie poi hanno completato l'opera caricando i cadaveri in macchina e dando alle fiamme la vettura. Un lavoro "pulito" volevano fare, un lavoro che non lasciasse traccia. Cosimo Donato, 38 anni, detto "topo", e Faustino Campilongo, di 39, "panzetta" non avevano fatto i conti con gli investigatori dei carabinieri e con la Dda di Catanzaro che tassello dopo tassello hanno messo assieme elementi che li inchiodano. Sono loro gli assassini di Cocò, non hanno dubbi il Procuratore di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, e il suo Aggiunto, Vincenzo Luberto.

Cocò, Nicola Campolongo, conosceva bene Donato. Lo conosceva perché suo zio, Giuseppe Junior Iannicelli, era fidanzato con la figlia di Donato. Conosceva bene quelle facce e quella casa. Non solo. Nonno Peppe, quando aveva capito che per lui non tirava una buona aria, aveva iniziato a portarselo dietro, nella certezza che nessuno lo avrebbe ammazzato in presenza di un bambino. Con il nipote andava a incontrare i suoi spacciatori, andava a riscuotere sulle piazze di spaccio e a controllare gli affari. E tra i suoi pusher c'erano anche quelli che poi sarebbero diventati i suoi carnefici: Donato e Campilongo. Due pezzi di malacarne che in provincia di Cosenza distribuivano la droga tra Firmo, Lungro ed Acquaformosa per conto di Iannicelli. Un errore fatale, quello del nonno, costato la vita a lui, alla sua compagna e a quel ragazzino che lo seguiva quasi fosse un gioco.

Un gioco che, per dirla con le parole del Procuratore Lombardo, "si è trasformato nella carneficina del 16 gennaio 2014, giorno in cui tre corpi carbonizzati furono trovati in un luogo appartato proprio sulla strada che da Cassano porta a Firmo. Peppe Iannicelli, secondo le indagini dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, non era uno qualsiasi. Era da tempo dedito allo spaccio di droga, prima con la cosca degli zingari, gli Abbruzzese, e poi con il sodalizio contrapposto dei Forastefano. Era ormai inviso agli Zingari per diverse ragioni.

Intanto aveva preso a rifornirsi di droga da altri, poi si stava allargando su piazze che facevano gola a molti, infine c'era il rischio che si pentisse. Tutti fatti che hanno fatto saltare il tappo ad una situazione di tensione generale sul territorio e di lotta per il controllo delle attività criminale. Secondo i Pm della Procura di Catanzaro i clan dominanti "ad un certo punto hanno deciso di fare pulizia", assoldando due macellai.

E chi meglio di Donato e Campilongo che con Iannicelli lavoravano da tempo? I due lo avrebbero attirato in un tranello con la scusa di "pagargli" una fornitura di droga e poi lo avrebbero ucciso senza pietà neppure per la sua compagna e per il ragazzino che, spiega il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti "si portava dietro usandolo come scudo umano".

L'efferato omicidio del piccolo "Cocò'" aveva suscitato anche l'attenzione di Papa Francesco, che gli aveva rivolto un pensiero e una preghiera in occasione dell'Angelus in piazza San Pietro, il 26 gennaio 2014 (Papa: "Chi ha bruciato Cocò si converta e si penta")

Ieri mattina l'inchiesta ha chiuso il cerchio sugli esecutori materiali del delitto, ma l'indagine non è ancora chiusa se è vero come è vero che la Dda punta ora ai mandanti dell'omicidio. In una situazione di carenza strutturale di uomini e mezzi, la magistratura Catanzarese (che deve fare i conti con la carta delle fotocopie) e le forze dell'ordine (anch'esse in debito d'ossigeno) sono impegnate a chiarire le ulteriori zone d'ombra della vicenda. Per ora incassano il plauso del Governo e del Parlamento. Ed è ovvio che faccia piacere il messaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che scrive: "Niente potrà sanare il dolore per l'accaduto, ma sono e siamo orgogliosi delle italiane e degli italiani che ogni giorno combattono contro la criminalità e per la giustizia: grazie". Come anche fanno ad esempio le "sincere congratulazioni" di Ernesto Carbone. Resta il fatto, dicono a Catanzaro, "che per sconfiggere davvero la 'ndrangheta servono maggiori risorse".

 

Articolo del 22 Ottobre 2016 da  quicosenza.it

Omicidio piccolo Cocò: alla sbarra i presunti assassini, intercettazioni in arbëreshe

di Maria Teresa Improta

I genitori del bimbo di soli tre anni usato come ‘scudo umano’ si sono costituiti parte civile nel processo.

COSENZA – Prima udienza per il triplice omicidio di Cassano. Stamattina presso la Corte d”Assise di Cosenza è stato dato il via al processo contro Cosimo Donato e Faustino Campilongo. I due sono accusati di aver sparato e dato alle fiamme nel gennaio 2014 Cocò Campolongo, di soli tre anni, insieme al nonno cinquantaduenne Giuseppe Iannicelli e alla sua compagna Ibtissam Touss, ventisettenne di nazionalità marocchina. Tra i soggetti costituitisi come parti civili appaiono entrambi i genitori del bimbo: Nicola Campolongo e Antonia Maria Iannicelli. I due al momento della morte del piccolo si trovavano ristretti in carcere ed era stata proprio la madre, ancora oggi detenuta nella casa circondariale di Castrovillari (per detenzione e spaccio di eroina), che aveva scelto di non tenere il figlio con sé, ma affidarlo al nonno. Giuseppe Iannicelli però avrebbe utilizzato sia il nipotino che la giovane fidanzata come ‘protezione’.

Certo che la cosca Abbruzzese volesse tendergli un agguato per motivi legati al commercio di stupefacenti si era recato ad un appuntamento ‘sospetto’ tra le campagne di Cassano insieme alla ragazza e al bambino. In quell’occasione avrebbero dovuto pagargli una partita di droga già consegnata e distribuita tra i pusher. In realtà si trattava di una trappola. Il clan degli Zingari non ha avuto alcuna pietà per Iannicelli e la sua famiglia. Era un nemico da eliminare, in ogni caso, anche rischiando di versare sangue innocente. Troppo pericoloso per i ‘pettegolezzi’ che lo spacciavano come un futuro ‘pentito’, per i debiti di droga e l’autonomia che intendeva ritagliarsi nel blindato mercato degli stupefacenti della rotta cassanese. Ad agire materialmente furono, secondo gli inquirenti, Cosimo Donato 38enne di Castrovillari e Faustino Campilongo 39enne cassanese, meglio noti come Topo e Panzetta i quali ‘terminato il lavoro’ avrebbero lanciato sull’auto con all’interno i corpi carbonizzati una moneta da cinquanta centesimi come gesto di sprezzo.

I due, che oggi hanno assistito all’udienza in videoconferenza, al momento dell’arresto si trovavano già detenuti in carcere a Castrovillari mentre nei mesi scorsi sono stati trasferiti rispettivamente nei penitenziari di Parma e Cuneo. Gravissime le accuse a loro carico (omicidio premeditato e distruzione dei corpi) che dovranno essere valutate dalla Corte presieduta dal giudice Giovanni Garofalo con a latere il giudice Francesca De Vuono i quali, coadiuvati dai giudici popolari, decideranno se accogliere o meno le richieste del pm dell’Antimafia di Catanzaro Domenico Guarascio. Quest’ultimo, nel corso dell’udienza odierna, ha depositato l’elenco delle intercettazioni chiedendo la collaborazione di periti di lingua arbëreshe indispensabili per tradurre numerose conversazioni, soprattutto quelle captate in carcere. Espletati gli adempimenti di rito il dibattimento è stato aggiornato al prossimo 17 novembre. Resta ancora il mistero sul mandante del delitto che si sospetta sia uno degli esponenti ai vertici del clan Abbruzzese, noto alle cronache come la cosca degli ‘Zingari’.

 

 

 

 

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