11 Luglio 1979 Milano. Uccisione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, Liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona.

Foto da Wikipedia

Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese ed esperto in liquidazioni coatte amministrative, fu nominato negli anni Settanta commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona. Iniziò così ad indagare sulle attività bancarie a New York e in Italia del banchiere siciliano, scoprendo gravi irregolarità e illegalità. A queste scoperte seguirono minacce, intimidazioni e forti pressioni anche dal mondo politico che non fermarono Ambrosoli nelle sue indagini, il quale a conclusione delle stesse avrebbe dovuto firmare una relazione formale. Il giorno stabilito per l’atto era il 12 luglio 1979.
La sera prima, l’11 luglio, Giorgio Ambrosoli venne assassinato, come aveva temuto e previsto in una lettera inviata alla moglie, sotto il portone della sua abitazione. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d’Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d’armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all’ergastolo per l’uccisione dell’avvocato Ambrosoli.

 

 

 

Fonte Wikipedia

Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli indagò nell’ambito dell’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.

[…]

In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante società “Fasco”, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell’analisi svolta dall’avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.

Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.

Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:

« Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (…)

Giorgio  »

Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.

Nel corso dell’indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un’altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L’indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l’FBI.

Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo. Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell’Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano.  Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l’incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere.

In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

La sera dell’11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi .357 Magnum. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero.

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d’Italia.

Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.

Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d’armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all’ergastolo per l’uccisione dell’avvocato Ambrosoli

 

 

 

INTERVISTA a GIORGIO AMBROSOLI

HISTORY TIME Pubblicato il 15 ago 2016
Ucciso l’11 luglio 1979 da un sicario americano ingaggiato da Michele Sindona, il banchiere siciliano su cui stava indagando per il crack della Banca Privata Italiana – Durante le indagini si rende conto che c’erano gravi irregolarità nei conti e che i libri contabili erano stati falsati. Sindona aveva consolidati rapporti con pezzi della politica, della finanza e della criminalità organizzata siciliana.
Era il 1975 Ambrosoli decide di andare avanti comunque nelle ricerche. Il 12 luglio 1979 avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale nella quale confermava la necessità di liquidare la Banca e l’attribuzione delle responsabilità a Michele Sindona. Viene ucciso la sera prima. – Era a casa sua a Milano con amici a vedere un incontro di boxe. Squilla il telefono lui risponde ma dall’altra parte non parla nessuno. A fine serata accompagna in macchina i suoi amici. Tornando indietro, mentre parcheggiava sotto casa, un uomo si accosta e gli spara quattro colpi. Era il mafioso italoamericano William Aricò, ingaggiato proprio da Michele Sindona.

 

 

 

Giorgio Ambrosoli e Michele Sindona, i protagonisti di un duello, che finirà nel sangue
La7 Attualità – Pubblicato il 10 nov 2016
La sera dell’11 luglio del 1979 un sicario venuto da New York, uccide, a Milano, Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana…Così inizia la storia

 

 

 

 

ILSOLE24ORE.COM
ARCHIVIO 16 Maggio 2009
Ambrosoli, l’«eroe borghese» raccontato dal figlio – di Orazio Carabini

Umberto, figlio minore dell’avvocato milanese liquidatore dell’impero Sindona, ha dedicato alla memoria del padre «Qualunque cosa succeda». Anticipiamo dal Sole 24 Ore – Domenica la recensione.

«A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito». Era il 25 febbraio del 1975 quando Giorgio Ambrosoli scrisse queste parole in una lettera alla moglie Anna. Aveva appena completato la faticosa ricostruzione dello stato passivo della Banca privata italiana, cuore dell’impero di Michele Sindona, di cui la Banca d’Italia aveva disposto la liquidazione coatta. Intuiva che la sua vita da quel momento era a rischio ma era orgoglioso di quanto era riuscito a fare.

Ambrosoli, che fu nominato commissario della Banca privata nel 1974, era un professionista milanese non molto in vista. Avvocato contro la volontà del padre, che avrebbe preferito una carriera in banca, sposato con tre figli, si era “fatto le ossa” nel 1964 con il fallimento della Sfi, una finanziaria “vicina” a Giuseppe Pella, pezzo da novanta democristiano. Il buco era di 70 miliardi delle lire di allora.

Non un borghese qualunque
Ambrosoli, cresciuto in un ambiente conservatore, da giovane aveva simpatizzato per l’Unione monarchica e per la Gioventù liberale. Era un borghese, sì, ma non qualunque. Era un eroe borghese, come lo dipinse Corrado Stajano in un bellissimo libro del 1991. Quando accettò l’incarico dal governatore Guido Carli, probabilmente non immaginava i guai cui sarebbe andato incontro. Ma gli bastò pochissimo per rendersi conto che dietro quel crac si nascondeva un intreccio di politica, finanza, poteri costituiti e poteri occulti, malavita. Giorno dopo giorno si imbatté in documenti che provavano come il bancarottiere siciliano fosse legato a filo doppio a politici di primo piano (Giulio Andreotti, soprattutto, e la sua corrente Dc, ma anche Amintore Fanfani), banchieri burattini (Ferdinando Ventriglia, Mario Barone, Roberto Calvi), uomini di chiesa troppo legati alle cose terrene (Paul Marcinkus e il suo Ior), torbidi manovratori della massoneria (Licio Gelli e la sua loggia P2 che fu scoperta solo parecchi anni dopo), magistrati manovrabili (Carmelo Spagnuolo, Antonio Alibrandi, Luciano Infelisi), capibastone della mafia.

La “disinvoltura” della Ior e la crisi spirituale di Ambrosoli
Umberto Ambrosoli è il figlio minore di Giorgio. Oggi ha poco meno di quarant’anni e ha dedicato Qualunque cosa succeda (Sironi) alla memoria di suo padre. È una meticolosa ricostruzione della vicenda Sindona, inquadrata nella storia dell’Italia di quegli anni, che però ha sullo sfondo la vita di una famiglia come molte altre: la sua. E così ciò di cui Giorgio Ambrosoli deve occuparsi nell’ambito del suo difficile lavoro di liquidatore di quell’impero del male, diventa anche un fatto privato. Scrive Umberto: «Toccare con mano la disinvoltura con la quale lo Ior ha operato assieme a Sindona genera in papà una sorta di imbarazzo, quasi una crisi della dimensione spirituale. Ma per noi tre continua a volere una formazione religiosa». Sembra di vederlo quest’uomo probo e credente che scopre come la gerarchia del Vaticano trafficasse con i peggiori lestofanti. E che si pone il problema: continuare o no ad allevare i figli nel rispetto dei valori di cui quelle persone dovrebbero essere i custodi?
Ambrosoli era schivo ma sapeva anche parlar chiaro. Nell’aprile del 1977 replicò così, in un’intervista, alle accuse di incompetenza contenute in un esposto di Sindona contro di lui: «Sono uno specialista in crac bancari. Nel 1965 mi sono dovuto occupare del dissesto della Sfi; dieci anni dopo ho cominciato a mettere il naso nell’impero Sindona. Sarà un caso, ma ho sempre visto spuntare fuori nomi democristiani».
Di Sindona sapeva tutto, pur senza averlo mai incontrato
Non sopportava che i soldi dei contribuenti potessero servire per puntellare le traballanti sorti di Sindona. Nella sua relazione di commissario liquidatore commentò così un prestito effettuato dal Banco di Roma di Ventriglia alla Banca privata: «Sorprende e addolora che 100 milioni di dollari siano stati spesi da un’azienda pubblica, quale il Banco di Roma, quasi per nulla».
Umberto Ambrosoli rivela anche che suo padre in qualche modo era attratto da Sindona di cui conosceva ormai tutto senza peraltro averlo mai incontrato: «È un uomo curioso papà: e ora è incuriosito dall’uomo Sindona. Da quattro anni è come se vivesse a contatto con lui, ogni giorno; ha sgarbugliato la matassa compatta che quello aveva creato; ha riconosciuto la sua intelligenza e abilità e il loro malizioso utilizzo, che certo non può stimare. Doti sprecate». Così, nel dicembre 1978, quando si reca a New York per rendere una testimonianza in tribunale, Ambrosoli passa davanti al Pierre, l’albergo dove sa che vive (agli arresti) colui che dopo pochi mesi lo farà uccidere da un sicario della mafia. Scrive sulla sua agenda: «Cerco inutilmente Michele Sindona passando davanti al Pierre».

 

 

Fonte:  Ilsole24ore.com
Articolo del 10 Luglio 2009
Giorgio Ambrosoli, ucciso per aver fatto «politica in nome dello Stato»
di Orazio Carabini

Sono passati trent’anni da quell’11 luglio del 1979. Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva invitato alcuni amici a casa sua per assistere in compagnia all’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Dopo avere cenato in un ristorante poco lontano, si piazzano davanti al televisore. Squilla il telefono, Ambrosoli risponde ma dall’altra parte c’è il silenzio. Per lui non era una novità: aveva già ricevuto minacce di morte e, in qualche modo, aveva imparato a conviverci.

L’incontro di boxe si conclude. Ambrosoli accompagna a casa con la sua auto tre dei cinque amici che avevano passato la sera con lui. Torna e parcheggia. Mentre sta chiudendo la serratura della portiera una Fiat 127 rossa si accosta. Una voce domanda: “Avvocato Ambrosoli?”. La risposta non poteva essere che “sì”. Un uomo sceso dall’auto gli dice: “Mi scusi avvocato Ambrosoli”. E’ William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Che spara quattro colpi. Ambrosoli muore poco dopo sull’ambulanza, verso mezzanotte.
Era stato nominato commissario della Banca privata italiana, cuore dell’impero di Sindona, nel 1974, dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli. Era un professionista milanese, non molto in vista, e aveva già gestito la liquidazione della Sfi, una finanziaria vicina a Giuseppe Pella, un pezzo grosso della Dc.

Cresciuto in un ambiente conservatore, aveva militato nell’Unione monarchica e nella Gioventù liberale. Chiamato a dipanare la matassa del crack Sindona, non fece sconti a nessuno. Il finanziere siciliano era protetto da Giulio Andreotti e dalla sua corrente Dc, aveva stretti legami con il Vaticano dove, all’epoca, imperversava Paul Marcinkus con il suo Ior, con la mafia, con la massoneria più torbida, quella P2 di Licio Gelli che fu scoperta solo parecchi anni dopo. Ma Ambrosoli non si fece mai intimidire e completò il suo lavoro nonostante gli avvertimenti e le minacce. Era “un eroe borghese”, come lo definì Corrado Stajano in un bel libro (Einaudi) del 1991,
che il 25 febbraio del 1975, dopo aver completato la ricostruzione dello stato passivo della Banca privata, scrisse alla moglie: “A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito”. Lo racconta il figlio Umberto in un libro uscito da poco “Qualunque cosa succeda” (Sironi).

Già, perché la politica è anche coscienza civile, rispetto del diritto, difesa della libertà, lotta agli abusi. Quelli che erano i suoi valori. Ambrosoli non rinunciò a difenderli dal pericoloso intreccio di affari e politica che si era formato nel nome di Sindona e per questo pagò con la vita.

 

 

 

 

Qualunque cosa succeda
di Umberto Ambrosoli

Sironi editore, Milano

Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi

«A trent’anni dall’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il libro del figlio Umberto ripropone una storia di straordinario impegno civile, ancora attualissima.

«Erano le 8.30 del 12 luglio. Il consueto, familiare gesto di accendere la radio per ascoltare il notiziario trasformò di colpo quella che doveva essere una ordinaria giornata di lavoro in un tempo di straordinaria drammaticità: la sera precedente l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato assassinato mentre stava rientrando a casa.
Quel colpo sparato ad Ambrosoli era destinato al cuore dello Stato, inscrivendosi l’episodio in un clima inquietante e torbido di intrecci tra malavita e forze eversive, che puntavano alle istituzioni con un disegno destabilizzante non dissimile, nei suoi esiti, da quello perseguito dal terrorismo, dalla lotta armata».

Carlo Azeglio Ciampi »

Questa è la storia di Giorgio Ambrosoli, per cinque anni commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, ucciso a Milano da un killer la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979.

La racconta a trent’anni di distanza il figlio Umberto, che ai tempi era bambino, sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell’archivio RAI. Sullo sfondo, la storia d’Italia in quel drammatico periodo.

Nell’indagare gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale, Ambrosoli agiva in una situazione di isolamento, difficoltà e rischio di cui era ben consapevole. Aveva scritto alla moglie: «Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese […] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo».

Il racconto illumina il carattere esemplare delle scelte di Giorgio Ambrosoli, la sua coerenza agli ideali di libertà e responsabilità e, insieme, sottolinea il valore positivo di una storia ancora straordinariamente attuale.

 

 

Per vedere il film RAI tratto dal libro: Qualunque cosa succeda

Qualunque cosa succeda – 1^ puntata del 01/12/2014

Qualunque cosa succeda – 2^ puntata del 02/12/2014

 

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 8 luglio 2017
Giorgio Ambrosoli. La misura di un uomo di Stato
di Francesco Trotta

“A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito”.

Sul finire degli anni Settanta, Milano, cuore e motore della finanza italiana, era già una città colma d’immagini e di ricordi, di crimini e stragi impunite. Quella che sarebbe diventata la Milano da Bere nasceva sulle ceneri di morti e di taciti accordi. L’11 luglio 1979 l’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti veniva trasmesso in televisione.

Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva guardato il match con alcuni amici. Una volta conclusosi, l’avvocato aveva riaccompagnato i suoi ospiti alle rispettive abitazioni. Tornato a casa, non appena chiuse la portiera della sua auto, una Fiat 127 rossa si accostò accanto a lui. Una voce domandò: “Avvocato Ambrosoli?”. Istintivamente Giorgio Ambrosoli rispose di sì. “Mi scusi Avvocato Ambrosoli”.

Si sentirono i colpi di arma da fuoco. A contarli come in un lasso di tempo infinito ma molto breve. Uno, due, tre. Quattro colpi in tutto. Giorgio Ambrosoli muore sull’ambulanza, ammazzato dal killer William Aricò, legato alla mafia americana, assoldato dal banchiere Michele Sindona, su cui Ambrosoli aveva investigato.

Il giorno dopo avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale in merito all’indagine che aveva condotto. Al suo funerale non comparve alcun politico. Nemmeno un autorità pubblica, fatta eccezione per qualche collega della Banca d’Italia.

In un celebre libro, Corrado Stajano lo definì un “eroe borghese”. Di famiglia agiata e con profondo senso religioso, era stato scelto da Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, per accertare le attività di Sindona ed evitare il fallimento della Banca Privata Italiana, nata dalla fusione degli istituti di credito gestiti sempre da Sindona: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria.

Ambrosoli, investigando sulla Banca, intuì subito quello che si nascondeva dietro le operazioni fatte dal banchiere siciliano, legato – ma questo solo la Storia lo avrebbe appurato – a Cosa Nostra. Gravi irregolarità e attività occulte erano state messe in piedi da un faccendiere, un colletto bianco simbolo intoccabile dei poteri forti. Sindona infatti non era solo un banchiere.

Già alla fine degli anni ’60 era stato segnalato dall’Interpol per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Negli anni ’70 aveva acquisito la maggioranza delle quote della Franklin National Bank, una delle prime banche statunitensi. Riciclava il denaro delle famiglie mafiose Gambino in America e Bontade-Inzerrillo-Spatola in Europa, attraverso la Finbank di Ginevra e l’Amincor Bank di Zurigo.

Aveva versato parecchi miliardi di lire nelle casse della Democrazia Cristiana. Giulio Andreotti lo definì il “salvatore della Lira”. E importante era pure l’amicizia con il “venerabile” Gran Maestro della P2 Licio Gelli.

Di fronte a questi nomi e questa fitta rete di malaffare, la misura dell’uomo Giorgio Ambrosoli non venne mai meno. Tentativi di corruzione, minacce di morte e telefonate che cadevano nel vuoto. Nulla lo piegò o lo fece indietreggiare. Lasciato solo, ebbe come suo unico referente politico Ugo La Malfa, mentre il Maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece quasi volontariamente da guardia del corpo.

L’Avvocato Ambrosoli sapeva a cosa sarebbe andato incontro, ma decise ugualmente di liquidare la banca e far incriminare Sindona.

Scrisse una lettere alla moglie Anna, immaginando probabilmente che sarebbe stato ucciso: “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro… Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”. E proprio l’incipit – quel qualunque cosa succeda – è diventato il libro scritto dal figlio Umberto.

La sera dell’11 luglio Giorgio Ambrosoli non fu ammazzato da un killer. Morì per lo Stato e per colpa dello Stato. C’è chi pensa che il suo sacrificio non servì a nulla. Non sappiamo se sia così – forse lo è (ed è un pensiero che accomuna molte di quelle vittime “uccise” dalle mafie) se si pensa a chi abbiamo perso e cosa è successo dopo. Giorgio Ambrosoli rimane misura di un uomo e la sua vita misura di uno Stato.

 

 

 

 

LA7 – Atlantide – Ambrosoli, un eroe borghese
Pubblicato il 27 marzo 2019

(nello screenshot: Michele Sindona)

 

 

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it
Articolo del 11 luglio 2019
Giorgio Ambrosoli smascherò Sindona. Ma per Andreotti ‘se l’andava cercando’
di Mirco Dondi

La sera dell’11 luglio 1979 l’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, è freddato sotto casa da un killer proveniente dagli Stati Uniti e assoldato dallo stesso Sindona.

Nel 1974 Ambrosoli, esperto di finanza e di procedure fallimentari, aveva ricevuto questo incarico dalla Banca d’Italia in conseguenza del crac finanziario delle banche di proprietà di Sindona. Ad Ambrosoli è affidata una mansione sovradimensionata per una sola persona; gli affiancano quattro uomini della Guardia di Finanza, ma è lui l’unico commissario liquidatore. Giorgio Ambrosoli è lasciato indifeso su un campo di battaglia dove si muove un variegato arco di interessi che va dai poteri occulti criminali (c’entrano la mafia e la P2, a quel tempo ancora non scoperta) ai politici vicino a Michele Sindona che valutano, assecondando le pressioni del banchiere, l’opportunità di far pagare allo Stato lo sprofondo di 268 miliardi lasciato dalla Banca Privata italiana.
Giorgio Ambrosoli, 40 anni fa l’omicidio dell’eroe borghese. Che il potere voleva dimenticare: al funerale nessuna autorità

Sin dal 1976, sotto l’interessato sguardo di Giulio Andreotti, sono approntati piani per il salvataggio della Banca Privata italiana, tutti puntualmente bocciati dalla Banca d’Italia, sottoposta a sua volta a forti pressioni affinché accettasse il piano benché l’ultima parola sul salvataggio spettasse proprio al commissario liquidatore, Giorgio Ambrosoli.

Come si è creata la voragine e dove sono finiti i soldi è il tema dell’indagine che svolge il commissario liquidatore, il quale risale al 1969 per ricostruire i movimenti del banchiere, arrivando a delineare un quadro di movimenti che supera quanto richiesto dalla semplice procedura di liquidazione. Ambrosoli riesce a dimostrare che quello che venne definito al tempo “l’impero sindoniano” era prevalentemente una realtà contabile più che patrimoniale. Sindona si avvaleva di istituti compiacenti all’estero che gli hanno permesso di riciclare il denaro sporco. Intensa anche l’attività di speculazione di borsa e sulle valute i cui proventi finivano in altre società, mentre i numerosi trasferimenti di denaro servivano spesso a occultarlo.

Ambrosoli ha scoperto una serie di operazioni fittizie all’interno del sistema Sindona, spesso mascherate da operazioni valutarie, magari registrate in passivo falsificando i bilanci, per coprire finanziamenti a politici o a gruppi eversivi di estrema destra.

Michele Sindona era ossessionato da Giorgio Ambrosoli, ritenendolo il principale ostacolo al salvataggio della banca. Avvalendosi della mafia, Sindona fa sottoporre l’avvocato alla pressione di continue minacce, ma Ambrosoli è irremovibile, nonostante sia cosciente del rischio di morte che grava su di lui. A giugno del 1979 ad Ambrosoli fanno trovare, tra i faldoni dell’inchiesta, una pistola segata, mentre le telefonate di minacce diventano sempre più esplicite: “Lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto”.
dal blog di Otello Lupacchini
Giorgio Ambrosoli, quando Sindona pronunciò la sua condanna a morte in un hotel di New York

Ambrosoli ci ha lasciato il suo esempio di coraggioso e onesto uomo comune, di Eroe borghese come l’ha felicemente definito Corrado Stajano nel suo libro; ma soprattutto Ambrosoli ci ha offerto la sua competenza, a cominciare dalle 14 relazioni inviate a Bankitalia che gettano luce sulla forma oscura del potere in quegli anni (in rete si può trovare la sua prima relazione commentata da Ottavio D’Addea).

Va ricordato che ai suoi funerali non partecipa nessun membro del governo, quasi fosse un atto dovuto ignorare Ambrosoli. L’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, nel 2010 ha così commentato l’assassinio di Ambrosoli: “Certo, era una persona che in termini romaneschi io direi se l’andava cercando“.

 

 

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