12 Luglio 2001 Bari. Michele Fazio, 16 anni, vittima innocente di un commando che voleva colpire un boss del clan barese Strisciuglio.

Foto da lagazzettadelmezzogiorno.it

Michele Fazio morì a soli 16 anni, il 12 luglio del 2001, nei pressi della sua abitazione nel centro storico di Bari. Michele Fazio è Vittima innocente di una guerra di mafia.
Stava tornando a casa dopo una serata con gli amici, quando si trovò in mezzo ad uno scontro a fuoco tra i clan rivali Capriati e Strisciuglio.

 

 

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 14 luglio 2001
Scambiato per boss, due colpi alla nuca
di Tonio Attino
Vittima dei clan un ragazzo di 16 anni colpito a Bari
Garzone in un bar, rincasava dopo un giorno di lavoro

BARI ~ Nella città vecchia, assediata da carabinieri e poliziotti, Michele Fazio, 16 anni, il garzone di un bar, è stato ridotto in fin di vita, punito come un boss che ha tradito. Due colpi alla nuca. Michele Fazio è clinicamente morto, fino a ieri sera attaccato alle macchine. Un bravo ragazzo, tutto il giorno al lavoro al «Barium», un locale pubblico del centro di Bari.

Giovedì sera aveva chiamato la mamma dal telefonino per avvertirla: «Sto tornando, puoi preparare la cena». Qualche minuto dopo i suoi parenti hanno udito i colpi. Sei pistolettate. Mentre tornava a casa. Michele e stato centrato da due colpi di pistola ala testa. Lo zio si è affacciato, ha capito tutto. Michele è stato soccorso, trasportato al Policlinico.

Il bersaglio non doveva essere lui. Nel mirino c’era molto probabilmente Giuseppe De Felice, il ras del quartiere Libertà. Scampato già una volta a un agguato tre settimane fa, appena uscito dal carcere, probabilmente doveva essere ammazzato proprio giovedì sera. Ma poco prima delle 23, in via Amendoni, a due passi dalla cattedrale e dall’abitazione di De Felice, c’era Michele Fazio che rincasava. Vicinissimo a casa e alla caserma della Guardia di Finanza, ha chiamato casa e avvertito la mamma. Poco dopo si è scalenato l’inferno.

Probabilmente c’erano, in strada, alcuni luogotenenti di De Felice, o lui stesso. I killer, una o due persone arrivate con un ciclomotore, hanno comincialo a sparare. Sono scappati tutti. Anche Michele, terrorizzato, è corso disperatamente. Un’ottantina di metri con il cuore in gola, poi è stato centrato alla testa. Scambiato per uno degli uomini di De Felice oppure – ipotesi più verosimile – colpito dalle pallottole destinate agli amici del boss.

«Un bravo ragazzo, un lavoratore, siamo stati insieme fino a quando è andato a casa» racconta un suo amico. Figlio di un ferroviere in servizio a Milano, mamma casalinga, un fratello. Michele Fazio aveva finito il suo turno di lavoro intorno alle 19,30. Era tornato a casa per uscirne alle 21. Poco più di un’ora con gli amici, poi aveva chiamato la mamma al telefono: «Tra un po’ arrivo, prepara la cena».

Ma qualche istante dopo si ritrova tra le pallottole, cerca di fuggire, corre mentre i killer sparano seminando per un centinaio di metri bossoli calibro 7,65. I carabinieri ne hanno raccolti sei.

Il delitto è avvenuto vicino a piazza Mercantile, il cuore della vita notturna barese, affollatissima di giovani: è l’area controllata dal clan Strisciglio, attualmente in guerra con i Capriati, il clan storico della città vecchia scalzato però dai suoi ex luogotenenti divenuti, nella gerarchia criminale barese, potenti quanto loro. De Felice è alleato degli Strisciuglio e, quindi, avversario dei Capriati.

Nessuno sembra poter fermare questa guerra che si combatte di giorno e di notte, nel centro della città e nel borgo antico. A Bari vecchia giovedì sera, c’erano, fra poliziotti, carabinieri e finanzieri, nove pattuglie, una trentina di uomini aiutati dai «falchi» sguinzagliati tra i vicoli, in moto. «Quasi una sfida scrive r«Osservatore romano» come a dire che in quelle stradine è la malavita a dettare legge e non lo Stato».

«Noi ce la stiamo mettendo tutta e siamo riusciti a mantenere la calma per quindici giorni, ma oggettivamente controllare la città vecchia di Bari, un dedalo di viuzze in cui spesso non puoi entrare neppure in moto, non è facile» ammette il questore Franco Malvano, convinto però che una nuova offensiva delle forze dell’ordine possa portare in carcere i più pericolosi dei boss in libertà, quanto preoccupato da una prospettiva tutt’altro che favorevole: fra poche settimane altri boss potrebbero lasciare il carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare.

In ogni caso, i precedenti lasciano capire che non finirà qui. Il 7 aprile l’omicidio di Nicola Abbrescia. Sulle prime il sospettato è Francesco Capriati, il nipote del boss di Bari vecchia, Antonio. Il 18 maggio si spara nella strada principale della città, via Sparano, tra la folla.. Due feriti. Il 29 giugno la risposta: Francesco Capriati viene ucciso. Anche questa volta delitto in pieno centro. Via Imbriani. Non conta quanti poliziotti e carabinieri ci siano in strada, non conta se un ragazzo di 16 anni non è un boss. Quando i clan si combattono, qui non ci sono ostacoli.

 

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 14 luglio 2001
Morire a 16 anni, vittima di una guerra fra clan
di Maria Annunziata Zegarelli
Un ragazzo pulito senza rapporti con la criminalità, dicono di lui gli inquirenti.
Ucciso dai colpi sparati da un killer in motorino nel borgo antico di Bari.

Ha corso Michele Fazio, con i suoi 16 anni da salvare, braccato da un killer col «motore» che sparava all’impazzata nei vicoli del Borgo antico di Bari.

Una fuga inutile, la sua, colpito proprio sotto casa, quando ormai pensava di avercela fatta. Due colpi, alla nuca, al collo. Sei bossoli a terra, sparsi in oltre cento metri, a testimoniare quella corsa disperata del ragazzo per scappare alla morte, lui che in quella guerra di clan che stravolge Bari non c’entrava nulla. Il fatto, l’ultimo in ordine di tempo è avvenuto l’altra sera, intorno alle 11 mentre Michele stava dirigendosi a casa, nel quartiere più a rischio della città pugliese. Almeno negli ultimi mesi, contrassegnati da sparatorie e morti. Lo sapeva bene Michele, ma amava il suo quartiere, non se ne sarebbe andato da lì. Strisciuglie Capriati, sono questi i due clan che si contendono il controllo del-la zona.

L’ha gridato l’altra sera sua madre Raffaella, davanti a quel corpo esanime, a terra, che suo figlio no, non doveva morire per una storia così lontana dalla loro realtà di famiglia normale, che vive e lavora e frequenta la parrocchia. Lei gridava, suo figlio era là, sotto il balcone della palazzina dove viveva. Era quasi arrivato Michele, al civico 1 di via Amenduni. Aveva smontato il suo turno di barista, al «Barum» alle 19. Era stato in giro con i suoi amici, poi alle 22.30 aveva chiamato la madre, con il cellulare, le aveva detto: «Ma’, scaldami la focaccia che sto arrivando». Invece, la strada per l’inferno era a pochi istanti, appena imboccata la via di casa, cuore della città vecchia. Uno, due, tre, sei colpi. Sparati da un killer a bordo di un motorino, il “motore», come lo chiamano a Bari.

La gente ha raccontato ai carabinieri di aver sentito gli spari, di aver visto il ragazzo a terra ma dei killer neanche l’ombra. Difficile a credersi, per chi conosce quel nugolo di strade e vicoletti con le finestre tutte aperte e la gente che prende il fresco seduta davanti l’uscio, per strada, praticamente. Ma tant’è. Di certo i carabinieri sanno che la giovane vittima non aveva precedenti penali, né frequentava la criminalità del luogo. Un ragazzo pulito, vittima innocente di una guerra di clan. Quando l’hanno colpito, i carabinieri erano a una cinquantina di metri di distanza, ma quando sono arrivati hanno visto soltanto il giovane ferito a terra. A portarlo in ospedale è stato il giovane fratello, disperato. Suo padre, Giuseppe, dipendente delle poste a Milano, era arrivato da pochi giorni a Bari, per trascorrere le ferie estive. Disperazione e rabbia, ieri pomeriggio, alle cinque, quando i medici del Policlinico hanno dichiarato la morte del giovane fino a quel momento tenuto in vita da una macchina.

Il parroco della Cattedrale, Don Nicola Bonerba, racconta al telefono della grande dignità con cui la famiglia ha affrontato la tragedia, «dell’amore infinito per quel figliolo che finita la scuola dell’obbligo era andato a lavorare e che non aveva mai provocati grattacapi». Don Nicola ci tiene adire che il borgo antico non è solo delinquenza. Che c’è sì disagio per la mancanza di lavoro, per la “mancanza di iniziative culturali e sociali, per l’assenza quotidiana Dello Stato, ma la gente ha voglia di giustizia e di pace». La gente dice, ama questo quartiere. «Adesso c’è sgomento, ci sono persone ammutolite di fronte a questo lutto che ha colpito un bravo ragazzo», commenta il parroco. Che ieri mattina ha alzato il telefono, ha preso appuntamenti e ha incontrato le autorità, compreso il prefetto. Per chiedere una maggiore presenza. «Ho trovato grandi disponibilità – riferisce – ma adesso la comunità si deve stringere intorno alla famiglia di Michele».

I funerali sono stati fissati per domenica alle 11.30. Ci sarà tutto il Borgo Antico, ci sarà «la gente per bene che respinge la violenza e questo clima di terrore» diventato insopportabile. Giovedì sera, seduto a pochi metri dall’agguato, c’era Giuseppe De Felice, «Pinuccio il napoletano», per la gente di qua. Sfuggì ad un agguato un mese fa, procurandosi solo qualche lieve ferita. Era stato scarcerato da poco, quando i killer lo inseguirono, senza troppo successo. Forse era ancora lui l’obiettivo. Gli inquirenti dicono che molto probabilmente il vero obiettivo erano gli Strisciuglio, era a loro che il clan Capriati voleva mandare un messaggio. Una vendetta per l’omicidio di Francesco Capriati, nipote del boss, ucciso il 29 giugno scorso, appena rimesso in libertà, malgrado fosse sotto inchiesta. Forse, ma per ora sono solo ipotesi, Michele Fazio camminava poco distante dal vero obiettivo.

Quest’omicidio, scrive l’Osservatore romano, «è quasi una sfida, come a dire che in quelle stradine è la malavita a dettar legge e non lo Stato». Dice il giornale vaticano: «L’assassinio è avvenuto in un centro storico presidiato dai Carabinieri e non lontano dalla caserma della Guardia di Finanza». Poco importa il fatto che potesse aver visto «troppo» o che possa trattarsi di un tragico «errore», scrive il quotidiano.

Il ragazzo ucciso «è una vittima innocente di una ferocia senza limiti, ma anche di una situazione di insicurezza derivante da una guerra tra i clan che da mesi insanguina la città e che le forze dell’ordine non riescono a contrastare adeguatamente».

 

 

 

 

Articolo del 4 Giugno 2005 da lagazzettadelmezzogiorno.it
Omicidio Fazio: arrestato il «piantone»
di Luisa Amenduni
Michele Portoghese, ritenuto dagli investigatori affiliato al clan Capriati, avrebbe fatto parte del commando che uccise per errore il sedicenne barese

BARI – Morì a soli 16 anni, il 12 luglio del 2001, in un vicolo di Bari vecchia solo perchè si era trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato: da allora la morte di Michele Fazio, vittima per errore di uno scontro a fuoco tra i clan rivali Capriati e Strisciuglio, è diventata il simbolo della voglia di riscatto delle brave persone che vivono nel reticolo di vie e piazzette del borgo antico. Un desiderio di rinascita portato avanti con forza dai genitori di Michele, che non si è spento negli anni e che ha portato oggi, grazie alla tenacia degli investigatori, ad un nuovo arresto. Il giovane arrestato oggi dalla polizia, da poco maggiorenne, sarebbe un affiliato al clan Capriati, organizzazione contrapposta a quella degli Strisciuglio.
Il 20 maggio scorso altre sei persone erano state arrestate per l’omicidio del barista sedicenne, raggiunto quella sera da un proiettile che lo colpì alla nuca, mentre tornava a casa dopo una giornata di lavoro.

Secondo quanto accertato dagli investigatori, il giovane arrestato oggi quella sera era alla guida di uno dei due scooter sui quali viaggiavano i componenti del commando. Non avrebbe sparato direttamente ma avrebbe facilitato il trasporto delle armi e, poi, avrebbe fatto il «piantone» affinchè gli sparatori riuscissero a fuggire.

Oltre al giovane arrestato oggi – che era stato condannato a due anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso – gli altri arrestati per l’omicidio di Michele Fazio sono Raffaele Capriati, di 22 anni, e Francesco Annoscia, di 23. Il quarto che avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco sarebbe stato Leonardo Ungredda, ucciso il 19 agosto del 2003 sul lungomare di Bari, sempre nell’ambito della guerra di mala. E sarebbe stato proprio Ungredda a sparare la sera del 12 luglio del 2001, usando una pistola 7,65, mai ritrovata, colpendo Michele Fazio che stava rientrando dal lavoro.

Il commando aveva come obiettivo uno qualsiasì degli appartenenti al clan Strisciuglio: si intendeva così vendicare – secondo quanto accertato dagli investigatori – l’uccisione, avvenuta due settimane prima, di Francesco Capriati. I quattro, quindi, quella sera, avrebbero avvistato Vito De Felice e si sarebbero diretti contro di lui. Ma quest’ultimo riuscì a scansare i colpi, uno dei quali uccise Michele Fazio. De Felice e sua moglie, Lucrezia Morelli, di 25 anni, furono arrestati il 20 maggio scorso perchè reticenti; per lo stesso reato sono in carcere Marino Catacchio, di 28 anni, e Pietro Romito, di 23. Secondo il questore di Bari, Giuseppe Zannini Quirini, il caso Fazio «è definitivamente chiuso nella dinamica, nelle motivazioni e nei responsabili».

L’inchiesta sulla morte di Michele Fazio era stata riaperta sette mesi fa, dopo che, nel gennaio del 2004, il pm che conduceva le indagini chiese l’archiviazione del caso. Da allora i genitori di Michele si rifugiarono in un silenzio di protesta e non parteciparono alle manifestazioni per il secondo anniversario della morte del figlio che furono organizzate nel luogo della tragedia, davanti alla scultura commissionata, per ricordare la terribile morte, dalla Provincia di Bari all’artista francese Jean Michel Folon.

Ma l’inchiesta venne riaperta dalla Dda di Bari. Il pm della Dda Desirè Digeronimo, che ha coordinato le indagini, più volte ha sottolineato come il lavoro investigativo abbia dovuto «scontrarsi contro un muro di omertà «. Nel vicolo di Bari vecchia, quando venne ucciso Michele Fazio, c’era molta gente che vide i sicari a bordo dei due motorini ma nessuno ha mai voluto aiutare gli investigatori ad identificare il commando. Gli assassini, quindi, avrebbero potuto essere arrestati il giorno dopo se qualcuno avesse parlato: invece è stato necessario un lungo lavoro investigativo che, infine, ha portato all’arresto dei responsabili di una morte che ancora oggi è una spina nel fianco della città.

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 22 novembre 2006
 ‘Fazio, 19 anni agli assassini’
di Gabriella De Matteis

«Diciannove anni di carcere». La richiesta del pubblico ministero Desirèe Digeronimo arriva poco prima di mezzogiorno. In un’udienza a porte chiuse, davanti ai genitori di Michele Fazio, il magistrato pronuncia la requisitoria. E invoca pene severe per Francesco Annoscia e Raffaele Capriati, considerati due componenti del commando che il 12 luglio del 2001 uccise per errore lo studente quindicenne.

Tornava a casa Michele Fazio quando fu colpito alla nuca da un proiettile vagante. Fu Leonardo Ungredda, poi ucciso in un agguato il 19 agosto del 2003, a sparare. Ma Francesco Annoscia e Raffaele Capriati facevano parte del gruppo di fuoco. E con loro c’era anche Michele Portoghese che all’epoca aveva soltanto sedici anni. Parteciparono all’omicidio, alla spedizione punitiva, ma con un ruolo secondario perché, ha ricordato il pubblico ministero della Dda, a premere il grilletto, a inseguire Vito De Felice, la vittima designata dell’agguato, fu Leonardo Ungredda. Francesco Annoscia era con lui su uno degli scooter. Sull’altro, invece, c’erano Michele Portoghese e Raffaele Capriati.

Quando l’omicidio fu commesso, i due imputati erano giovani, poco più che maggiorenni. Anche per questo l’accusa ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. L’ agguato doveva causare la morte di Vito De Felice, era riconducibile, cioè, ai contrasti tra clan. Il commando che per errore uccise Michele Fazio doveva vendicare l’omicidio di Francesco Capriati, avvenuto nel giugno del 2001. L’ impostazione dell’accusa è chiara. La posizione di Raffaele Capriati e Francesco Annoscia (l’unico ad aver partecipato all’ udienza) è più grave perché, partecipando all’ azione di fuoco, agevolarono l’organizzazione mafiosa della quale facevano parte. Su queste considerazioni si basa, quindi, la richiesta formulata dall’accusa di 19 anni di reclusione per i due imputati che hanno scelto di essere processati con il rito abbreviato.

È il giorno dell’accusa nell’ aula al primo piano del Palazzo di Giustizia, ma anche della famiglia di Michele Fazio, costituitasi parte civile. «Abbiamo partecipato all’udienza per guardare in faccia gli imputati. E questa è l’occasione per ringraziare ancora una volta gli investigatori. Il pm Digeronimo ha parlato come una mamma» spiega Pinuccio Fazio. L’avvocato Michele Laforgia, che rappresenta i genitori del quindicenne, ha chiesto il risarcimento di un milione di euro. Al processo partecipa anche il Comune di Bari che con il legale Gianfranco Grandaliano ha parlato del danno causato all’immagine della città dall’associazione mafiosa invocando un risarcimento di un milione e mezzo. La decisione del gup Antonio Lovecchio si conoscerà il 15 dicembre. La sentenza sarà pronunciata dopo gli interventi della difesa dei due imputati.

È al vaglio, invece, della procura del Tribunale per i minorenni la posizione di Michele Portoghese. Quando partecipò all’agguato aveva poco più di sedici anni. Le indagini sull’omicidio di Michele Fazio erano state archiviate nell’ottobre del 2003 e poi riaperte dal sostituto procuratore Digeronimo un anno più tardi. Nell’inchiesta sono stati coinvolti anche Vito De Felice, vero obiettivo della spedizione punitiva, la moglie Lucrezia Morelli, Marino Catacchio e Pietro Romito. Sono accusati di favoreggiamento e false dichiarazioni al pm, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa. I quattro sono processati con rito ordinario.

 

 

Articolo del 13 Luglio 2009 da peacelink.it
Michele Fazio 8 anni dopo
di Tonio dell’Olio

Le mafie hanno paura delle loro stesse vittime e non perché siano assediati dai fantasmi del passato, semplicemente perché uccidendo hanno scelto di far tacere per sempre quelle voci scomode. Hanno paura della verità.

Michele Fazio era un sedicenne pieno di vita che il 12 luglio 2001 si trovò per strada nei pressi della sua abitazione nel centro storico di Bari nel mezzo di una sparatoria tra esponenti di due clan rivali. Venne ucciso. Pinuccio e Lella, padre e madre di Michele, hanno avuto la forza di trasformare la rabbia e il dolore in una testimonianza viva e costante che li porta quotidianamente a parlare soprattutto ai giovani delle scuole.

«Quando sentivamo confusione, io e mia moglie – dice Pinuccio – ci rintanavamo dentro casa dicendo che era meglio farsi i fatti propri e che la cosa non ci riguardava. Dopo l’uccisione di mio figlio abbiamo capito che non possiamo restare estranei a ciò che riguarda il rispetto delle leggi, la capacità di cambiare il presente e di costruire il futuro…».

La strada ci riguarda. La vita tutta ci riguarda. Il presente e il futuro urlano il bisogno di mani oneste e di vite trasparenti che costruiscano una vita nuova.
Coraggio Pinuccio e Lella smentite quelli che pensano che una volta sepolti, i morti non parlano più!

 

 

 

Articolo del 12 Luglio 2010 da  barisera.net
Bari non dimentica il “suo” Michele Fazio
di Francesco Petruzzelli

BARI – Il loro cuore si è fermato quella sera del 12 luglio 2001. Si dice che il tempo curi il dolore, che il domani cancellerà il tremendo ieri. Ma per l’assurda perdita di un figlio il tempo resta all’infinito. Papà Pinuccio e mamma Lella lo sanno bene. Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa del loro figlio Michele Fazio, ucciso 9 anni fa per sbaglio durante un conflitto a fuoco della mala a Bari Vecchia. Anche stamane, le autorità civili e militari si sono ritrovate in via Amendoni davanti al monumento che ricorderà per sempre il sacrificio del 16enne colpito mortalmente mentre rientrava a casa dopo una giornata di lavoro.

Da quel dolore è nata una battaglia condotta dignitosamente dai genitori di Michele: un’associazione e un impegno costante con incontri e dibattiti nelle scuole di mezza Italia sul tema della legalità.

“Nove anni fa – racconta Pinuccio Fazio – io e mia moglie volevamo lasciare Bari, trasferirci al Nord. Ma poi le parole del nostro avvocato Michele Laforgia e la tenacia del pm Desirée Digeronimo ci hanno convinto a restare. Chiuderci nel nostro dolore non sarebbe servito a nulla”.

Da quel momento Pinuccio e Lella sono diventati un punto di riferimento pugliese per l’associazione di lotta alla mafia ‘Libera’ di don Luigi Ciotti. “Ogni 21 marzo – sottolinea Pinuccio – tutti i parenti delle vittime innocenti di mafia si ritrovano nella marcia per la legalità. Siamo in tanti e un solo giorno non basta per abbracciarsi tutti”.

E proprio durante la marcia dello scorso anno a Napoli (la prima si tenne a Bari nel 2008) Pinuccio ha maturato l’idea di scrivere del suo caso: “Il presente e il futuro urlano il bisogno di mane oneste e di vite trasparenti che costruiscono una vita nuova e migliore”.

“Quel 12 luglio – osserva il sindaco di Bari, Michele Emiliano – ha cambiato la storia della città. Abbiamo ritrovato consapevolezza e unità e ora chiedo al sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano (presente stamane alla cerimonia, ndr) di fare in modo che lo Stato ci sostenga. Noi vogliamo combattere ancora”.

Molto commosso il ricordo del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: “Il sangue dei giusti genera il cambiamento. Il sangue di Michele è il lievito che ha fatto crescere la consapevolezza. Dobbiamo banalizzare il mito dei clan e lo possiamo fare solo grazie ai parenti delle vittime che hanno trasformato il dolore in una spinta morale”.

La Provincia di Bari avvierà a breve alcuni progetti sul tema della legalità come ha annunciato l’assessore alle Risorse Umane, Sergio Fanelli: “Con i sindacati di polizia lavoreremo nelle scuole. Da questa pagina drammatica Pinuccio e Lella hanno portato avanti la legalità”.

“Vigilanza e controllo sul territorio” le linee guida della Circoscrizione San Nicola-Murat come conferma il presidente Mario Ferorelli: “Non dobbiamo abbassare la guardia. I ragazzini di 9 anni fa sono gli uomini di oggi. Molti di loro li abbiamo recuperati e sottratti alla criminalità”.

Un pensiero è andato anche all’ex questore di Bari Giuseppe Zannini Quirini, scomparso qualche giorno fa. “Lui e Michele sicuramente ci staranno guardando insieme da lassù” ha concluso papà Pinuccio.

 

 

 

 

 

 

Il grido e l’impegno. La storia spezzata di Michele Fazio
di Francesco Minervini

Ed. Stilo

Michele Fazio è un ragazzo barese di quindici anni, pieno di vita e di entusiasmo, che una sera di luglio sta tornando a casa per cenare con la propria famiglia. All’improvviso viene strattonato; non ha il tempo di voltarsi indietro, sente degli spari, sono attimi: un proiettile gli perfora il cranio e lui cade riverso per terra. Tutti scappano, lasciandolo solo. Nell’aria si avverte, lancinante, un solo grido: “Aveme accise u uagnune buenn” (“Abbiamo ucciso il bravo ragazzo”). Con l’aiuto dei genitori Lella e Pinuccio Fazio la storia spezzata di Michele e l’assurdità della sua morte innocente tornano a ricomporsi per diventare quella memoria collettiva di cui non solo Bari, ma ogni città che protegge i propri figli deve riappropriarsi: nella consapevolezza che occorre sempre volere, pretendere, provocare una giustizia e un impegno a volte troppo difficili per gli onesti.

 

 

 

 

 

 

 

 

TG 18.02.11 “Per non dimenticare” Michele e Gaetano

 

 

 

Fonte: baritoday.it 
Articolo del 28 giugno 2016
Omicidio Michele Fazio, in carcere anche l’ultimo componente del commando
Michele Portoghese, 16enne all’epoca dei fatti, è stato arrestato oggi in esecuzione di una condanna definitiva a 7 anni e 6 mesi per la morte del 15enne, ucciso per errore in una sparatoria a Bari vecchia nel 2001

È stato condannato in via definitiva e arrestato il terzo e ultimo componente del commando che la sera del 12 luglio 2001 uccise per errore a Bari vecchia il 15enne Michele Fazio.

Michele Portoghese all’epoca dei fatti aveva 16 anni, ed è stato processato dal Tribunale per i minorenni. Secondo l’accusa la sera dell’omicidio guidava uno dei due scooter usati per compiere l’agguato.

La condanna a 12 anni di reclusione in primo grado, per omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso, è stata poi ridotta in Appello a 7 anni e 6 mesi, confermati dalla Cassazione nelle scorse settimane. Oggi l’esecuzione dell’ordinanza di arresto da parte dei carabinieri.

Dopo l’iniziale archiviazione, le indagini sull’omicidio di Fazio furono riaperte nel 2004, con l’arresto, un anno dopo, dei responsabili. Per l’omicidio del 15enne di Bari vecchia era già stati condannati, con sentenze passate in giudicato, Francesco Annoscia (15 anni e 8 mesi di carcere, pena già scontata), e Raffaele Capriati (17 anni di reclusione). Leonardo Ungredda, ritenuto esecutore materiale del delitto, morì invece nel 2003 in un agguato sul lungomare.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia, l’agguato in cui Michele Fazio fu ucciso per errore si inquadrava in una faida tra i clan Capriati e Strisciuglio.

 

 

 

Incontro con i familiari di Michele Fazio, vittima innocente di mafia
(19 ottobre 2017)

Il 12 luglio 2001 il sedicenne Michele Fazio sta tornando a casa dopo una serata passata con alcuni amici. Attraversando i vicoli di Bari vecchia e viene coinvolto in un conflitto a fuoco tra due clan, i Capriati e gli Strisciuglio. Queste due famiglie mafiose sono in guerra per questioni legate al traffico di droga e al controllo del quartiere. Nella sparatoria Michele Fazio viene colpito a morte da un proiettile vagante. Quella sera ha cambiato per sempre la vita di Lella e Pinuccio, i genitori di Michele.

 

 

 

 

 

 

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