1 Luglio 1982 Giugliano (NA) Ucciso Giuliano Pennacchio, assessore al personale del Comune.

Giuliano Pennacchio, 45enne, segretario di una scuola media e assessore al Personale del comune di Giugliano (Campania) è stato ucciso nel luglio del 1982 mentre tornava a casa a piedi, in via Meristi.
Ha da poco parcheggiato la macchina quando, a bordo di un’auto, due killer gli hanno sparato.
Giuliano Pennacchio svolge un’importante attività politica cercando tra l’altro di rendere più efficaci ed efficienti i servizi comunali.
Secondo le indagini il Pennacchio si è probabilmente intromesso in faccende illecite che gli hanno costato la vita.
In quel periodo era sindaco del comune Giuliano Granata, ex segretario particolare di Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981 per 89 giorni.
Il sequestro fu al centro di durissime polemiche, infatti, la Democrazia Cristiana optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai chiariti del tutto, che videro probabilmente anche la mediazione di Raffaele Cutolo.

Fontefondazionepolis.regione.campania.it

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 4 luglio 1982
Massacrato a Giugliano un assessore
Carabiniere assassinato per vendetta
di Franco Di Mare
I  killer e i mitra della camorra tornano ad insanguinare l’hinterland napoletano

Giuliano Pennacchio, esponente del PSDI, ucciso giovedì pomeriggio per «vecchi rancori personali» con un boss –  Identificato il commando omicida – Il CC Salvatore Nuvoletta ammazzato venerdì a Marano perché aveva sparato contro un gruppo di banditi.

NAPOLI   —  Giugliano, giovedì 1° luglio. Quattro killer colpiscono a morte l’assessore al personale di quel comune, Giuliano Pennacchio. Venerdì 2 luglio, Marano. Per una orribile vendetta viene ucciso dai camorristi un giovanissimo carabiniere, Salvatore Nuvoletta, 20 anni.

Le pistole dei killer sono così tornate a colpire nel Napoletano. E a colpire in modo spietato, quasi a voler sottolineare che, se tregua c’è stata fra le bande camorrista e mafiose, i morti non mancheranno ugualmente. Cambieranno soltanto i «bersagli», che non saranno più gli appartenenti di questo o di quell’altro clan. Ma chiunque, in un modo o nell’altro, si troverà in rotta di collisione con i disegni e gli interessi delle famiglie.

Così è stato a Giugliano. L’assessore socialdemocratico al personale, Giuliano Pennacchio, era appena uscito dal palazzo municipale. Quel pomeriggio si era discusso di alcune assunzioni, tutte di stampo clientelare: otto spazzini, dieci persone da impiegare nella protezione civile, dieci medici per gli ambulatori scolastici e due medici condotti: Tutte assunzioni decise senza nessun bando di concorso pubblico. Giugliano è il paese del Giuliano Granata, che ne è ancora sindaco: è lo stesso uomo che aveva libero accesso nel supercarcere di Ascoli Piceno, dove, per conto dei servizi segreti (e accompagnato da due camorristi), andava a trattare la liberazione di Ciro Cirillo con il boss Raffaele Cutolo.

Giuliano Granata, dopo aver appreso dell’agguato mortale, ha convocato il consiglio comunale.  E lì, il sindaco Granata, colui che «mediava» tra apparati dello Stato e potere parallelo, ha fatto appello all’unità per ‘fermare la mano omicida della camorra». Incredibile.

La «mano omicida della camorra» aveva colpito, e con tutta calma, alle 15 circa, mentre l’assessore parcheggiava la sua auto fuori del palazzo municipale. Due killer a piedi, coperti da altri due in auto. Un «lavoro» facilissimo. Due, tre colpi di pistola calibro «38»: alla testa, al torace, al fianco. Giuliano Pennacchio è caduto senza un grido. Una telefonata anonima (una voce di donna), ha avvisato la stazione locale dei CC. Immediatamente l’allarme è rimbalzato ovunque. Sul posto è anche giunto il capo della Digos napoletana, il dottor Ciccimarro, insieme al questore di Napoli, Scott Locchi, e al comandante dei carabinieri.

La matrice politica dell’attentato, però, è stata scartata. Lo «stampo» mafioso dell’omicidio è apparso subito chiaro. Immediatamente sono stati approntati posti di blocco. Ed è stata proprio una pattuglia dei CC che si è imbattuta in due dei quattro killer: quelli che facevano da palo all’esecuzione. La «Renault turbo» sulla quale viaggiavano i due (un’auto pulita dopo aver abbandonato una delle due usate nell’agguato: una «127» rubata), ha avuto uno scatto in avanti appena gli occupanti hanno visto la «gazzella» ed è finita contro un muro. I due killer sono fuggiti a piedi.  Armi in pugno, dicono i pochissimi testimoni oculari.

Il contrassegno dell’assicurazione parlava chiaro. Era intestata a Rosa Orlando, moglie di Enrico Maisto, figlio di Alfredo, boss dei boss del Giuglianese, ora deceduto. A casa della donna (che ha dichiarato di aver prestato l’auto a uno sconosciuto) i CC hanno trovato, occultati in alcune «nicchie» ricavate dai battiscopa, due fucili a canne mozze, due revolver e munizioni. Enrico Maisto, invece, non c’era. Adesso è ricercato, anche se, ufficialmente, soltanto per detenzione abusiva di armi.

I CC si dicono ottimisti. Sono già sulle tracce dei killer, uno dei quali sarebbe anche stato identificato.

Resta oscuro, però, il movente dell’omicidio. Perché è stato ucciso l’assessore al personale? I carabinieri dicono che potrebbe trattarsi di una vendetta per «motivi di rancore personale» nei confronti di Giuliano   Pennacchio da parte di qualche vecchio boss della zona. Possibile che adesso, quando le bande sono giunte a un accordo che dovrebbe in tutta tranquillità garantire il controllo di molte attività redditizie del napoletano, vengano mobilitati quattro killer per «vecchi rancori personali»? Anche se non si può escludere è piuttosto difficile da sostenere.

Con la tregua raggiunta le «famiglie» tentano di compiere il grosso passo: dal controllo parziale e frazionato   alla holding del crimine. E allora perché la morte dell’assessore? La risposta è forse proprio nel «salto di qualità» che la camorra sta tentando.  E, in questo senso, nel tentativo di controllo di certo potere, di certo sottobosco politico che distribuisce posti e prebende. Così com’è in Sicilia in certi apparati dello Stato.  E così com’è in Sicilia, nel mirino dei killer vi sono anche le forze dell’ordine: chi, per mestiere, si oppone in qualche modo al proliferare di questo cancro tentacolare.

Per questo è stato ucciso a Marano il giovanissimo carabiniere Salvatore Nuvoletta.  Insieme ad altri CC aveva partecipato a un conflitto a fuoco contro alcuni giovani sospetti. Uno di questi era rimasto ucciso. La vendetta non si è fatta attendere: hanno atteso che Salvatore fosse solo e disarmato. Poi, l’altro giorno, l’agguato: quattro colpi di pistola e poi, quando era a terra agonizzante, altri quattro colpi alla schiena.

 

 

 

Articolo del 2 luglio 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.it 
GIULIANO PENNACCHIO, ASSESSORE DEL COMUNE DI GIUGLIANO. UCCISO IL 1° LUGLIO 1982
di Raffaele Sardo

La storia che segue è tratta dal mio libro: “Al di là della notte”. Ed Tullio Pironti
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È il 1° luglio del 1982. È un giovedì come tanti. Ma non per Giuliano Pennacchio, assessore al personale del Comune di Giugliano per il Partito socialista democratico italiano. Giuliano (Giulio lo chiamavano gli amici), quarantacinque anni, faceva il segretario in una scuola media della sua città. Moglie casalinga e due figli, nella sua vita entra anche la politica. Sono gli anni del dopo terremoto, quello che ha colpito la Campania e la Basilicata il 23 novembre del 1980 e ha fatto più di tremila morti. Un terremoto che non ha risparmiato la cintura dei comuni a nord di Napoli. Città nelle città, senza soluzione di continuità, che stanno per diventare i quartieri dormitorio di Napoli. Città caotiche con palazzoni che si disperdono all’orizzonte. Anche Giugliano, tra i comuni più popolosi, è alle prese con la ricostruzione. Molte case sono state danneggiate.

La ricostruzione si presenta anche come un’opportunità. Ma è la sua gestione che risulterà più difficile del previsto. Giuliano Pennacchio si candida alle elezioni amministrative del 30 maggio 1981. Vuole dare il suo contributo nella gestione della cosa pubblica. È il secondo eletto nel suo partito. Prima di lui, arriverà un medico, Giovanni Avitabile. Sindaco fu eletto il democristiano Mario Maisto. Giuliano Pennacchio diventò uno degli assessori di quella giunta formata da tre partiti: Dc, Psdi e Pri. È un esecutivo che avrà non pochi problemi al suo interno. Il 3 dicembre, il sindaco Maisto si dimette. Primo cittadino al suo posto viene eletto nuovamente Giuliano Granata, democristiano. Il sindaco del “caso Cirillo”. Lo stesso che incontrerà i servizi segreti nel carcere di Ascoli Piceno per la liberazione dell’assessore regionale democristiano sequestrato dalle Brigate Rosse.

Giuliano Pennacchio viene confermato assessore anche con il nuovo sindaco. Ogni giorno è in Comune per assolvere alla sua funzione. Sta cercando di rendere più efficienti i servizi comunali. Quasi tutta la mattinata di quel primo luglio era passata in lunghe discussioni per cercare di trovare la soluzione giusta per diverse assunzioni che erano state programmate. C’era la possibilità di assumere diverse persone come spazzini; altri nella protezione civile, medici per gli ambulatori scolastici. Tra una discussione e l’altra, si fa ora di pranzo. Gli uffici alle quattordici chiudono. Giuliano Pennacchio scende dalla sede comunale per tornare a casa. Ed è allora che entrano in azione i killer per ammazzarlo. L’assessore del Psdi sta parcheggiando la macchina fuori casa sua, in via Quattro Giornate, 2. Arrivano due killer a piedi, altri complici sono in auto. Si avvicinano a Pennacchio e sparano tre colpi di pistola calibro 38. Lo colpiscono alla testa, al torace e al fianco. Giuliano Pennacchio muore sul colpo. Stramazza a terra senza un grido.

Sarà una donna, con una telefonata anonima, ad avvisare i carabinieri di Giugliano dell’omicidio. L’allarme è immediato. Giugliano è uno dei comuni “sensibili”, tra quelli a nord di Napoli. Era entrato nelle cronache nazionali per via del suo sindaco, Giuliano Granata, uomo di Antonio Gava e intermediario scelto dalla Dc per trattare la liberazione di Ciro Cirillo. Ma qui avevano fatto capolino anche le Brigate Rosse. Scattano subito i posti di blocco. Ed è proprio una pattuglia dei carabinieri ad imbattersi in due dei killer. Forse quelli che facevano da palo per il delitto. Viaggiano su una Renault Turbo. Alla vista dei militari tentano di accelerare la marcia, ma vanno a sbattere contro un muro. I due tentano la fuga a piedi. I pochi testimoni oculari vedranno anche delle armi impugnate dai due fuggitivi.

La cronaca del quotidiano «l’Unità»: «Il contrassegno dell’assicurazione parlava chiaro. Era intestato a Rosa Orlando, moglie di Enrico Maisto, figlio di Alfredo, boss dei boss del giuglianese, ora deceduto. Acasa della donna, che ha dichiarato di aver prestato l’auto a uno sconosciuto, i CC hanno trovato, occultati in alcune “nicchie” ricavate dai battiscopa, due fucili a canne mozze, due revolver e munizioni. Enrico Maisto, invece, non c’era. Adesso è ricercato, anche se, ufficialmente, soltanto per detenzione abusiva di armi».

Sul posto arrivano i vertici di polizia e carabinieri, il capo della Digos napoletana, il dottor Filippo Ciccimarra, insieme al questore di Napoli, Walter Scott Locchi. Viene scartata subito la matrice politica dell’agguato, nonostante la vittima sia un consigliere comunale del Psdi. Le indagini sono affidate ad un giovane sostituto procuratore, Franco Roberti, che diventerà capo della Dda in Campania. La pista del delitto sembra essere quella della camorra che ha forti appetiti sui fondi del dopo terremoto. Ormai è una mattanza senza fine in tutta la Regione. I fondi previsti dalla legge 219 del 14 maggio 1981 scatenano appetiti incredibili. La violenza è all’ordine del giorno. Le bande della camorra in prima fila a tentare di condizionare la politica per cercare di ricavarne una buona fetta. Dall’inizio del 1982, in Campania, gli omicidi sono già 199. Sono 148 quelli nella sola città di Napoli.

Per l’omicidio di Pennacchio gli inquirenti prendono anche in considerazione una «vendetta personale». Ma la pista più consistente è quella che porta alla costruzione degli alloggi in località Casacelle. Dopo l’assassinio di Pennacchio, si sbloccano le licenze che erano in attesa di rilascio. Passano alcuni giorni e il primo degli eletti nel Partito socialdemocratico italiano, il medico Giovanni Avitabile, si dimette e si ritira dalla politica. L’omicidio di Pennacchio porta il terrore tra gli amministratori che per la prima volta sentono tutto il peso della carica che ricoprono.

A ricordare Giuliano Pennacchio a tanti anni di distanza è proprio l’ex sindaco, Giuliano Granata. «Giulio era un uomo mite. Una bravissima persona. Uno del popolo che il popolo amava. Era sempre disponibile con tutti. Ancora oggi che ne parlo, mi commuovo. Non me lo sono mai spiegato quell’omicidio. E, d’altronde», dice Granata, «nemmeno gli inquirenti sono mai arrivati alla verità. Ricordo che ero in vacanza ad Ischia quel primo luglio. Appena seppi della notizia, me ne tornai. Disdissi l’albergo per stare in Municipio. Quella giunta, peraltro, si reggeva su un solo voto di maggioranza, 21 a 20.

Furono momenti abbastanza difficili. Ad un certo punto tememmo che l’omicidio di Giulio fosse un avvertimento per tutti noi amministratori. Cercai di attivare tutte le mie conoscenze per capire. Ma è rimasto sempre un mistero. Giuliano era per me più che un amico. Mi feci in quattro per aiutare la sua famiglia, che conoscevo bene. Tra l’altro il mio autista era il cognato di Pennacchio. Per fortuna riuscii ad assumere la prima figlia, Anna, come dipendente comunale».

Di Giuliano Pennacchio in tanti si dimenticheranno in fretta. Quello che resta è il dolore della famiglia. Della moglie e dei due figli, che oggi lavorano entrambi al Comune di Giugliano. Giuliano Pennacchio è stato riconosciuto vittima della criminalità.

 

 

 

 

Fonte:  internapoli.it
Articolo del 1 luglio 2017
ACCADDE OGGI. Agguato a Giugliano, ucciso un assessore

Era il 1°luglio dell’82 quando, due killer a bordo di un’auto, spararono ed uccisero l’assessore al personale del Comune di Giugliano per il Psdi, Giuliano Pennacchio. Erano anni difficili quelli, gli anni del post terremoto che ha distrutto la Campania. Strascichi e macerie per tutti i comuni di Napoli nord, nessuno escluso.

Giugliano dopo essersi leccata le ferite, pensa subito a ritessere le tele e ripartire. Anche Giuliano Pennacchio vuole dare il suo contributo al paese. Fu così che decise di candidarsi l’anno dopo il terremoto alle elezioni amministrative del 30 maggio del 1981. Pennacchio voleva partecipare, così, alla gestione della cosa pubblica ed alla rinascita di Giugliano. La cosa diventerà, però, per le amministrazioni e per tutti i cittadini, più difficile del previsto.

Pennacchio è il secondo eletto del suo partito. Il 45enne era già un militante politico, salito come consigliere comunale nel 1970 per la prima volta, fu poi riconfermato nel 1973 e nel 1978. Negli anni ricoprì più volte la carica di assessore nelle giunte presiedute dai sindaci: Andrea Mario Maisto, Giacomo Mallardo, Francesco Pianese e Giuliano Granata. Nel 1982, l’anno della sua morte, Pennacchio aveva la delega amministrativa nella giunta, formata da Dc, Psdi e Pri, del sindaco Mario Maisto. Il mandato di Maisto ebbe, però, vita breve, difatti dopo circa 6 mesi, si dimette lasciando il posto a Giuliano Granata, Dc.

Quel Granata, ex segretario particolare di Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981 per 89 giorni.
Il sequestro fu al centro di durissime polemiche, infatti, la Democrazia Cristiana optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai chiariti del tutto, che videro probabilmente anche la mediazione di Raffaele Cutolo.

Pennacchio continua con il nuovo sindaco l’incarico assegnatogli nella giunta giuglianese, fino a quel tragico 1 luglio. Quella mattina Giulio, così lo chiamavano gli amici, stava rientrando dopo una mattinata al comune, quando fuori casa sua, due killer a piedi, con altri complici in auto, si avvicinano e gli sparano tre colpi di pistola calibro 38. Per Giulio non c’è stato nulla da fare, muore sul colpo.

Da quello momento Giugliano viene blindata, e le indagini non risparmiano alcuna pista. Troppi interrogativi dietro la morte dell’assessore di quel paese, già entrato agli onori della cronaca per la “vicenda Granata”. Le forze dell’Ordine si spalmano su tutto il territorio. Dopo pochi giorni, difatti, sarà proprio una pattuglia dei carabinieri, dopo un lungo e pericoloso inseguimento, a scovare i due malviventi che la sera del delitto facevano da “palo”.

Le piste da seguire sono tante, si intrecciano e si accavallano. Da subito scartata l’ipotesi della matrice politica, si fanno largo numerose altre ipotesi: dalla vendetta personale alla camorra. La camorra che ha visto sempre in Giugliano terreno fertile per i suoi loschi affari e che a Napoli in quegli anni stava facendo una vera e propria carneficina. La mala aveva intenzione di insediarsi a Giugliano per controllare gli appalti pubblici. L’occhio era puntato a Casacelle, alla camorra facevano gola gli alloggi bloccati da tempo e che ebbero il via libera proprio dopo la morte dell’assessore Pennacchio riconosciuto poi, vittima della criminalità.

 

 

 

 

 

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