10 Novembre 1992 Gela (CL). Ucciso il commerciante Gaetano Giordano. Vittima del racket.

Foto da: 19luglio1992.com

Gaetano Giordano, 55 anni.
Dopo il servizio militare, aprì un’attività di parrucchiere per uomo. Nel 1963 conobbe Franca Evangelista, genovese, arrivata a Gela per motivi di lavoro del padre. I due si sposarono, consolidando l’attività economica che nel frattempo si era trasformata in negozi di profumeria (unici per molto tempo nel territorio gelese). Nel 1989, a seguito di una richiesta estorsiva, Gaetano Giordano fece regolare denuncia. Il 10 novembre del 1992 alle ore 20.00 venne ucciso sotto casa con cinque colpi alla schiena mentre con il figlio, ferito nella sparatoria, stava rientrando.
vivi.libera.it

 

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 13 novembre 1992
La moglie dell’ucciso: «Era rimasto solo»
di Ruggero Farkas
A Gela la vedova di Gaetano Giordano accusa le forze dell’ordine. E ora è sotto scorta il capo dell’antiracket. In Procura un nuovo pentito ha parlato.  Ma dopo gli omicidi, le denunce dei commercianti sono diminuite.

Si sfoga tra le lacrime la vedova del commerciante ucciso a Gela «L’hanno lasciato solo». Oggi, alle 16, i funerali. Da ieri è sotto scorta il capo dell’associazione antiracket. Nuovo rapporto investigativo in Procura: ha collaborato un pentito. Dopo la morte di Giordano e Panunzio, diminuite le segnalazioni ai telefoni anti pizzo. E per la Confcommercio 13 imprenditori su cento in Italia sono minacciati.

GELA. «State attenti, state attenti a quello che scrivete, alle inesattezze, noi a Gela ci rimarremo, continueremo a vivere in questo paese». Si sfoga tra le lacrime davanti alla porta di casa, Franca   Evangelista la moglie di Gaetano Giordano, venditore di profumi e borse di pelle firmate, assassinato perché non voleva cedere al ricatto del «pizzo». Parla in piedi, accanto ai parenti anche loro in piedi, la vedova. Non chiude la porta di quella che per un giorno è stata la camera ardente del commerciante «ribelle», al centro della sala, dietro un mazzo di fiori c’è la bara in radica di Gaetano Giordano. «Mio marito non era un eroe. Era un semplice commerciante che chiedeva solo di poter lavorare in pace, che voleva vivere in questa città». E poi «Si era esposto in prima persona e poi lo hanno lasciato solo senza scorta, in balla dei suoi assassini».

Piange. E domanda a che servono adesso le manifestazioni, i cortei. Chiede di essere dimenticata, di essere lasciata in pace «tanto non cambierà nulla». Sotto casa sua in via Verga passa gridando, tenendo alcuni fogli di cartone con scritto «No alla mafia» una cinquantina di bambini delle scuole elementari. Spunta dal nulla il piccolo corteo colorato dagli zainetti e dalle cartelle. I bambini hanno imitato la grossa manifestazione di ieri mattina, nel centro di Gela cinquemila studenti hanno sfilato gridando contro la piovra del «pizzo» battendo i piedi sull’asfalto e applaudendo davanti alla profumeria dei Giordano.

Ci voleva un morto perché si muovesse qualcosa a Gela. Da ieri Rosario Alessi presidente della Confcommercio e dell’associazione antiracket del paese ha una scorta. Gli agenti lo seguono ovunque. I responsabili della sicurezza pubblica hanno paura che avvenga un altro omicidio dimostrativo. Fino a ieri solo ad Antonino Miceli – concessionario della «Lancia» che ha puntato il dito contro i boss del racket – era stata concessa una «tutela» che però non dura tutto il giorno.

Stamattina alle 9,30 ci sarà una manifestazione organizzata dai sindacati dai commercianti e dalle loro organizzazioni di categoria. Alle 16 nella chiesa Madre saranno celebrati i funerali del commerciante assassinato. Forse ci sarà anche Massimo, il figlio, rimasto ferito lievemente nell’agguato di due giorni fa.  Alle 10 arriverà la Commissione antimafia nazionale con il presidente Luciano Violante. Parteciperà ai funerali insieme a Tano Grasso, deputato pds, al presidente della Regione Campione, al sottosegretario agli Interni, inviato dal ministro Mancino, e al vicecapo della polizia Pierantoni.

L’Antimafia incontrerà i vertici investigativi, il prefetto di Caltanissetta, il commissario straordinario al Comune. Si farà un’idea Luciano Violante di quello che sta succedendo nella cittadina «spaccata» dove polizia e carabinieri lavorano separatamente, dove la metà dei commercianti, che sicuramente pagano le tangenti alle bande mafiose, collabora con gli investigatori e l’altra metà preferisce finire sotto accusa per favoreggiamento. Alcuni negozianti aiutano i carabinieri. Altri – una decina – si sono rivolti alla polizia. Gli investigatori lavorano a compartimenti stagni. Un nuovo rapporto è stato inviato in procura dai poliziotti del commissariato di Gela e è anche il contributo di un pentito nell’indagine. Presto ci saranno alcuni arresti.

 

 

 

Fonte  comune.villadalme.bg.it 

Gaetano Giordano nasce a Riesi (CL) il 09/06/1937. Dopo il militare apre un’attività di parrucchiere per uomo. Nel 1963 conosce Franca Evangelista, genovese, arrivata a Gela per motivi di lavoro del padre. In seguito Franca e Gaetano si frequentano, si fidanzano e si sposano, consolidando l’attività economica che nel frattempo si era trasformata in negozi di profumeria (unici per molto tempo nel territorio gelese). Nascono due figli Massimo e Tiziana in una realtà di lavoro sana e fiorente.
Marito e moglie collaborano nell’attività commerciale in un contesto familiare e lavorativo concreto e normale, i ragazzi studiano con profitto e, finito il liceo a Gela, accedono alla Luiss di Roma.
Negli anni 1980-90 Gela è una polveriera; incendi e sparatorie fra clan rivali per la supremazia del territorio. I commercianti, che sino ad allora come fatto di costume, si adeguavano a pagare il pizzo (pochi esclusi, compresi noi, non erano disturbati) cominciavano a scalpitare, cercando di uscire da questo mal costume. Nel 1989 a seguito di una richiesta estorsiva si fa regolare denuncia.
Il 10 Novembre del 1992 senza che nulla facesse presagire quanto poi è successo, alle ore 20, Gaetano Giordano veniva ucciso sotto casa con cinque colpi alla schiena mentre con il figlio, ferito nella sparatoria, stava rientrando a casa. Dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia si scopre che l’uccisione di Gaetano Giordano è stata decisa a sorte tramite estrazione del biglietto con il suo nome (altri 3-4 commercianti che come lui avevano denunciato erano segnati negli altri bigliettini quindi papabili vittime).
All’età di 55 anni Gaetano Giordano cessava di vivere per mano di alcuni mafiosi che vengono poi arrestati l’anno dopo. L’uccisione di Gaetano Giordano doveva essere un monito per negozianti e imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, ma da quell’omicidio la cittadinanza prende coscienza e i mafiosi hanno sempre meno titolo sul territorio.
Subito dopo i funerali, valutando le possibilità che erano date dalla presenza dei familiari di Gaetano Giordano ad Almè si è pensato di seppellirlo in quel luogo. Tutto questo nasce dall’incertezza per il futuro che aveva attanagliato la famiglia che prevedeva entro breve di trasferirsi da Gela. Questo è il motivo per cui Gaetano Giordano è stato seppellito ad Almè, dove è stato accolto con la riconosciuta carità cristiana di quei luoghi.
A Maggio 2005 nasce a Gela l’Associazione “Antiracket Gaetano Giordano”.

 

 

 

Foto e Articolo di 19luglio1992.com
In memoria di Gaetano Giordano: “Non posso piegarmi proprio ora”
di Serena Verrecchia

In attesa che lo Stato dia delle risposte concrete ed immediatamente realizzabili ad Ignazio Cutrò e Valeria Grassi, ricordiamo, oggi, la figura di un altro “imprenditore-coraggio”, un altro siciliano morto perché aveva deciso di non piegare il capo dinanzi alla tracotanza della criminalità organizzata, che imponeva, e impone tuttora, le proprie leggi e le propri volontà in una realtà ormai succube dei poteri criminali.

Gaetano Giordano non era un eroe. Aveva due figli ed era il proprietario di un noto negozio in pieno centro storico, a Gela. Conosceva la legge della mafia, sapeva benissimo di dover pagare il pizzo per non incappare in situazioni spiacevoli e pericolose per lui e per la sua famiglia; conosceva anche la storia di Libero Grassi e ne ricordava soprattutto l’epilogo, pertanto sapeva a cosa si andava incontro se si disobbediva alle leggi della mafia, ma tutto ciò non gli importava. O meglio, Gaetano era consapevole, più di tutti gli altri suoi concittadini, del fatto che, per riemergere dalle tenebre dell’incubo del pizzo e della sudditanza nei confronti dei poteri criminali, era necessaria una rivoluzione partecipata di tutto il popolo, una rivoluzione nella quale tutti i commercianti e gli imprenditori dovevano imporsi il coraggio di urlare il proprio “no” in faccia all’estorsore che, periodicamente, si presentava alle porte delle imprese per riscuotere il pizzo. La voglia di sentirsi partecipe di un’ondata di cambiamento fu il principio dell’odissea di Gaetano. Il suo estorsore era un ragazzino, uno di quei tipacci prelevati dalla strada troppo presto, un ventenne la cui massima aspirazione era ritrovarsi in galera nel giro di qualche anno. “Aveva la faccia da bambino e un sorriso innocente” ricorda Franca, la moglie dell’imprenditore. Si chiamava Ivano Rapisarda, per gli amici e colleghi “Ivano Pistola”, ed indubbiamente meno innocenti del suo sorriso erano le motivazioni che lo spingevano a bussare alla porta di Gaetano, il quale, alla richiesta della tassa da pagare alla mafia, aveva sempre risposto con un “no” secco e deciso. Tuttavia, Ivano Pistola non amava essere cacciato in malo modo dai negozi come un criminale qualunque, così ebbero inizio le ritorsioni e l’imprenditore iniziò a pagare le conseguenze del suo coraggio: dopo innumerevoli minacce, gli incendiarono il negozio e gli arrecarono danni per 200 milioni. Stanco di dover fare i conti con un’organizzazione che si sostituiva allo Stato e pretendeva forse più dello Stato, Gaetano denunciò tutto ai carabinieri e il Pistola finì tra le sbarre senza deludere le aspettative. Cosa nostra però non poteva permettere che tutto ciò avvenisse senza intralci, così, il 10 novembre del 1992, decise di troncare la vita dell’imprenditore.

Cinque colpi di pistola e la fine di un uomo che non amava reputarsi un eroe e, anzi, quando si lodava il suo coraggio, era solito rispondere: “Io coraggioso? Macché. Io ho una fifa da matti. Ma non posso piegarmi proprio ora che i commercianti hanno fatto la rivoluzione con le denunce degli estorsori“.

Gaetano Giordano non era un eroe; era semplicemente un imprenditore per il quale pagare il pizzo non sarebbe mai stato “normale” o necessario. Gaetano Giordano era un uomo normale, ma sappiamo benissimo che comportarsi da uomini normali, in alcune situazioni ed in determinate realtà, diviene qualcosa di eroico, dunque anche Gaetano Giordano è da considerarsi un eroe, della stessa tempra di coloro che tutt’oggi combattono la medesima battaglia per reclamare il proprio diritto alla Libertà e il proprio NO alle prepotenti richieste della mafia.

 

 

 

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