1 Maggio 1992 Strage di Acerra (NA). Cinque morti, tra cui una donna incinta e un ragazzino di 15 anni, Pasquale Auriemma, che era lì perché ospite della famiglia. Vittime innocenti di una vendetta trasversale.

Pasquale Auriemma è ospite in casa di Vincenzo Crimaldi che malauguratamente ha una parentela con  il capo-zona dell’omonimo clan e che è obiettivo di una vendetta trasversale.

Due killer a volto scoperto, fanno irruzione nella modesta abitazione di campagna di  Vincenzo Crimaldi e a colpi di pistole e mitragliette massacrano l’uomo, la moglie Emma Basile, il figlio Silvio e la figlia Livia incinta al quinto mese di gravidanza.

A cadere sotto i colpi dei killer anche il giovane innocente Pasquale Auriemma, 15 anni.

A ventiquattro ore dall’accaduto viene fermato Clemente Canfora, cognato del latitante Mario Di Paolo, capo-clan ideatore dell’eccidio. Responsabile dell’accaduto anche Luigi Villanova, poi ucciso.

Pasquale Auriemma è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell’Interno.

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it

 

 

 

Articolo da L’Unità del 3 Maggio 1992
Commando per vittime innocenti
di Vito Faenza
Ammazzati i parenti di un boss della camorra. Muoiono anche due ragazzi e una donna incinta. Fermato un presunto assassino.
Cinque morti, tra cui una donna incinta, e tre feriti, di cui due gravi. È il bilancio dell’ultima strage di camorra avvenuta ad Acerra la sera del primo maggio. È una vendetta trasversale di un clan camorristico, affermano gli investigatori, che hanno individuato uno dei presunti esecutori (sarebbe anche il mandante) del raid. Fermato un pregiudicato, cognato del capo di uno dei clan in guerra.

Acerra (Napoli). Una sera di festa si è traformata in tragedia: due killer della camorra hanno fatto irruzione nell’abitazione di Vincenzo Crimaldi, 46 anni, e a colpi di pistole e mitragliette lo hanno massacrato assieme alla moglie Emma Basile, di 46 anni, al figlio Silvio di 21 anni, alla figlia Livia, 24 anni, incinta al quinto mese di gravidanza. È stato ucciso anche un ragazzino ospite della loro casa, Pasquale Auriemma, di 15 anni.

Un minuto, un solo minuto di fuoco, i killer hanno sparato all’impazzata. Quattro morti e, poi , è rimasta ferita Gaetana Scarpati, 15 anni, fidanzata con il figlio di Luigi Basile, detto «o’marsigliese», uomo di rispetto del clan Bardellino.
Ventiquattro ore dopo, ieri sera, è stato fermato Clemente Carfora. Ha 44 anni, è pregiudicato, ed è cognato di Mario Di Paolo, capo-clan e, secondo gli investigatori, ideatore dell’eccidio. Per i carabinieri, Clemente Carfora potrebbe aver partecipato al raid.

La strage è avvenuta alle 20,50 di venerdì. La polizia ed i carabinieri sono stati avvertiti solo «per caso». Gaetana Scarpati, infatti colpita alle braccia, si è recata in una clinica privata di Acerra per farsi medicare e i sanitari della casa di cura hanno avvertito il commissariato. Poliziotti e carabinieri, arrivati nella casa, hanno trovato tutto tranquillo e se non fosse stato per l’odore di bruciato che proveniva da una delle abitazioni, sarebbero andati via. Scoperti i corpi delle vittime, sono andati immediatamente nelle case dei vicini. Hanno trovato le famiglie attorno alla tavola o davanti alla televisione. Gruardavano «Serata d’Onore», come se non fosse successo niente…

Casa Crimaldi è una abitazione modesta, tre stanze, sistemate lungo un ballatoio che affaccia direttamente su un ampio cortile con una fontana el centro. Quattro gradini e dall’aia si arriva nelle stanze. In quella casa, abitano quattro famiglie, una per lato, ed ognuna ha migliorato la propria abitazione a seconda dei bisogni e delle possibilità economiche. Perciò c’è un’ala che sale fino al primo piano ed una, quella dove abita la famiglia Crimaldi, che si ferma all’ammezzato.

I killer sono giunti nel cortile alle 20 e 45, forse a bordo di una «Tipo» di colore scuro. Stavano calando le prime ombre della sera e Vincenzo Crimaldi, pensionato, incensurato, che coltiva un appezzamento di terreno di sua proprietà, aveva fatto ritorno a casa da poco. La famiglia si preparava a cenare, sul fuoco c’era un pollo.
I due killer, il primo impugna una 44 Magnum ed una calibro 9, il secondo una mitraglietta ed un’altra calibro 9. Sulla porta, aperta, come sempre, cominciano a sparare.

Colpiscono Pasquale Auriemma, 15 anni, giovanissimo amico di famiglia, poi tocca agli altri. Emma Basile muore stringendo la mano al figlio Silvio. Domenico Crimaldi e Cuono Albachiara, figlio e genero del capofamiglia, sono sulla soglia della stanza (una sorta di tinello-cucina), vengono colpiti, ma riescono a fuggire. Scappano in fondo alla casa e si chiudono in bagno. Sono salvi. Dopo la fuga dei sicari escono in strada, chiedono soccorso ad automobilisti di passaggio, si fanno portare in ospedale. Nemmeno loro pensano ad avvertire la polizia.

I killer vanno via sparando contro una porta finestra, dietro c’è Gaetana Scarpati, 15 anni, che sta uscendo per andare a prendere un po’ d’acqua nel cortile, Hanno agito a volto scoperto e, forse, sapendo che è fidanzata con il figlio di Luigi Basile, detto «0’marsigliese», vogliono evitare di essere riconosciuti. Anche la ragazza va in clinica senza avvertire le forze dell’ordine. I suoi familiari, dopo aver saputo che guarirà in 10 giorni, spariscono. Anche in questo caso: paura.

Sono 38 i bossoli di vario calibro che la polizia rinviene in uno spazio angusto. Sono bossoli di quattro armi micidiali. La scientifica cerca le impronte dappertutto, mentre nel corso della notte si tenta di scoprire il movente di una strage apparentemente «gratuita», insensata.

Si viene a sapere che, la mattina del primo maggio, era stato ucciso, a San Felice a Cancello, Antonio Di Paolo, un capo banda in lotta con Cuono Crimaldi, capo del clan «cuniello e capasso» che, pur abitando ad Acerra, in provincia di Napoli, è «capozona» in tre paesi del casertano a cavallo tra le due provincia. Cuono è fratello di Vincenzo.
Il movente, a questo punto, sembra chiaro. Il clan di Paolo ha applicato la «la legge del taglione», una efferata vendetta per l’uccisione di un componente della famiglia estraneo ai clan, una vendetta effettuata senza risparmiare nessuno.

Ieri mattina, senza molti dubbi, il capo della mobile di Napoli, Giuseppe Palumbo, ha indicato in Mario Di Paolo il probabile ispiratore della strage ed anche uno dei due esecutori, che devono aver avuto l’aiuto di almeno un altro complice, rimasto alla guida dell’auto.
Mario Di Paolo è, naturalmente, irreperibile, come il suo rivale Cuono Grimaldi (rimesso in libertà per decorrenza dei termini due mesi fa e sfuggito all’obbligo della sorveglianza speciale). E questo fa temere nuove «vendette».

 

 

 

Fonte:  repubblica.it 
Articolo del 3 maggio 1992
TIRO A SEGNO PER PUNIRE IL BOSS
di Piero Melati

ACERRA – Gli assassini si muovono nel buio. Il primo imbraccia una mitraglietta, stretta alla cintola una 44 magnum. Il secondo impugna due pistole a tamburo. Un terzo uomo guarda loro le spalle. Una misura superflua. Nessuno, alle nove di sera, si avventura nella desolante periferia di Acerra, via Pietrabianca. A illuminare il cortile ad anfiteatro del civico numero sei, soltanto le luci che filtrano dalle tendine di tre ammezzati.

I killer salgono velocemente i pochi scalini che portano all’ appartamento sulla destra. Non c’ è neppure una porta da abbattere. La serata è calda, l’ingresso aperto, la famiglia Crimaldi riunita in cucina. Un attimo e i sicari sono dentro. Trentasei colpi sparati in un minuto, per battezzare la strage del primo maggio. Cinque morti, compresa una donna incinta e un quindicenne, e tre feriti. Un’ atroce vendetta trasversale: per colpire il boss latitante Cuono Crimaldi, i nemici del clan Di Paolo non hanno esitato a massacrare innocenti estranei alla camorra, colpevoli soltanto di una parentela con il padrino irreperibile.

La mattanza del primo maggio conta un sesto morto, caduto dodici ore prima, nella vicina San Felice a Cancello. Nel corso principale del paese un commando uccide Antonio Di Paolo, 47 anni, fratello del boss Mario. Decine di persone assistono all’agguato. Fra le altre, proprio don Mario. Davanti al cadavere del fratello il boss non ha dubbi: il colpevole deve essere stato per forza il suo avversario, Cuono Crimaldi. E subito emette la sentenza: entro stasera deve morire anche il fratello del suo nemico. Occhio per occhio, dente per dente, come in uno scontro tribale.

Una faida diventata incandescente da quando Cuono Crimaldi, nel dicembre scorso, era stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. La posta in gioco è alta: il controllo del territorio, degli appalti, delle estorsioni. Ma la molla che scatena la tragedia è soprattutto una vendetta familiare. Per questo motivo, senza saperlo, finisce nel mirino Vincenzo Crimaldi, 46 anni, ex operaio, coltivatore diretto, fratello del boss Cuono.

La polizia è certa che, nonostante la parentela, Vincenzo Crimaldi fosse estraneo alla camorra. A dimostrarlo, le sue povere condizioni di vita. Gli investigatori sospettano che Mario Di Paolo abbia personalmente partecipato al massacro. “Siamo certi che è stato lui”, affermano. Nonostante la veglia funebre del fratello, il boss si è reso irreperibile. In serata i carabinieri del gruppo Napoli Due hanno fermato un pregiudicato, Clemente Carfora: anche lui è sospettato di aver fatto parte del commando. I sicari della strage di Acerra hanno agito con freddezza. Autentici professionisti. Non hanno sprecato neppure uno dei trentasei colpi sparati.

Quando i due assassini irrompono nell’ ingresso di casa Crimaldi, sono subito nella cucina del modesto appartamento, tre stanze e un bagno. Papà Vincenzo è seduto a tavola, accanto a lui la moglie Emma Basile, 46 anni. Ai fornelli, a cucinare un pollo alla cacciatora, la figlia Livia, 24 anni, incinta al quinto mese. Si trova nella abitazione dei genitori per dare una mano a preparare la cena, perché la madre è sofferente. Le è accanto il fratello Silvio, di 21 anni, parla di calcio con un giovane amico, Pasquale Auriemma, 15 anni, figlio di vicini di casa. Nella stanza accanto ci sono un altro figlio dei Crimaldi, Domenico, 24 anni, e suo cognato, il marito di Livia, Cuono Albachiara, 29 anni. Distesi su due lettini, discutono aspettando la cena. Un tiro a bersaglio.

I due killer, fianco a fianco, sparano in contemporanea con la mitraglietta e le tre pistole. La prima a cadere senza un grido è Emma Basile, il viso spappolato dai proiettili. Poi i sicari abbattono Vincenzo Crimaldi, che cade all’indietro col petto squarciato. D’istinto, in un terrorizzato gesto d’amore, i due fratelli Livia e Silvio si prendono per mano. Resteranno così anche quando scivoleranno riversi sotto il tavolo. Il quindicenne Pasquale viene colpito per ultimo, dopo aver assistito inerme al terribile minuto di orrore.

Dalla stanza accanto accorrono in cucina Domenico e Cuono Albachiara, il marito di Livia. Non fanno in tempo a vedere i corpi dei congiunti annegati in un lago di sangue: gli assassini puntano immediatamente le armi e sparano ancora. I due vengono feriti mentre fuggono dalla cucina, Domenico al malleolo e alla gamba destra, Cuono al collo e a una scapola. Si nascondono dietro una intercapedine. Ma a salvargli la vita è soltanto la fretta dei killer, che decidono di non finirli e di scappare via dal luogo del massacro.

Ma non è finita. I sicari scendono precipitosamente gli scalini che danno sul cortile. Una vicina dei Crimaldi, Gaetana Scarpati, quindici anni, si affaccia sulla soglia di casa. Ha sentito le urla, il rumore delle armi, cerca di capire cosa è successo. Il commando non vuole intralci. Punta le pistole contro Gaetana e spara ancora dieci colpi. La ragazza si salva per miracolo, ma i proiettili le frantumano il braccio destro e la spalla sinistra.

Un’ora dopo il cortile di via Pietrabianca è illuminato dai lampeggiatori di cinque auto della polizia. Nella piccola cucina l’odore del sangue si mischia a quello del piombo. I periti della polizia scientifica sono sorpresi da un particolare: gli assassini hanno sparato in un piccolo vano, eppure non hanno infranto un solo vetro, né spaccato i piatti esposti in bacheca, o crivellato di colpi la televisione. Una strage compiuta come una “operazione chirurgica”.

A cinquanta metri da via Pietrabianca si piange e ci si dispera. Qui abita la famiglia di Pasquale Auriemma, il quindicenne ucciso. Unica sua “colpa”, trovarsi nell’ appartamento dei Crimaldi proprio all’ora della mattanza. Pasquale era il secondo di due figli. Il padre Vincenzo, un impiegato della nettezza urbana, non riesce a darsi pace: “Alle nove mia moglie mi aveva chiesto di andare a mangiare una pizza fuori, ma io ero stanco. Altrimenti avrebbero ucciso pure noi, perché di certo saremmo passati dai Crimaldi per sapere se c’era Pasqualino. Mio figlio andava spesso a trovarli. Poi, prima delle dieci, mi sono preoccupato perché non era ancora rientrato a casa. Sono uscito a cercarlo, ho visto le ambulanze, pensavo a un incidente”.

Sconvolto dal dolore Vincenzo Auriemma urla a un ispettore di polizia: “Dovete fargliela pagare. Per un minuto mio figlio è rimasto in mezzo al fuoco. Non si spara così. Lui che c’entrava? Potevano colpirlo a una gamba, gettarlo fuori di casa. Invece l’hanno ammazzato. Sono belve”.

Nel pomeriggio arriva ad Acerra l’alto commissario per la lotta alla mafia Angelo Finocchiaro, inviato dal ministro dell’Interno Enzo Scotti in contatto costante con Spadolini. Finocchiaro presiede un vertice con il dirigente del commissariato, Rachele Schettini, e con l’ispettore Angelo Balsamo, mandato dal questore di Napoli Vito Mattera alla testa di cinquanta uomini per “assediare” la città.

Nessun dubbio: la strage è una vendetta trasversale. E si affronta subito la coda velenosa del caso: il boss Cuono Crimaldi, arrestato nel marzo del ‘ 90, che lascia Poggioreale nel dicembre scorso per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. Da allora è latitante, per evitare il soggiorno obbligato a Montecorvino Pugliano. Commentano gli investigatori: “La strage è un’altra conseguenza del nostro ordinamento giudiziario. Se Cuono Crimaldi non fosse stato scarcerato, il massacro non sarebbe mai avvenuto”.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 5 Maggio 1992
Strage di Acerra: ai funerali don Riboldi accusa i politici
di Mario Riccio
In chiesa, durante l’omelia il vescovo anticamorra ha avuto parole durissime «Vengono qui solo per i voti». «Gridiamo il nostro dirritto al lavoro e allo sviluppo».
Alle cerimonie assenti i rappresentanti dello Stato.

Fra rabbia, tensioni e polemiche si sono svolti i funerali delle cinque persone, vittime innocenti della strage del primo maggio ad Acerra. Un’omelia durissima è stata pronunciata dal vescovo, don Antonio Riboldi, che ha sparato a zero sui politici: «Vengono qui solo per chiedere voti». Nella chiesa una folla enorme ha dato l’estremo addio a Pasqualino Auriemma. Assenti le autorità locali.

ACERRA (Napoli). È rimasta aggrappata a quella piccola bara bianca, per circa mezz’ora. Poi, affranta dal dolore, Nunzia Lucarelli è svenuta. È stata una scena straziante: prima di cadere al suolo, la donna, che è incinta al secondo mese, ha lanciato un lungo grido di disperazione. È stata soccorsa da alcune sue colleghe, operaie di una locale fabbrica di calzini.
A vegliare la salma del figlio Pasqualino, il ragazzo di 14 anni ucciso, con altre quattro persone, nella strage di Acerra del primo maggio, sono stati il padre Vincenzo Auriemma e la sorella Marianna. Ma anche i compagni di classe della terza «M» della scuola media «Ferraiolo» che, in lacrime, hanno assistito alla cerimonia funebre nella chiesa di San Giuseppe, alla periferia del paese, gremita di fedeli.

Per le vittime dell’eccidio di quattro giorni fa, ci sono stati funerali separati: alle 11 si sono svolti quelli di Pasqualino, alle 18, nel cimitero di Acerra, quelli degli altro quattro morti, tutti appartenenti alla famiglia di Vincenzo Crimaldi. «È una tragedia nella tragedia, celebrare funerali separati» aveva detto il vescovo di Acerra, don Antonio Riboldi, che aveva raccolto voci, secondo cui la decisione sarebbe stata presa dalle forze dell’ordine per motivi di ordine pubblico. Poi, poco più tardi, è arrivata la precisazione del questore di Napoli, Vito Mattera: «Nessun ordine da parte nostra, la decisione è stata presa dai familiari…».

È stata una omelia durissima, quella pronunciata dal vescovo anticamorra, impegnato in una dura battaglia civile per il riscatto di una città assediata dalla disoccupazione – sono 8.500 i senza lavoro di Acerra – e dalla mancanza di interventi pubblici: «Vengono qui solo per chiedere voti». Le sue parole, attraverso gli altoparlanti, sono volate come un monito sulle teste di più di cinquecento persone, assiepate sul sagrato della parrocchia.
«Ne ho viste tante in vita mia, ma stavolta ho pianto – ha esordito don Riboldi – No, questo massacro non doveva accadere: erano diversi, erano buoni e sono stati uccisi. Pasqualino se n’è andato, è la vita dei sogni, delle utopie che improvvisamente se ne va. Non siate indifferenti: reagiote, con l’amore».
La voce del vescovo è stata interrotta per qualche secondo: alcuni parenti di Pasqualino hanno cercato di allontanare dall’altare fotografi e cineoperatori.

L’aspra omelia di don Riboldi è ripresa tra rabbia e tensione: «Qui o uno ama ed è ammazzato, oppure non ama e ammazza: le strade sono queste. Ma chi deve sentirsi responsabile? Tutti: dal cittadino, al politico, a chi governa».
Nella parrocchia è tornata la  calma: la folla ha ascoltato in silenzio le parole, dal tono sempre più forte, del prelato: «Io mi sento di accusare le strutture del peccato, la politica, l’economia, che non sono capaci di estendere lo sviluppo, la solidarietà. Ma Acerra è un’altra cosa: gridiamolo a tutti i venti. Questi cinque morti devono essere la molla per gridare il nostro diritto al futuro, al lavoro, allo sviluppo».

Il prelato aveva avuto già parole dure in precedenza, prima della messa, parlando con i cronisti: frasi polemiche, chiaramente nei confronti di quanti avevano affermato che Acerra era ben vigilata da polizia e carabinieri. «Non so che controllo ci sia – ha detto il vescovo della cittadina campana – Qui, nel territorio della mia diocesi, in poche ore, hanno potuto ammazzare, vendicarsi, rivendicarsi. Io guardo ai fatti e i morti ammazzati sono purtroppo fatti, non parole».

Nella chiesa di San Giuseppe, costruita tre anni fa in una periferia degradata, dove migliaia di persone sono costrette a sopravvivere alla meno peggio, hanno brillato, per assenza, le autorità dello Stato e quelle locali. Alla cerimonia funebre, infatti, non ha partecipato nemmeno il sindaco di Acerra. L’Amministrazione municipale non ha affisso neanche un manifesto a lutto per le strade del paese, in memoria delle vittime innocenti della strage. Eppure, il giorno dopo l’eccidio, il vescovo aveva ammonito: «Nessuno ha chiamato, nessuno ha sentito la necessità di esprimere solidarietà verso una città mortificata e tradita dalle promesse disattese, una città povera, ma che è civile e non vuole essere criminalizzata. Forse i politici sono impegnati a recitare il mea culpa». Un’allusione fin troppo chiara, quella di don Riboldi, al clamoroso trasferimento a Caserta, con un decreto-blitz del governo, della Facoltà di Medicina, prima indicata dal Consiglio regionale nell’area di Acerra-Marigliano-Nola.

In serata si sono svolti i funerali delle altre quattro persone morte nella strage del primo maggio: Vincenzo Crimaldi, sua moglie, Emma Basile, e i due figli: Livia e Silvio: È stata una cerimonia semplice – così hanno voluto i parenti delle vittime – che si è tenuta nel cimitero di Acerra.

Si stringe intanto il cerchio intorno agli uomini del commando che ha sterminato per vendetta un’intera famiglia, quella dei Crimaldi, e del ragazzo Pasqualino Auriemma, trovatosi per caso in quella abitazione. Dopo l’arresto di Clemente Canfora, accusato di essere uno dei mandanti del massacro, e lordine di fermo emesso dai giudici contro il latitante Mario Di Paolo, a cui carabinieri e polizia stanno dando la caccia, gli investigatori hanno identificato altre quattro persone, tutte pregiudicate di San Felice a Candello, in provincia di Caserta, ritenute affiliate al clan di Di Paolo. Si tratta di Antonia Papa, di 30 anni, Pietro Sorgiacomo, di 32 , Michele Lettieri, di 28, e Antonio D’Addio, di 25. Gli inquirenti sono ottimisti: nelle prossime ore, autori e mandanti del massacro, potrebbero essere assicurati alla giustizia.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *