11 Giugno 1997 Napoli. Silvia Ruotolo, 39 anni, viene colpita alla tempia da un proiettile destinato ad un camorrista, mentre rientrava nella propria abitazione.

foto da: it.wikipedia.org

L’11 giugno 1997 Silvia Ruotolo sta tornando nella sua casa in Salita Arenella a Napoli dopo aver preso a scuola suo figlio Francesco di 5 anni: ad attenderla al balcone c’è sua figlia Alessandra di 10 anni. Ad un certo punto si sentono colpi di arma da fuoco sparati all’impazzata: alcuni colpi vaganti uccidono Silvia mentre un altro passante resta ferito. Il vero obiettivo dei sicari è Salvatore Raimondi affiliato al clan Cimmino avversario del clan Alfieri, morto anch’egli sotto i colpi dei killer.
Uno degli assassini, Rosario Privato, viene arrestato il 24 luglio dello stesso anno mentre è in vacanza al mare in Calabria. Gli altri responsabili della strage vengono arrestati poco dopo: si tratta del boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone, Raffaele Rescigno (l’autista del commando).
L’ 11 febbraio 2001 la quattordicesima sezione della Corte di Assise di Napoli condanna all’ergastolo i responsabili della strage.
Nel 2011 la Corte d’ Assise d’ Appello presieduta da Omero Ambrogi, ha confermato la condanna al carcere a vita a Mario Cerbone, l’ ultimo degli imputati per il quale il procedimento era ancora aperto mentre sono diventate definitive le altre quattro condanne, compreso l’ ergastolo al boss del Vomero Giovanni Alfano, il mandante della spedizione di morte sfociata nel tragico omicidio.

Nel 2007 nasce il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti di criminalità e Lorenzo Clemente, marito di Silvia Ruotolo, ne assume la presidenza.
L’11 giugno 2011, dopo 14 anni dalla morte di Silvia, nasce la Fondazione “Silvia Ruotolo”, grazie anche ai fondi di solidarietà per le vittime di mafia assegnati ai familiari di Silvia Ruotolo. La Fondazione, alla cui presidenza c’è Alessandra Clemente, si pone l’obiettivo di contrastare ogni forma di sub-cultura deviante partendo dall’infanzia promuovendo a beneficio della collettività l’integrazione sociale di giovani, ragazze e ragazzi, per il superamento della marginalità e sviluppare l’educazione alla cittadinanza e la cultura della legalità.

Il comune di Napoli ha posto una lapide in ricordo di Silvia Ruotolo nei giardini di Piazza Medaglie d’oro nel quartiere Vomero: ogni anni l’11 giugno vengono organizzate numerose iniziative all’interno dei giardini per commemorare Silvia.
Nel 2012 in occasione del 15esimo anniversario della scomparsa di Silvia Ruotolo, il consiglio comunale di Napoli vota all’unanimità l’intitolazione di Salita Arenella a Silvia Ruotolo.

Nel 2013 a presiedere La Fondazione Silvia Ruotolo, Lorenzo Clemente, il marito della giovane vittima. Alessandra cede la presidenza al padre per assumere l’incarico di Assessore alle Politiche giovanili al Comune di Napoli.
Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

 

 

Fonte: it.wikipedia.org

Silvia Ruotolo (Napoli, 1958 – Napoli, 11 giugno 1997) è stata una donna italiana vittima innocente della Camorra.
Silvia Ruotolo, 39 anni, è stata assassinata l’11 giugno del 1997 a Napoli, mentre stava tornando nella sua casa di salita Arenella, nel quartiere Vomero, dopo essere andata a prendere a scuola suo figlio Francesco di 5 anni. A guardarla dal balcone c’era Alessandra, la figlia di 10 anni.

Il commando di camorra che sparò all’impazzata aveva come obiettivo Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfieri. Furono sparati quaranta proiettili che oltre ad uccidere Salvatore Raimondi e ferire Luigi Filippini, la cui collaborazione con la polizia risultò decisiva per l’individuazione del gruppo di fuoco, uccisero sul colpo Silvia Ruotolo, colpita da una pallottola alla tempia.

Uno degli assassini, Rosario Privato, fu arrestato il 24 luglio dello stesso anno mentre era in vacanza al mare in Calabria.

L’assassinio di Silvia Ruotolo ebbe grande risalto mediatico e contribuì alla crescita della consapevolezza sulla gravità del fenomeno camorristico.

Silvia Ruotolo era cugina di Sandro Ruotolo, giornalista della RAI.

L’11 febbraio 2001 la quattordicesima sezione della Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i responsabili della strage: il boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone, Raffaele Rescigno (l’autista del commando) e Rosario Privato (successivamente pentitosi dopo l’omicidio)

Il Comitato Silvia Ruotolo
L’11 luglio 2007, la dodicesima sezione del Tribunale Civile di Napoli decretò un “significativo risarcimento” per i familiari di Silvia Ruotolo, che nelle volontà del comitato Silvia Ruotolo e dell’associazioni Libera, servirà per finanziare la costituzione di una fondazione intitolata a Silvia Ruotolo, dedicata ai ragazzi a rischio.

Il Comitato Silvia Ruotolo, presieduto da Lorenzo Clemente, marito di Silvia, è estremamente attivo nell’impegno per la legalità e contro la Camorra. A Piazza Medaglie D’Oro a Napoli, su una lapide nei giardinetti c’è una targa intitolata a Silvia Ruotolo, dove ogni 11 giugno i familiari e la società civile si riuniscono e depongono i fiori per commemorare Silvia Ruotolo, innocente vittima della camorra.

 

 

 

Caricato da CDRCampania in data 11/giu/2010

Era l’11 giugno del 1997, quando Silvia Ruotolo, 39 anni, è stata assassinata a Napoli, mentre stava tornando nella sua casa di salita Arenella, nel quartiere Vomero, dopo essere andata a prendere a scuola suo figlio Francesco di 5 anni. A guardarla dal balcone c’era Alessandra, la figlia di 10 anni, che vide la madre cadere sotto i colpi di un gruppo di fuoco della camorra. Un proiettile vagante le strappò la vita colpendola alla tempia. Ad un innocente venne negato il futuro, sotto gli occhi di altri due innocenti, di due bambini.
Sono passati tredici anni da quel giorno e come ogni anno da allora, Lorenzo Clemente, marito di Silvia, accompagnato dai due figli, è tornato a piazza Medaglie D’oro, nei giardinetti “Silvia Ruotolo”, dove una targa consegna un ricordo a chi passa e rinnova un dolore a chi ci resta lì, in quel punto, armato di dignità e coraggio, la stessa dignità e lo stesso coraggio che Lorenzo Clemente è riuscito a trasmettere ad Alessandra e Francesco, diventati ormai adulti. Sono presenti Tano Grasso, Geppino Fiorenza di Libera Campania, l’assessore alla legalità del comune di Napoli Scotti, l’assessore Regionale Pasquale Sommese, il consigliere regionale Daniela Nugnes, il presidente della municipalità Vomero-Arenella Coppeto, i consoli di Inghilterra, Stati Uniti e Germania, rappresentanti delle forze dell’ordine ed una delegazione del comitato campano dei familiari delle vittime della criminalità. Un mazzo di fiori per ricordare, una preghiera, poi ci si sposta nella sede della municipalità, nella sala consiliare,  intitolata proprio a Silvia Ruotolo, dove si tiene il Convegno “non solo per Silvia”, cui partecipano, oltre ai già citati Geppino Fiorenza e Lorenzo
Clemente, anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Federico II, il professor De Giovanni, il professori Sestito e Moccia e Gianluca Guida, direttore del penitenziario minorile di Nisida. Ci si incontra anche per parlare della costituenda Fondazione Silvia Ruotolo, una fondazione che si pone l’obiettivo di aiutare i ragazzi. Perchè il ricordo da solo non basta, ci vuole anche l’impegno, l’impegno di tutti. Dopo l’intervista Alessandra resta seduta ed ascolta gli altri parlare, ma in fondo oggi sarebbe bastato anche il silenzio, perchè parlavano già tanto i suoi occhi.
Un giorno di 13 anni fa una figlia ha visto la madre morire dall’alto di un balcone, con gli occhi pieni di paura. Oggi, 13 anni dopo, una madre ha visto la figlia combattere per la vita, con gli occhi pieni di orgoglio.

 

 

 

Articolo dell’ 11 Giugno 2012 da ilfattoquotidiano.it
Quindici anni dopo. In memoria di Silvia Ruotolo
di Andrea Gentile

Questa è una storia che alcuni conoscono e altri no, alcuni ricordano e altri no, e invece sarebbe meglio se la ricordassimo tutti.
È la storia di una famiglia: di una madre, Silvia, di un padre, Lorenzo, e di due bambini, Francesco (5 anni), e Alessandra (10 anni).
È l’11 giugno del 1997. Silvia e Francesco stanno tornando a casa dalla scuola materna. Sono all’Arenella, nel quartiere Vomero.
Alessandra li guarda dal balcone: saluta sua madre, saluta suo fratello.
Proprio lì, a pochi metri, è in corso una faida. I sicari del boss Giovanni Alfano affrontano un commando di una cosca rivale. Si inseguono.
Una pallottola vagante finisce su Silvia. Muore.

L’11 febbraio del 2001 verranno condannati all’ergastolo Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone, Raffaele Rescigno e Rosario Privato.
Quest’ultimo si pentirà. In un’intervista  a la Repubblica a Elio Scribani dichiarerà: «La camorra è come il miele. Ma chi ci è passato lo sa, è una strada che non porta a nulla: o moriranno o andranno in galera e non usciranno più».

Sono passati 15 anni.  Nel 2011 la famiglia ha aperto la fondazione Silvia Ruotolo.
Oggi per ricordare è in corso a Napoli la manifestazione «Tutto ciò che libera e tutto ciò che unisce». (qui il programma)
«Siamo ora nei giardini Silvia Ruotolo, è una giornata bellissima» ci dice la figlia Alessandra Clemente, raggiunta al telefono. «Molti napoletani si stanno fermando incuriositi, stanno vivendo questa giornata con emozione. Tutti stanno capendo che fare memoria non è retorica. È l’unica strada».

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 9 giugno 2018
Silvia Ruotolo. Oltre il vuoto della Camorra
Di Francesco Trotta

Il vuoto. Prima, prima di quei tre minuti di terrore, c’era altro. La normalità quotidiana di un quartiere, di una strada, Salita Arenella, trafficata e vissuta, specialmente all’ora di pranzo, quando si rincasa per mangiare. E già gli odori delle pietanze di Napoli si mescolano al caldo della tarda primavera. C’era anche chiasso, ovviamente. Ma la confusione – quella genuina di chi cammina e di chi parla sporto dal balcone di casa – fu spazzata via in un attimo.

È l’11 giugno 1997. E il tempo su Salita Arenella improvvisamente appare fermo. Come svuotato della sua più importante caratteristica: lo scorrere. Prima accelera di colpo, fra le grida di chi fugge e cerca riparo dietro posti di fortuna, muri sporgenti e macchine parcheggiate, poi si ferma, come tagliato bruscamente. E accade nel momento esatto in cui un corpo cade sul marciapiede. Il suono del tonfo non lo si sente nemmeno tanta è la paura. È il vuoto che si apre attorno al corpo rimasto immobile a generare altro caos. Le urla si trasformano in ansia.

Accanto a quel corpo, un bambino. Ha lo zaino sulle spalle. È fermo anche lui, tacitato da quello che è appena successo, ma è in piedi. Soprattutto, quel bambino, Francesco, 4 anni, è nel vuoto. Ha gli occhi sbarrati. C’è un particolare che fa rabbrividire chi lo guarda: il suo zaino giallo e blu ha macchie di sangue un po’ ovunque. Poi, in quell’attimo di silenzio in cui il vuoto attorno al corpo torna ad essere riempito dai primi soccorritori, il bimbo pronuncia flebilmente alcune parole: “Mamma caduta. Hanno sparato”.

Ma il vuoto attorno al corpo inizia ad essere riempito anche da altro: dalle urla di Alessandra, la sorellina di Francesco, 10 anni, che era sul balcone di casa ad aspettare che mamma tornasse. È lei che grida dall’alto: “È svenuta, aiutatela”; da chi guarda quel bambino fermo vicino al corpo riverso per terra ma non ha ancora la forza necessaria per muoversi; da un disegno, un foglio ormai rovinato dalle orme di scarpe passate sopra, caduto lì vicino; dal sangue che inizia a spargersi attorno a quel corpo, seguendo le fessure del marciapiede; dalle braccia di chi, finalmente, toglie il bambino immobile da quella scena, da quel vuoto generato dalla Camorra.

Rimane comunque un vuoto dentro. Dentro Francesco, dentro Alessandra, dentro quelle persone sopravvissute in qualche modo e che si riaffacciano nello scorrere del tempo.

Si chiamava Silvia Ruotolo quella mamma che nell’attimo in cui inizia sentire i colpi di proiettile avvicinarsi, ha la forza di spingere via il figlioletto, di schermarlo, riempiendo un vuoto nemico con la propria figura da custode di vita. Eppure un proiettile, uno dei trenta scaricati in tre minuti da un commando camorrista suddiviso in due macchine, che ha il compito di ammazzare altri camorristi, trapassa uno dei bersagli seduti su una Vespa, e si insinua nel cranio di Silvia. Non lasciandole scampo. Vuoto. E subito la morte si palesa in strada.

Francesco e Alessandra, come anche il marito di Silvia, Lorenzo Clemente, sono andati avanti, per non essere inghiottiti da quel vuoto. Hanno ricostruito le proprie vite oltre quel momento di morte lasciato dalla mano fredda della Camorra. Lorenzo, subito dopo l’assassinio della moglie, parla. Chiede che siano catturati i camorristi, chiede giustizia. Cosa che Arnaldo La Barbera, dirigente di Polizia, garantisce: “Li prenderemo tutti”, assicura.

È il vuoto che in qualche modo deve essere colmato. Un mese dopo l’omicidio di Silvia Ruotolo e il ferimento dello studente universitario Riccardo Valle – una pallottola gli ha trapassato la schiena – viene arrestato in Calabria Rosario Privato, killer al soldo dei clan. Basta poco per farlo crollare. E le sue dichiarazioni riempiono il vuoto che l’omertà – erano decine le persone che all’ora di pranzo di quell’11 giugno avevano assistito o si erano trovate nella sparatoria – aveva saputo ingigantire.

Privato parla e racconta. Dice che dopo l’agguato era andato a farsi un bagno. Nel mare che lambisce Napoli si era tuffato anche per togliersi i residui di polvere da sparo. Un vuoto a mare.

Spiega gli ordini che gli erano stati impartiti e il denaro che gli era stato promesso. Ogni omicidio di Camorra faceva guadagnare fino a 10 milioni di lire. Poi, quando era diventato braccio destro di Giovanni Alfano, capo del clan di Torretta, portava a casa anche 40 milioni di lire al mese.

Era stato proprio Alfano a volere quella sparatoria per colpire gli affiliati ai clan avversari Cimmino-Caiazzo: vittime designate di quel giorno sarebbero dovuti essere tali Raimondi e Filippini. Quest’ultimo, interrogato dalla Polizia, rispose che si trovava in Salita Arenella per comprare quadri e che non sapeva nient’altro. Neppure l’averla scampata al posto di una innocente fece cedere il camorrista.

Nemmeno la società civile, dicevamo poc’anzi, collaborò con la magistratura. Ricorda il pm Carlo Visconti: “Molti avevano visto tutto. Quantomeno lo svolgersi dei fatti. Nessuno si faceva avanti per aiutarmi a ricostruire l’accaduto. Feci un appello sui quotidiani di Napoli, ma nulla, nessuno parlava. Ed allora decisi di gettare un sasso nello stagno per cercare di smuovere le coscienze. In un’intervista parlai dell’omertà civile dei napoletani che assistevano impassibili a delitti spaventosi senza collaborare con gli inquirenti. Supplicai dicendo che non mi occorrevano riconoscimenti di persona, volevo solo ricostruire i fatti. Niente. Anzi il sindaco di allora [Antonio Bassolino, ndr.], il cardinale di allora, mi risposero con interviste che mi bacchettavano severamente, per essermi permesso di definire omertosi i cittadini”.

Quella del ’97 s’apprestava ad essere un’estate tragica. Non fosse stato per le dichiarazioni di Privato e per l’arresto, un caso fortuito, di un altro camorrista riparato a Urbino, gli inquirenti avrebbero dovuto continuare a vedere capi camorra farla franca: “[….] arrestammo il boss del Vomero che pervicacemente fingeva di essere paralitico. Ne trovammo le tracce al Casinò di Venezia e sulla vespa per le strade di Napoli. Sapevamo che aveva corrotto in precedenza alcuni medici in carcere. Lo trasferimmo nel carcere di massima sicurezza di Parma. Fu scarcerato ben tre volte per cavilli formali. Ogni volta, lo arrestavamo all’uscita del carcere. Fu un inferno quell’estate del 97. Polemiche, accuse ingenerose agli inquirenti. Ma non ci fermammo”.

Le dichiarazioni di Rosario Privato riempiono il vuoto ma ne creano un altro. Suo zio, un pensionato di quasi settant’anni, viene rapito a Rione Alto, sgozzato e impiccato. Chiaro il messaggio di quanto fosse ritenuto attendibile lo stesso Privato, che nel 2011 chiederà perdono.

Il vuoto materiale lasciato da Silvia Ruotolo viene riempito, poco alla volta dalla giustizia. Nel 2001 la Quarta sezione della Corte d’Assise di Napoli presieduta da Giustino Gatti, condanna all’ergastolo i responsabili della strage: Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone e Raffaele Rescigno.

Rosario Privato, che ha confessato una quarantina di omicidi, viene condannato a 42 anni di reclusione, 26 dei quali per l’omicidio di Silvia.

Il vuoto lasciato dall’assenza di Silvia Ruotolo viene colmato oggi, soprattutto, da Alessandra e Francesco Clemente, sopravvissuti a una morte ingiusta, a un vuoto dell’anima. Coltivare memoria ed esserne in qualche modo dei giusti testimoni non è cosa semplice nella nostra Italia in cui anche leggeri simboli di impegno civile – dalle targhe commemorative agli alberi piantati per le vittime innocenti di mafia – vengono ancora vandalizzati. Come se il vuoto della Camorra volesse far paura. Come se Silvia Ruotolo non fosse stata Silvia Ruotolo. Ma sappiamo che non è così.

 

 

 

 

Pubblicato il 12 giu 2018

 

 

 

Fonte: thewam.net
Articolo del 7 marzo 2019
Il marito di Silvia Ruotolo: crescere i figli senza la parola mamma
di Luciano Trapanese

“Se vado avanti è solo grazie ai miei figli”. Lorenzo Clemente è il marito di Silvia Ruotolo, uno dei simboli delle vittime della mafia. Aveva 39 anni quando rimase uccisa, nel quartiere Arenella, a Napoli. Era andata a prendere suo figlio Francesco a scuola. In quel momento un commando stava aprendo il fuoco contro Salvatore Raimondi. Una esecuzione di camorra. Un proiettile la colpì alla tempia. Morì sul colpo. Affacciata al balcone, la figlia Alessandra vide tutta la scena.

Lorenzo Clemente porta la sua testimonianza al Manlio Rossi Doria, nel corso dell’incontro preparatorio per la grande marcia che si snoderà il 21 marzo tra le strade di Avellino in memoria delle vittime delle mafie. Era l’undici giugno del ’97.

“Non è stato facile crescere i miei figli ed eliminando dal vocabolario la parola mamma. Anche con mia madre, la chiamavo nonna per non turbare i ragazzi. Se parlo in incontri come questo, se consegno a voi e ai giovani la mia testimonianza, è solo nella speranza che non accada, non accada più. Mia figlia Alessandra, durante la giornata delle memoria a Napoli, parlando a piazza Plebiscito, disse a tutti: il mio dolore deve essere anche il vostro. Che significa partecipazione, vera. E solo quello può portare dei cambiamenti. In questi incontri porto la mia rabbia, la mia emozione. Quando torno a casa sono più sereno”.
Mi chiamò Napolitano: li abbiamo presi

“All’epoca la morte di Silvia suscitò una grande reazione. I colpevoli sono stati assicurati alla giustizia due mesi dopo l’omicidio. A ottobre è iniziato il processo. L’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, mi ha chiamato a casa per informarmi che li avevano arrestati”.

“Il delitto di Silvia – continua Lorenzo Clemente – non si è verificato in un quartiere difficile. Ma in una zona residenziale, come Vomero-Arenella. In quel periodo sembrava assurdo che la camorra sparasse anche lì. Sembrava. Ma la verità è venuta fuori durante il processo, quando un pentito ha raccontato che il novanta per cento dei commercianti della zona pagava il pizzo. Una tranquillità solo di facciata. E la camorra era lì, ben insediata”.

“Quel giorno – ricorda Clemente – la cosa più difficile è stata salire le scale con la consapevolezza di affrontare i miei figli e dover rispondere al loro “perché”. Chiediamocelo anche ora perché. Per evitare che i nostri cari siano morti invano. Continuiamo a chiederci perché, per evitare che quello che è accaduto a Silvia si ripeta ancora.

 

 

 

 

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