12 Febbraio 1991 Torre Annunziata. Ucciso Antonio Raia, 21 anni, pacifista, obiettore di coscienza, terzo anno di Istituto universitario navale.

È morto senza sapere perché Antonio Raia, 21 anni, pacifista, obiettore di coscienza, terzo anno di Istituto universitario navale. Odiava la violenza, aveva rinunciato alle armi e scelto di rendersi utile a chi ne aveva più bisogno. Undici e trenta, il corso Umberto I è una gola ostruita dal traffico. Folla per strada, incroci congestionati. La ruota anteriore di un motorino sfiora quella di una Uno imbucata in una interminabile coda. I colpi in successione di una pistola a tamburo contro i due occupanti della macchina: a far fuoco è il ragazzo sul sedile posteriore, tiene l’arma con le due mani, a pochi centimetri dal finestrino di destra. Niente bossoli, un lavoro che doveva essere pulito, rendere difficile il lavoro degli investigatori.
Riverso sul cruscotto della Uno, Pasquale Trotto, 54 anni, invalido dal tempo dell’ultima guerra, il vero obiettivo di quest’altra spietata esecuzione di camorra.
Antonio Raia si precipita fuori dalla macchina, tenta di fuggire: forse Trotto gli ha confidato qualcuno dei suoi segreti, forse invece potrebbe riconoscere i killer e raccontare tutto. E i sicari non se lo lasciano scappare: uno di loro, che non si è neppure preoccupato di coprirsi il volto, appoggia la mano sul tetto della Uno e spara, centrandolo al petto.
Paralizzato dal terrore, sul sedile posteriore, c’è il figlio di Trotto, Michele: si mette alla guida e tenta di soccorrere i due. Inutile la corsa all’ospedale civile di Torre Annunziata: il ragazzo era già morto. (da La Repubblica del 13 Febbraio 1991)

 

 

Storia tratta dal libro 101 storie di camorra che non ti hanno mai raccontato – di Bruno De Stefano – Newton Compton Editori

36. Antonio, il pacifista morto in guerra

Il destino fa brutti scherzi. In molti casi per neutralizzarli è sufficiente un sorriso o una buiona dose di fatalismo. A volte, però, gli scherzi sono talmente pesanti che rendono inaccettabile qualsiasi cosa, figuriamoci la morte.
Con Antonio Raia, studente universitario di Somma Vesuviana, il destino ha voluto proprio accanirsi. Era un pacifista, un non violento, un obiettore di coscienza, e gli è toccato morire ammazzato. Lui che non voleva né indossare una divisa né impugnare in’arma, è tra i caduti di una guerra che non aveva deciso di combattere e che non gli apparteneva. Com’era capitato a molti prima di lui, e come capiterà a molti altri dopo, pure Antonio è stato seppellito due volte: al cimitero e nella memoria collettiva. Fatta eccezione per i suoi familiari e i suoi amici, nessuno ricorda la sua storia, che merita invece di essere raccontata.

[…]

La morte dello studente dovrebbe rappresentare una frustata per la cosiddetta società civile, e una mobilitazione di massa dovrebbe sottolineare un altro episodio di barbarie che si è portato via una giovanissima vittima. Invece anche la fine assurda di Antonio Raia passa sotto silenzio, perché nelle ore successive giornali e telegiornali sono costretti a correre appresso ai tanti altri cadaveri che sta lasciando sull’asfalto lo scontro tra clan della camorra. Il sipario sul pacifista morto in guerra cala molto presto, anzi prestissimo. Resta lo strazio di un’altra famiglia dilaniata dal dolore.

 

 

 

Articolo del 13 Febbraio 1991 da  ricerca.repubblica.it
AGGUATO CONTRO UN BOSS CIECO MUORE IL SUO ACCOMPAGNATORE
di STELLA CERVASIO

TORRE ANNUNZIATA La camorra uccide ancora e, ancora una volta, non risparmia un innocente. E’ morto senza sapere perchè Antonio Raia, 21 anni, pacifista, obiettore di coscienza, terzo anno di Istituto universitario navale. Odiava la violenza, aveva rinunciato alle armi e scelto di rendersi utile a chi ne aveva più bisogno.
Undici e trenta, il corso Umberto I di Torre Annunziata è una gola ostruita dal traffico. Folla per strada, incroci congestionati. La ruota anteriore di un motorino sfiora quella di una Uno imbucata in una interminabile coda. I colpi in successione di una pistola a tamburo contro i due occupanti della macchina: a far fuoco è il ragazzo sul sedile posteriore, tiene l’arma con le due mani, a pochi centimetri dal finestrino di destra. Niente bossoli, un lavoro che doveva essere pulito, rendere difficile il lavoro degli investigatori.
Riverso sul cruscotto della Uno, Pasquale Trotto, 54 anni, invalido dal tempo dell’ultima guerra, il vero obiettivo di quest’altra spietata esecuzione di camorra.
Antonio Raia si precipita fuori dalla macchina, tenta di fuggire: forse Trotto gli ha confidato qualcuno dei suoi segreti, forse invece potrebbe riconoscere i killer e raccontare tutto. E i sicari non se lo lasciano scappare: uno di loro, che non si è neppure preoccupato di coprirsi il volto, appoggia la mano sul tetto della Uno e spara, centrandolo al petto.
Paralizzato dal terrore, sul sedile posteriore, c’è il figlio di Trotto, Michele: si mette alla guida e tenta di soccorrere i due. Inutile la corsa all’ospedale civile di Torre Annunziata: il ragazzo era già morto. Gli è costato caro accompagnare Pasquale Trotto.
Poche le speranze che l’uomo sopravviva: il volto sfigurato, il torace e il braccio destro crivellati di colpi, dal presidio di Torre Annunziata è stato trasportato subito al Cardarelli e operato. E’ in rianimazione, ma la sua vita è legata a un filo.
Grida e lacrime al momento del riconoscimento della salma del giovane ucciso: i genitori, Mario Raia, operaio, e sua moglie, in preda alla commozione, non hanno retto, sono andati via prima dell’arrivo del magistrato che ha in carico l’inchiesta.
Antonio era contro la guerra, detestava la violenza, è finito nelle mani di quei disgraziati assassini, urlava la madre davanti al corpo del ragazzo.
Antonio era l’attendente di Pasquale Trotto, lo seguiva passo passo e si metteva alla guida della macchina per portarlo in giro: come obiettore di coscienza aveva scelto la funzione di accompagnatore di disabili. E Trotto era un grande invalido, un incidente negli anni ’40 gli aveva troncato le mani e ridotto la vista a pochi decimi.
Da quando gli era stato assegnato, Antonio Raia, che era di Somma Vesuviana e aveva iniziato il servizio militare nell’estate dell’anno scorso, gli stava a fianco dalle nove alle due del pomeriggio, una pausa per il pranzo e dalle cinque tornava con l’ invalido, seguendolo fino alle nove di sera. Passava molte ore con lui, la moglie, il figlio ventenne, la madre, la sorella nella grande villa vicino al campo sportivo, alle porte di Torre Annunziata.
La vendetta non ha risparmiato Raia, completamente estraneo ai legami invece ipotizzati dagli inquirenti tra l’invalido e la mala torrese.
A carico di Trotto c’era una fitta serie di denunce, per associazione di stampo camorrista, omicidio, traffico di droga, di armi. Ufficialmente viveva di pensione, si arrangiava però occupandosi di mediazioni: appartamenti, terreni, prestiti. Attività che l’avevano messo in contatto con i clan della zona, che esercitano un controllo serrato sulla vita economica del paese. L’ultima denuncia risaliva all’89: Trotto era stato visto più volte in compagnia di uomini fidati di Luigi Limelli, alleato di Gionta, che ha in mano il business delle estorsioni e del traffico di eroina a Torre Annunziata. Il capoclan dei Limelli, che dal bunker di Boscotrecase tiene in pugno l’hinterland vesuviano, da un mese non è più agli arresti domiciliari, ha ricevuto il condono giudiziario. Forse un conto di grossa entità in sospeso ha infranto l’immunità concessa dai boss a Trotto per le sue condizioni di salute. Una invalidità sofferta come una grave menomazione, nella sua posizione di satellite della mala.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 13 Febbraio 1991
Agguato al boss cieco I killer uccidono il soldato che lo assiste
di Mariella Cirillo
Torre Annunziata: guerra fra clan

NAPOLI. Faceva il militare lontano da caserme, armi e pericoli, ma la guerra, quella che la camorra combatte sparando nel mucchio, l’ha trovata in casa. Antonio Raia, 21 anni, è morto ieri mattina nell’agguato ad un invalido che assisteva, un uomo reso cieco e senza mani dallo scoppio di una granata durante il secondo conflitto mondiale. Ma a Torre Annunziata, il paese vesuviano da tempo tormentato dalla malavita, Antonio Trotto, 54 anni, è soprattutto un personaggio di rispetto, indicato dai rapporti di polizia come legato alle organizzazioni camorristiche che si contendono il controllo della città. Le pistole dei sicari lo hanno ferito gravemente, uccidendo il giovane che gli stava accanto.
Lui, studente universitario al terzo anno di Ingegneria, dopo aver ricevuto la cartolina di leva poco più di sei mesi fa, era stato destinato al servizio di accompagnamento riservato ai grandi invalidi di guerra, cui spetta questa forma di assistenza.

Ieri, come ogni giorno, Antonio ha lasciato la sua abitazione nel vicino Comune di Somma Vesuviana dove abitava con i genitori e due fratelli. Ha raggiunto Torre Annunziata ed è andato a casa di Pasquale Trotto. Verso mezzogiorno l’uomo, che ufficialmente è mediatore di terreni, gli ha chiesto di condurlo in auto a fare alcune commissioni. Con loro è salito in macchina anche il figlio Michele, 21 anni, l’unico scampato alla sparatoria. La vettura ha imboccato la strada principale del paese. Improvvisamente, da un vicolo è sbucato un motorino con due giovani a bordo che hanno affiancato la «Uno». Il killer seduto dietro, il viso nascosto da un passamontagna, ha estratto due pistole calibro 38 ed ha cominciato a sparare. Quattro proiettili hanno colpito al volto e alle spalle la vittima designata, ma i sicari non hanno risparmiato Antonio, fulminato da due proiettili al petto, mentre Michele Trotto è riuscito a rannicchiarsi sotto il sedile posteriore.

Per Antonio non c’è stato nulla da fare: è morto prima dell’arrivo in ospedale. Qui sono accorsi poco dopo i familiari disperati, il padre e la madre che ha continuato a ripetere: «La guerra, quella vera, sta qua». Per gli inquirenti non ci sono dubbi: l’agguato teso a Pasquale Trotto, che per i medici non ha molte speranze di cavarsela, è frutto di uno sgarro. La matrice della sparatoria trova conferme in un rapporto consegnato dalla polizia alla magistratura nell’87: nell’elenco di persone per le quali erano proposte misure antimafia compare anche Trotto, ritenuto affiliato al clan Limelli, la banda che si oppone al clan del boss Gionta.

 

 

 

 

Fonte:  metropolisweb.it
Articolo del 3 dicembre 2017
Antonio Raia: Il pacifista ucciso dalla camorra
Odiava le armi, scelse il servizio civile. Doveva badare a un disabile, ma non sapeva dei legami dell’uomo con i clan di Torre Annunziata.

Morire in guerra anche se sei un pacifista convinto: una feroce presa in giro della sorte. Il destino fa brutti scherzi, alcuni si possono accogliere con il sorriso, altri con rassegnazione. Altre volte, invece, si ha la sensazione che il destino si sia malignamente accanito contro di noi, portando la nostra vita su un percorso completamente diverso da quello che avevamo immaginato. Come nel caso di Antonio Raia, 21enne studente universitario di Somma Vesuviana. Detestava le armi e aveva deciso di evitare il servizio militare facendo l’obiettore di coscienza. Ma è morto in un conflitto che non gli apparteneva e che non avrebbe mai voluto combattere: è caduto sul fronte di una delle tante guerre di camorra che hanno insanguinato la provincia di Napoli.

Morire in guerra anche se sei un pacifista convinto: una feroce presa in giro della sorte. Il destino fa brutti scherzi, alcuni si possono accogliere con il sorriso, altri con rassegnazione. Altre volte, invece, si ha la sensazione che il destino si sia malignamente accanito contro di noi, portando la nostra vita su un percorso completamente diverso da quello che avevamo immaginato. Come nel caso di Antonio Raia, 21enne studente universitario di Somma Vesuviana. Detestava le armi e aveva deciso di evitare il servizio militare facendo l’obiettore di coscienza. Ma è morto in un conflitto che non gli apparteneva e che non avrebbe mai voluto combattere: è caduto sul fronte di una delle tante guerre di camorra che hanno insanguinato la provincia di Napoli.

Antonio sa che il servizio militare è un obbligo al quale non può sottrarsi in nessun modo. Tanto più che indossare una divisa, marciare in gruppo e maneggiare i fucili sono impegni che non lo hanno mai attratto; la sua indole è completamente diversa, come diversi sono i suoi obiettivi e i suoi interessi. Frequenta il terzo anno dell’Istituto Navale, a Napoli, e dover fare il soldato è una seccatura che avrebbe volentieri evitato perché si piazza proprio in mezzo ai suoi progetti e alle sue aspirazioni. Ma c’è un modo per aggirare almeno in parte l’ostacolo: fare l’obiettore di coscienza e sostituire i dodici mesi di leva con il servizio civile. Così potrà evitare di partecipare ad una finta guerra e al tempo stesso potrà fare qualcosa di utile per la collettività.

È appena iniziata l’estate del 1990 quando viene chiamato a fare il servizio civile. Il compito che gli è stato affidato non è dei più semplici, anzi diciamo pure che non gli è andata proprio benissimo: gli tocca assistere un disabile che ha la necessità di avere accanto una presenza fissa. Dovrà occuparsi di Pasquale Trotto, un signore di 54 anni quasi completamente cieco e privo di entrambe le mani a causa di un incidente avvenuto molti anni prima. Secondo le disposizioni che gli hanno dato, Antonio deve tenergli compagnia ogni giorno in un orario diviso in due fasce: dalle nove del mattino alle due del pomeriggio e dalle cinque alle nove di sera. Ma Trotto, però, non è esattamente un invalido qualsiasi: benché debba fare i conti con una menomazione devastante che gli impedisce oggettivamente di fare molte cose, nel suo passato ha collezionato una serie di denunce per diversi reati e, secondo gli inquirenti, frequenta personaggi legati alla camorra. Gli ultimi problemi con la legge risalgono al 1989, quando è stato visto più volte in compagnia di esponenti del clan capeggiato da Luigi Limelli, un alleato della cosca mafiosa guidata da Valentino Gionta, un’organizzazione che gestisce, tra le altre cose, un consistente giro di estorsioni e un florido traffico di droga. Insomma, dal punto di vista delinquenziale Torre Annunziata è una città piuttosto complessa, come testimoniano pure le decine e decine di omicidi avvenuti fin dai primi anni ’80. A quanto pare anche quando lo studente di Somma Vesuviana comincia ad occuparsi di lui, Trotto non ha completamente smesso di bazzicare certi ambienti. Ufficialmente vive con una pensione di invalidità, integrata di tanto in tanto dagli introiti che derivano dall’attività di mediazione nella compravendita di appartamenti e terreni. Nonostante non sia organico a nessuna cosca di Torre Annunziata, probabilmente il suo mondo e quello della camorra non devono essere così distanti. Molto probabilmente Antonio tutte queste cose non le sa, del resto ha solo 21 anni, è concentrato sugli studi e pensa solo ad accompagnare in giro quello che agli occhi di molti è un povero disgraziato a cui la vita non ha riservato grosse soddisfazioni. Nei primi mesi del 1991 lo studente del Navale non si fa neppure troppe domande, fino a quel momento tutto è filato liscio come l’olio, con l’arrivo dell’estate finirà anche il servizio civile e potrà finalmente tornare a dedicarsi esclusivamente agli studi. All’estate del 1991, però, Antonio non ci arriva. La sua vita si ferma quando la primavera non è ancora alle porte. Il suo cuore finisce di battere mentre guida una utilitaria in una mattina di un inverno particolarmente gelido. Il pacifista Antonio Raia, infatti, muore poco prima di mezzogiorno del 12 febbraio. Quel giorno sta scarrozzando Trotto per le strade di Torre Annunziata a bordo di una Fiat Uno targata Firenze e di colore beige chiaro.

Antonio è al volante, al suo fianco c’è Trotto, seduto sul sedile posteriore c’è il figlio del disabile. Percorrono il centralissimo Corso Umberto I molto lentamente, perché a quell’ora c’è il solito traffico che mette a dura prova il sistema nervoso. Dietro la Fiat Uno si è incollato un motorino con in sella due giovani, entrambi non indossano il casco. Fin qui niente di strano. Ad un certo punto lo scooter si accosta dal lato passeggero e il ragazzo seduto sul sellino posteriore estrae la pistola e spara ripetutamente su Trotto. Quattro proiettili raggiungono il volto, il torace e il braccio destro dell’invalido. Gli assassini non devono essere dei professionisti perché altri due proiettili finiscono addosso ad Antonio, colpevole solo di essere sulla stessa traiettoria della vittima designata. Lo studente viene raggiunto al petto e alla gamba destra. Come in tutti gli agguati di camorra, il raid si consuma in pochi secondi e il motorino con i due killer sparisce d’incanto in mezzo al fiume di automobili in colonna.

Pur essendo stato ripetutamente colpito, il pregiudicato cieco e menomato sopravvive all’imboscata, finirà all’altro mondo solo dopo una decina di giorni di agonia.

Chi muore, invece, è Antonio Raia. Si, proprio lo studente che aveva scelto di non imbracciare armi e di far finta di sparare su un nemico immaginario. È morto da innocente in una guerra che non era la sua, una guerra che farà ancora tanti ma tanti morti ammazzati. E molti moriranno da innocenti, proprio come lui. La tragedia di Torre Annunziata dovrebbe suscitare un moto di indignazione collettiva, ma il fuoco dello sdegno si affievolisce rapidamente dopo l’inevitabile attenzione dedicata alla vicenda, quando il cadavere di Antonio è ancora caldo. La sua tragica fine viene prima dimenticata, poi rimossa dalla memoria collettiva. I funerali sono uno strazio, con i parenti aggrappati alla bara che non riescono ad accettare l’idea, e del resto chi potrebbe riuscirci, che Antonio sia andato incontro a quella fine. Il sipario sullo studente universitario di Somma Vesuviana viene calato al cimitero. Di lui è rimasto solo un ricordo assai pallido, tant’è che sul web, ad eccezione di qualche articolo di giornale, non ci sono tracce di quella sciagura e la sua storia è sconosciuta ai più.

Quel che è rimasto ancora vivo nella carne è il dolore dei suoi familiari, a partire dai genitori che tutto avrebbero immaginato tranne di dover correre all’obitorio per riconoscere il corpo del loro figlio. Nella tarda mattinata del 12 febbraio del 1991 trovarono Antonio steso su un tavolo di marmo. Il loro figlio era morto. E con lui erano morti pure i sogni che hanno tutti i ragazzi a vent’anni.

 

 

 

 

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