1 Marzo 1996 Vinosa (TA). Muore Annamaria Torno, 18 anni, vittima del capolarato.

Annamaria Torno, 18 anni, muore in un incidente stradale il1 marzo del 1996 mentre la “trasportavano” a lavorare in una azienda agricola, di Vinosa (TA), dove avrebbe dovuto raccogliere ortaggi. Era su un pulmino, un Ford Transit, da 9 persone mentre le lavoratrici erano 14, guidato da un caporale, che si è scontrato con un altro automezzo di un’altro caporale.

 

 

Articolo da L’Unità del 2 Marzo 1996
Tragedia sul furgone delle braccianti
Sfruttate dai «caporali» nelle campagne del Tarantino
Morta una ragazza, undici ferite

Una ragazza di 18 anni è morta e altre undici sono rimaste ferite. ancora un incidente sul lavoro e questa volta provocato dalla piaga sociale del caporalato. E’ accaduto ieri mattina a Ginosa (Taranto) anche se per gran parte della giornata la tragedia è stata attribuita ad un normale incidente stradale. Il pulmino stava entrando nella strada poderale dell’azienda dove le ragazze dovevano raccogliere gli ortaggi, quando è stato investito da un Ducato.

Ancora un incidente sul lavoro. Questa volta è stato il caporalato a fare un’altra vittima a Taranto: Annamaria Torno, di 18 anni, e altre undici ragazze sono rimaste ferite. Erano in tredici, forse quindici, a viaggiare a bordo di una «Ford Transit» guidata dal caporale Pietro De Biase, partito da Ginosa alla volta di Ginosa Marina e diretto all’azienda agricola Tarantini per la raccolta degli ortaggi. Alle 7,30 l’incidente. Il pulmino, ormai arrivato a destinazione, stava svoltando a sinistra per entrare nella strada poderale, quando è stato investito da una «Fiat Ducati» che sopraggiungeva evidentemente a notevole volicità.
La più grave delle ragazze coinvolte, Annamaria Torno, è stata trasportata direttamente al Santissima Annunziata di Taranto, dove però è giunta morta. Le altre undici ragazze sono state portate al prontosoccorso dell’ospedale di Castellaneta. Per cinque di esse la prognosi dai 5 ai 20 giorni, tre sono state smistate a Massafra e ricoverate nel reparto di ortopedia per fratture varie; altre tre a Taranto di cui due sempre ad ortopedia e una a neurochirurgia. I due autisti sono rimasti illesi. Sembra che altre due ragazze  che erano a bordo del «Ford Transit» anch’esse illese, si siano allontanate prima dell’arrivo dei Carabinieri.
Erano tutte di Ginosa, eccetto Annamaria che vi si era trasferita da Taranto solo da pochi giorni per andare ad abitare con il suo fidanzato. Per gran parte della giornata di ieri si era pensato a un normale incidente stradale. Solo più tardi si è fatta strada la consapevolezza che si trattava di un’altra vittima del caporalato. Un fenomeno ancora molto diffuso in Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, e che lucra appunto sull’ingaggio e sul trasporto delle braccianti. E’ per questo che fa vittime soprattutto con gli incidenti e solo quaando si verificano se ne torna a parlare.

 

 

A lei è stato dedicato un libro:

Cira e le altre – braccianti e caporali di Roberto De Giorgi
StreetLib, 2018

Se pensate che solo nel 2016 c’è stata finalmente la legge anti-caporalato, tutto quello che è scritto in questo romanzo verista diventa attualissimo. Quell’intervento dello Stato che si auspica nelle righe, fino al timido impegno di tre prefetti di tre province meridionali, dopo 20 anni diventa realtà. Allora “Cira e le altre” è davvero libro da rileggere ora. Una storia che fa piangere, certo, per la crudezza della storia perché attinge alla realtà che non fa sconti soprattutto alle donne. La protagonista è Cira, una giovane bracciante, che vive con le sue compagne l’avventura nel mondo del lavoro e dei caporali come un incubo, senza mai incontrare il sindacato. Dall’altra parte Giulio, un capolega e il dirigente provinciale del sindacato, vive la sua quotidiana lotta contro i caporali con le parziali vittorie e le cocenti delusioni, senza riuscire a contattare migliaia di lavoratrici schiave del caporalato. Ne viene fuori un pezzo di storia del mondo del lavoro agricolo pugliese a cavallo degli anni 1980 e 1990 dove, a fatica, si individua un ruolo dello Stato e dove la lotta per la legalità deve fare i conti contro un vero e proprio sistema criminale che crea una economia sommersa ed alternativa che frena lo sviluppo. Per questo il dirigente è senza nome, mentre gli altri protagonisti sono davvero legati a personaggi reali sia pur con nomi di fantasia.

 

 

La premessa del libro (Foto prima edizione)

di Serena Corrente “Quotidiano di Taranto”

Alternando il taglio del romanzo a quello dell’inchiesta, l’autore racconta una storia esemplare, tipica, ripetibile in ogni parte del Meridione dove la fame di lavoro può offrire ben poche chance alle donne e per quelle che non possono contare neppure su un titolo di studio, si aprono strade a senso unico.

Il lavoro nei campi è una di queste. Mentre l’autore scrive “Cira e le altre”, la realtà, un fatto di cronaca, supera ogni possibile invenzione da romanziere: una ragazza di 18 anni muore vittima della legge del caporale. Era salita su un pulmino carico di braccianti, ne avrebbe dovuti contenere 9, ma le lavoratrici erano in 14, un tamponamento e Annamaria Torno (la ragazza si chiamava cosi), perde la vita e il suo sogno di sposa. Una storia tragica.

La vicenda di “Cira e le altre” non è meno tragica. Non mancano i momenti forti, né la morte, ma la forza drammatica è altrove. Al cospetto della morte di una ragazza, com’è stato il caso di Annamaria (e come nel romanzo succede ad un’amica di Cira), quella morte sembra ricevere quasi, per pochi attimi, giustizia. I funerali, gli applausi della gente all’uscita del feretro, i discorsi sentiti e poi forse dimenticati, fanno meno acerbo il dolore. Ma chi piange per Cira, costretta a vivere come le altre compagne, una esistenza anonima e pesante, tanto da sentir svanire giorno per giorno il senso di ribellione, che anche per quello occorre avere energia?

Cira bracciante come la madre e forse come la nonna. Le tradizioni familiari sono una gabbia da cui difficile è uscire. Poi c’è il senso di disprezzo misto a riconoscenza per il caporale che dà e toglie lavoro. E’ questo un sentimento tipicamente femminile, forse ancestrale, comunque ancora tutto da combattere. Ci vuole coraggio. Ad ogni Otto marzo le polemiche s’infuocano e la tentazione di cancellare questa festa avanza da più parti. Ma la conquista del lavoro per la donna, per molte donne, è ancora lontana. E nella conquista c’è la coscienza di una persona che lavora. Ma in molti posti di lavoro, c’è sempre un caporale a smorzare questa coscienza, per sostituirvi la sudditanza psicologica. E il caporale dice a Cira: ” Ehi! bambina mia, quest’anno ti segno 101 giornate. Ti sei fatta grande e hai bisogno di soldi oramai”. C’è il sindacalista ” u commissario ” che deve combattere una tendenza: “caporali agli occhi delle lavoratrici, assolvevano ad una funzione sociale indispensabile, assicurare un lavoro se pur precario, senza regole, senza diritti”. E il lavoro si paga con la morte. Ancora una volta il romanzo si specchia nella cronaca il fidanzato della ragazza resta coinvolto in un incidente mortale in un cantiere di Molfetta. Un giorno dopo la morte di Annamaria Torno, un giovane operaio, che lavorava in una azienda dell’indotto, precipita da un ponteggio. Realtà e romanzo, lavoro e sangue. Le conquiste delle lotte bracciantili (quelle del trasporto auto gestito realizzato dal sindacato) e le sconfitte di ogni giorno. E la morte. Mentre il pulmino del caporale (Marco), cerca di fuggire all’inseguimento dei Carabinieri, il mezzo sbanda, va fuori strada. Una bracciante viene scaraventata contro un albero e muore. La notizia non viene subito divulgata, ma c’è una giornalista che indaga. Non mancano i titoloni sui giornali” Morire per 23 mila lire”. E quando anche la mafia s’infiltra nel caporalato, sembra che debba venir giù il mondo. Ma il romanzo, che pur dedica a questi avvenimenti di cronaca, significativo spazio, scivola verso il dramma personale, nella sopraffazione di tutti i giorni. La legge del caporale. ” Cira aveva visto una scena incomprensibile. Una ragazza che stava vicino a lei, lungo il filare della vigna, ad un certo punto scomparve senza che se ne accorgesse. A fine giornata la vide salire sul pulmino con gli abiti in disordine. Una storia di stupro. Poi toccherà a Cira. E con la violenza sessuale subita, arriva la denuncia. La bracciante capisce che è il sindacato l’unica arma per difendersi. Ma non c’è esaltazione e forse neppure scelta. Anche in questo caso prevale l’accettazione. Il sindacalista chiede a Cira, violentata nel corpo e nell’anima: “domani, se vuoi, ti aspetto al sindacato”.

“Si, ci vengo”, risponde la ragazza. Ma ha gli occhi bassi ed è impacciata.

Per lei il diritto al lavoro è una conquista tutta ancora da fare. E forse non la farà mai.

 

 

 

Fonte: stampacritica.org
Articolo del 19 marzo 2016
Annamaria Torno: quando il lavoro uccide
di Giusy Patera

Morire a diciott’anni non è giusto mai. Ma morire a diciott’anni per colpa del lavoro a cui si è costretti, oltre che ingiusto è inaccettabile per chi resta e certe storie può soltanto raccontarle.
Nel 1996 Annamaria Torno è una ragazza poco più che adolescente che si trasferisce da Taranto a Ginosa per vivere insieme al fidanzato. Lavorare come bracciante nei campi è una scelta immediata ed obbligata per guadagnarsi da vivere. Quello che capirà ben presto Annamaria, è che obbligatorio è anche il silenzio su difficoltà, mancanza di garanzie e soprusi che deve accettare e sopportare se quel lavoro non vuole rischiare di perderlo.

Passano soltanto pochi giorni dal suo trasferimento, quando quello che sembra un semplice incidente stradale le porta via la vita, la giovinezza e i sogni. Annamaria è su un pullmino – abilitato per nove persone – che porta lei e altre undici sue compagne verso l’azienda agricola Tarantino per la raccolta giornaliera degli ortaggi, quando improvvisamente il mezzo viene investito da un’automobile che procedeva a gran velocità. Annamaria giunge morta in ospedale, le sue compagne e il caporale che si trovava alla guida si salvano.

La storia di Annamaria Torno risale a vent’anni fa, ma potrebbe essere anche accaduta ieri: questo perché la sua morte è legata ad una piaga sociale estremamente radicata nel sud Italia, ancora oggi. Il caporalato, operando totalmente nell’illegalità e sfruttando il silenzio di persone che hanno bisogno di un lavoro più che di garanzie e sicurezza, è paragonabile totalmente ad una mafia, secondo quanto affermato recentemente dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, in seguito alle ultime storie di persone morte per il lavoro nei campi.

Vicende come quelle di Annamaria potrebbero essere, o sono, all’ordine del giorno, in Puglia come in tutte le regioni del sud Italia in cui leggi e sindacati non riescono a contrastare con le armi della legalità a offerte e condizioni di lavoro che immigrati o donne in condizioni di vita difficili si trovano costrette ad accettare. Non c’è progresso e non ci sono Giornate internazionali della Donna da celebrare se in tante zone d’Italia il diritto al lavoro in condizioni sicure e dignitose è una realtà ancora tutta da comprendere, prima che da conquistare.

 

 

 

Leggere anche:

vivi.libera.it
Anna Maria Torno
Anna Maria era una ragazza come tante altre, con i suoi problemi e con tanti sogni da realizzare. Nel 1996, all’età di diciotto anni, perse la vita in un incidente stradale. Si sarebbe sposata a breve con l’uomo che amava.

 

 

 

 

 

 

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