10 Giugno 1922 Erice (TP). Ucciso Sebastiano Bonfiglio Sindaco di Monte San Giuliano

Foto da: Trapaninostra.it

Sebastiano Bonfiglio, sindacalista socialista, Sindaco di Erice dal 3 ottobre 1920, venne ucciso in un agguato dalla mafia il 10 giugno 1922.

Nacque nella frazione San Marco di Monte San Giuliano (oggi di Valderice), il 23 settembre 1879 da Nicolò e Francesca Tosto. Suo padre, nel 1893, partecipò fasci dei lavoratori siciliani locali e portò con sé anche il figlio quattordicenne. Interruppe presto gli studi, per lavorare in una falegnameria. Fu qui che aderì al movimento socialista. In seguito li riprese come autodidatta, conseguendo il diploma di perito agrario.
Organizzò il movimento contadino locale e nel 1902 assunse la guida della federazione provinciale del PSI di Trapani fino al 1904, quando si trasferì a Milano, dove trovò lavoro in una fabbrica di mobili e poi emigrò negli Stati Uniti, prima a Brooklyn e poi a Chicago, tornando in Sicilia nel 1913 e nel corso di uno sciopero di contadini fu arrestato e condannato nel 1914 a 5 mesi di reclusione. Nel corso del primo conflitto mondiale fu arruolato nel Corpo sanitario e inviato in Libia.
Dopo la guerra ridivenne segretario provinciale del PSI trapanese. Fu eletto consigliere comunale socialista di Monte San Giuliano (che allora comprendeva i territori di Erice, Valderice, Custonaci, San Vito Lo Capo e Buseto Palizzolo) il 3 ottobre 1920 e fu sindaco fino al 10 giugno 1922, quando venne ucciso in un agguato dalla mafia agraria, mentre tornava da una riunione della giunta comunale. Massimalista, al Congresso di Livorno del gennaio 1921 era stato eletto nella Direzione del Partito Socialista Italiano.
Fonte:  it.wikipedia.org

 

 

Fonte: Trapaninostra.it

Sebastiano Bonfiglio nasce a San Marco Valderice il 23 settembre del 1879 da Nicolò e Francesca Tosto.
Il padre avviò subito il figliolo al lavoro artigiano. Spirito rivoluzionario il Bonfiglio sin da giovanissimo partecipò alla formazione dei fasci dei lavoratori alimentando la sua costante opposizione alla politica e al potere che veniva esercitato dal clero, dalla borghesia del Comune capoluogo Monte San Giuliano, che lasciava le borgate e le frazioni di tutto il territorio abbandonate a se stesse, senza un intervento che potesse risolvere gli svariati ed annosi problemi della disoccupazione e del lavoro.
Partecipò attivamente alla politica e si distinse per la sua solérte attività per le rivendicazioni dei contadini e degli artigiani.
Dice Salvatore Costanza in una sua recente pubblicazione edita dal Comune di Valderice, che Bonfiglio «rappresenta l’uomo d’azione, l’artigiano contadino che, attraverso lo studio autodidattico arriva a superare le barriere dell’analfabetismo e a conquistare una certa conoscenza tecnica e politico-sindacale dei problemi agrari.»
Impegnatosi da solo negli studi, ottenne prima il diploma d’insegnante elementare e poi quello di perito agrario, che gli consentirono di assumere nel movimento socialista posizioni rappresentative di prestigio.
E’ stato qualche tempo in America, dove fondò una sezione socialista. Al ritorno in Patria fu chiamato al servizio militare in seguito all’avvento della la guerra mondiale. Finita la guerra riprese nel trapanese la sua fervente attività politica. In contrasto con, le prepotenze della amministrazione ericina e soprattutto sostenitore accanito dello spostamento del capoluogo dalla vetta ericina a S. Marco-Paparella. Nell’ottobre del 1920 le elezioni amministrative sono state vinte dal partito socialista.
Bonfiglio fu’eletto Sindaco di Monte San Giuliano. Tra i provvedimenti urgenti e di grande importanza la deliberazione consiliare del 23 gennaio 1921 per lo spostamento del Capoluogo dal Comune della vetta ericina alla frazione di San Marco-Paparella. Ma il 10 giugno del 1922 mentre rientrava da una riunione di giunta tenuta a Monte S. Giuliano, in località Gianguzzo fu ucciso in un agguato con due colpi di fucile.
Bonfiglio fu autore di innumerevoli articoli apparsi sulla «Voce dei Socialisti» che egli diresse per un certo periodo di tempo; sui giornali di partito «La Riscossa», l’Avanti, «Dittatura proletaria» ed altri. Valderice lo ricorda con un monumento eretto nella sua San Marco.

 

 

 

Fonte: sites.google.com
Bonfiglio Sebastiano: vittima degli agrari mafiosi
di Giuseppe Manfrin
da Avanti della Domenica – 12 gennaio 2003 – anno 6 – numero 02

Erice e Valderice, in provincia di Trapani, attualmente due distinti Comuni, erano due località che formavano un unico comune: quello di Monte San Giuliano. Nell’antico centro urbano di Erice risiedevano i proprietari terrieri, il clero e i “galantuomini”, che esercitavano da sempre il potere, mentre il vasto contado abitava nelle borgate
rurali dell’agro, per cui esisteva un forte distacco, geografico e sociale, fra le borgate rurali e il capoluogo del comune. In una di queste borgate rurali, la San Marco, nacque il 23 settembre 1879, Sebastiano Bonfiglio.
Il padre Nicolò aveva fatto parte nel 1893 del locale Fascio dei lavoratori, disperso poi dalla reazione crispina. Sebastiano Bonfiglio dovette interrompere le scuole elementari per andare a lavorare in una bottega di falegnameria, quindi aderì giovanissimo al movimento socialista.
Nel partito era indubbiamente un quadro dirigente d’azione; l’artigiano-contadino che, attraverso lo studio autodidattico, conquistò una certa conoscenza tecnica e politico-sindacale dei problemi agrari. Infatti, da solo, riuscì negli studi, a conseguire prima il diploma di insegnante elementare, poi quello di perito agrario (o ingegnere agronomo come a quel tempo erano chiamati).

Ciò consentì a Bonfiglio di assumere nel movimento socialista posizioni rappresentative e di prestigio. Sebastiano Bonfiglio partecipò attivamente alla ricostruzione del movimento socialista. All’inizio del XX secolo, si fece promotore di un nucleo di operai che, dopo poco tempo, diverrà sezione socialista. Inviò articoli al giornale di Cammareri-Scurti, “Il diritto alla vita” contro l’amministrazione comunale ericina e la famiglia Fontana, che deteneva il potere da quindici anni, basti pensare che un terzo dei consiglieri comunali e tre su cinque membri della Giunta, appartenevano al clan famigliare del latifondista di Erice. Negli articoli, vi era la denuncia dei comportamenti e dei metodi medioevali invalsi nella politica amministrativa dei Fontana e dei rapporto con i lavoratori dipendenti assoggettati dal bisogno economico. Nel 1901 si svolse nella zona un compatto sciopero agricolo che obbligò i Fontana a scendere a patti con i socialisti che organizzano il movimento contadino.

Nell’interessante pubblicazione: “Sebastiano Bonfiglio – Biografia e testimonianze a cura di Salvatore Costanza (edito nel 1979 dal Comune di Valderice) è stata ampiamente descritta la ostinata resistenza dei proprietari terrieri e le pressioni fatte presso l’on. Nunzio Nasi per un intervento di forza contro gli scioperanti. Ma, tale richiesta, vene vanificata dal proclamato atteggiamento dell’on. Giolitti, di neutralità nei conflitti sindacali. Tale atteggiamento consentì agli organizzatori dello sciopero di ottenere sensibili miglioramenti sui prezzi dell’affitto dei contadini e sui salari dei braccianti. La partecipazione di Bonfiglio allo sciopero agricolo del 1901, segnò l’inizio della sua attività di dirigente e nel 1902 assunse la guida della federazione provinciale del Psi di Trapani e nel 1903 del giornale “La voce dei socialisti”. Nel 1904 Bonfiglio lasciò improvvisamente la Sicilia e si trasferì a Milano, dove trovò lavoro nella fabbrica di mobili Stigler. A Milano, prese contatti con sindacalisti ed esponenti del Psi (Lazzari, Turati, e altri). Ritornò in Sicilia nel 1906, ma dopo poco tempo, accogliendo l’invito di suoi parenti, si recò negli Stati Uniti d’America. Bonfiglio, assieme ad altri compagni, organizzò la sezione socialista di Brooklyn e una cooperativa di consumo (1909). Nel 1911 venne chiamato a dirigere il giornale “La voce dei socialisti” di Chicago. Tornato in Sicilia nel 1913, Bonfiglio condannò la scissione riformista (Bissolati) nel Psi e venne incluso nel Comitato promotore per il rafforzamento del partito in Sicilia. Sempre nel 1913, guidò lo sciopero dei contadini. Venne arrestato e condannato a cinque mesi di reclusione. Uscito dal carcere nel 1914 si schierò decisamente contro i fautori della guerra. Con il primo conflitto mondiale; Bonfiglio fu arruolato nel Corpo sanitario ma, a causa delle sue idee sovversive, venne trasferito a Cirene (in Libia), dove dette un segno tangibile della sua solidarietà internazionalista e anticolonialista, aprendo una scuola per bambini arabi. A guerra finita, ripresa la sua attività politico-sindacale fra i contadini e la guida del Psi nel trapanese.

Il 3 ottobre 1920 i socialisti vinsero clamorosamente e in maniera schiacciante le elezioni amministrative a monte San Giuliano e Sebastiano Bonfiglio venne eletto sindaco.

Seguace della linea massimalista (Serrati-Baratono) al Congresso nazionale di Livorno del 1921, venne nominato membro della Direzione del Psi.

Il 10 giugno 1922, mentre Bonfiglio tornava, assieme ad un compagno, dalla riunione della Giunta municipale, venne colpito a morte, da un sicario appostato dietro un muretto, da due colpi di fucile.

La mafia, in difesa degli interessi dei latifondisti ed agrari, era già intervenuta con ferocia, la dove più acuti furono i conflitti agrari: a Salemi, Castelvetrano, Paceco, nell’Agro Ericino, uccidendo capilega e dirigenti di cooperative. Alla schiera di questi martiri, il 10 giugno 1922 si aggiunse quello di Sebastiano Bonfiglio, indomito combattente socialista, sindaco di Monte San Giuliano e membro della Direzione del Psi.

 

 

 

Fonte:  vivi.libera.it
Articolo del 9 giugno 2017
Sebastiano Bonfiglio, una figura di straordinaria attualità
di Anita Bonfiglio

C’era un libro a casa dei miei genitori che mi ha sempre incuriosito: aveva la copertina leggermente sbiadita e la fotografia di un uomo d’altri tempi, con il cappello e l’aria severa. Un giorno chiesi a mio papà chi fosse quell’uomo e lui, con grande semplicità, mi disse che si trattava di Sebastiano Bonfiglio, uno zio di suo padre che faceva il sindaco di un paese in Sicilia e che fu ucciso dalla mafia.

La mafia, quella cosa bruttissima che per me bambina significava solamente terribili esplosioni, strade saltate sventrate e corpi straziati. “Papà, ma la mafia non uccide solo giudici e poliziotti?” chiesi con un misto di sorpresa e curiosità. “No, la mafia uccide chiunque non faccia quello che vuole lei”. Ero piccola e per un certo tempo tanto mi bastò. Crescendo, ho sentito la necessità di capire e ho cominciato a leggere e a studiare, partendo proprio da quel libro, che per me, studentessa ginnasiale, con le sue pagine ruvide e macchiate dal tempo, aveva un che di antico.

Sebastiano Bonfiglio nasce nel disciolto comune di Monte San Giuliano (attualmente Erice, Valderice, Custonaci, Buseto Palizzolo e San Vito Lo Capo) il 23 settembre del 1879, precisamente in località San Marco, una borgata rurale alle pendici del Monte Erice; inizia a lavorare presso la bottega di un artigiano a quattordici anni e alla stessa età, nel 1893, partecipa con il padre alle rivolte organizzate dal movimento dei Fasci Siciliani per rivendicare maggiori diritti per i contadini che lavoravano sulle terre dei grandi latifondisti.

A vent’anni, nel 1899, fonda, con l’artigiano che lo aveva preso a bottega, la società agricolo-operaia di mutuo soccorso: è l’inizio di un crescente impegno sociale e politico. I primi anni del ‘900 sono intensissimi: studia da autodidatta e consegue prima il diploma di insegnante e successivamente quello di ingegnere agronomo (perito agrario), fonda e dirige la prima sezione locale del partito socialista, critica duramente, attraverso i giornali locali, l’amministrazione comunale così distante dai problemi della maggioranza della popolazione e attenta unicamente agli interessi delle poche famiglie facoltose della zona. Senza mai abbandonare l’attività politica nella terra natale, fra il 1904 e il 1906 si reca prima a Milano e poi negli Stati Uniti d’America: durante questi soggiorni lavora come operaio in industrie importanti e prende contatto con le associazioni e i partiti che si pongono come obiettivo primario la tutela dei diritti dei lavoratori.

Quando nel 1913 torna definitivamente in Sicilia, prende parte all’organizzazione di un grande sciopero contadino e per questo è arrestato da un commissario di pubblica sicurezza destinato a diventare molto famoso nella storia della lotta alla mafia: Cesare Mori. Dopo il breve periodo di detenzione, torna immediatamente alla politica attiva schierandosi fermamente contro l’ipotesi di un conflitto bellico e in particolare contro l’eventuale appoggio dell’Italia agli Imperi centrali. La Grande Guerra lo vede richiamato alle armi come riservista e inviato in Cirenaica da “sorvegliato speciale” da parte delle gerarchie militari. In Libia, come una sorta di cooperante ante litteram, l’autodidatta divenuto maestro elementare, fonda una scuola per i bambini arabi.

Al termine del conflitto, il partito, che nel frattempo ha conquistato qualche seggio in consiglio comunale, decide di candidarlo a sindaco del paese: il 3 ottobre 1920 Sebastiano Bonfiglio è eletto sindaco del comune di Monte San Giuliano. In questa attività trasfonde tutto l’impegno di una vita, promuovendo azioni a tutela della popolazione contadina e degli artigiani, denunciando apertamente ogni atto di violenza compiuto dai mafiosi al soldo dei grandi latifondisti locali e opponendosi con fermezza ai tentativi di coloro che in passato avevano amministrato il territorio e che ancora sedevano in Consiglio per far prevalere gli interessi particolari di poche influenti famiglie sull’interesse generale della popolazione.

Sebastiano Bonfiglio muore il 10 giugno 1922 a quarantadue anni; a sparargli, mentre rientra da una seduta consiliare, una mano rimasta anonima, appostata dietro i rovi di una curva sulla strada che percorreva per tornare a casa. Una mano rimasta anonima, ma sicuramente appartenente a quei mafiosi che già si erano macchiati di gravi violenze nell’agro ericino e armata certamente dagli esponenti di quei gruppi di potere che l’azione del sindaco socialista stava evidentemente danneggiando. La mafia uccide chiunque non faccia ciò che lei vuole. Adesso ho capito. Ho capito perché la mafia uccide anche sindaci, amministratori e pubblici funzionari: perché un bravo sindaco, un bravo amministratore conosce la differenza fra interesse generale e interessi particolari; perché un bravo sindaco, un bravo funzionario agisce, avendo come unico obiettivo il bene collettivo. La mafia è il contrario di tutto ciò: la mafia è prevaricazione, è violenza, è interesse di pochi a scapito del bene di molti.

Riguardo la foto sulla copertina del libro; quello sguardo che inizialmente mi sembrava severo e forse un po’ antipatico, mi appare adesso sincero e determinato: è lo sguardo di chi crede fortemente in qualcosa, di chi sceglie una missione, di combatte fino in fondo pur consapevole dei rischi che corre. La missione di Sebastiano Bonfiglio ha un nome, ancora oggi attualissimo: giustizia sociale. La stessa per quale vent’anni dopo i partigiani hanno combattuto contro il nazifascismo. La stessa a cui tende ogni parola della nostra Costituzione. Mi sembrava un uomo d’altri tempi e poi ho scoperto con stupore e un pizzico d’orgoglio che invece, pur avendo vissuto tutta la sua vita in un’Italia sotto molti profili, del tutto diversa da quella contemporanea, è una figura di straordinaria attualità: una persona che ha superato i limiti imposti dalla sua umile condizione natale e ha dedicato tutta la sua vita a combattere contro ogni forma di ingiustizia e di sopraffazione, con l’unico intento di realizzare una società più equa, più civile.

 

 

 

 

Libro: Sebastiano Bonfiglio – Biografia e testimonianze – a cura di Salvatore Costanza – Edito Comune Valderice, 1979, 2017

Fonte: larisaccamensiletrapanese.it
Articolo del 9 settembre 2017
VALDERICE RICORDA SEBASTIANO BONFIGLIO
di Giovanni Barraco

«Ricordando Sebastiano Bonfiglio» è stato l’evento voluto dall’Amministrazione comunale di Valderice – e dal sindaco Mino Spezia – in occasione della ristampa del volume Sebastiano Bonfiglio. Biografia e testimonianze a cura di Salvatore Costanza, dato alle stampe nel 1979, nel centenario della nascita.

Nella ristampa odierna – lo ha detto Spezia, in occasione dell’incontro tenuto venerdì 28 aprile nella Sala Conferenze del Molino Excelsior di Valderice – si fa un esplicito riferimento all’importanza della memoria. «La memoria è testimonianza. È storia di un percorso umano. Quella di Bonfiglio è strumento collettivo di conoscenza, di abnegazione, di profonda solidità ideale», scrive – tra l’altro, il sindaco, nella presentazione del volume. «[…] La ristampa non è soltanto un ulteriore riconoscimento a un simbolo di libertà e di autodeterminazione. È l’invito a sostenere, seguendo il suo insegnamento quanto mai attuale, l’unica battaglia che val la pena di affrontare, senza remore e tentennamenti: la battaglia per la libertà.».

A tracciare la figura dell’Apostolo delle lotte contadine – dialogando con il giornalista Rino Giacalone e rispondendo alle domande degli alunni dell’I.I.S.S. “Sciascia – Bufalino” – è stato l’Autore dell’Opera, Salvatore Costanza. Nell’occasione, lo storico trapanese – oltre ad aggiungere qualche notizia inedita sull’attività svolta a Brooklyn e a Chicago, “nell’azione di difesa dei nostri connazionali, vittime dello sfruttamento dei cosiddetti «banchieri» ” –, ha presentato uno spaccato della realtà socio-economica e politica dell’Agro ericino tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, facendo riferimento alle lotte del mondo contadino contro il potere egemone dei proprietari terrieri e dei massari (i cosiddetti “galantuomini”) che vivevano ad Erice vetta, ha sottolineato che “la mafia non era tanto contro gli aspetti economici contingenti, ma contro il rischio che la presa di coscienza politica e civile che il mondo contadino andava assumendo potesse sottrarsi alla subalternità alla mafia”.

La serata ha registrato la testimonianza di un pronipote di Sebastiano Bonfiglio che ha attinto ai lontani ricordi d’infanzia per fare memoria del prozio. Rivolto ai giovani presenti in sala ha fatto suo un accorato invito che si trova negli scritti di Antonio Gramsci: «“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza; organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. […] Da parte di Sebastiano, studiare era la strada per diventare un uomo libero, un uomo che non doveva togliersi il cappello con quelli con cui doveva relazionarsi, doveva andare da uomo!».

Per completezza di informazione, aggiungeremo che Antonello Di Gregorio ha letto brani del volume di Salvatore Costanza, Anna Giambona ha declamato una poesia composta per l’occasione e Piera Bertolino – accompagnata alla chitarra da Michele Dell’Utri – ha coinvolto emotivamente il pubblico eseguendo canzoni del repertorio di Rosa Balistreri. In definitiva, una serata happening che resterà anch’essa nella memoria dei partecipanti.

 

 

 

 

 

 

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