10 Aprile 1998 Catania. Trovato il corpo di Annalisa Isaia, 20 anni. “La sua colpa era di andare a ballare con persone non gradite allo zio”

Annalisa Isaia è una ragazza di 20 anni. Merita di morire solo perché frequenta il “giro” sbagliato. Ad ammazzarla è lo zio materno, Luciano Daniele Trovato: non sopporta di essere deriso dagli affiliati della cosca mafiosa di cui faceva parte, gli Sciuto, perché la ragazza frequenta un gruppo di coetanei di un clan rivale, i Laudani. Questi ultimi sono ritenuti colpevoli della morte del padre di Annalisa avvenuta nel 1993. Il cadavere di Annalisa Isaia viene rinvenuto sepolto dopo diversi giorni. (sdisonorate.it)

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 18 aprile 1998
Catania, due uomini in stato di fermo. «Hanno accecato il piccolo Domenico»
di Walter Rizzo
Blitz della Squadra Mobile dopo che un pentito ha rivelato i retroscena dell’omicidio di Angelo Castorina.
Uno avrebbe anche ucciso la nipote, «colpevole» di frequentare clan rivale.

CATANIA. Hanno un nome e un volto, secondo la Procura di Catania, gli uomini che il 7 aprile – pur di eliminare un loro accolito, che aveva violatole regole del clan – non esitarono ad accecare con una pallottola alla tempia il piccolo Domenico Querulo. Un bimbo di cinque anni, colpito in quell’inferno di fuoco e di piombo mentre portava il suo Pony ad abbeverarsi ad una fontanella. Si tratta di Luciano Trovato, 28 anni e Giuseppe Gangemi che di anni ne ha 33. Gli agenti della squadra Mobile di Catania li hanno portati via sotto lo sguardo impietoso delle telecamere. È stato un pentito a dare una soluzione al delitto di piazza Villanuova. L’uomo si è chiamato fuori temendo di essere a sua volta eliminato. Una voce la sua, che ha fatto venire alla luce anche un’altra storia di ferocia.

L’ultimo orrore è la storia di Annalisa Isaia. Aveva vent’anni Annalisa, è morta ammazzata per mano di Luciano Trovato, lo zio materno, che l’ha prima attirata in un tranello e gli ha quindi ficcato due proiettili nella nuca, usando la stessa pistola con la quale avrebbe poi ammazzato Angelo Castorina a accecato il piccolo Nico. Doveva lavare l’onta di una nipote che andava a ballare con i giovani del clan avversario e che forse di uno di loro si era anche innamorata.

Alle 11 del mattino escono dal palazzotto di via Manzoni dove hanno sede gli uffici della Mobile. Un rituale triste e consumato. Si coprono la faccia con i fogli che li seppelliscono di accuse, Lorenzo Patané, l’uomo che guidava la vettura dei killer, e Carmelo Ragusa il capo del clan, che ha ordinato l’azione del commando costata la vista al piccolo Nico.

Ad indicare i sicari dunque è stato un testimone. L’uomo che quel pomeriggio prestò i primi soccorsi ad Orazio Signorelli, l’altro obiettivo del commando, salvato prima dal piccolo Nico che, trascinato dal suo pony imbizzarrito, finì sulla linea di tiro, e quindi da quest’uomo che lo trascinò al sicuro in una stalla sottraendolo ai colpi degli assassini. Il «Pentito» ha mostrato subito le sue credenziali agli uomini del vicequestore Enzo Montemagno. Un deposito di armi del clan con dentro tre fucili, tre pistole, una bomba a mano e un giubbino antiproiettile. I ferri del mestiere dei macellai. Quindi ha guidato i poliziotti fino alle campagne di Passo Martino, ai margini della zona industriale, dove sotto un metro di terriccio hanno trovato quel che restava di Annalisa. Infine ha fatto trovare la Fiat Uno usata per l’agguato e ha indicato i killer. Ha spiegato che Castorina e Signorelli erano stati condannati a morte perché avevano alzato troppo la testa, perché non rendevano più conto a nessuno del clan «Tigna» delle loro azioni, in particolare delle estorsioni.

Giovedì in tarda serata il cerchio si è chiuso e il sostituto procuratore Nicolò Marino che, assieme agli uomini della Mobile ha condotto le indagini, ha finalmente potuto guardare in faccia gli uomini a cui aveva dato la caccia a testa bassa per dieci lunghissimi giorni. Il caso è chiuso. «Chiuso certo, ma non dimenticato – dice il magistrato – quello che è accaduto ha lasciato il segno in ognuno di noi ed eravamo convinti che la vicenda avesse lasciato un segno anche nella gente del quartiere. Adesso abbiamo avuto la conferma che quel segno in qualcuno è stato profondo».

Il tavolo del questore Giovanni Finazzo è sommerso dai messaggi di congratulazioni. Ma a sottolineare l’importanza del risultato sono anche le istituzioni locali, con in testa il sindaco di Catania e il presidente della Provincia. Soddisfazione anche da parte del segretario della Cgil, Scarciofalo, che sottolinea come non sia sufficiente solo l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, senza una stretta collaborazione tra società civile e istituzioni.

La notizia degli arresti è arrivata in breve fino a Salisburgo, dove il piccolo Nico è stato operato dal professor Gerard Stieguer, per tentare il recupero funzionalità parziale di uno degli occhi. «Non so se siano persone che conosco – ha detto il padre del piccolo – ho poche notizie, ma posso dire che se sono stati loro dovranno capire da soli l’errore che hanno commesso».

In Questura ieri mattina c’era la folla delle grandi occasioni, si è aperta la sala usata per le conferenze stampa affollate dagli inviati e dalle telecamere delle testate nazionali. Erano contenti, e come non potevano esserlo, gli uomini della squadra Mobile. Alcuni metri più in là si consumava però un’altra tragedia. La più assurda forse. «Non è possibile, mio fratello non può aver ucciso mia figlia». Ignazia Trovato urla, piange, non vuol crederci anche se i funzionari della sezione omicidi cercano di farla ragionare, di calmarla. Provano in tutti i modi a farle accettare una verità che non può e non vuole accettare. Il fratello, rinchiuso ancora in un ufficio a pochi metri da lei, ha massacrato la sua figliola. L’ha giustiziata perché la considerava una ragazza troppo «facile», una che andava con tutti, anche con i nemici della cosca. Annalisa di clan, di mafia, di amici e nemici forse non voleva più saperne. Forse ha voluto respirare l’aria di una vita normale, amando chi la faceva innamorare, senza chiedergli prima a chi avesse giurato fedeltà con un santino in palmo di mano.

 

 

Articolo da La Stampa del 19 Aprile 1998
Punita con la morte dai killer di Nico
di Fabio Albanese
Uccisa a 20 anni: frequentava i ragazzi del clan rivale.
Presi gli uomini che hanno accecato il bimbo di Catania. La ragazza massacrata dallo zio con 2 colpi di pistola alla nuca.

CATANIA Come i barbari, senza più regole. La terribile vicenda del piccolo Nico, rimasto cieco per un proiettile vagante e l’arresto ieri di quattro dei cinque presunti responsabili, è servita anche a svelare un’altra storia, se possibile ancora più orrenda: una ragazza di appena 20 anni, Annalisa Isaia, uccisa dallo zio con due colpi di pistola alla nuca, colpevole di andare in discoteca con ragazzi, figli di mafiosi della cosca avversaria. Un delitto avvenuto un mese fa, del quale erano all’oscuro tutti, perfino i famigliari della giovane.

Il suo cadavere è stato trovato venerdì notte nelle campagne di Passo Martino, a Sud di Catania. Lo zio omicida, Luciano Daniele Trovato, 28 anni, è uno dei sicari che il 7 aprile hanno scatenato un inferno di fuoco in via Villanuova, nel degradato quartiere catanese di San Cristoforo, uccidendo il pregiudicato Angelo Castorina, ferendo un suo amico, Orazio Signorelli, e il piccolo Domenico Querulo, 5 anni, a cui un proiettile ha distrutto gli occhi. La polizia lo ha posto in stato di fermo insieme all’altro responsabile della sparatoria di 12 giorni fa, Giuseppe Gangemi, 33 anni, all’autista della Fiat Uno usata per l’agguato, Lorenzo Patanè, 37 anni, e a uno dei due mandanti Carmelo Ragusa, 40 anni. L’altro mandante, Giovanni Gennaio, 37 anni, è invece sfuggito alla cattura.

Mentre il questore Giovanni Finazzo e il magistrato titolare dell’inchiesta, il sostituto Nicolò Marino, ieri mattina raccontavano i dettagli dell’operazione, in un ufficio della squadra mobile gli agenti rivelavano alla madre di Annalisa, Ignazia Trovato, 44 anni, la terribile verità: «Sua figlia è stata uccisa un mese fa; le ha sparato lo zio, suo fratello». In un primo momento la donna non voleva crederci: «Non è possibile, non ci credo – urlava – mio fratello non può avere ucciso mia figlia». Poi è scoppiata in un pianto inconsolabile. Per un po’ di tempo i famigliari non si erano preoccupati della scomparsa di Annalisa. Ogni tanto la ragazza faceva una scappatella di qualche giorno, poi tornava. Invece, dopo due settimane, hanno dovuto fare denuncia di scomparsa. Alle ricerche aveva partecipato perfino lui, Luciano Trovato, lo zio assassino.

Il padre della ragazza, Paolo Isaia, è stato ucciso nel’93 in un agguato di mafia ad Acireale. Stando all’inchiesta, Annalisa la sera prima di essere uccisa era andata in discoteca con un ragazzo, pare vicino ad una cosca avversa. Per ucciderla lo zio l’avrebbe avvicinata con una scusa, invitata a salire in auto e poi condotta nelle campagne di Passo Martino. Lì le avrebbe sparato due colpi di pistola alla nuca e avrebbe quindi seppellito il cadavere. In questo modo avrebbe punito quella sua vita un po’ troppo irrequieta, quelle sue frequentazioni pericolose con gente degli altri clan; ragazzi che Annalisa incontrava perché erano della sua età, perché facevano parte del suo stesso mondo, non certo perché mafiosi.

Trovato avrebbe utilizzato la stessa pistola che ha ferito, due settimane fa, il piccolo Nico Querulo. A rivelare questo ennesimo, inutile quanto barbaro omicidio, è un uomo rimasto misterioso, un mafioso che ha visto in faccia gli uomini del commando entrati in azione il 7 aprile a San Cristoforo e che fanno parte della sua stessa cosca, quella degli «Sciuto-Tigna» impegnati in una sorta di sanguinoso «repulisti» interno. Il collaboratore si è presentato in questura due giorni dopo l’agguato e ha raccontato agli investigatori di avere deciso di parlare per timore di fare la stessa fine, perché aveva criticato il ferimento del bambino. Per farsi credere ha dapprima descritto l’auto usata per l’agguato, e che era già stata ritrovata dagli agenti nel centro storico di Catania, poi ha fatto ritrovare un arsenale di armi in una casa abbandonata di San Cristoforo, infine ha raccontato l’orrenda fine di Annalisa, facendone trovare il cadavere.

I killer dovevano uccidere sia Angelo Castorina sia Orazio Signorelli, che avevano tenuto per loro denaro proveniente da estorsioni. Signorelli, rimasto ferito ed ora scomparso nel nulla dopo essere stato dimesso dall’ospedale, è stato salvato proprio dal bambino rimasto cieco. I due pregiudicati, assieme a Nico e ad altri bambini del quartiere, stavano portando un pony a bere ad una fontana quando sono arrivati i killer. Ai primi colpi di pistola, il cavallo si è imbizzarrito e Nico, che lo teneva per le redini, si è trovato in mezzo alle due vittime predestinate, facendo da scudo a Signorelli; questi è stato soccorso e nascosto in una stalla poco distante proprio dal pentito che ha poi svelato i retroscena. Solo per un caso nella sparatoria non sono rimasti coinvolti altri bambini. Sia il sindaco, Bianco, sia l’arcivescovo, Bommarito, sia il procuratore, Busacca, ieri hanno sottolineato come «il muro di omertà finalmente stia cominciando a sgretolarsi».

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 19 Aprile ’98
Presi i feritori di Nico, il bambino rimasto cieco.
di Alfio Sciacca
Un pentito: il boss della cosca ha ucciso anche la nipote che usciva coi nemici. I genitori del piccolo a Salisburgo: speriamo che possa vedere ancora.

CATANIA – “Queste cose non si fanno, i bambini no”. Ci ha pensato per due giorni e alla fine ha deciso di dire basta. Il dramma del piccolo Nico lo ha spinto ad accusare gli amici di un tempo diventati troppo spietati anche per un mafioso. E ha fatto nomi e cognomi di uomini senza scrupoli capaci di sparare tra la folla e di uccidere per futili motivi. “Come un mese fa – ha raccontato – quando è stata ammazzata Annalisa Isaia, aveva 20 anni e la sua colpa era di andare a ballare con persone non gradite allo zio”. Un racconto inverosimile al quale gli inquirenti hanno stentato a credere. Banale il movente, mostruosi i particolari. Tanto da minare la credibilità del pentito. Almeno fino a quando non ha guidato la polizia fino al luogo in cui si è consumato l’assurdo delitto. Dunque due storie che s’intrecciano e sulle quali è stata fatta luce contemporaneamente con il fermo di 5 persone (una sesta è ricercata) accusate di omicidio e tentato omicidio.

Secondo la polizia sarebbero mandanti ed esecutori materiali dell’agguato del 7 aprile a San Cristoforo, dove venne ucciso il pregiudicato Angelo Castorina, e feriti il piccolo Domenico Querulo ed Orazio Signorelli. A sparare sarebbero stati Luciano Trovato, 28 anni, e Giuseppe Gangemi, 33. Lorenzo Patanè era invece alla guida dell’auto. Il tutto sotto la supervisione del boss Carmelo Ragusa, 40 anni, reggente del clan Sciuto e del suo luogotenente Giovanni Gennaio, 37 anni (latitante) in zona al momento dell’agguato. E qui s’inserisce la storia nella storia.

Secondo il pentito uno dei sicari di San Cristoforo, Luciano Trovato, sarebbe anche l’assassino della nipote Annalisa Isaia. L’uomo l’avrebbe punita solo perché frequentava dei coetanei legati a una cosca rivale. L’omicidio risale ad un mese fa. Lo zio l’avrebbe condotta in una zona di campagna ed uccisa con due colpi alla nuca sparati con la stessa pistola che ha successivamente accecato il povero Nico. Quindi Luciano Trovato ne avrebbe seppellito il cadavere nelle campagne di Contrada Passo Martino. Dopo giorni di ricerche, venerdì sera è stato recuperato il cadavere di Annalisa, sepolto sotto un metro di terra. Il ritrovamento della ragazza ha dato credibilità a tutto il racconto del pentito che in precedenza aveva offerto altre due pezze d’appoggio indicando la vettura del commando e un piccolo arsenale della cosca. Con questi riscontri in mano si è giunti alla cattura dei presunti sicari.

“Ci sono state d’aiuto anche alcune segnalazioni anonime – ha detto il procuratore Mario Busacca -; ciò ci induce ad un cauto ottimismo per il futuro della città”. Gli arrestati sono tutti esponenti del clan Sciuto. Lo stesso clan di Castorina e Signorelli, puniti perché avevano gestito in proprio alcune estorsioni. Il giorno dell’agguato anche il misterioso testimone era vicino al luogo della sparatoria. Sarebbe stato lui a soccorrere Signorelli ferito, trascinandolo dentro ad una stalla e poi accompagnandolo in ospedale. In un primo tempo l’uomo ha cercato di tenersi fuori. In seguito, scosso dal dramma di Nico e preoccupato per eventuali ritorsioni, ha iniziato a parlare. Ora è sotto protezione con moglie e figli.

“Tutti devono sapere – è stato il commento del sindaco Enzo Bianco – che a Catania non c’è più impunità. Aspettiamo ora un altro miracolo: che il piccolo Nico possa parzialmente riacquistare la vista”. “Ora possiamo veramente guardare al futuro con un pizzico di fiducia in più. Non è vero che l’omertà ha sempre il sopravvento su tutto”, commenta soddisfatto l’arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito. “I messaggi arrivano – dice il vescovo -. Non è vero che la gente è sempre omertosa. Questa è una svolta importante, dobbiamo ringraziare quanti hanno raccolto i ripetuti appelli alla collaborazione”.

I genitori di Nico hanno saputo dell’arresto dalla televisione nella clinica di Vigaun, nei pressi di Salisburgo, dove si trovano da tre giorni con il loro piccolo. “Noi pensiamo solo al bambino. Questo è il nostro unico, grande dolore. Non chiediamo vendetta, non chiediamo nulla. Ci interessa solo che Nico possa presto guarire e tornare a casa”. Grazia Castiglia e Mario Querulo mostrano un grande distacco. Subito dopo l’agguato si erano lasciati andare ad ogni tipo di imprecazione, ma 10 giorni dopo sembrano solo alla ricerca di serenità, soprattutto per il figlio. “Nico – dice al telefono la mamma – compirà 5 anni il prossimo 15 maggio. Io spero che per quel giorno possa avere acquistato parzialmente la vista da un occhio. Spero tanto in questo miracolo: lo riporteremo a Catania e gli faremo una grande festa”.

In un’atmosfera quasi ovattata la donna sta tutto il giorno accanto al figlio. Al telefono si sente anche la voce di Nico che non vuole che la mamma si allontani: ” È stato molto coraggioso ma ora è nervoso, spesso non ha voglia di mangiare, non sopporta poi gli infermieri perché sa che quando arrivano gli attaccano le flebo. Poi si addormenta e tutto passa”. Mercoledì il primario della Augenklinik Gerald Stiegler si pronuncerà sulle possibilità di recupero dell’occhio sinistro solo parzialmente danneggiato dalla pallattola. “Proprio oggi (ieri, ndr) il professore à venuto a togliergli la benda. Ha detto che non dovrebbero esserci problemi perché la cornea appare abbastanza chiara e pulita. Lui è ottimista, ma ci ha detto di aspettare ancora qualche giorno”.

 

 

 

Fonte: lettera32.org
Articolo del 2 giugno 2015
La mafia uccide anche i giovani. Scoglitti ricorda Annalisa Isaia, 22 anni
di Francesca Cabibbo

La biblioteca dell’Istituto comprensivo “Leonardo Sciascia” di Scoglitti è stata intitolata ad Annalisa Isaia, la ragazza catanese uccisa dallo zio, in contrada Passo Martino perchè la giovane (22 anni) frequentava degli amici appartenenti alle famiglie rivali. Annalisa Isaia è una delle vittime innocenti della mafia a cui “Avviso pubblico”, insieme alle scuole, sta dedicando alcuni luoghi (aule, biblioteche … ) Annalisa fu uccisa il 10 aprile 1998. Alla manifestazione, che si è svolta all’interno della scuola, hanno partecipato il vicepresidente di Avviso pubblico, Piero Gurrieri, il parroco, don Franco Forti, il presidente della circoscrizione, Salvatore Poidomani, gli ex assessori Salvatore Avola e Arcangelo Mazza, i consiglieri comunali Andrea Nicosia, Giovanni Moscato, Salvatore Artini, il comandante della stazione dei carabinieri di Scoglitti, maresciallo Rosario Piscopo. E’ stata la preside, Giuseppina Spataro, a presentare la giornata , affidando poi a due studentesse la presentazione della figura della giovane donna uccisa dallo zio. E’ stato anche proiettato il video della visita di papa Francesco in san Gregorio a Roma, il 21 marzo dello scorso anno, nel corso del quale il Pontefice ha pronunciato frasi e parole forti contro la corruzione , in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera e Avviso Pubblico. Poi è stata scoperta la targa, che è stata benedetta dal parroco, don Franco Forti. Ora, si preparano gli ultimi tre appuntamenti dell’iniziativa “Chiamami Ancora Amore”, che si terranno nella scuola elementare “Giuseppe Caruano”, all’Istituto “Sacro Cuore” e all’Istituto comprensivo “San Biagio”, con la intitolazione di spazi scolastici, rispettivamente, ad Agata Azzolina, a don Pino Puglisi e don Peppe Diana, e alla giovanissima Gelsomina Verde.
[…]

 

 

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

 

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Articolo del 3 gennaio 2021

 

Annalisa Isaia – Foto da Live Sicilia

 

 

 

 

 

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