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"IL GRIDO E L'IMPEGNO La storia spezzata di Michele Fazio" di Francesco Minervini PDF Stampa

Fotocopertina e recensione da stiloeditrice.it

Michele Fazio è un ragazzo barese di quindici anni, pieno di vita e di entusiasmo, che una sera di luglio sta tornando a casa per cenare con la propria famiglia. All’improvviso viene strattonato; non ha il tempo di voltarsi indietro, sente degli spari, sono attimi: un proiettile gli perfora il cranio e lui cade riverso per terra. Tutti scappano, lasciandolo solo. Nell’aria si avverte, lancinante, un solo grido: ‘Aveme accise u uagnune buenn’ (‘Abbiamo ucciso il bravo ragazzo’). Con l’aiuto dei genitori Lella e Pinuccio Fazio la storia spezzata di Michele e l’assurdità della sua morte innocente tornano a ricomporsi per diventare quella memoria collettiva di cui non solo Bari, ma ogni città che protegge i propri figli deve riappropriarsi: nella consapevolezza che occorre sempre volere, pretendere, provocare una giustizia e un impegno a volte troppo difficili per gli onesti.

 

 

 

 

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"Sono solo pupazzi. Un giorno con Gaetano Marchitelli, vittima innocente della mafia" di Francesco Minervini PDF Stampa

Fotocopertina e descrizione da stiloeditrice.it

Gaetano Marchitelli, ammazzato per sbaglio nel 2003 nell’ambito di un regolamento di conti per le strade di Carbonara (Bari), ci accompagna per mano alla scoperta della piazza del suo paese, delle pittoresche signore che animano le strade scambiandosi ricette a gran voce, dei ragazzini spensierati che progettano di marinare la scuola, dell’amicizia con Mario. Su tutte le scene incombe la macchina gialla simbolo dei poteri mafiosi che tengono in scacco la cittadinanza. La vicenda di Gaetano e del suo amico Mario, che rimase ferito quel 2 ottobre di più di dieci anni fa, rivive nella sua normalità tragica, facendo continuamente riferimento a fatti realmente avvenuti e dando voce ai protagonisti delle vicende: un modo semplice per ricordare ciò che non deve più accadere.

Per educare alla legalità non servono le teorie, quelle si lasciano ai ‘grandi’. Piuttosto il territorio chiede di recuperare fatti, memorie, storie vissute e terribilmente tragiche, su cui innestare e far rinascere gesti quotidiani, apparentemente irrilevanti, che però contribuiscono a disfare la rete della malavita.
Questa storia è anche uno spettacolo allestito dal Gran Teatrino di Pulcinella (www.casadipulcinella.it).

 

 

 

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Reagì Mauro Rostagno sorridendo - di Adriano Sofri PDF Stampa

Fonte sellerio.it

Sellerio Editore Palermo

Rostagno è stato assassinato nel settembre 1988 a Lenzi, in provincia di Trapani. Ci sono voluti dunque più di 25 anni per arrivare a una verità processuale, per fare i tanti accertamenti, rilievi, indagini che nei giorni dopo il delitto non si fecero, superare le ipotesi investigative che si sono susseguite dal giorno dell’assassinio - false congetture, depistaggi, ricostruzioni infondate - mentre si è tralasciata l’unica pista che andava seguita da subito e che pure molti indicarono: quella mafiosa.

«Mamma mia che situazione in questa provincia di Trapani!... Logge massoniche coperte, intreccio tra politica, affari, mafia, massoneria, tangenti, gente che si fa ricca della povertà altrui… Insomma, ci sarebbe da stare seri se non avessimo voglia, ogni tanto, anche di ridere…» (nella sua tv, aprile 1988). Mauro Rostagno fu ammazzato il 26 settembre del 1988. Era nato il 6 marzo 1942, era passato da tante vite, chissà quante ne avrebbe avute ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. A Trapani c’è ancora qualche scritta slavata che dichiara che MAURO È VIVO! Serve ai vivi per consolarsi, ma i morti ne sono inceppati, è come se non li si lasci sentire pienamente morti, con quel punto esclamativo che inchioda il lembo del mantello al mondo di qua. I morti ammazzati per ragioni di giustizia o di dignità personale non vogliono essere vivi, ne hanno avuto abbastanza. Rivendicano di poter guardare le cose da un aldilà, e di venire di qua per qualche sopralluogo senza preavviso. Tanto più che ad appesantire loro le ali provvedono già i processi insabbiati o dirottati, che li tengono in una perenne attesa di convocazione, un purgatorio terrestre.
Mauro è stato tenuto in ostaggio per oltre venticinque anni in quella terra di nessuno, e finalmente se n’è svincolato. C’è voluto un processo durato tre anni, testimonianze e prove finalmente raccolte, il colpo di scena di un esame del DNA dal risultato imprevedibile, per dire quello che tutti sapevano: che non era stato un delitto fra amici, né un affare di corna o una vendetta di «drogati», ma un omicidio di mafia. Mauro aveva detto di aver scelto la Sicilia, e che qui avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e nascere i propri nipotini. Io assisto alle udienze e sono tutto grigio, e anche l’assassino presunto di Mauro nella sua gabbia in tribunale è mezzo calvo e mezzo grigio, e invece a Mauro è restata una barba scura e il sorriso affettuoso e ironico di chi sa come potrebbe essere questa terra, se non ci si accanisse a rovinarla.   A. S.

 

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BORIS GIULIANO – La squadra dei giusti di Daniele Billitteri PDF Stampa


Fonte: alibertieditore.it

BORIS GIULIANO – La squadra dei giusti
di Daniele Billitteri

Per la prima volta parlano i famliari del poliziotto che in soli tre anni mise a nudo Cosa Nostra,
fino a diventarne il nemico numero uno.

Con un inedito inserto fotografico.

Giorgio Boris Giuliano arrivò a Palermo alla fine degli anni Sessanta.
Ci sarebbe rimasto per più di dieci anni fino al giorno in cui vi morì, ucciso mentre pagava un caffè al bar, il 21 luglio 1979.
Era il capo della squadra mobile solo da tre anni. Ma era già il nemico numero uno di Cosa Nostra. Da commissario era arrivato a Palermo mentre la mafia stava attraversando una delle sue frequenti fasi di cambiamento e di adattamento ai tempi. Tempi d’oro. Era l’epoca del “sacco di Palermo”, delle migliaia di licenze edilizie firmate in una notte. Agli investigatori mancava una visione d’insieme. E arrivò lui. Nuovi metodi, nuove strategie. Duro, intelligente, capace di scavare nell’omertà, di riannodare i fili di una struttura allora magmatica e per molti versi sconosciuta, Cosa Nostra, che solo sei anni prima un pentito, Leonardo Vitale, aveva denunciato finendo in manicomio. Perché nessuno ci credeva. Ma la storia di Giuliano non è solo quella di un uomo, di un poliziotto, di un servitore dello Stato. È anche la stroria della nascita di un approccio nuovo alla lotta alla mafia. Giuliano era entrato relativamente tardi in Polizia.
Aveva avuto altre esperienze di lavoro; aveva compiuto anche scelte allora considerate coraggiose. A Palermo Giuliano costituì una squadra di giovani funzionari che la pensavano come lui. Che volevano cambiare la Sicilia. Fu una rivoluzione che diede clamorosi risultati. Fu, infatti, Giuliano a individuare nei rapporti tra la mafia siciliana e quella americana uno dei pilastri di Cosa Nostra, costruendo un solido rapporto di collaborazione con l’FBI.
E per questo era diventato un nemico da eliminare. E qui c’è tutto. L’uomo Giuliano: così lo raccontano il figlio Alessandro, adesso anche lui poliziotto, la moglie Maria, il fratello Nello. E ne ricordano la tenerezza, l’ironia, la passione. Ma c’è anche il poliziotto Giuliano: così lo raccontano gli uomini che erano con lui e hanno continuato il suo lavoro a Palermo, in Italia e in mezzo mondo. E c’è pure l’eroe Giuliano: quello cui i bimbi di Palermo ancora guardano, ogni volta che gli viene intitolata una scuola o una strada, come il primo simbolo della lotta alla mafia. Perché se è vero che fu presto ucciso, è altrettanto vero che il seme era stato gettato.

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Così non si può vivere Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili di Fabio De Pasquale e Eleonora Iannelli PDF Stampa

Fonte  castelvecchieditore.com

Palermo come Beirut. Estate 1983: la Cupola di Cosa nostra con un’autobomba sconvolge la città e l’Italia intera. Strade sventrate, scenari da guerra civile. Il tritolo, usato per la prima volta per un delitto eccellente, uccideva un giudice antimafia, il “capo” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il consigliere dell’Ufficio istruzione aveva esagerato, doveva essere punito e fermato prima che scoprisse troppo. Rocco Chinnici dava la caccia alla mafia militare, ma soprattutto ai colletti bianchi, per stanare il terzo livello, quello degli intoccabili. Aveva ideato il pool antimafia, rivoluzionato il metodo investigativo, scardinato le casseforti delle banche, per mettere il naso sui patrimoni sospetti. Stava per chiudere il cerchio attorno ai mandanti e agli esecutori dei delitti di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, per i quali pensava ci fosse un’unica regia. La storia gli darà ragione. Il suo lavoro istruttorio confluirà infatti nel primo maxi processo alla mafia, iniziato dopo la sua morte e concluso nel 1987. Storia di una strage annunciata e di un uomo condannato dal «tribunale» della mafia e da quello della giustizia «sonnolenta». Caterina, Elvira e Giovanni Chinnici, dopo trent’anni, rivelano i retroscena: «Papà fu lasciato solo, offerto ai suoi carnefici». Testimonianze, nuovi documenti e risvolti inediti. Il giallo del processo sulla presunta corruzione del giudice messinese che assolse mandanti e killer: un fascicolo dimenticato per quindici anni negli archivi e ritrovato soltanto ora, per caso.

 

 

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