1 Maggio 1947 La Strage di Portella della Ginestra (Palermo). 11 morti e una trentina di feriti a cui aggiungiamo 3 morti avvenute successivamente a causa delle ferite.

Foto da: cittanuovecorleone.blogspot.com   

Il primo maggio 1947 i primi lavoratori a raggiungere Portella della Ginestra furono quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello, al canto di inni proletari e tra lo sventolio di bandiere rosse. Solo dopo alcuni minuti, quando sopraggiunse il corteo da Piana, più numeroso e disciplinato, i dirigenti contadini dei tre comuni salirono sul «Sasso Barbato», l’antico podio costituito da una roccia completata con la costruzione di un muro a secco, per pronunciare i propri discorsi, senza attendere, come l’anno precedente, l’oratore ufficiale Francesco Renda, giovane dirigente della Federterra. Prese per primo la parola il segretario della sezione del partito socialista di San Giuseppe Jato: il calzolaio Giacomo Schirò, originario di Piana degli Albanesi. Appena Schirò pronunciò le prime frasi Giuliano nascosto a più di 500 metri tra i sassi della montagna Pizzuta diede inizio all’agguato sparando con la mitragliatrice Breda 30. Seguirono gli altri banditi che fecero esplodere colpi di fucile e di mitra. La maggior parte dei manifestanti notò che i colpi sparati provenivano dalle pendici del monte Pelavet e «precisamente da quella parte che è conosciuta con la denominazione di ‘Pizzuta’ per la conformazione del monte: rocce appuntite», ma credette in un primo momento che si trattasse di mortaretti fatti esplodere per «dare maggiore colore alla festa», ma solo dopo che furono notati, ai margini della folla, dei quadrupedi uccisi o feriti; e attorno al podio furono viste delle persone cadere a terra sanguinanti, si capì che non si trattava di mortaretti, ma di colpi d’arma da fuoco. A quel punto la folla, presa dal panico, si diede ad un fuggi fuggi generale in cerca di un qualunque riparo che la potesse sottrarre ai micidiali colpi che provenivano dalla Pizzuta. Molti trovarono riparo lungo il cunettone che fiancheggiava la strada che mette in comunicazione Piana con San Giuseppe Jato, altri dietro le rocce che a Portella in quel tempo abbondavano, altri ancora preferirono semplicemente distendersi a terra. La sparatoria iniziata verso le 10.30 durò poco più di dieci minuti e «finiti gli spari, a gran voce, ognuno chiamò i propri congiunti ed insieme od anche isolatamente, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti e con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli ricoverare negli ospedali della città.Il bilancio di quella giornata, che doveva essere di festa, fu il seguente: undici i morti trovati sul terreno, ventisette i feriti più o meno gravemente».
Persero la vita: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Vito Allotta, Serafino Lascari, Francesco Vicari, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Castrenze Intravaia e Filippo Di Salvo, mentre rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco: Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale; Francesco La Puma; Damiano Petta; Salvatore Caruso; Giuseppe Muscarello; Eleonora Moschetto; Salvatore Marino; Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello; Pietro Schirò; Provvidenza Greco, Cristina La Rocca; Marco Italiano; Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo e Gaetano Di Modica. Ai dati ufficiali, desunti dalle sentenze di Viterbo e Roma, vanno aggiunti la dodicesima vittima Vita Dorangricchia da Piana degli Albanesi, che morì nove mesi dopo il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio (Ai familiari di Vita Dorangricchia la Regione siciliana corrispose un sussidio straordinario di diecimila lire perché fu riconosciuto che la morte della giovane avvenne «in conseguenza dei fatti verificatesi a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947». Antimafia, Portella della Ginestra, doc. XXIII, n. 24, 1999, Eccidio di Portella della Ginestra, Il Presidente della Regione Siciliana al sig. Prefetto di Palermo, Palermo, 21 luglio 1949, p. 114.), e tre feriti: Michelangelo Castagna, Vincenzo Cannavò e Giorgio Bovì, colpito di striscio ad una gamba da un proiettile. (Fonte: cgil.it/Archivio/EVENTI)

 

 

 

Fonte: vivi.libera.it

Emanuele Busellini
Monreale (PA) // 1 maggio 1947 // 39 anni

Emanuele Busellini nacque ad Altofonte (PA) il 31 luglio 1908. Era un campiere. Fu ucciso dai banditi della banda Giuliano che l’avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della strage di Portella della Ginestra, il primo maggio 1947.

 

 

 

 

Tratto dal libro di Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia.

Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano 2005.

[…]”Vide cadere accanto a sé Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, e Giovanni Megna. All’incredulità e al terrore collettivo seguì un fuggi fuggi generale, tra urla di disperazione di madri che chiamavano i figli, di persone che cercavano un riparo nelle scarpate o nei cunettoni dello stradale, o dietro qualche roccia. Giovanni Grifò, dodici anni, di San Giuseppe Jato, era andato a comprare delle nespole nei mercatini improvvisati dalle Camere del lavoro; fece in tempo a raggiungere la madre per dirle che era stato colpito al fianco destro da un proiettile. Venne adagiato, con gli altri feriti, su un carro e quindi trasportato nel suo paese e poi a Palermo, dove morì in ospedale il 15 maggio. Sorte analoga toccò ad altri suoi compaesani: Vincenza La Fata, una bambina di nove anni, che morì sul colpo, Giuseppe Di Maggio, tredici anni, Filippo Di Salvo, quarantotto anni (morirà, dopo atroci sofferenze, il successivo 11 giugno). Si contavano, poi, gli altri morti, di Piana degli Albanesi: Francesco Vicari, Castrenze Intravaia, un ragazzo di diciotto anni, Serafino Lascari, Vito Allotta di diciannove anni. Undici morti. La furia criminale sembrava essersi abbattuta di più sui pianesi che avevano tardato ad arrivare, come se un cupo presentimento li avesse prima avvertiti.

Sul terreno restavano ancora ferite ventisette persone: Giorgio Caldarella che perdeva la funzionalità dell’arto inferiore destro, Giorgio Mileto, Antonio Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso (che resterà invalido a vita), Giuseppe Muscarella, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco (che perderà l’uso della vista e della parola), Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna (ferite anche per lui invalidanti), Maria Caldarera, Ettore Fortuna (che sarà costretto a rimanere per sei mesi a letto, con postumi invalidanti), Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenze Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Modica. Tutti, con una pietosa opera di volontariato, nei modi più improvvisati, furono condotti ai loro paesi di origine per ricevere i primi soccorsi, e da qui poi, con mezzi di fortuna o autocorriere a disposizione sul posto, furono trasportati all’ospedale della Filiciuzza di Palermo, dove giunsero nel primo pomeriggio. Alcuni di questi feriti, come Vincenza Spina, moriranno in seguito a causa delle lesioni riportate. Ma nessuno ha mai fatto un calcolo dei morti in conseguenza dei danni irreparabili subiti durante la strage e anche a causa dell’assoluta mancanza di una qualsiasi forma di soccorso da parte delle ambulanze dei vari ospedali, che rimasero totalmente inerti.

 

 

Fonte: C.to siciliano document. “Giuseppe Impastato”

Margherita Clesceri era madre di sei figli e incinta.

Serafino Lascari aveva 15 anni.

Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bimba di 9 anni ferita a Portella, con la figlia sulle spalle si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dalla fatica.

Tra i morti del primo maggio c’è anche il campiere Emanuele Busellini, ucciso dai banditi della banda Giuliano che l’avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della strage.

 

 

 

Articolo de La Sicilia del 1 Maggio 2011
Una strage con troppi misteri
di Dino Paternostro
La mattina del 1º maggio 1947 a Portella delle Ginestre furono falciate 11 persone. Sott’accusa finirono gli agrari, la mafia e la banda Giuliano, che, con la copertura dello Stato e della politica, non avevano esitato a sparare sulla folla inerme.

Quella mattina del 1° maggio 1947, il pianoro di Portella della Ginestra traboccava di contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Erano lì, con le loro famiglie, per passare una giornata in allegria, per ricordare la festa del lavoro. Una festa “politica”, a cui li aveva abituati il medico socialista di Piana degli Albanesi, Nicola Barbato, mitico capo dei fasci contadini di fine ’800. Era stato lui, circa 60 anni prima, ad “inventare” questo raduno popolare, per parlare delle conquiste del lavoro. Il ventennio fascista aveva interrotto quell’appuntamento annuale.
Ma, adesso, dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica, i contadini erano di nuovo lì, attorno al “sasso” di Barbato, per riprendere il loro cammino e sognare “il riscatto del lavoro”. Avevano le bandiere rosse e tanta voglia di battere la miseria e la povertà, in cui li costringevano a vivere gli agrari e i gabelloti mafiosi. Tra l’altro, quel giorno, avevano un motivo in più per festeggiare. Appena dieci giorni prima – il 20 aprile 1947
– la lista del Blocco del Popolo, composta da comunisti e socialisti, aveva ottenuto un successo storico nelle prime elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, conquistando 567.392 (29,13%), contro i 399.860 (20,52%) della Dc. Erano quasi le dieci e gli altoparlanti annunciavano l’imminente arrivo dell’oratore che avrebbe parlato ai contadini e alle loro famiglie. C’era molta attesa per il comizio che si sarebbe svolto da lì a qualche minuto. Nell’attesa, Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato, salì sul “sasso” di Barbato, coperto di bandiere rosse, e iniziò a parlare. All’improvviso dei rumori sordi: Ta-pum… ta-pum… ta-pum. I contadini guardarono il cielo ridendo: “I giochi d’artificio… i giochi d’artificio… è cominciata la festa!”. Ma non era la festa, erano colpi di armi da fuoco, sparati ad altezza d’uomo. Sicuramente di mitra, forse anche lo scoppio di qualche granata… il finimondo. Urla, pianti, gente che fugge, muli imbizzarriti. Infine, decine di corpi straziati per terra: undici morti e ventisette feriti.
La strage di Portella della Ginestra. In poche ore, la tragedia di Portella fece il giro d’Italia. E l’Italia intera rimase sbigottita. In un angolo del cuore interno della Sicilia, a sangue freddo, erano stati assassinati uomini, donne e bambini. Un fatto inaudito, intollerabile. Tutti i leader della sinistra arrivarono a Piana, a San Giuseppe, a San Cipirello. Il 3 maggio fu proclamato lo sciopero generale nazionale, con una imponente manifestazione a Palermo, fioccarono le interrogazioni parlamentari.
Sott’accusa finirono gli agrari, la mafia e la banda Giuliano, che, con la copertura politica di “pezzi” dello Stato e della politica, non avevano esitato a sparare sulla folla inerme, pur di bloccare le lotte contadine e l’avanzata della sinistra. A minimizzare l’accaduto, nella seduta del 9  maggio 1947 dell’Assemblea Costituente, pensò il ministro degli interni, Mario Scelba: “Non c’é movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari”. Scelba mentiva. Sapeva benissimo delle trame siciliane e, in qualche modo, era pure uno degli artefici. Tra l’altro, la violenza contro i contadini e la sinistra politica e sindacale non si fermò a Portella. Infatti, scrive Umberto Santino nella “Storia del movimento antimafia” (Editori Riuniti, Roma 2009): “L’8 maggio 1947 a Partinico venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono”. Nel 1949, al processo di Viterbo, furono soltanto il “Re di Montelepre” e la sua banda ad essere condannati quali esecutori dell’orrenda strage di Portella della Ginestra. Troppo poco.
Durante un’udienza Gaspare Pisciotta aveva lanciato una terribile accusa: “Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…”. Ma non si riuscì mai a provarlo.

 

Portella Della Ginestra
Renato Guttuso

 

 

 

Portella Della Ginestra, la prima strage di Stato: Pietro Orsatti
Le interviste di Stefania Nicoletti
Pubblicato il 2 mag 2018

 

 

 

Articolo da La Stampa del 2 Dicembre 2004
«Un’altra verità dietro la strage di Portella»
TORNA IN PRIMO PIANO UNO DEGLI EVENTI PIÙ CONTROVERSI DELLA STORIA REPUBBLICANA
I familiari delle vittime chiedono giustizia: «Riaprite l’indagine» Nuovi documenti dopo mezzo secolo di silenzi e depistaggi «Ci furono misteriosi contatti tra Cosa nostra e reduci fascisti»
di Francesco La Licata

SEMBRA di vederla, la piccola Cristina La Rocca, nata a San Cipirello, nove anni, «seduta su un sasso a circa venti metri dal podio, con la Pizzuta alle spalle». E, come in una moviola della memoria, arrivano persino i colpi che la piccola scambia «per fuochi d’artificio» tanto che «prende a battere le mani». Il seguito del film racconta di una «gragnuola» che solleva le pietre circostanti e della bambina che pensa: «Ma che tirano sassi»? No, non era una sassaiola e se ne accorgerà Cristina quando cercherà di andare incontro al padre, verso il podio dove si sarebbe dovuto tenere il comizio. Non ha più forza nelle gambe, viene meno e cade. Dalla montagna, dalla Pizzuta appunto, arriva l’inferno, il fuoco del bandito Giuliano. Deve sfidare i proiettili, il padre di Cristina, per riuscire a prenderla in braccio. «La solleva ed inizia a correre verso Piana degli Albanesi. A piedi, la porterà in braccio fino a San Cipirello dove, sfinito, morirà di collasso cardiaco alcuni giorni dopo». No, non è la sceneggiatura di un film. E’ il racconto autentico, raccolto tra i superstiti, di quella tragica mattinata siciliana. Un racconto che diventa documento, guida ad una richiesta che il prof. Giuseppe Casarubea* inoltra alla procura di Palermo, nell’intento di ottenere giustizia per i familiari di quelle vittime. Il ferimento di Cristina – rievocato insieme con tutti gli altri e con una messe di particolari che consentono di ricostruire la dinamica della sparatoria – data 1″ Maggio 1947, giorno della Strage di Portella della Ginestra. Davanti al ceppo di Barbato rimarranno 11 morti e una trentina di feriti. Oggi, dopo quasi 50 anni di silenzio, di depistaggi, di negligenze, la ricerca di Casarubea intende offrire alla magistratura una «lettura nuova» di quella giornata che cambiò il destino del Paese. Dice Casarubea, nella sua memoria che nei prossimi giorni – per mano del professore accompagnato dall’avv. Armando Sorrentino – sarà consegnata al procuratore Pietro Grasso: «Portella non è stata soltanto il risultato dello scontro tra proprietari terrieri e braccianti agricoli, tesi esposta da Scelba all’Assemblea Costituente». «Varie ricerche e pubblicazioni – si legge nelle motivazioni che accompagnano la richiesta di riapertura delle indagini hanno messo in evidenza nuovi elementi su una delle vicende più oscure del Novecento. Emergono ora documenti che possono finalmente condurre alla verità, quella verità che sarebbe stato impossibile appurare nel corso del processo di Viterbo». Cos’è intervenuto di nuovo, per poter chiedere addirittura la riapertura del processo? Una parte dell’esposto è dedicato a ciò che «non» è stato fatto durante le indagini che portarono al processo. Le testimonianze raccolte da Casarubea offrono una dinamica, diciamo, più complessa dell’agguato e certificano, in qualche modo, una presenza più «variegata» tra i monti di Piana degli Albanesi. E un clima quasi da presagio di ciò che sarebbe accaduto. La stessa picola Cristina La Rocca, tanto per fare solo un esempio di ciò che la folla diceva ed intuiva, quella mattina, riferirà che, mentre andava a Portella col padre e la madre, la gente chiedeva loro: «Va purtastivu a mattula cu spiritu»? Cioè, vi siete portati la bambagia e l’alcool? Proprio come se andassero incontro a qualcosa di pericoloso e cruento. Di simili testimonianze, a proposito di sinistri presagi, il documento di Casarubea è pieno, a sorreggere il sospetto che forse molti, soprattutto chi aveva amici mafiosi o potenti, sapevano ciò che sarebbe accaduto a Portella. Le perizie medicolegali sui morti, quelle (fatte male) sui bossoli recuperati, inoltre, spingono a ritenere che su quei monti non c’era solo Giuliano e i suoi, come dimostrerebbe la presenza di munizioni (calibro 9) che potevano essere sparate solo da armi per esempio in dotazione all’esercito americano. Ma è il quadro «politico» generale che imporrebbe una rilettura di quegli eventi (le nuove indagini riguardano anche gli assalti alle Camere del Lavoro della Provincia di Palermo del 22 giugno 1947) che sembrano, nell’interpretazione del dossier, quasi una contromisura per frenare l’avanzata delle forze contadine che aveva già prodotto un primo risultato eclatante, favorendo il successo elettorale del blocco del Popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947. A contrastare quell’avanzata, stando ad alcune «scoperte» degli storici, c’erano si gli americani, ma soprattutto una specie di costellazione di formazioni del clandestinismo fascista nato dopo la fine della Repubblica Sociale e della X Mas di Valerio Borghese. Di questa ambigua rappresentazione, personaggio centrale sembra essere quel «Fra Diavolo» (Salvatore Ferreri, un po’ bandito, un po’ spione, confidente degli Alti commissari e uomo di «Turiddu») morto, insieme con altri quattro testi che sarebbero risultati molto utili per la comprensione del fenomeno-Giuliano, in uno strano conflitto a fuoco avvenuto dentro la caserma dei carabinieri di Alcamo. Un documento dell’808° battaglione controspionaggio indica un «Fra Diavolo» capo di una banda di fascisti» operante a 40 chilometri a Sud di Roma. E’ lo stesso che andrà poi in Sicilia? Un altro documento (datato 25 giugno 1947), tra i tanti, indica esplicitamente l’esistenza di un «nucleo romano della banda Giuliano, comandato da un certo Franco e da un maresciallo della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana)». I due «richiedevano la presenza a Palermo di otto uomini completamente sconosciuti in Sicilia». Per che fare? E, secondo fonti del Sis, Selene Corbellini, strana militante anticomunista piovuta in Sicilia, riferiva ai «camerati di Palermo di dover stabilire contatti diretti col noto Martina, capo della banda Giuliano». Un altro fascicolo rivela che un Angelo Martina esisteva ed era membro delle Brigate Nere sin dal 17 agosto 1944. Ma sull’ambiguità di Ferreri fa testo una lunga testimonianza (videoregistrata da Casarubea) di Vito Coraci, cugino di «Fra Diavolo». E’ proprio il cugino a rivelare che Ferreri, intorno al ’44, dopo aver frequentato la base aerea di Boccadifalco (Palermo), era solito far visita al familiari (ad Alcamo) «indossando una divisa dell’esercito Usa». Ma chi è veramente Ferreri? Ergastolano libero e confidente del commissario Messana. Dopo una condanna, lo si trova ristoratore a Firenze, per alcuni mesi. Poi, marzo 1947, Messana lo riporta in Sicilia e lo infiltra nella banda Giuliano. Secondo i giudici di Viterbo (processo per la strage) – si legge nel documento di Casarubea – «Ferreri è a Portella coi fratelli Pianelle per partecipare alla strage». I Pianelle moriranno con «Fra Diavolo» (moriranno anche il padre e lo zio del bandito) nel famoso conflitto a fuoco coi carabinieri. E non è escluso, stando ancora alla testimonianza di Vito Coraci, che «Ferreri prenda parte agli assalti del 22 giugno ai danni delle Camere del Lavoro della Provincia di Palermo, assalti che, a Partinico, hanno provocato la morte di due persone». Ecco, per grandi linee, la «nuova lettura su Portella». Casarubea lavora da anni a questa operazione di revisionismo che risulta basata non solo sulla storia. Non è secondario l’aspetto che riguarda le «carenze tecniche» delle indagini scientifiche sulla strage di Portella della Ginestra, definite, nell’esposto, «a senso unico». Come il disconoscimento «a caldo» delle testimonianze univoche dei testimoni (interpellati a distanza di anni da Casarubea) che parlano di un crepitìo di colpi scambiati quasi da tutti per mortaretti. Quasi tutti i presenti, cioè, ricordano un fischio e i successivi «botti». Ciò potrebbe voler dire che anche tra la folla potevano esserci agenti provocatori, magari in possesso di «simulatori di bomba aerea», allora in dotazione agli agenti del controspionaggio americano. Ma la «verità ufficiale» ammette solo la presenza del bandito Giuliano.

 

*Nell’articolo è indicato erroneamente più volte il nome Casarubea da leggersi: Giuseppe Casarrubea

 

Fonte: cgil.it/Archivio/EVENTI

[…]
Il primo maggio 1947 i primi lavoratori a raggiungere Portella della Ginestra furono quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello, al canto di inni proletari e tra lo sventolio di bandiere rosse. Solo dopo alcuni minuti, quando sopraggiunse il corteo da Piana, più numeroso e disciplinato, i dirigenti contadini dei tre comuni salirono sul «Sasso Barbato», l’antico podio costituito da una roccia completata con la costruzione di un muro a secco, per pronunciare i propri discorsi, senza attendere, come l’anno precedente, l’oratore ufficiale Francesco Renda, giovane dirigente della Federterra.
Prese per primo la parola il segretario della sezione del partito socialista di San Giuseppe Jato: il calzolaio Giacomo Schirò, originario di Piana degli Albanesi. Appena Schirò pronunciò le prime frasi Giuliano nascosto a più di 500 metri tra i sassi della montagna Pizzuta diede inizio all’agguato sparando con la mitragliatrice Breda 30. Seguirono gli altri banditi che fecero esplodere colpi di fucile e di mitra.
La maggior parte dei manifestanti notò che i colpi sparati provenivano dalle pendici del monte Pelavet e «precisamente da quella parte che è conosciuta con la denominazione di ‘Pizzuta’ per la conformazione del monte: rocce appuntite», ma credette in un primo momento che si trattasse di mortaretti fatti esplodere per «dare maggiore colore alla festa», ma solo dopo che furono notati, ai margini della folla, dei quadrupedi uccisi o feriti; e  attorno al podio furono viste delle persone cadere a terra sanguinanti, si capì che non si trattava di mortaretti, ma di colpi d’arma da fuoco.
Al quel punto la folla, presa dal panico, si diede ad un fuggi fuggi generale in cerca di un qualunque riparo che la potesse sottrarre ai micidiali colpi che provenivano dalla Pizzuta. Molti trovarono riparo lungo il cunettone che fiancheggiava la strada che mette in comunicazione Piana con San Giuseppe Jato, altri dietro le rocce che a Portella in quel tempo abbondavano, altri ancora preferirono semplicemente distendersi a terra.
La sparatoria iniziata verso le 10.30 durò poco più di dieci minuti e «finiti gli spari, a gran voce, ognuno chiamò i propri congiunti ed insieme od anche isolatamente, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti e con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli ricoverare negli ospedali della città.
Il bilancio di quella giornata, che doveva essere di festa, fu il seguente:
undici i morti trovati sul terreno, ventisette i feriti più o meno gravemente».
Persero la vita: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Vito Allotta, Serafino Lascari, Francesco Vicari, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Castrenze Intravaia e Filippo Di Salvo, mentre rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco: Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale; Francesco La Puma; Damiano Petta; Salvatore Caruso; Giuseppe Muscarello; Eleonora Moschetto; Salvatore Marino; Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello; Pietro Schirò; Provvidenza Greco, Cristina La Rocca; Marco Italiano; Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo e Gaetano Di Modica.
Ai dati ufficiali, desunti dalle sentenze di Viterbo e Roma, vanno aggiunti la dodicesima vittima Vita Dorangricchia da Piana degli Albanesi, che morì nove mesi dopo il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio (Ai familiari di Vita Dorangricchia la Regione siciliana corrispose un sussidio straordinario di diecimila lire perché fu riconosciuto che la morte della giovane avvenne «in conseguenza dei fatti verificatesi a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947». Antimafia, Portella della Ginestra, doc. XXIII, n. 24, 1999, Eccidio di Portella della Ginestra, Il Presidente della Regione Siciliana al sig. Prefetto di Palermo, Palermo, 21 luglio 1949, p. 114.), e tre feriti: Michelangelo Castagna, Vincenzo Cannavò e Giorgio Bovì, colpito di striscio ad una gamba da un proiettile.
Della tragica giornata del 1° maggio 1947 Concetta Moschetto, figlia di Margherita Clesceri, conserva tuttora un indelebile ricordo:
Mio padre con mio fratello più grande andavano ogni anno a Portella per la festa del lavoro, io, mia madre e le mie sorelle invece non avevamo mai partecipato a quella grande festa. Quel giorno, primo maggio 1947, mia madre disse a mio padre: ‘Rosario perché quest’anno non ci porti a Portella con te?’. E mio padre gli rispose: ‘Dove andiamo se non abbiamo neanche cosa portare da mangiare’.
Non erano tempi felici vivevamo quasi in povertà. Alla fine mia madre riuscì a convincere mio padre.
Una delle mie sorelle, Eleonora, anche se ancora molto giovane, era già sposata e aspettava un bambino, abitava vicino casa nostra e quella mattina mia madre andò a svegliarla e anche se si sentiva poco bene, volle partecipare lo stesso alla grande festa.
Dopo che mio fratello aveva sistemato il cavallo e preso quel poco che avevamo da mangiare, ci siamo messi in cammino verso un piccolo terreno di proprietà di una zia, lì abbiamo aspettato che arrivasse il corteo, appena arrivato ci siamo messi dietro e abbiamo continuato verso la valle di Portella.
Eravamo arrivati all’altezza di contrada ‘Casalotto’ (Piana degli Albanesi) quando passò il giovane (18 anni) Giovanni Megna e gridò a mia madre: ‘Signora Margherita sbrighiamoci altrimenti non riusciremo a vedere come si incontrano le bandiere di Piana con quelle di San Giuseppe Jato’, e si mise a correre con i suoi amici.
Mia madre arrivati a metà strada si voleva fermare per non far stancare mia sorella, ma lei volle continuare senza nessuna pausa.
Arrivati a Portella c’era una marea di gente, chi arrostiva carne, chi arrostiva pesce, c’era di tutto. Mia madre ci disse: ‘prima ascoltiamo il comizio e poi mangiamo’ così ci siamo sistemati dalla parte che dà verso San Giuseppe Jato. Mio padre prese in braccio mio fratello più piccolo, nove anni, io, mia madre e le mie sorelle stavamo ascoltando il discorso del primo oratore di cui non ricordo il nome. Improvvisamente si misero a sparare dal monte ‘Pizzuta’, i primi colpi andarono a vuoto, quelli successivi furono sparati sulla folla, se tutti quei colpi fossero stati sparati sulla folla, Portella sarebbe diventata un cimitero. Uno dei colpi sparati colpì mia madre e quasi contemporaneamente anche mia sorella Eleonora fu colpita. Mia madre fu colpita in un fianco e mia sorella in una spalla. Mia madre non ebbe neanche il tempo di pronunciare mezza parola, mi girai e la vidi in una pozza di sangue, ebbe solo la forza di mettersi la mano sulla bocca sanguinante e farmi cenno con gli occhi mentre le cadeva una lacrima, mia sorella invece fu solo ferita. L’abbiamo tenuta tra le braccia fino a quando abbiamo potuto poi l’abbiamo messa distesa per terra.
Accanto a noi c’era anche un uomo ferito, un certo Pietro Schirò, e intorno solo gente che urlava di dolore. Appena alzata da terra vidi da lontano il giovane Megna che gridava: ‘mi hanno sparato’ nel frattempo gli arrivò un altro colpo e cadde a terra morto.
Quando smisero di sparare mio padre ci indicò la strada per il paese e mentre scendevamo veniva verso di noi mio fratello maggiore gridando che ci avevano ucciso il cavallo e noi tutti gli gridammo, piangendo che avevano ucciso nostra madre, restò muto, si mise le mani tra i capelli e non gli scese neanche una lacrima. Dopo un po’, incontrammo tutti gli zii, fratelli di mia madre, che avevano saputo dell’accaduto e accorsero sul luogo, contemporaneamente stava salendo anche un camion dove far salire tutti i cadaveri e portarli in paese ma mio padre non volle far salire il corpo di mamma sul camion. Tempo prima sul monte ‘Pizzuta’ era caduto un aereo e lì vicino si trovava l’ala di questo aereo, i miei zii andarono a prendere quest’ala ci distesero sopra il corpo di mia madre e la scesero in paese sulle spalle.
Quando noi figli arrivammo in paese insieme a mia sorella ferita chiedemmo aiuto al farmacista di Piana [Nicolò Loncao, proprietario del feudo Frisella richiesto dai contadini di Piana, n.d.a.] che si trovava sul balcone di casa sua con la moglie e non me lo dimenticherò mai, ci rispose che era colpa di mia sorella, che sarebbe dovuta, come tutti noi, rimanere a casa senza partecipare alla festa.
Per le strade si vedevano solo scene strazianti di persone che avevano perso qualche caro. Mia sorella fu portata subito in ospedale a Palermo e non vide mai più mia madre. Mentre si svolgevano i funerali nella Cattedrale di San Demetrio ci vennero a dire che mia sorella aveva dato alla luce una bambina e poco dopo fosse morta ma, per fortuna non era vero, infatti mia sorella partorì un mese dopo.
Abbiamo vissuto una grande tragedia, siamo rimasti sei bambini orfani, mio fratello di nove anni e mia sorella di sei ci furono tolti e dati in adozione a una famiglia del nord.
Sono sicura che c’era chi quel giorno sapeva quello che sarebbe accaduto infatti mentre salivamo in festa un signore ci disse: ‘state salendo cantando e scenderete piangendo’.

 

 

 

Fonte win.storiain.net
LA TENTAZIONE POLITICA DEL BANDITO GIULIANO. VERITA’?
di Alessandro Frigerio
Nel 1947 la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, durante
la celebrazione del 1° maggio. Sotto accusa un celebre fuorilegge dell’epoca

Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell’entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Iato. Quasi duemila tra contadini e braccianti di una Sicilia povera e disperata si erano dati appuntamento sui prati a ottocento metri di quota per celebrare la festa dei lavoratori, ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all’aria aperta. Proprio per questo motivo c’erano, oltre alle immancabili bandiere rosse e a un nutrito gruppo di esponenti sindacali, anche tante donne, bambini e anziani. Interi nuclei familiari erano giunti a piedi, col carretto o a dorso di mulo già di prima mattina. Avrebbe dovuto tenere il discorso Girolamo Li Causi, originario di Termini Imerese, politico quotato e avversario storico dei boss e dei loro luogotenenti. Impegnato però in un’altra manifestazione, fu sostituito dal calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Iato.

A Montelepre, la sera prima il bandito Salvatore Giuliano aveva radunato i suoi uomini e impartito gli ordini per l’azione. Divisi in due gruppi dovevano raggiungere la Pizzuta, un promontorio che domina Portella della Ginestra, e la Cumeta, un’altro rilievo poco distante. S’incamminarono all’alba. Armato di tutto punto, Giuliano con i suoi raggiunse la Pizzuta. Gli altri, al comando di Antonino Terranova, videro in lontananza una pattuglia di carabinieri: per evitare uno scontro che avrebbe mandato all’aria tutta l’operazione, il secondo gruppo di fuoco ritornò quindi sui propri passi.

Sull’improvvisato palco l’oratore aveva appena attaccato il suo discorso quando dalla vicine alture che dominano la piana di Portella partirono le prime raffiche di mitra. Saranno state le nove e mezza, al massimo le dieci. Tra i presenti ci fu chi pensò a un tripudio di castagnole e mortaretti lanciati in segno di festa. Ma dopo l’iniziale sbalordimento il sangue delle vittime fece capire immediatamente la vera natura degli scoppi. Difficile intuire da dove provenissero i colpi. Nessuna possibilità di scampo per la folla, che da compatta si stava disperdendo in preda al panico, alla ricerca di un riparo qualsiasi. Nel giro di poco meno di due minuti la strage era compiuta. A terra restavano undici corpi inanimati. Due erano bambini. Più di sessanta i feriti.

Quattro cacciatori si erano imbattuti in Salvatore Giuliano poco prima della strage. Immobilizzati e bendati dagli uomini del “commando” avevano sentito il crepitare dei colpi e poi erano stati liberati. Saranno poi loro a mettere gli inquirenti sulle tracce del bandito.
Il clima politico di quei primissimi anni del dopoguerra era arroventato più che mai. Ad aprile si erano tenute le elezioni regionali che avevano segnato un consistente successo del Blocco del popolo, la coalizione guidata da Pci e Psi. Agrari e latifondisti temevano la definitiva erosione della propria secolare supremazia. Un’atmosfera di panico che si stava già diffondendo da qualche tempo tra i possidenti isolani. Un anno dopo lo sbarco alleato le associazioni contadine avevano infatti ottenuto il diritto di occupare o di avere in concessione terre incolte o sottoutilizzate dei grandi latifondi. Per la statica società siciliana si trattava di uno sconvolgimento radicale, dal quale non poteva non conseguire anche un riordino degli equilibri politici locali. Equilibri nei quali la mafia da sempre aveva un ruolo di primo piano. Del resto, nonostante il pugno di ferro del prefetto Mori, in vent’anni neanche il fascismo era riuscito a scardinare a fondo il sistema familistico e omertoso che proteggeva l’onorata società. Al più, il regime era riuscito a far tacere le notizie: il fenomeno mafioso pareva debellato solo perché non se ne se ne scriveva sui giornali. Ma con l’arrivo delle truppe americane la ramificata organizzazione era tornata alla ribalta e con essa l’esigenza di ridefinire le gerarchie criminali.

Nel caos postbellico – così come del resto era già accaduto negli anni immediatamente successivi all’Unità – aveva di nuovo preso piede anche un altro fenomeno: il banditismo. Condensato di ribellismo contro il potere costituito e di criminalità comune, espressione di arretratezza sociale e palestra per i futuri picciotti, il banditismo era stato volta a volta abilmente strumentalizzato, o semplicemente tollerato, dalla cupola mafiosa. Che in cambio chiedeva il rispetto della sua antica immagine di onorata società e la sua funzione di arcaico strumento di “ordine” e di “regolazione” sociale.

Salvatore Giuliano, nato a Montelepre nel 1922, fino al 1943 a fare il bandito ancora non ci aveva pensato. Tutto accadde il 2 settembre 1943 quando, portando con un mulo un carico di grano non in regola con le norme annonarie, fu fermato da una pattuglia di carabinieri.
Giuliano tirò fuori la sua pistola e freddò un appuntato riuscendo a far perdere le proprie tracce. La fama del “Turiddu di Montelepre”, che ammazza uno sbirro, simbolo di uno stato forse assente e certo supremamente disprezzato, prese il via proprio allora. Seguirono altri ammazzamenti, la definitiva costituzione della banda nel gennaio 1944 e il piano per l’evasione dello zio e del cugino dalle carceri di Monreale. Nasce il mito della sua imprendibilità mentre Montelepre diviene il suo feudo, una sorta di giurisdizione autonoma rispetto al resto dell’isola.

Tra il 1945 e il 1946 Giuliano compie un salto di qualità, inserendosi nelle lotte del movimento separatista siciliano. Non si accontenta più di fare il bandito, vuole “mettersi in politica”. Così una relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso, datata 1972, ne descrive l’apprendistato: “Giunge poi opportuno, ai suoi fini, l’insorgere del Movimento separatista, che spera, attraverso una insurrezione, di ottenere l’autonomia dell’isola. Nel Movimento separatista ritroviamo lo stesso Giuliano al servizio di un’idea e pare che Giuliano abbia dimostrato con i suoi atti e con il suo atteggiamento un profondo convincimento separatista. […] sembra che al Giuliano furono consegnati i galloni di tenente colonnello comandante dell’Esercito volontario indipendentista siciliano. […] L’occasione per la partecipazione alle attività separatiste dette, poi, al Giuliano la possibilità di esplicare, naturalmente a modo suo, una qualche attività di ingerenza politica. È risaputo infatti che, sciolto l’Esercito volontario indipendentista e rientrati i gregari di questo a far parte del Movimento indipendentista siciliano, il Giuliano si impegna ad appoggiare, alle elezioni politiche del 1946, il Movimento. Lo stesso atteggiamento egli assume in occasione delle elezioni regionali dl 20 aprile 1947. In questa occasione il Giuliano, e soprattutto la sua famiglia, profusero energie e risorse a favore del Movimento indipendentista siciliano democratico repubblicano (Misdr)”. Continua la relazione: “Da questa sua multiforme posizione ed aiutato altresì dalla situazione locale e storica del tempo, Giuliano riuscì a fare, nella sua carriera criminosa, ben 430 vittime, sempre, purtroppo, protetto nella inaccessibilità del suo rifugio dalla non malcelata protezione della mafia”. Assale le caserme delle forze dell’ordine e le sezioni comuniste, rapisce illustri personaggi politici, uccide mafiosi di rango, aggredisce colonne dell’esercito. Ma senza dimostrare una logica precisa. Attacca la polizia perché la ritiene repubblicana mentre talvolta risparmia i carabinieri, perché evocano in lui la monarchia, di cui si dichiarava confuso fautore.

Ed è in questo caotico agitarsi tra banditismo, legami mafiosi e pretenziosità politica che si inserisce la strage di Portella della Ginestra, strage condotta dagli uomini di Giuliano con l’abituale ferocia e per ragioni che oggi, a più di mezzo secolo di distanza, possono apparire, fuori dal clima politico del dopoguerra e lontani dall’humus della società siciliana dell’epoca, più che misteriose, banalmente incoerenti.

Le indagini, come abbiamo visto sopra, si indirizzarono subito verso il Turiddu di Montelepre, nel doppio ruolo di esecutore e di mandante della strage. Ma la questione si ingarbugliò fin dal principio. Nel rapporto della polizia, stilato poco dopo i fatti e inviato al Ministero dell’interno, si indica con buona probabilità in Giuliano l’autore materiale e non si esclude del tutto che “l’idea di un’azione criminosa contro i partiti della sinistra” fosse stata “ispirata e rafforzata specialmente da qualche elemento isolato in strette inconfessabili relazioni col bandito Giuliano”. Nel suo rapporto, l’Arma dei Carabinieri individuò, invece, come possibili mandanti “elementi reazionari in combutta con mafia locale”. Il ministro Mario Scelba, chiamato il giorno dopo gli avvenimenti a rispondere davanti all’Assemblea costituente dichiarò che allo stato dei fatti, cioè ventiquattrore dopo la sparatoria, non dovesse trattarsi di delitto politico. “Non può essere un delitto politico – spiegò con sillogismo lapalissiano – perché nessuna organizzazione politica potrebbe rivendicare a sé la manifestazione e la sua organizzazione”. Socialisti e comunisti denunciarono con veemenza la tesi opposta, e cioè che i mandanti dovevano essere cercati tra gli agrari e i mafiosi, in combutta con ambienti politici della destra siciliana ed esponenti del separatismo.

In un memoriale fatto pervenire ai giudici della corte d’assise di Viterbo, dove nel 1950 verrà istruito il processo, Giuliano diede invece questa spiegazione: “I caporioni comunisti ad un certo punto diedero ordine ai contadini di far la spia dei banditi, evidentemente perché i banditi consistevano e consistono per loro la forza invisibile dei mafiosi […] incominciai a maturare il mio piano di punizione […] quella festa la credetti opportuna perché credetti che in quella maniera potevano capitarci i principali responsabili cui miravo”. In breve, Giuliano sentendo venir meno il consenso, o perlomeno il silenzio dei contadini, sui quali aveva costruito tutto il suo potere, decide una vendetta. Una vendetta che è anche politica, perché il successo elettorale del Blocco del popolo ha tolto voti al “suo” Movimento indipendentista.
Nei quasi tre anni intercorsi tra la strage e la morte, avvenuta a Castelvetrano il 5 luglio 1950 ad opera del cognato Gaspare Pisciotta in accordo con le forze dell’ordine, il bandito di Montelepre tornò più volte sull’argomento, con ulteriori memoriali o lettere inviate ai giornali. Ribadì di aver voluto dare una “lezione” ai comunisti, rei di volere un capovolgimento dei rapporti sociali in Sicilia. Disse inoltre che le vittime erano state un terribile incidente di percorso, perché ai suoi uomini aveva dato disposizione di sparare sopra la folla a scopo intimidatorio. Scagionò il ministro dell’interno Scelba il cui nome era stato fatto da alcuni imputati come mandante occulto. Ma due mesi prima di essere ucciso sembrò ricredersi e scrisse una lettera all’Unità dicendo che “Scelba vuol farmi uccidere perché io lo tengo nell’incubo per fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere tutta la sua carriera politica e financo la vita”.

Il processo si intorbidò ulteriormente per la chiamata in corresponsabilità di esponenti politici siciliani. Antonino Terranova, detto il “Cacaova” fu uno degli imputati a tirare in ballo la figura dei mandanti. Disse di non ricordare più i loro nomi ma di aver saputo da Giuliano che se nelle elezioni politiche del 1948 la Democrazia Cristiana avesse vinto i banditi avrebbero ottenuto la libertà. Ma Giuliano ormai era passato a miglior vita e non poteva né confermare né smentire. Gaspare Pisciotta parlò di una lettera, una sorta di lasciapassare per Giuliano firmato di pugno da Scelba. Nel fantomatico scritto il ministro dell’interno avrebbe chiesto al bandito nientemeno che di aiutarlo a sconfiggere il comunismo sparando sulla folla inerme a Portella della Ginestra. La storia della lettera tenne banco a lungo – a un certo punto saltò fuori anche l’ipotesi che non fosse stata scritta dal ministro, bensì da un colonnello del corpo americano di occupazione in Sicilia -, e solo anni dopo si chiarì essere un clamoroso falso.

Il problema dei mandanti tornò d’attualità nel 1951 con una girandola di denunce da parte di esponenti comunisti regionali nei confronti di alcuni deputati monarchici e dell’ispettore di pubblica sicurezza Ettore Messana, quest’ultimo reo di aver avuto tra i suoi informatori anche uno dei banditi coinvolti nella sparatoria. E ancora denunce di giornalisti contro deputati, senatori e ministri per aver protetto in varie circostanze la banda di Giuliano.
Una cosa è certa. Pisciotta, su invito del suo avvocato, diede volutamente versioni confuse, contrastanti, intese a coinvolgere più gente possibile per scompaginare meglio le acque. Poco prima di essere ucciso nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, il 10 febbraio 1954, con un caffè alla stricnina, Pisciotta aveva accennato a nuove rivelazioni. Nello specifico una serie di incontri tra il deputato democristiano Mattarella ed esponenti della mafia. Ma si apprestava a dire la verità, e perciò fu ucciso, o si trattava dell’ennesimo depistaggio, per cui il misterioso avvelenamento è da ascriversi a un regolamento di conti già stabilito in precedenza?

Tornando ai fatti di Portella della Ginestra, alla sparatoria e alla questione dei mandanti occulti, nel corso dei decenni hanno continuato ad accavallarsi ipotesi, congetture e ricostruzioni. Ognuna con le proprie verità, frutto di letture appassionate, talvolta parziali, talvolta interessate, dei fatti visti sopra. Tra i partecipanti alla manifestazione per il 1° maggio del 1947 c’è chi si ricordò di aver sentito alcuni giorni prima, in paese, mormorare una frase premonitrice: “Partirete cantando, tornerete piangendo”. Altre ricostruzioni hanno ipotizzato che i colpi mortali siano stati esplosi da personaggi mescolati tra la folla e non dalle alture che circondano Portella. Altre ancora hanno parlato di una serie di esplosioni, che però non hanno mai trovato riscontro nei rilievi della polizia. Qualcuno ha messo in campo l’ipotesi che in realtà a sparare fosse stata la mafia per far ricadere la colpa su Giuliano, diventato ormai troppo ambizioso e ingestibile. Ma nei memoriali e nelle lettere scritte dal bandito il complotto mafioso non viene mai menzionato.

In particolare, ha trovato sostenitori la teoria dietrologica della strategia della tensione, alla quale in Italia spesso si fa appello in assenza di prove provate. Giuseppe Di Lello, già magistrato del pool antimafia di Palermo e poi eletto europarlamentare nelle file di Rifondazione Comunista, è uno dei tanti portavoce della teoria della strage di Stato. “Un finale giudiziario probabilmente non ci sarà mai – ha affermato in una recente intervista. Si può solo dire con certezza che è lo stesso finale che appartiene a tutte le stragi politiche italiane. Il processo di Viterbo, iniziato in primo grado all’inizio degli anni ’50, portò solo alla condanna all’ergastolo degli esecutori materiali. La cosa più scandalosa di quel processo, avviato per legittima suspicione, fu che i giudici di Viterbo fecero di tutto per evitare l’individuazione dei mandanti. E ci riuscirono usando una tattica molto semplice: esclusero di netto il movente politico della strage”. La strage, continua l’ex magistrato, fu voluta da monarchici, separatisti e democristiani per emarginare le sinistre dal potere: “Nelle elezioni regionali dell’aprile ’47 la sinistra aveva raggiunto più del trenta per cento dei voti. Troppi per i poteri siciliani di allora. Dopo la strage di Portella viene formato un governo di centro-destra e il movimento contadino subirà un forte arretramento”.

Non è tutto. Recentemente, un’avventurosa ricostruzione cinematografica ha tirato in ballo come mandanti, oltre agli immancabili servizi segreti americani, anche i vertici dello Stato italiano (De Gasperi e Andreotti) e alcune eminenti cariche ecclesiastiche, compreso Papa Pio XII. Tutti assieme avrebbero poi contribuito a depistare e a coprire gli esecutori materiali, individuati in un manipolo di misteriosi reduci di Salò prezzolati per l’occasione.

Ma abbandoniamo le fantasie e torniamo ai dati di fatto. Il processo di primo grado si concluse a Viterbo il 3 maggio 1952 con la condanna all’ergastolo di dodici imputati della banda di Giuliano, tra cui Gaspare Pisciotta e Vincenzo Badalamenti. La sentenza del 1960, quella definitiva, individuerà tra i moventi della strage compiuta da Salvatore Giuliano, più che la vendetta nei confronti dell’ambiente omertoso che sorreggeva le attività della banda (come era stato sostenuto nel memorandum), il desiderio di ristabilire la propria autorità compromessa dai risultati delle elezioni regionali del 20 aprile 1947 e l’ambizione di mettersi in un luce in una sorta di crociata antibolscevica, alla quale, secondo il bandito, sarebbe poi seguita un’amnistia generale.

A più di mezzo secolo di distanza, pur tra alcune zone d’ombra e le morti poco chiare di Giuliano e Pisciotta, i riscontri sugli avvenimenti sono quelli offerti dal processo. E le responsabilità del Turiddu di Montelepre sono evidenti. Resta aperto lo spazio per le congetture e i sospetti, ma in questo caso la storia smette di esercitare la sua funzione e preferisce trarsi da parte. A mo’ di conclusione vogliamo citare un ultimo estratto dalla relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, perché in poche righe riassume bene i complessi rapporti tra banditismo, mafia e politica.

“Il fenomeno del banditismo in Sicilia, e specialmente quello che si riferisce alla banda Giuliano, continuò ad imperversare nella zona occidentale dell’isola fino al 1950 soprattutto per l’aiuto e con la copertura della mafia, la quale si avvalse del banditismo non solo per garantirsi i frutti della sua vita parassitaria, ma impiegò le stesse forze per strappare al potere pubblico le migliori condizioni per la sopravvivenza dei suoi interessi nella nuova sfera d’azione in direzione della città; […] in obbedienza a questo chiaro disegno, la mafia abbandona il banditismo allorché si accorge che lo stesso può sicuramente nuocerle, se non altro per eccessiva scopertura; così si mette a disposizione della polizia per braccare, nei loro nascondigli, i singoli banditi; peraltro questa sua disponibilità per l’eliminazione del banditismo le avrebbe certamente procurato dei vantaggi”.

Se collusioni tra forze dell’ordine ed esponenti della malavita ci sono state, sono una dimostrazione non tanto di una strategia della tensione quanto semmai delle vie, non sempre cristalline, che le istituzioni hanno dovuto battere per conseguire un barlume di legalità nel difficile contesto siciliano.

Bibliografia
Le faide mafiose nei misteri della Sicilia, di Luca Tescaroli, Rubbettino, 2003
Da cosa nasce cosa. Storie della mafia dal 1943 a oggi, di Alfio Caruso, Longanesi, 2002
Mafia, politica e affari 1943-2000, di Nicola Tranfaglia, Laterza, 2001
Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, di Giuseppe Casarrubea, Franco Angeli, 2001
Portella della Ginestra, di Angelo La Bella e Rosa Mecarolo, Testi Editore, 2003

 

 

 

 

LA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA – Rai Storia
a mattina del 1 maggio 1947 da Piana degli Albanesi, San Cipirello e San Giuseppe Jato, più di duemila tra contadini e braccianti con le loro famiglie, si incamminano verso Portella della Ginestra per celebrare la festa dei lavoratori. Poco dopo le dieci, mentre è in corso il comizio, si sentono i primi spari. Non sono mortaretti esplosi per la festa, come qualcuno crede in un primo momento. Sono fucili e mitragliatrici che fanno fuoco su una folla inerme.

È l’inizio di una strage ricostruita dal professor Salvatore Lupo con Michela Ponzani a “Il Tempo e la Storia”, il programma di Rai Cultura in onda lunedì 1 maggio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia. Undici morti e oltre trenta feriti: è questo il bilancio dell’eccidio di Portella della Ginestra, la prima strage della storia della Repubblica.

 

 

 

1° maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra. La storia e la memoria
TG2000 Pubblicato il 1 mag 2017

Il 1° maggio del 1947 la strage di Portella della Ginestra, località in provincia di Palermo. Un luogo simbolo dove morirono 11 operai uccisi per mano del bandito Salvatore Giuliano e dei suoi uomini secondo i Tribunali dell’epoca. Un caso tutt’altro che chiuso. Infatti ancora oggi restano ignoti i mandanti ed anche sui reali esecutori sussistono forti dubbi. Il servizio di Massiliano Cochi con la testimonianza di uno dei sopravvissuti a quella terribile strage.

 

 

 

 

Fonte: cosavostra.it
Articolo del 29 aprile 2018
Primo Maggio 1947. La Strage di Portella della Ginestra
di Sara Carbonin

La ginestra è un fiore particolare, per crescere non sceglie terreni verdi e ospitali, ma al contrario, sceglie terreni aridi, rocciosi o franosi. Terreni nei quali sembrerebbe non crescere niente, ma la ginestra è una pianta ostinata e resiste anche dove è difficile farlo.

Questo fiore di un giallo così vivo bene si presta a descrivere i contadini di Portella, tra loro si possono trovare similitudini, perché anche quella di quei contadini è una storia di resistenza.

È il Primo Maggio del 1947, la Seconda guerra mondiale è finita da poco e i lavoratori possono tornare a celebrare la loro festa. La Sicilia si trova in una situazione economica e sociale molto difficile: è estremamente povera e divisa tra i grandi latifondisti e i contadini. Per avere un quadro completo di quello che è successo a Portella nel 1947, bisogna prima però analizzare altre due date, una precedente al Primo Maggio e una successiva.

Il 20 aprile 1947, dieci giorni prima della strage, le elezioni regionali siciliane vengono vinte dal blocco politico formato dai comunisti e dai socialisti, una vera e proprio svolta popolare. Questi partiti volevano liberare la Sicilia dai latifondisti, dalla mafia, dallo spirito separatista e indipendentista che era fortemente presente tra i siciliani, volevano una Patria democratica e soprattutto unita.

L’altra data da tenere a mente è il 5 luglio 1950, quando Salvatore Giuliano viene ucciso. Salvatore Giuliano e la sua banda sono gli esecutori materiali della strage di Portella.

Su questa morte e su Giuliano ancora oggi rimangono tante perplessità e tanti dubbi. Che rapporti aveva Giuliano con la mafia, con i politici e con gli americani? E soprattutto chi sono i reali mandanti della strage del Primo Maggio? Da sottolineare, ad esempio, anche il fatto che la morte del bandito è avvenuta poco tempo prima dell’apertura del processo su Portella.

Tra queste due date, troviamo il Primo Maggio del 1947. A Portella, quella festa venne vissuta dai lavoratori con un entusiasmo diverso. C’era da festeggiare la fine della guerra, la vincita alle regionali del blocco popolare, il ripristino della festa dopo gli anni del fascismo.

In questo clima dove si ritornava a respirare finalmente aria di libertà, anche se i problemi restavano comunque tanti, la tragedia si consumò in pochi istanti. Giuliano e gli altri banditi spararono colpi di mitra sulla folla provocando 11 morti e 27 feriti. La Strage di Portella della Ginestra è la prima strage dell’epoca Repubblicana. La prima strage di Stato.

Quei colpi che inizialmente furono scambiati dai contadini come botti di festa, in pochi attimi distrussero vite, ma soprattutto sogni. Un atto così vile contro gente così indifesa, è qualcosa di troppo doloroso da descrivere anche dopo più di settant’anni.

Perché Salvatore Giuliano commise quella strage? E per ordine di chi?

Sono queste le domande alle quali ancora oggi non sappiamo rispondere, o meglio, c’è una sentenza definitiva che condanna la banda Giuliano come mandante e come esecutrice della strage, ma è una sentenza che non convince del tutto. Dietro a quel giudizio sembra nascondersi una verità diversa. Sono troppi gli aspetti che ancora oggi restano offuscati.

Mario Scelba, all’epoca ministro dell’interno, dopo la strage tentò di minimizzare la portata dell’evento, definendolo come un mero atto banditesco e criminale, slegato da legami politici. Più un evento viene ridimensionato e più la gente dimentica in fretta, smette di farsi domande, e sembrava proprio questo l’intento politico di Scelba. Per capire le motivazioni della strage bisogna ricercare e capire i problemi, le tensioni sociali, che la Sicilia viveva in quel tempo.

Uscita dalla guerra la Sicilia era in ginocchio, la povertà era diffusa e la ricchezza era nelle mani di pochi, cioè dei mafiosi e dei latifondisti. Mafiosi che nemmeno il fascismo aveva tentato di combattere e sconfiggere, per incapacità e non conoscenza o per comodità.

Sempre in quegli anni era nato il Movimento Indipendentista Siciliano, Giuliano faceva parte del braccio armato di quel movimento. Parte dei siciliani chiedeva e lottava per l’indipendenza della propria regione dal resto d’Italia.

Nel 1944 i Decreti Gullo segnarono un grande passo in avanti, almeno formalmente, nella lotta all’abolizione del latifondo e alla distribuzione delle terre ai contadini. Ma in Sicilia l’attuazione del decreto non fu per niente facile, dal 1945 fino al 1950 circa, i contadini dovettero lottare per farsi riconoscere i diritti sanciti in quelle leggi. Furono costretti ad occupare terreni, a scioperare. Volevano far sentire la loro voce a tutti i costi, nonostante le minacce alle quali andavano incontro giornalmente.

Testimonianze di superstiti della Strage di Portella ammisero che nei giorni precedenti alla strage c’era nell’aria il sentore che qualcosa di tragico sarebbe accaduto di lì a poco.

Data la situazione politico-sociale dell’epoca e visti gli interessi che i contadini andavano a ledere con le loro battaglie, una strage poteva sembrare in quel contesto un modo facile ed efficace per zittire quelle voci. Ma quella strage, addossata poi alla banda Giuliano nella sua completezza, sarebbe servita anche a spaventare chi guardava al “blocco rosso”. Sarebbe servita, in altre parole, a far tornare tutto come prima, mirando a quell’equilibrio sociale tanto caro alla mafia e alla politica.

Oggi di quella Strage troppo poco ricordata rimane dolore, indignazione e una verità ancora troppo offuscata. C’erano così tanti interessi in gioco: i latifondisti, i mafiosi, la politica. Troppo spesso le tragedie in questo Paese finiscono per diventare retorica.

La ginestra nel linguaggio dei fiori simboleggia la modestia e l’umiltà, ma ha anche la capacità di crescere in habitat estremi. Modesta, umile e forte proprio come quei contadini che non piegarono la testa a chi li voleva omertosi e inermi.

Guardate le ginestre in altro modo, ricordando quel Primo Maggio e quelle persone, che proprio come le ginestre, ebbero il coraggio di resistere.

 

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 25 aprile 2019
Portella della Ginestra e i suoi piccoli morti
di Emanuela Braghieri

Vincenza La Fata aveva otto anni; era la più piccola. Giovanni Grifò dodici, Giuseppe Di Maggio tredici; Serafino Lascari quindici. Sono loro le quattro vittime non ancora maggiorenni della Strage di Portella della Ginestra.
Sulla questa Strage molto è stato detto, ma poco si conosce.

Il Primo maggio 1947 centinaia di agricoltori nell’entroterra palermitana tra Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, si erano trovati per festeggiare e manifestare: due termini apparentemente agli antipodi, in realtà complementari e indivisibili in quanto alla base di qualsiasi senso di insoddisfazione si celano la fierezza e la gratitudine di un cambiamento del quale solo chi ne è stato artefice può provare. Sul suolo di Portella della Ginestra, che decenni prima aveva visto tenere discorsi ai contadini il medico e simbolo del socialismo siciliano, Nicola Barbato, si è trovata a festeggiare la Festa del Lavoro interrotta dal Fascismo, la fine della guerra e la vittoria del blocco popolare alle elezioni dell’assemblea regionale siciliana.

I cittadini manifestavano contro la fame; la disperazione della gente comune andava contro il latifondismo a favore di una sperata riforma agraria. Nell’ottobre del 1944 l’occupazione delle terre incolte venne legalizzata dal Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo con l’obiettivo di migliorare la situazione di grande povertà. Uno strappo al passato siciliano letto come minaccia per la borghesia agraria e mafiosa.

Speranze e paure, istanti di spensieratezza sulle note dell’intervento del calzolaio Giacomo Schiró, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato e in quel momento sostituto del politico Girolamo Li Causi, si trasformano in attimi mortali scanditi da colpi di mitra, che arrivano sulla folla come pioggia. Le fonti ufficiali scrivono di 11 morti e 27 feriti, le fonti ufficiose parlano di un numero di morti maggiore e un numero di feriti da 33 a 65.

Una strage, la prima strage dell’Italia repubblicana, la prima Strage di Stato: tutto questo è Portella della Ginestra. Tra coloro che morirono sul colpo, tra le tante donne, bambini e nuclei familiari, ricordiamo anche Margherita Clesceri, madre di sei figli e incinta.

Ma allo scalpore e all’indignazione seguì la minimizzazione delle Istituzioni. Il Ministro Scelba disse: “Non c’è movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui cui condizioni sono assolutamente singolari”. Dopo qualche mese, vennero individuati nel bandito Giuliano e nella sua banda gli esecutori materiali della strage. Ovvero: perfetti capri espiatori. Perché sullo sfondo di quella che è stata la prima Strage di Stato del dopoguerra, incombono i (non tanto) taciti accordi tra la borghesia mafiosa e le Istituzioni italiane.

Serafino Pecca aveva 16 anni ed era lì con l’amico Serafino Lascari quel giorno, per ascoltare i comizi dei sindacati. Ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di considerarsi un sopravvissuto alla strage, al contrario dell’amico. Con gli occhi di un guerriero che ha sfidato la morte e l’ha sconfitta, ma di un uomo che fatica a sorridere dal dolore che la sopravvivenza porta con sé, ha affermato: “Cercavamo un diritto che ci apparteneva, non è possibile che qui ci fossero 4-5 persone che avevano mille ettari, chi duemila, chi di più, e gente che moriva di fame”.

Quel Primo Maggio nasceva dalla volontà condivisa di opporsi alle ingiustizie e ai soprusi di chi faceva coincidere il lavoro allo sfruttamento, di chi vedeva allora una speranza. Ma ciò che è successo quel giorno, fece diventare Portella della Ginestra il luogo simbolo di un avvertimento: se lottate per i vostri diritti, questa è la risposta che otterrete… dalla mafia, con l’assenso dello Stato. E per quella bambina e i tre adolescenti uccisi nessuno ha mai chiesto scusa.

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

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