13 Febbraio 1947 Partinico (PA), Assassinato Leonardo Salvia , dirigente sindacale, impegnato nelle lotte contadine.

Il 13 febbraio 1947 muore a Partinico (PA) ucciso in un agguato mafioso davanti alla sua abitazione LEONARDO SALVIA dirigente sindacale socialista impegnato nelle lotte contadine locali e nel movimento per la riforma agraria.
(Fonte: gruppolaico.it /)

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 1 maggio 2012
I MARTIRI DEL FEUDO
di Piero Violante

Ai carabinieri e alla polizia, ma anche ai giudici, non piaceva l’idea che un sindacalista o un dirigente politico o peggio un contadino fosse ammazzato per motivi politici. A partire dal ’44, ma sino agli anni Ottanta, cercavano altre piste. Il gallismo siciliano faceva allusione ad un sempre impellente “cherchez la femme” come movente del delitto; e in mancanza di quest’oggetto pruriginoso si ripiegava sui rancori che, si sa, sono perenni; o su questioni di interesse. Insomma, tutto fuorché la politica.

Anche se i morti ammazzati dinanzi le porte di casa o nelle stradelle di campagna erano uomini che appartenevano alle organizzazioni operaie e spendevano letteralmente la vita per l’affermazione dei diritti dei contadini a partire dai decreti Gullo del ’44, seguiti dalla riforma agraria che bene o male, en retard, portò la Sicilia fuori dall’ Ancien regime. Era il 1950. Non piaceva ai carabinieri e alla polizia che quei morti ammazzati fossero poi gente per bene. Nei loro rapporti affermavano che erano dei poco di buono e che la loro condotta era al limite del codice penale.

Mettete il caso di Andrea Raia, assassinato a Casteldaccia, il 5 agosto 1944. “La voce comunista”, il 12 agosto scrive che «il compagno Raia è stato assassinato perché organizzatore comunista e perché membro attivo e intelligente del comitato di controllo ai granai del popolo».

Per i carabinieri – così ci ricorda Salvo Riela, avvocato per decenni del Comitato di solidarietà democratica già istituito nel 1948 con Varvaro, Taormina e Nino Sorgi, – Raia era «irascibile, linguacciuto minaccioso se pure non pericoloso, alticcio, un noto donnaiolo, con una moglie che non era stata “parca” di favori a persone sconosciute (sic) di Casteldaccia». Così si legge nel rapporto dei carabinieri del 10 settembre del ’44.

E il profilo che i carabinieri scrivono cerca di contrastare le asserzioni della “Voce Comunista” e soprattutto di invalidare «la propaganda comunista voluta dagli speculatori politici». Per i carabinieri Raia era un criminale e un contrabbandiere anche se poi nello steso rapporto si afferma che era popolarissimo e stimato a Casteldaccia e che al suo funerale partecipò tutto un popolo come non mai.

Questo si legge negli atti che Riela ha voluto donare all’Istituto Gramsci siciliano insieme agli atti processuali che ripetendo lo stesso schema interpretativo riguardano gli assassini di Nicasio Curcio (Ficarazzi, 1945), Agostino D’Alessandria (Ficarazzi, 1945), le vittime della strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947), Giuseppe Casarrubea (Partinico, 1947), Vincenzo Lo Iacono (Partinico, 1947). Calogero Caiola (San Giuseppe Jato, 1947), Pietro Macchiarella (Villabate, 1947), l’attentato alla sezione del Pci dell’Uditore (Palermo 1947), Michelangelo Salvia e Leonardo Salvia (Partinico, 1947), Giuseppe Maniaci (Terrasini, 1947), Placido Rizzotto (Corleone, 1948), Salvatore Carnevale (Sciara, 1955), Vincenzo Leto (Campofiorito, 1956), Vincenzo Di Salvo (Licata, 1958).

Nel volume edito dall’Istituto Gramsci siciliano Placido Rizzotto e altri caduti per la libertà contro la mafia, a cura di Michele Figurelli, Linda Pantano e Vincenza Sgrò, con una presentazione di Salvatore Nicosia – sarà presentato nell’aula magna dello Steri, giovedì alle 16,30 – Salvo Riela scrive che dalle carte processuali emerge inadeguatezza investigativa e culturale, funzionale ad una lettura che trova concorde la magistratura. Minimizzando le forze dell’ordinee assolvendo i giudici, si garantiva la permanenza di un blocco sociale violento e reazionario e la crescita della mafia come ente privato di protezione. Dal ’44 agli anni Sessanta gli omicidi di sindacalisti e politici superano i cinquanta. Una mattanza che diviene collettiva a Portella della Ginestra. Quegli spari ci hanno per sempre abbrunito il Primo maggio.

L’assassinio di La Torre, poi, alla vigilia del Primo maggio di trent’anni addietro, sembra obbedire negli esecutori ad una logica perversa che ribadisce la negazione del Primo maggio come una festa identitaria. Di questa violenta sottrazione e delle sue conseguenze non ne siamo ancora venuti a capo. Non solo, ma a distanza di 65 anni non è divenuto un valore condiviso il fatto che le vittime della resistenza contadina siciliana debbano essere considerati martiri rimossi della costruzione della democrazia italiana. Nel libro del “Gramsci”, oltre al saggio di Riela, Vincenza Sgrò illustra la consistenza delle carte conservate sull’argomento dall’istituto; mentre Michele Figurelli commenta documenti che attestano l’attiva solidarietà locale e nazionale attorno alle vittime di Portella. Tra gli allegati del volume, molti documenti come il primo disegno di legge dell’Assemblea regionale presentato dagli onorevoli Feliciano Rossitto ed altri, il 20 aprile 1966, finalizzato alla “concessione di un assegno vitalizio alle famiglie di dirigenti sindacali e politici uccisi dalla mafia nella lotta per il lavoro, la libertà e il progresso in Sicilia”. Il disegno di legge contiene il primo lacunoso elenco dei morti della guerra contadina. Ne nomina 45 e vi manca il nome di Carnevale.

In sede di approvazione l’elenco fu tolto e fu nominata una commissione per meglio redigere l’elenco stesso. Ma la legge venne impugnata e bocciata dalla Corte costituzionale. Bisogna arrivare al ’99 perché venga emanata una legge, attualmente in vigore, in materia di “interventi contro la mafia e di misure di solidarietà in favore delle vittime della mafia e dei loro familiari” La legge contiene un elenco dei nominativi dei morti tra il ’44 e il ’66 e ne conta 54.

Ma come scrive Riela «pare doveroso rilevare che, a tutt’oggi, l’idea della completezza nell’attribuzione della qualifica di “vittima” è una presunzione piuttosto che il risultato di un accertamento che possa ritenersi definitivo».

 
 
 

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