10 Settembre 1981 Palermo. Ucciso Vito Ievolella, Maresciallo dei Carabinieri.

Foto da: mediterraneonline.it

Vito Ievolella, sottufficiale dei carabinieri, fu ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale il 10 settembre 1981 da sicari mafiosi. Si trovava nella sua auto, una Fiat 128, in cui aspettava insieme alla moglie la figlia Lucia, impegnata in una lezione di scuola-guida. Gli assassini lo affiancarono con un’altra vettura esplodendo numerosi colpi di fucile e pistola.
Vito Ievolella era di stanza dal 1965 presso la Caserma Carini, in Piazza Giuseppe Verdi, dove lavorò a fianco del colonnello Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto del 1977. I risultati ottenuti grazie alle sue tecniche investigative furono ricompensati da 7 encomi solenni e da 27 apprezzamenti del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. La causa del suo omicidio è probabilmente legata ad una sua indagine del 1980 che si concluse con una relazione dal titolo “Savoca più quarantaquattro”, che implicava fortemente la famiglia mafiosa Spataro, e che riguardava il contrabbando delle sigarette, già intrecciato al traffico degli stupefacenti. Nel processo per l’omicidio del maresciallo Vito Ievolella, la I sezione presidiata da Corrado Carnevale ha annullato per ben tre volte la condanna dello stesso imputato

 

 

 

Foto e articolo tratto da: mediterraneonline.it 
Commemorazione del maresciallo dei Carabinieri Vito Ievolella
Articolo del 9 settembre 2009

Il 10 settembre del 1981 alle 20,30 circa, il Maresciallo Vito IEVOLELLA era in compagnia della moglie Iolanda a bordo della loro Fiat 128 in via Serradifalco, stava aspettando che la figlia 20 enne Lucia Assunta uscisse dalla scuola guida dove frequentava un corso per il conseguimento della patente. All’agguato parteciparono quattro killer mafiosi armati di pistole calibro 7,65 e fucili caricati a pallettoni, giunti a bordo di una Fiat Ritmo, risultata poi rubata, scesi dall’autovettura fecero fuoco in direzione del Maresciallo IEVOLELLA, nell’occorso la moglie riportò una leggera ferita alla regione sopraccigliare destra.Il mezzo usato dai killer fu dato alle fiamme e quindi abbandonato in via Caruso dove fu ritrovato dai Carabinieri.

Fu chiaro immediatamente che l’assassinio del Maresciallo IEVOLELLA era da inquadrare in un programma mafioso teso all’eliminazione di quanto si opponesse all’espansione degli interessi criminali. La causa della sua morte va ricercata in un’indagine, svolta nel 1980 e finitosi con un “esplosivo” rapporto dal titolo “Savoca più quarantaquattro”, all’interno della quale erano individuate le gravi responsabilità e i loschi affari di personaggi di spicco della mafia dell’epoca, tra cui la famiglia SPATARO.

Il Maresciallo IEVOLELLA era molto noto negli ambienti investigativi dell’Arma e tra i Magistrati per la sua capacità professionale, per l’impegno investigativo e per la determinazione a fare luce tanto sul delitto comune quanto su quello mafioso.
Prestava servizio a Palermo dalla sua nomina a Vicebrigadiere, prima presso le Stazioni di Palermo Duomo e Palermo Centro e dal 1965 presso il Nucleo Investigativo del Gruppo di Palermo.

Il valore e l’impegno nell’attività investigativa gli erano valsi sette encomi solenni e quattordici lettere di apprezzamento del Comandante Generale dell’Arma, da parte della stampa, aveva ricevuto appellativi come “segugio temuto dai boss” e “specialista in casi difficili”.

Al Maresciallo IEVOLELLA, il Capo dello Stato concedeva la Medaglia d’Oro al Valore Civile con la seguente motivazione:
Addetto a Nucleo Operativo di Gruppo, pur consapevole dei rischi a cui si esponeva, si impegnava con infaticabile slancio ed assoluta dedizione al dovere in prolungate e difficili indagini – rese ancora più ardue dall’ambiente caratterizzato da tradizionale omertà- che portavano all’arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato tesogli da quattro malfattori, immolava la vita ai più nobili ideali di giustizia e di grande eroismo.

 

 

Fonte Wikipedia

Nel processo per l’omicidio del maresciallo Jevolella, la I sezione presidiata da Corrado Carnevale ha annullato per ben tre volte la condanna dello stesso imputato.

 

 

Articolo del 10 Settembre 2011 da 19luglio1992.org
In ricordo di Vito Jevolella
di Serena Verrecchia
“Addetto a nucleo operativo di Gruppo, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, si impegnava con infaticabile slancio ed assoluta dedizione al dovere in prolungate e difficili indagini – rese ancora più ardue dall’ambiente caratterizzato da tradizionale omertà – che portavano alla individuazione e all’arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato tesogli da quattro malfattori, immolava la vita ai più nobili ideali di giustizia e di grande eroismo”

Con queste parole fu assegnata la medaglia d’oro al valore civile al sottuficiale dei Carabinieri Vito Jevolella. A ritirarla, furono, come accade sempre in questi casi, i parenti. E’ questo che rimane loro dei propri famigliari uccisi dalla criminalità organizzata: il ricordo di tempi felici e una medaglia d’oro che mai nessuno potrà più indossare.
Vito Jevolella aveva cinquantadue anni quando fu ammazzato e ben trentatrè di esperienza tra i ranghi dell’Arma dei Carabinieri. Nacque a Benevento nel dicembre del 1929 e, all’età di diciannove anni, si arruolò e fu spedito a prestare servizio presso le caserme di Alessandria e Firenze.
Con l’intenzione di schierarsi in prima linea contro la criminalità organizzata, chiese ed ottenne il trasferimento per la Sicilia, così, all’inizio degli anni Sessanta, intraprese la sua battaglia a Palermo. Lavorò al fianco del colonnello Giuseppe Russo, ucciso anch’egli dalla mafia nell’agosto del’77, occupandosi principalmente di delitti di stampo mafioso.
Trasferito alla caserma “Carini”, coordinò le attività del reparto “Delitti contro il patrimonio” del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo.
Vito Jevolella era un grande carabiniere. Coraggioso, ostinato e determinato, portava avanti il suo lavoro con eccezionale professionalità, tanto da essere ricompensato da ben sette encomi solenni e ventisette apprezzamenti del Comandante generale dell’Arma.

Fu un antesignano delle moderne tecniche investigative antimafia e il suo contributo alla lotta a Cosa nostra è tra i più lodevoli ed irreprensibili.
Dopo l’assassinio del colonello Russo, sebbene avesse capito che i suoi nemici facevano sul serio e che non lo avrebbero lasciato vivere più del suo comandante, non si prostrò e non si tirò indietro. Il suo animo era troppo fermo e deciso per poter essere svilito, per questo continuò a lavorare con la stessa costanza e assiduità di prima, ancora più deciso a sventrare quella metastasi che soffocava le libertà di un intero Paese.
Tra l’80 e l’81, redasse un rapporto sulla criminalità organizzata del Palermitano, andando a ricostruire vincoli associativi tra soggetti denunciati e minando affari e interessi delle cosche. Soprattutto, egli intuì che dietro il contrabbando di sigarette, il traffico di droga e alcuni omicidi all’apparenza inspiegabili, c’era Cosa nostra con Tommaso Spadaro.
Piovvero le minacce e le intimidazioni. Vito Jevolella viveva e operava in un clima di isolamento assoluto, tra l’indifferenza della società civile alle battaglie contro la criminalità organizzata e l’assenza di supporti da parte dello Stato. Era già stato ucciso il colonnello Russo e lui si era esposto più del dovuto. Erano stati assassinati il procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, il dirigente della Squadra mobile Boris Giuliano e il giudice Cesare Terranova.
Era un bersaglio facile per le pallottole di Cosa nostra.
Gli fu affidata una scorta, che, in effetti, lo scortò per poco tempo. Qualche mese prima di morire, Vito Jevolella fu ricoverato per un sospetto tumore allo stomaco. Appresa la notizia, tra le sbarre dell’Ucciardone festeggiarono con lo spumante, ma lui fu presto dimesso. Stavolta però, non c’era la scorta ad aspettarlo fuori dall’ospedale, sotto casa, in caserma, accanto alla sua auto. Forse dandolo già per morto, gli avevano revocato la protezione, abbandonandolo al proprio destino.
Spadaro e i suoi, invece, lo consideravano ancora un peso e ne decretarono la fine. La sera del 10 settembre del 1981, Vito Jevolella era in macchina con sua moglie e stava aspettando la figlia Lucia, che frequentava un corso di scuola guida per prendere la patente. I sicari di Spadaro lo raggiunsero e lo uccisero con sei colpi d’arma da fuoco.
Grazie alle collaborazioni di Salvatore Cancemi, Salvatore Cucuzza, Antonio Marchese (accusatisi del delitto) e di Pasquale Di Filippo, un verdetto definitivo ha accertato che Tommaso Spadaro fu il mandante e Giuseppe Lucchese uno degli esecutori materiali.
Resta solo il ricordo di un grande Carabiniere a riempire le pagine della memoria dei martiri di Giustizia.
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Arma dei Carabinieri e prof.ssa Lucia Ievolella, figlia del Maresciallo e presidente della associazione “Vito Ievolella”.

Nato a Benevento il  04 Dicembre 1929 – Ucciso a Palermo il 10Settembre 1981

Originario della Campania, si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri nel 1948 all’età di 19 anni. Dopo circa un decennio di servizio nelle regioni del Nord Italia, ha scelto di trasferirsi a Palermo con l’intento esplicito di impegnarsi nella lotta contro la criminalità mafiosa.

Ha lavorato presso la Stazione dei Carabinieri “Duomo” e ha comandato per un breve periodo la Stazione “Falde”, che sorgeva nel territorio dell’attuale quartiere “Monte Pellegrino”. Qui è stata costruita una nuova Caserma, sede di Stazione dei Carabinieri, che gli è stata intestata nel 2002.

Intorno alla fine degli anni ’60 è stato trasferito alla Caserma “Carini”, in Piazza G. Verdi, dove ha prestato servizio fino al giorno della sua morte.

Sposato e padre di Lucia, è ricordato dai parenti e dai colleghi più vicini per la sua capacità di conciliare la qualità di rapporti familiari con il peso ed i vincoli delle responsabilità professionali.

Con il grado di Maresciallo Maggiore, ha coordinato le attività del reparto “Delitti contro il patrimonio” del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo (Caserma “Carini”).

Molto conosciuto negli ambienti della criminalità mafiosa di quegli anni, si distingueva per la sua fine ed acuta sensibilità psicologica che, coniugata alla perizia investigativa, gli permetteva di penetrare a fondo nel territorio, giungendo a comprendere e ad intuire anticipatamente la pericolosità e la forza dirompente dell’organizzazione mafiosa, a quell’epoca non ancora ben delineata nella sua composizione e struttura.

Queste caratteristiche gli sono valse, da parte della stampa, appellativi come “segugio temuto dai boss” e “specialista in casi difficili”.

La causa della sua morte va ricercata in una indagine, svolta nel 1980 e conclusasi con un “esplosivo” rapporto dal titolo “Savoca più quarantaquattro”, all’interno del quale venivano individuate le gravi responsabilità e i loschi affari di personaggi di spicco della mafia dell’epoca, tra cui la famiglia Spataro.

Il principale settore incriminato era quello del contrabbando delle sigarette, che cominciava a legarsi al traffico delle sostanze stupefacenti.

La gravità della scoperta fatta e i danni, che essa avrebbe provocato agli affari malavitosi, furono tali da mobilitare, il 10 Settembre del 1981 in Piazza Principe di Camporeale, uno staff di tutto prestigio della mafia dell’epoca, composto da una decina di uomini, tra i cui nomi spiccavano quelli illustri di Pino Greco (soprannominato “Scarpuzzedda”), di Salvatore Cangemi e di Salvatore Cucuzza.

Proprio questi ultimi due, vestito poi il ruolo di collaboratori di giustizia, hanno consentito di ricostruire i fatti criminali all’interno del processo, che si è aperto il 5 Aprile del 2002 e che si è concluso nel Giugno 2003 con la condanna all’ergastolo, in primo grado, del principale inquisito, Tommaso Spataro.

Al di là dell’indiscusso valore di esempio morale e civile incarnato da quest’uomo, riteniamo doveroso ricordarlo perché è stato il solitario e fino ad oggi misconosciuto anticipatore di una strategia di lotta contro la criminalità mafiosa, che si è perfezionata soltanto negli anni successivi, con l’apporto di altrettanto valorosi magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine.

Va menzionato soprattutto per aver lavorato in un clima di isolamento e di sostanziale incomprensione, in un momento storico in cui la mafia non era neppure riconosciuta come organizzazione criminosa e in cui non esistevano ancora gli strumenti legislativi e giudiziari (la legislazione antimafia, appunto), che consentiranno negli anni a venire di infliggere dure sconfitte a “cosa nostra”.

 

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 30 aprile 2019
Mio padre, il maresciallo segugio

di Lucia Assunta Ievolella

<<Lucia, il Signore ci aiuta!>>.
Una frase semplice ed essenziale, ma al tempo stesso forte e decisa, che accompagna ogni mio ricordo e che suggella la tempra morale dell’uomo e del padre.
Un uomo animato da una fede in Dio istintiva e profonda, guidato da un radicato senso della giustizia, sorretto da un’incrollabile pietas verso i deboli e gli indifesi.
Un padre amorevole ed affettuoso, che con una presenza salda e sicura ha guidato le stagioni della mia infanzia e della mia adolescenza e che con una testimonianza appassionata ed eroica ha continuato ad illuminare il percorso della mia esistenza.
L’eco di quelle parole mi riporta alla tenera e confortante rassicurazione, con cui cercava di placare le ansie della mia crescita e di mostrarmi l’unico valido fondamento della vita.
Gli stessi imperativi ispiravano l’esperienza professionale, segnata dalla sua personalità determinata e carismatica.
Ancora oggi le testimonianze di amici, colleghi, magistrati restituiscono l’immagine del “segugio” e del “comandante”.
“Segugio” per l’arguzia e la tenacia, con cui intravedeva e scandagliava le piste di indagine fino ad assicurare i colpevoli alla giustizia; “comandante” in virtù della leadership, che non imponeva per il ruolo istituzionale, ma che esercitava spontaneamente per la naturale autorevolezza.
Una passione forte e contagiosa, che forgiava e cementava i rapporti umani di una “squadra” ante litteram. La condivisione giornaliera di stili di pensiero e metodi di lavoro, le lunghe notti insonni trascorse a redigere rapporti, interrogare sospetti, effettuare appostamenti, l’attenzione e la cura paterne verso i suoi carabinieri: questo il profilo del “cavaliere” come emerge dalle testimonianze dei suoi uomini, ancora oggi intrise di sincera commozione.
Mi piace ricondurre queste doti di umanità alle origini umili, ma sane ed integerrime di mio padre. Penultimo di dieci fratelli, è cresciuto in una delle tante famiglie contadine che, con la genuinità dei loro costumi e la durezza del loro impegno quotidiano, hanno sorretto la nazione nel tragico sforzo bellico e nella delicata ricostruzione del secondo dopoguerra.
Mente e cuore sono stati formati al rispetto dei cardini della società civile: l’amore per la famiglia, il senso del dovere, il rispetto della legge, l’attaccamento alla giustizia, la dedizione al lavoro.
In quest’ottica si inquadra la scelta della carriera militare, intesa come una missione generosa a servizio dei cittadini onesti. Palermo non è, quindi, una destinazione casuale ma è l’obiettivo di una scelta precisa e deliberata, l’espressione della volontà di impegnarsi in una strenua lotta contro la criminalità in un contesto lavorativo fra i più temibili ed insidiosi.
E’ nel reparto “Delitti contro il patrimonio” del “Nucleo Investigativo” del Comando Provinciale dei Carabinieri che mio padre, a partire del 1965, combatte fino alla morte una guerra dura ed instancabile contro la mafia palermitana.
La retorica tessuta intorno al pool antimafia, il clamore sollevato dalle stragi degli anni ’90 e tanta superficiale letteratura antimafia rischiano di confinare nell’ombra e di sottrarre alla memoria dei nostri giovani le figure di uomini come mio padre, che, con assoluto sprezzo del pericolo e a rischio della propria vita, hanno ostinatamente e silenziosamente contrastato la “piovra” in un clima di totale isolamento, diffusa ostilità e generale omertà.
Rimane ingiustamente nell’oblio il lavoro paziente e certosino, con cui mio padre ha ricostruito l’intricato mosaico della mafia palermitana degli anni ’70, lasciandone trapelare il carattere associativo e collegandone la pericolosità proprio all’impianto fortemente strutturato.
Non a caso la stampa di quegli anni lo definisce “segugio temuto dai boss” e “specialista in casi difficili”. Il 1980 segna l’apice di questo percorso con la consegna alla magistratura del rapporto “Savoca + quarantaquattro”, nel quale vengono denunciati gli interessi di esponenti di spicco della malavita palermitana. Tra questi il boss Tommaso Spataro, recentemente scomparso e regista, all’epoca, di un’intricata rete di contrabbando di sigarette e spaccio di droga.
L’intera “cupola” si mobilita nella villa degli Spataro a Santa Flavia, piccolo borgo in provincia di Palermo, per decretare la condanna a morte, che viene eseguita il 10 settembre 1981, all’imbrunire, in Piazza Principe di Camporeale.
L’azione è condotta da un nutrito commando, composto da quattro killer (tra cui il famigerato Pino Greco, detto “scarpuzzedda”) e dai “capi eccellenti”, i quali con la loro presenza sanciscono la rilevanza dell’operazione e l’indiscussa supremazia di “Cosa nostra” sulla martoriata Palermo di quegli anni oscuri.
I “conigli”, come mio padre amava definirli, fanno fuoco accostandosi al finestrino posteriore dell’auto e colpiscono alle spalle senza il coraggio di uno scontro faccia a faccia.
La scena, sconvolgente per la sua efferatezza, anticipa modalità di esecuzione, che a distanza di un anno saranno impiegate contro il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Durante gli anni ‘80 e ’90 un sistematico depistaggio allontana gli inquirenti dai veri responsabili dell’omicidio; solo le successive rivelazioni dei “pentiti” consentono la riapertura del processo, conclusosi nel 2003 con numerose condanne, tra cui quella all’ergastolo del principale inquisito: il già citato Masino Spataro.
A distanza di quasi 40 anni da quella tragica notte mi capita ancora di incontrare persone (cittadini comuni, colleghi in pensione, esponenti istituzionali), che ricordano nitidamente il valore di mio padre e che lo considerano, per le sue eccellenti qualità umane e professionali, una pietra miliare della tecnica investigativa ed un modello etico e civico.
Con orgoglio, dunque, riconsegno mio padre ai giovani d’oggi, con fierezza riconosco di essere erede di un patrimonio morale inestimabile ed inesauribile, con umiltà metto a disposizione la mia testimonianza nella speranza che la passione per la giustizia e la difesa dei deboli continuino ad essere il segno distintivo della nostra umanità.

 

 

 

 

 

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