12 Marzo 1985 Cosenza. Ucciso Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza

Foto da: fonte non più disponibile

A Cosenza il 12 Maggio 1985 viene assassinato in un agguato mafioso Sergio Cosmai, direttore del locale carcere. Fu mortalmente ferito al capo con undici proiettili calibro 38 mentre, alla guida della sua Fiat Cinquecento, si stava recando all’asilo a prelevare la figlioletta Rossella di tre anni. La moglie Tiziana Palazzo era incinta del secondo figlio Sergio, che nacque un mese dopo la morte del papà.
Sergio Cosmai diresse il carcere di Cosenza dal settembre del 1982: aveva trovato un carcere controllato dalle cosche, in cui gli esponenti godevano di privilegi. Lui riorganizzò l’Istituto di pena nel massimo rispetto delle leggi e delle norme della riforma carceraria.
Tutto ciò non fu gradito e il boss, che aveva tentato anche con atti di forza di riprendere il controllo, ne ordinò l’uccisione.
L’omicidio di Sergio Cosmai è rimasto impunito come tanti altri fatti di sangue di quegli anni. Al suo nome sono intitolate un’aula della Pretura, una strada ed una scuola della sua città natale.

 

 

 

Nota dal Blog del IV° CIRCOLO DIDATTICO “DON PASQUALE UVA”
Scuola Statale Elementare e Materna – BISCEGLIE (BA) – Italy)

Sergio Cosmai nasce a Bisceglie il 10 gennaio 1949 da Antonio, e Rosa Di Ceglie, entrambi insegnanti. Consegue con ottimi voti la maturità classica presso il Liceo-Ginnasio di Trani acquisendo, secondo la Preside dello stesso Liceo “una cultura enciclopedica”.

Laureatosi in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Bari, il 1° marzo 1977 entra nell’amministrazione penitenziaria con la qualifica di Vice Direttore della casa circondariale di Trani.

Frequenta quindi, a Caserta, un corso di formazione professionale. In seguito viene assegnato ad altre sedi: Lecce, Palenno, Locri, Crotone e, infine, Cosenza; nelle ultime tre in qualità di Direttore.

A Cosenza giunge nel settembre del 1982: Si impegna nella gestione di una popolazione detenuta poco rispettosa dell’autorità dello Stato, dedicando gli ultimi tre anni della sua vita alla riorganizzazione dell’istituto di pena cosentino e alla lotta contro la criminalità organizzata, massicciamente presente nell’istituto di pena di Cosenza. Attento alle nuove proposte della riforma carceraria appena varate, opera nel massimo rispetto dei principi in essa contenuti a tutela della salute e dignità umana e sociale del detenuto.

Il 12 marzo 1985, da killers della malavita organizzata, viene mortalmente ferito al capo con undici proiettili calibro 38 mentre, alla guida della sua Fiat Cinquecento arancione, si recava presso l’asilo a prelevare la figlioletta Rossella di tre anni. La moglie Tiziana Palazzo era incinta del secondo figlio Sergio, che nacque un mese dopo la morte del papà.

Si interessò dei problemi sociali della sua città, con particolare riguardo alla conservazione e ristrutturazione del centro storico. Sulla base di alcune ricerche scrisse: “Breve saggio sulla società biscegliese del tardo ‘500”.

Varie iniziative furono intraprese per ricordarlo: Il Memorial di tennis “Sergio Cosmai”, un concorso di poesie, l’intitolazione dell’aula di udienze della Pretura, una strada e il plesso scolastico di via Carrara Reddito.
(Da “Il Palazzuolo”)

 

 

Articolo di La Stampa del 13 Marzo 1985
Cosenza, direttore del carcere ferito in un agguato: morente
Rivendicazione dei «comitati comunisti rivoluzionari»

Prima gli spara un colpo di pistola dall’auto In corsa. Poi scende, punta l’arnia sulla vittima, già ferita, ed esplode altri colpi. Sergio Cosmai. 36 anni, direttore del carcere di Cosenza, agonizza all’interno della sua vettura mentre il killer e il complice fuggono. Le sue condizioni sono disperate: uno dei prolettili lo ha raggiunto alla testa. I medici dell’ospedale di Reggio Calabria (da Cosenza lo hanno trasferito qui) lo ritengono in coma irreversibile. Un’ora dopo l’agguato arriva la telefonata di rivendicazione: «Siamo i comitati comunisti rivoluzionari, abbiamo sparato al direttore delle carceri. Pedro vive». Pedro è Pietro Maria Greco, l’autonomo calabrese ucciso dalla polizia a Trieste durante un controllo. Ma è un attentato terroristico oppure si tratta di delinquenza comune che vuole depistare le indagini? Gli inquirenti non trascurano alcuna ipotesi anche se privilegiano quella mafiosa. Cinquanta persone sono state fermate, quasi tutte appartengono alla malavita locale. Sono indiziate di associazione a delinquere di stampo mafioso. La ricostruzione è affidata alla testimonianza di chi ha seguito le varie fasi dell’agguato. Il dottor Cosmai, originario di Bisceglie e direttore del carcere di Cosenza dal 1982, rientra nelle prime ore del pomeriggio da Vibo Valentia, dove si è recato per effettuare un’Ispezione nella locale casa circondariale. Sono le 14,30. Il funzionario lascia l’auto di servizio nel carcere dove alloggia con la famiglia. Poi sale sulla sua Fiat 500 di colore giallo targata Bari e si dirige verso la scuola privata, situata alla periferia della città, frequentata dalla figlia Rossella di sette anni. Due uomini, a bordo di una Golf, lo seguono. Pochi minuti di attesa e poi affiancano l’auto di Cosmai. Uno del killer spara un colpo con una pistola calibro 38. Il proiettile raggiunge il funzionario alla testa. Cosmai perde il controllo dell’auto e va a sbattere contro un palo dell’illuminazione stradale. Il killer scende dalla Golf, si avvicina al direttore del carcere e spara altri colpi. Poi fugge insieme al complice. L’auto usata nell’attentato viene ritrovata dopo qualche ora. E’ targata Napoli ma la targa è falsa. Sergio Cosmai, padre di una bambina (la moglie è in attesa del secondo figlio), ha diretto le carceri, di Lecce e di Crotone, prima di essere destinato a Cosenza. La rivendicazione dell’attentato fa pensare ad una matrice politica ma gli inquirenti sembrano propensi a cercare i responsabili fra la delinquenza comune.  m. r. g.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 15 Marzo 1985 
Cosenza, la morte del direttore decisa all’interno del carcere
Arrestato un giovane appartenente al «clan» dei Perna

COSENZA — L’ordine di uccidere Sergio Cosmai è partito dall’interno del carcere. L’agguato al direttore, morto martedì notte dopo una breve agonia all’ospedale di Reggio Calabria, è stato deciso dalla malavita comune. Gli inquirenti non hanno dubbi. Anche se non vengono trascurate le altre piste, compresa quella politica, legata alla rivendicazione fatta un’ora dopo l’attentato: «Siamo i comitati comunisti rivoluzionari….».

Ma i primi provvedimenti degli inquirenti fanno intuire quale Ipotesi trova più credibilità. E’ stato arrestato un pregiudicato, Stefano Bartolomeo, di 20 anni. L’accusa è grave: concorso in omicidio, quello di Cosmai, con la complicità di altre persone ancora ignote. Il giovane ha precedenti per tentato omicidio e per rapina. Appartiene a uno dei clan che controllano la zona: quello del boss Francesco Perna, arrestato dieci giorni fa e tuttora rinchiuso nelle carceri cittadine. E proprio dentro le carceri si cerca la verità sull’agguato. Sergio Cosmai, 36 anni, di origine pugliese (era nato a Bisceglie), dirigeva il penitenziario cosentino dal 1982. I rapporti con i detenuti erano molto tesi. Il nuovo direttore era intervenuto con fermezza e gli episodi di violenza tra clan mafiosi erano finiti. Pochi giorni fa Cosmai aveva scoperto un traffico di droga all’interno del penitenziario e lo aveva stroncato. L’arrivo a Cosenza del direttore generale degli istituti di prevenzione e pena dott. Nicolò Amato e di altri funzionari del ministero conferma la matrice interna dell’attentato. La pista politica, nonostante la rivendicazione e il richiamo all’uccisione a Trieste dell’autonomo Pietro Greco, non ha acquistato molto credito. L’agguato a Cosmai ha suscitato profonda commozione. Ieri a Bisceglie si sono svolti 1 funerali (c’erano anche il sottosegretario alla Giustizia Cioce e il dottor Amato). Il direttore ha lasciato la moglie, in stato di gravidanza, e una bambina di sette anni.  m.r. g.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 15 marzo 1985
Un arresto per l’uccisione del direttore del carcere
di Filippo Veltri
Dopo il tragico epilogo dell’agguato avvenuto martedì a Cosenza.
È il pregiudicato ventenne Stefano Bartolomeo – La vittima era considerata un duro  –  Non si esclude  l’ipotesi di una commistione tra mafia e delinquenza politica.

 

COSENZA — Non ce l’ha fatta a rivedere la sua Bisceglie.  Sergio Cosmai, 35 anni, direttore del carcere di Cosenza ferito martedì in un agguato, è morto mercoledì pomeriggio verso le 5 in un’ambulanza che lo stava trasportando in Puglia. A Reggio Calabria — dove era stato trasferito da Cosenza subito dopo l’agguato — s’erano accorti subito che non c’era più niente da fare: il suo cervello era stato devastato dai proiettili. Neanche l’operazione chirurgica era stata più possibile.  La corsa in ambulanza non è però servita a niente: Cosmai è morto alle porte di Bisceglie dove ieri pomeriggio — dopo i solenni funerali — è stato seppellito nella tomba di famiglia. Ad indagare sul suo assassinio sarà ora la Procura della Repubblica di Trani, competente per territorio essendo avvenuto il decesso di Cosmai a pochi chilometri dal grosso centro pugliese, ma intanto le indagini a Cosenza di polizia e carabinieri proseguono a pieno ritmo.

La novità più grossa è che è stato tramutato in arresto il fermo, effettuato martedì sera, di un giovane dì vent’anni, Stefano Bartolomeo, pregiudicato per gravi reati e legato al clan che fa capo a Francesco Perna.  Gli uomini della squadra mobile cosentina ritengono che nelle prossime ore potranno esserci anche altre novità. «Ci sono sospetti su altre persone», dice Nicola Callipari, giovane dirigente della Mobile.  La pista imboccata per risalire a mandanti ed esecutori par di capire che sia ormai quella della vendetta mafiosa, magari maturata all’interno del carcere. Ma — non fosse altro che per motivi di cautela — gli inquirenti   cosentini non abbandonano completamente la pista politica dopo le rivendicazioni arrivate nella serata di martedì a nome dei «comitato comunisti rivoluzionari».

Non trascuriamo — dice il sostituto procuratore Mollace — nessuna pista. Lavoriamo in tutte le direzioni. Il capo della Mobile avanza invece un’ipotesi che può anche apparire più suggestiva: «Non escludiamo — dice il dr. Callipari — un’eventuale commistione fra delinquenti politici e comuni. O meglio della mafia con una certa delinquenza comune con simpatie politiche, magari maturata negli anni scorsi». Il riferimento qui va a frange marginali, di ex autonomi poi confluiti nel gran canale del traffico della droga, delle estorsioni, del crimine semplice ed organizzato. Ma l’aspetto più probabile di tutta la vicenda è quello legato alla mafia e al carcere.

Sergio Cosmai era un funzionario Integerrimo, considerato un «duro» da detenuti e non. A Cosenza era arrivato dal 1982 dopo aver diretto il carcere di Crotone e nel modernissimo carcere di via Popìlia — ultimato ben sedici anni dopo la posa della prima pietra e costato decine di miliardi — le proteste erano fioccate si può dire dall’inizio: detenuti sui tetti, scioperi della fame. Cosmai cercò infatti di scompaginare i contatti fra gli appartenenti ai vari clan mafiosi della città che in precedenza avevano fatto sempre il bello e il cattivo tempo. Nel vecchio carcere di Colletriglio, ad esempio, s’era arrivati finanche a sparare, con regolamenti di conto aperti e sanguinosi fra due bande rivali.

Carcere difficile — come tutti, del resto — quello di Cosenza, pieno zeppo di gente che conta, luogo di tensioni e di rivalse.  Attualmente nelle 250 celle sono ospitati 350 detenuti con oltre 200 agenti di custodia.  Sofisticatissimi sistemi di sicurezza. In tre anni di direzione Cosmai, niente di grave da segnalare. Ma i detenuti parlarono di pestaggi e maltrattamenti, di un clima pesante.  «Questi rancori — dice ancora il dr.  Callipari — possono essere certamente alla base della vendetta da parte di gruppi che erano abituati a spadroneggiare». Ma non potrebbe trattarsi di qualche vendetta isolata? Le voci ieri a Cosenza si Intrecciavano senza possibilità di controllo: si dice, ad esempio, di un pestaggio subito proprio dal Bartolomeo mesi fa che sarebbe all’origine della vendetta.  Ma perché proprio oggi l’esecuzione?  Nessuno è in grado di rispondere. Resta perciò il fatto del terribile segnale che l’assassinio di Cosmai lancia, un «salto di qualità — dice Callipari — molto, molto preoccupante. Una volta rotto l’Incantesimo con delitti a questi livelli è facile andare avanti».

Ma come mai pochi s’erano accorti che la mafia a Cosenza — dopo gli anni di piombo dal ‘77 all’82 — stava riorganizzandosi a questi alti livelli. Sotto la veste della ritrovata «pax» si celava, in verità, il dominio incontrastato della cosca Perna, la più agguerrita, uscita vittoriosa dal sanguinoso bagno di sangue con la cosca rivale dei Sena-Pino. E la risposta di alcuni settori dell’apparato dello Stato al crescere e al ramificarsi della mafia non era stata — anche questo è un dato obiettivo che salta subito agli occhi — altrettanto pronta. La polizia e carabinieri si sono mossi, le cosche sono state decimate da arresti. Ma la legge La Torre, ad esemplo, qui non si sa che cosa sia: In città non è mai stata applicata, nessun patrimonio è stato mai sequestrato o confiscato. Eppure gli arricchimenti sospetti e illeciti sono stati decine e decine, con provati rapporti con la mafia reggina, con la camorra napoletana ma anche con settori politici ed economici. In questo quadro un’iniziativa di un funzionario dello Stato come Cosmai, per togliere acqua ai rinascenti clan cittadini, impedirne fin dal carcere l’aggregazione può davvero essere stata la miccia di un delitto così grave, di una sfida così alta lanciata allo stato democratico.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 14 Aprile 1985 
A Cosenza la ‘ndrangheta ordinò «Uccidete il direttore del carcere»
di Vito Cimmarusti
Aveva portato la legalità nel penitenziario, i killer sono stali arrestati

BARI — Il direttore del carcere di Cosenza Sergio Cosmai, 36 anni, ucciso il 12 marzo nel corso di un agguato fu soppresso per ordine di una cosca cosentina della ‘ndrangheta perché voleva riportare la legalità nel penitenziario. I killer sono stati arrestati l’altro giorno a Cosenza dai carabinieri, su ordine di cattura della Procura della Repubblica di Trani, competente perché il Cosmai morì proprio nella cittadina del Barese dove fu trasportato in autoambulanza. Gli assassini sono i fratelli Dario e Nicola Notarangelo, rispettivamente dì 25 e 23 anni (arrestati l’altro giorno) e Stefano Bartolomeo, di 20 anni, che era sfato catturato il giorno successivo all’omicidio. I tre risponderanno di concorso in omicidio premeditato e detenzione dì armi e munizioni. I moventi dell’omicidio sono stati spiegati ieri dal ten. col. Giuseppe Pulpo, del Gruppo carabinieri di Bari, che ha diretto le indagini in collaborazione con i carabinieri di Cosenza. In pratica — ha detto l’ufficiale — Sergio Cosmai fu punito per la sua intransigenza di funzionario dello Stato che aveva deciso di non guardare in faccia nessuno e riportare la legalità in un carcere in cui, fino ad allora, i detenuti facevano il bello e il cattivo tempo. Sergio Cosmai assunse la direzione nel 1982. Dopo pochi giorni si rese conto di come andavano le cose in quel penitenziario nel quale, tra l’altro, era rinchiuso il capo di una delle due cosche mafiose di Cosenza: Francesco Berna che pare continuasse a esercitare il suo potere pur stando in cella. Come primo atto, il nuovo direttore lo fece trasferire, proprio per spezzare i suoi collegamenti con il mondo esterno, che finivano per condizionare la vita interna del carcere. Forse fu proprio quest’iniziativa a condannarlo.
Comunque il Cosmai continuò nella sua azione di risanamento. Fece trasferire altri detenuti, ridusse e revocò molte concessioni dì semilibertà. Fra l’altro scoprì che la moglie di un detenuto, aveva ottenuto, l’esclusiva della fornitura di generi alimentari proprio al carcere. Le forniture finirono, il marito della donna, naturalmente, fu trasferito. A Cosenza, dunque, la presenza di un funzionario intransigente come Sergio Cosmai finiva per dare un duro colpo al potere delle cosche mafiose. Bisognava eliminarlo. Cosi partì l’ordine e i killer ubbidirono. I tre, secondo i carabinieri appartenenti alla potente cosca di Francesco Berna, attesero che Sergio Cosmai lasciasse il carcere alla guida della sua «500» per andare a prelevare la figlia a scuola. Affiancarono l’utilitaria a bordo di un’altra vettura e gli spararono.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 26 Febbraio 1988
Ebbero l’ergastolo, sono assolti
I tre condannati per l’omicidio del direttore del carcere di Cosenza liberi in appello per insufficienza di prove

BARI — Sono stati assolti per insufficienza di prove dalla prima sezione della Corte di assise di appello di Bari i tre imputati condannati in primo grado all’ergastolo per l’uccisione, compiuta in un agguato il 12 maggio ’85, del direttore del carcere di Cosenza Sergio Cosmai. Per i tre — Stefano Bartolomeo, di 23 anni, e i fratelli Dario e Nicola Notargiacomo, rispettivamente di 28 e 26, tutti e tre di Cosenza — la corte ha disposto l’immediata scarcerazione. Sergio Cosmai venne ferito gravemente mentre era a bordo della sua automobile in Calabria e morì a Bisceglie, sua cittadina d’origine, dove i familiari avevano disposto che venisse portato dopo i soccorsi ricevuti nell’ospedale di Reggio Calabria. All’identificazione di Bartolomeo e dei fratelli Notargiacomo come presunti responsabili dell’omicidio gli Inquirenti giunsero sula base di alcune testimonianze, tra le quali quella di un bambino di 11 anni. Secondo l’accusa, il movente dell’omicidio era connesso con l’attività svolta da Cosmai nel carcere di Cosenza per impedire che sui detenuti fosse esercitato un «controllo» da parte di organizzazioni criminose. Il pubblico ministero, Leonardo Rinella, aveva chiesto che agli imputati venisse confermata la condanna all’ ergastolo. (Ansa)

 

 

 

Articolo del 12 Marzo 2013 da  infooggi.it
Cosenza: l’assassinio di Sergio Cosmai, il servitore dello Stato che non si piegò alla ‘Ndrangheta
di Davide Scaglione

“Mio marito non era un eroe ma un uomo semplice, un uomo dello Stato”. Queste parole furono pronunciate da Tiziana Palazzo, moglie di Sergio Cosmai, nel corso del processo per l’omicidio del direttore del carcere di Cosenza. Molti giovani cosentini collegano, semplicemente, il nome di Cosmai a un famoso viale cittadino, dedicato appunto alla sua memoria, senza conoscere la sua storia e il suo sacrificio. Proprio su quella strada il direttore fu barbaramente ucciso dai sicari della ‘Ndrangheta.

Occorre però fare un passo indietro di un trentennio per tentare di spiegare la realtà di quel tormentato periodo. Gli anni ottanta segnarono un autentico tunnel di violenza e sangue per il capoluogo bruzio. Nel 1977 era stato ucciso in un agguato Luigi Palermo, detto “ ‘U Zorru”, un personaggio di spicco della malavita cosentina, che godeva di una certa considerazione tra le ‘ndrine calabresi, sebbene la sua figura sia riconducibile al meno complesso fenomeno del “gangsterismo”. La morte di Palermo aprì la strada a un’autentica guerra di mafia che interessò l’intera provincia. Da una parte il clan Pino-Sena, ostile nei confronti di “ ’U Zorru” e responsabile della sua morte, e dall’altra la cosca capeggiata da Franco Perna, rimasto fedele al vecchio boss per il quale stravedeva. I due schieramenti si fronteggiarono in una lotta spietata per il controllo del territorio. Decine di morti da ambo le parti che svegliarono bruscamente Cosenza dal sogno di una città diversa dal resto della Calabria dove la ‘Ndrangheta non aveva attecchito. I cosentini dovettero fare i conti con una nuova realtà da cui non era possibile sfuggire. Una” guerra civile” su scala ridotta che contrappose persone della stessa città. Una logica criminale e brutale che insanguinò le strade di Cosenza come mai era accaduto prima di allora. Lo Stato tentò di reagire alla mattanza, forse sottovalutando, in un primo momento, la criminalità cosentina. Ma la ‘Ndrangheta della città ai piedi della Sila aveva assunto ormai le mostruose sembianze della malavita organizzata di altre parti della Calabria, in ogni caso più esperta e potente.

Il sistema carcerario costituiva uno degli strumenti dello Stato che doveva neutralizzare tale violenza. Tuttavia gli esponenti delle due bande godevano di piccoli e grandi privilegi anche dietro le sbarre, in particolare i mammasantissima. Un fenomeno riprovevole ma molto diffuso in tutta la penisola. Poi nel settembre del 1982 giunse a Cosenza, in qualità di direttore del carcere locale, Sergio Cosmai. Nato a Bisceglie nel 1949, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bari. Fu vice direttore delle carceri di Trani, Lecce e Palermo e direttore di quelle di Locri, Crotone. Cosmai non tollerò i trattamenti di favore di cui godevano i malavitosi nella casa circondariale di Cosenza. Il direttore pugliese decise di mettere fine a questo trend a dir poco discutibile. A ordinare l’omicidio di Sergio Cosmai fu Franco Perna, rimproverato dalle ‘ndrine del reggino di essersi fatto sottrarre il controllo del carcere. Inoltre il 21 giugno del 1983 alcuni detenuti inscenarono una protesta rifiutando di rientrare nelle celle. La loro pretesa era di usufruire di un’ora d’aria in più. Cosmai non si piegò dinanzi a questa dimostrazione di forza. Era in gioco la credibilità delle istituzioni. Il direttore ordinò alle guardie penitenziarie di ripristinare l’ordine. Ne seguirono dei tafferugli in cui rimasero feriti alcuni carcerati, compreso lo stesso Franco Perna.

Il boss, da quanto emerso nelle indagini, ordinò l’uccisione del direttore. Alle 14 del 12 marzo del 1985 Sergio Cosmai fu barbaramente assassinato nel tratto della SS 19 che collega Cosenza a Roges (Rende) (oggi via Cosmai). Si spense all’ospedale di Trani, dove era stato trasportato, il giorno seguente. Stava recandosi all’asilo per portare a casa la figlioletta Rossella di appena tre anni. Il figlio Sergio nascerà il mese successivo.  Un’autovettura  si affiancò alla sua 500 gialla; gli attentatori esplosero undici proiettili calibro 38 che lo colpirono alla testa. La Corte d’assise di Bari condannò all’ergastolo Nicola e Dario Notargiacomo e Stefano Bartolomeo. In appello, tuttavia, furono assolti per insufficienza di prove. In seguito Dario Nortagiacomo raccontò le fasi del delitto: “Il direttore veniva controllato e le sue mosse spiate dall’abbaino che è sito sulla casa di Giuseppe Bartolomeo, a Bosco De Nicola. Con un cannocchiale si riusciva a seguirlo in tutti i suoi spostamenti”…. Quella mattina, Giuseppe Bartolomeo segnalò a mio fratello Nicola quando Cosmai uscì dal carcere. Io e Stefano Bartolomeo aspettavamo nascosti a bordo di una Mitsubishi verde. Eravamo camuffati con barbe, baffi e parrucche. Lo vedemmo e ci avviammo. Quindi l’ affiancammo. Io esplosi il primo colpo che non andò a segno. Però, il dottore aveva capito benissimo quello che stava accadendo e frenò di colpo. Allungai la mano e sparai ancora. Lui mise la retromarcia, cercò di fuggire, Bartolomeo tirò fuori una calibro 38. Sparò 2 o 3 colpi e poi me la passò. Io feci lo stesso. Mi avvicinai ma l’arma era scarica. Constatai, però, che Cosmai era immobile”.

Dopo l’assoluzione Stefano e Giuseppe Bartolomeo decisero di staccarsi dal clan Perna e di mettersi in proprio. Pagarono a caro prezzo la mancata fedeltà al boss e le loro ambizioni criminali: entrambi furono ammazzati e sciolti nell’acido. I fratelli Notargiacomo, nonostante la confessione, evitarono la condanna perché non processabili essendo stati assolti per lo stesso reato con sentenza passata in giudicato.

L’omicidio di Sergio Cosmai è rimasto impunito come tanti altri fatti di sangue di quegli anni. Al suo nome sono intitolate un’aula della Pretura, una strada ed una scuola della sua città natale. Lo scorso 9 marzo a Cosenza gli è stata dedicata una scultura.  A ventotto anni di distanza da quell’efferato crimine la società civile rende omaggio a un vero uomo delle istituzioni che con coraggio e senso del dovere decise di non chinare la testa davanti alla ‘Ndrangheta.

 

 

 

Fonte: interno.gov.it

Sergio Cosmai

Sergio Cosmai nacque a Bisceglie (Barletta-Andria-Trani) il 10 gennaio 1949. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari, divenne Vice Direttore della Casa Circondariale di Trani. La sua attività professionale lo portò in diversi ambienti carcerari come quello di Lecce e Palermo per poi arrivare in Calabria nelle vesti di Direttore dei penitenziari di Locri, Crotone e Cosenza.

A Cosenza, dal settembre del 1982, il Dott. Cosmai si impegnò nella riorganizzazione del carcere, favorendo un clima di maggior rispetto e legalità tra i detenuti, mettendo fine a tutti quei piccoli e grandi privilegi concessi agli esponenti di spicco della criminalità locale in carcere e promuovendo una capillare sorveglianza per bloccare le loro attività illecite, tra cui il traffico di droga ed il possesso di armi all’interno della struttura carceraria.

Fece trasferire alcuni detenuti per indebolirne il potere esercitato sul territorio di appartenenza, ostacolò molte concessioni dì semilibertà. Fra l’altro scoprì che la moglie di un detenuto aveva ottenuto l’esclusiva della fornitura di generi alimentari proprio al carcere. L’appalto venne revocato, il marito della donna, naturalmente, fu trasferito.

In particolare, tra gli interventi messi in atto per ristabilire l’ordine nella struttura di via Popilia a Cosenza ci fu quello della mancata concessione dell’ora d’aria supplementare chiesta dai detenuti calabresi. A questa decisione, il 21 giugno 1984, seguì una violenta protesta dei detenuti, subito sedata, a cui fece seguito la proposta del Dott. Cosmai di incontrare una loro rappresentanza.

Fu in quel momento che l’allora capo indiscusso della criminalità locale, Franco Perna, capo dell’omonima ‘ndrina e che pare continuasse a esercitare il suo potere pur stando in cella, rifiutò l’offerta e contro-rilanciò chiedendo che fosse il direttore ad andare da lui. Il Dott. Cosmai rifiutò l’invito di Perna e fu proprio a seguito di quel rifiuto che venne decisa la condanna a morte del Direttore.

L’ordine uscì dal carcere mediante la compagna del boss.  I collaboratori di giustizia raccontarono al processo che il boss attese con pazienza il momento più opportuno all’esecuzione facendolo pedinare e spiare per molto tempo dall’abbaino di una casa nei pressi del carcere.

Il 12 marzo 1985 il Dott. Cosmai rientrò alle ore 14.00 da Vibo Valentia, dove si era recato per effettuare un’ispezione nella locale Casa Circondariale di cui era reggente. Con la sua Fiat 500 di colore giallo si diresse verso la scuola materna privata, situata alla periferia della città, frequentata dalla figlia Rossella.  Due uomini, a bordo di una Mitsubishi, lo seguirono e affiancarono la sua auto.

Uno dei killer sparò con una pistola calibro 38 raggiungendo il funzionario alla testa. Questi perse il controllo dell’auto e andò a sbattere contro un palo dell’illuminazione stradale. Il killer scese dall’auto e sparò altri colpi prima di fuggire insieme al complice.

Il Dott. Cosmai morì il giorno seguente durante il disperato ed inutile viaggio verso l’ospedale di Trani, lasciando la moglie Tiziana, la figlia Rossella, di due anni e dieci mesi, e il figlio Sergio che sarebbe nato un mese dopo la sua morte.

Per questo omicidio la Corte d’assise di Trani condannò all’ergastolo Nicola e Dario Notargiacomo e Stefano Bartolomeo, arrestati quasi immediatamente dopo l’omicidio dall’allora Capo della Squadra Mobile di Cosenza, Dott. Nicola Calipari. In appello, tuttavia, gli assassini furono assolti per insufficienza di prove. Nel 1991, Stefano e il fratello Giuseppe Bartolomeo furono assassinati dopo aver cercato di mettersi in proprio, rendendosi autonomi dal Perna. I fratelli Notargiacomo, invece, divenuti collaboratori di giustizia, confessarono l’omicidio, facendo luce sulle relative dinamiche. Ciononostante, rimasero impuniti perché già precedentemente assolti per lo stesso reato con sentenza passata in giudicato.

A seguito dell’Operazione Missing del 2012, che portò alla riapertura di diversi casi rimasti irrisolti, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro confermò la sentenza di primo grado all’ergastolo per il mandante dell’omicidio, Franco Perna. Ergastolo confermato successivamente in Cassazione.

A Sergio Cosmai sono dedicate un’aula della Pretura, due scuole, una via ed un Polivalente sportivo nella Sua città natale. Nella città di Cosenza, la strada dove il Dott. Cosmai fu ferocemente assassinato stata a Lui intitolata. La stessa Casa Circondariale di Cosenza porta il Suo nome, in memoria del giovane e coraggioso Direttore che aveva restituito dignità all’Istituzione carceraria ed allo Stato che Egli rappresentava.

Nel trentennale della sua morte, è stata organizzata una mostra itinerante dal nome “La storia di pochi, la storia di molti”, presso il Liceo “L. Da Vinci” di Bisceglie per ricordare il Suo nome, il Suo coraggio e il Suo valore, da sempre monito per tutti i giovani e non solo.

La mostra è stata il risultato di un progetto al quale le singole classi hanno lavorato con dedizione ed enorme partecipazione con la realizzazione di prodotti cartacei o multimediali come cartelloni, power point o video con accompagnamenti musicali. Alcune foto di quasi tutte le vittime delle mafie, incollate su appositi cartelloni, hanno segnato il percorso itinerante della mostra.

Il 2 novembre 2017 al Dott. Sergio Cosmai è stata conferita la Medaglia d’oro al Merito Civile alla Memoria con questa motivazione: “pur consapevole del grave rischio personale, attivava una ferma azione di contrasto nei confronti delle feroci cosche ‘ndranghetiste locali, volta al ripristino e al mantenimento della disciplina e della legalità dell’istituto penitenziario.  Per tale coraggiosa azione, tesa a recidere posizioni di privilegio tra i reclusi, cadeva vittima di un efferato agguato ad opera della criminalità organizzata, immolando la propria vita ai più nobili ideali di legalità e di giustizia”.

Lo Stato ha onorato il sacrificio della Vittima innocente di mafia, con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.

 

 

 

Leggere anche: ù

vivi.libera.it
Sergio Cosmai
Non era un eroe ma un uomo semplice, un uomo dello Stato, che aveva deciso di ripristinare la legge e le regole nel carcere di Cosenza. Cercava un nuovo corso da seguire, un corso da condividere perché solo così non si rimaneva isolati.

 

 

 

 

 

 

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