13 Marzo 1985 Palermo. Ucciso Giovanni Carbone, 56 anni, imprenditore edile. Rifiutava di pagare tangenti.

Giovanni Carbone, 56 anni, titolare della Sicilsolai di Palermo, venne ucciso il 13 marzo 1985 per non aver accettato le richieste di estorsione da  parte di Cosa Nostra.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 15 marzo 1985
Ucciso un imprenditore a Palermo
Rifiutava di pagare la tangente
di Saverio Lodato
È il terzo in meno di un mese a cadere sotto i colpi della delinquenza organizzata L’agguato  mentre  usciva  dall’azienda  –  Aveva  sempre  respinto  le  minacce  mafiose

PALERMO – Per la terza volta, in meno di un mese, un imprenditore è stato assassinato. Ormai, a Palermo, c’è un’intera categoria che sa di essere entrata nel mirino. Poco importa se in quello dell’alta mafia o di bande di straccioni che autonomamente decidono di darsi alle rapine. Il contesto è identico, la spirale tangente non pagata-condanna a morte si ripropone con drammatica cadenza. Mercoledì sera, di fronte al cadavere di Gianni Carbone, gli investigatori propendevano per la seconda ipotesi. La vistosa «inesperienza» dei killer e il «chi è» della vittima giustificano questa supposizione.

Gianni Carbone: 56 anni, titolare della Sicilsolai, qualche decina di operai per blocchi di pomice e prefabbricati destinati all’edilizia; vita d’azienda, lavoro duro, niente lussi. E nel passato Carbone non solo aveva ricevuto minacce d’ogni tipo, ma anche colpi di pistola.

Alle 20 di mercoledì qualcuno ha chiuso per sempre il «caso» di quest’imprenditore testa dura illuso – figuriamoci – che a Palermo sia possibile lavorare senza ingrassare una pletora di parassiti. È un giorno per lui come gli altri. Si congeda dai suoi dipendenti che alla spicciolata stanno uscendo dal recinto della Sicilsolai, fra via Altofonte e l’incrocio con la circonvallazione che unisce l’autostrada per Trapani alla statale per Messina. Per tornare a casa, un tragitto breve: abita lì, a due passi. Qualche metro più avanti, fuori dal cancello, un impiegato, Mario Trapani, a bordo della sua 500 gialla aspetta che il titolare chiuda l’ultimo lucchetto. Carbone sale sulla sua Opel, è pronto a partire, quando dal buio un numero imprecisato di killer apre il fuoco. L’industriale muore al posto di guida, colpito da un paio di proiettili; uno, quello decisivo, al fianco destro gli spezzerà una vena.

Trapani – uditi gli spari – abbandona la 500 e in preda al terrore fugge a piedi. Sa o intuisce che Carbone è morto? Fatto sta che quasi finirà travolto da un volante che incrocia ad un paio di chilometri dal luogo dell’agguato.

Gli assassini intanto – ecco la stranezza – fuggono proprio con la sua 500. Non avevano una macchina propria? Gli agenti accompagnano Trapani in fabbrica. Tutto è subito chiaro: Carbone è stato assassinato. Da questo momento in poi routine investigativa, tranne la prima e singolare diagnosi di un medico all’ospedale civico: «Si tratta di un collasso cardiocircolatorio». Ma i vecchi fascicoli di polizia custodiscono particolari ben più rivelatori.

Undici anni fa l’imprenditore aveva affrontato a mani nude un rapinatore che si era introdotto in azienda per estorcergli danaro: fu Carbone a finire in ospedale colpito allo stomaco da un colpo di pistola. Qualche mese dopo, una banda al gran completo – sempre nei paraggi della Sicilsolai – Io picchia a sangue. Neanche questa volta l’industriale mette mano al portafoglio. Neanche a febbraio di quest’anno, quando riesce a mettere in fuga un rapinatore incontrato casualmente in un bar. Un giustiziere della notte? Non si direbbe, dal momento che non sapeva neanche come fosse fatta una pistola. Un imprenditore tutto d’un pezzo, questo sì.

Venuto su da una famiglia di Imprenditori, aveva   iniziato a Lipari (qui era nato) a familiarizzare con la cava estrattiva di pomice di proprietà del padre. Ma negli anni 50 si trasferì a Palermo dove si laureò in ingegneria prima di tirar su la fabbrichetta.  Sarebbe diventato azionista della Pumex, società che gestisce le cave nell’isola Eolie. Tante cose sono cambiate a Palermo negli ultimi trent’anni, l’edilizia è un settore ormai agonizzante, si sono moltiplicate le schiere dei disperati che non si fanno scrupolo di premere un grilletto.

 

 

 

13 marzo 2005 Fonte: ricerca.repubblica.it
le lettere
Patti e Carbone eroi dimenticati

Giovanni Abbagnato ed Emanuele Villa (Libera) Salvatore Cernigliaro e Gianni Nastasi (coop Solidaria), Anna Puglisi e Umberto Santino (Centro Impastato), Rocco Sciarrone (Università di Torino) Fausto Maria Amato, Marco Evola e gli Attacchini Palermitani contro il pizzo

Ci sono date che nelle agende dei politici e dei rappresentanti istituzionali sono piene di appunti: fare comunicato alla memoria di X, non mancare alle commemorazioni di Y. Ci sono altre date, purtroppo, scolpite solo nella memoria di coniugi e figli, ma che in quelle agende corrispondono a fogli bianchi. Oggi, 13 marzo è per tutti costoro un foglio bianco, così come lo è stato il 27 febbraio. Vent’ anni fa, era il 1985, a Palermo venivano uccisi due imprenditori. Il 27 febbraio Pietro Patti, il 13 marzo Giovanni Carbone. Due assassinii di mafia, legati all’ imposizione del racket, rimasti senza verità giudiziaria. Due imprenditori che, per dirla con la voce dei benpensanti, «se la sono cercata». Figuratevi che nel 1985, quando la mafia era al top del suo dominio, Patti e Carbone pretendevano di non dover nulla alla mafia e, quindi, di non dover sottostare al ricatto dei boss. Due dei tanti morti di serie B da dimenticare, per caso o disattenzione, ma forse anche perché, con la loro integrità morale, rappresentavano uno specchio in grado di mostrare le deformità di una società e di un ambiente imprenditoriale che non voleva vedere la cappa mafiosa sulla vita palermitana. Pietro Patti e Giovanni Carbone sono stati, assieme a tanti altri, esempi di quell’ antimafia sociale che non piace, ancora oggi, a molti. Quella che, pur rispettando il lavoro della magistratura e delle forze dell’ ordine, non delega esclusivamente a loro il compito della lotta alla mafia, ancor meno si affida acriticamente alla politica di palazzo. Quell’ antimafia che, al contrario, considera la lotta alla mafia una questione di tutti e che non chiede soltanto legalità ma la pratica ogni giorno non accettando né le pressioni né le lusinghe del sistema politico-mafioso. Per questo loro, così come tanti altri, dovevano cadere nell’ oblio. Il loro ricordo metteva e mette in risalto le contraddizioni di una società che non è ancora riuscita a trovare il coraggio e le ragioni per denunciare e per ribellarsi allo stato delle cose con una lotta alla mafia che sia lotta al sistema politico-mafioso. Ecco, allora, che i rappresentanti istituzionali si occupano ben più volentieri di quegli eroi che, per ventura e per contingenze mediatiche, hanno avuto un maggiore rilievo rispetto ad altri eroi. E che dire, per esempio, di una città come Palermo dove il sindaco Cammarata non risulta aver mai proferito parola contro il racket? E come spiegarsi che questa, come altre amministrazioni, non ha mai pensato di offrire alla cittadinanza uno strumento di memoria come l’ intitolazione di una piazza o una via a ricordo dell’ eroismo civico di questi due palermitani? è questa l’ ennesima prova della terribile capacità di rimozione di questa città di eroi tanto preziosi quanto scomodi. Per tutto ciò esprimiamo ai familiari di Pietro Patti e di Giovanni Carbone, e a quelli di tutti gli altri eroi, che hanno pagato con la vita il loro no al pizzo la nostra solidarietà insieme all’ impegno di non dimenticare e di non fare dimenticare il loro esempio.

 

 

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it
Articolo del 29 agosto 2010
Palermo e il pizzo: prove di ribellione
di Salvatore Cenigliaro

Tutti conoscono la storia di Libero Grassi e la sua tragica fine (oggi ricorre il 19° anniversario), ma di imprenditori uccisi a Palermo dalla mafia c’è ne sono stati altri.

Ne voglio qui ricordare due. Anno 1985: poco prima che la mafia decidesse l’attacco alla Polizia di Stato con gli omicidi di Beppe Montana, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, vennero assassinati due imprenditori. Il 27 febbraio: Pietro Patti, quattordici giorni dopo, il 13 marzo: Giovanni Carbone.

Erano quelli gli anni in cui Falcone e Borsellino e gli altri magistrati del pool antimafia dovevano “quartiarsi”, prima che dalla mafia, dalle talpe all’interno del palazzo dei veleni.

Erano gli anni in cui a Palermo e dintorni i morti ammazzati non si contavano e chi cadeva sotto i colpi della mafia veniva rimosso in breve dalla memoria collettiva, soprattutto quando questi erano semplici cittadini.

Poi arrivarono le stragi del ’92 e del ’93. L’attacco di Cosa Nostra allo Stato. E molte cose cambiarono.

Da una parte lo Stato, che soprattutto con le Forze dell’Ordine e la Magistratura, trovò risultati impensabili fino a poco tempo prima, su tutti l’arresto di Totò Riina. Dall’altra un momento di straordinaria partecipazione, quella che venne battezzata la “primavera palermitana”.

Cosa Nostra decise allora d’inabissarsi, di rendersi trasparente agli occhi dell’opinione pubblica. Venne così il tempo del “pagare meno pagare tutti”. Una strategia che proseguirà fino ai nostri giorni. Una linea d’azione che porterà i suoi vantaggi a Cosa Nostra. Nel sentire collettivo la questione “mafia” perderà via via il suo peso, spegnendo ben presto l’onda emotiva scaturita dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Per anni si parlerà di mafia quasi sempre al passato, delle verità che emergeranno dalla collaborazione dei “pentiti” sulle stragi e sui fatti di mafia precedenti a quelle stragi, insomma di cose già accadute.

Del perpetrarsi delle infiltrazioni mafiose, del controllo degli appalti pubblici, del pizzo, piuttosto che dei rapporti mafia e politica, se ne discuterà soltanto su fatti specifici, quando questi fatti saranno messi in luce dalle indagini giudiziarie. Il sistema di potere mafioso, in qualche modo, resterà intatto. Per il resto sarà silenzio se non, in alcuni casi, addirittura mistificazione della realtà.

L’allarme sociale sul fenomeno delle estorsioni, in quel lungo periodo, fu quasi inesistente, ed ancora nei primi anni di questo nuovo secolo, il racket veniva considerato da tanti un problema marginale e comunque una questione per gli addetti ai lavori. Basti ricordare, per citare uno dei casi più eclatanti, che ancora nel 2005, una figura istituzionale, come quella del Presidente della Regione Salvatore Cuffaro, così minimizzava: “Quelli che pagano il pizzo saranno il 5-10 per cento. I magistrati dicono cose diverse? E io non ci credo”. Chi avesse ragione lo hanno dimostrato i libri mastri, i “pizzini”, gli arresti ancora eccellenti dei mesi e degli anni a seguire, da Provenzano a Lo Piccolo, le analisi e gli studi svolti in questi anni univoci nel rappresentare un quadro ben diverso.

Importantissimo, pertanto, in tutta quella fase, il ruolo svolto dalle associazioni antiracket, quasi sempre in aperto contrasto con le associazioni di categoria. Senza la loro presenza e il loro impegno molto probabilmente non sarebbe mai stata approvata una legge antiracket (L. 44/99), i commercianti e gli imprenditori che si ribellavano al pizzo non avrebbero potuto contare su di una rete di protezione che consentiva di tutelarli, e, ne sono certo, ben difficilmente avrebbe potuto realizzarsi la nuova stagione che nel duemilacinque prenderà slancio con la nascita a Palermo del Comitato Addiopizzo. Ma, sarebbe sbagliato non ricordare, insieme alle associazioni antiracket, l’importantissimo lavoro di educazione alla legalità realizzato a partire dagli anni novanta soprattutto nelle scuole grazie al costante impegno, oltre che dei docenti e delle associazioni antimafia, degli stessi magistrati e dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine.

È quantomeno ingeneroso, nei confronti di tutti coloro che hanno costruito questo difficile e faticoso percorso di promozione della cultura della legalità, far passare il messaggio che quel che si è verificato in questi ultimi anni nasca dal nulla e non sia piuttosto anche il frutto del loro impegno. Tanto l’esperienza palermitana dei ragazzi del Comitato Addiopizzo quanto la recente svolta delle associazioni di categoria siciliane non possono non trovare fondamento nel lavoro svolto dalle associazioni antiracket e dal variegato mondo dell’impegno antimafia.

Ma, tutto ciò non sarebbe bastato ancora ad aprire questa nuova stagione. Un contributo determinante è arrivato dalla straordinaria azione repressiva delle Forze dell’Ordine e della Magistratura che ha portato alla sbarra, in pochi anni, centinaia di estortori e mafiosi e, ancora oggi, continua senza soluzione di continuità.

All’inizio è stato “San Libro Mastro” che ha aiutato gli investigatori a comprendere la reale portata del fenomeno, più di recente sono stati i nuovi collaboratori di giustizia a fornire dati e notizie circostanziate su chi, quando e quanto i commercianti e gli imprenditori pagano alla famiglia mafiosa di turno. Tutto ciò ha creato le condizioni perché cominciassero ad aprirsi squarci nel muro di omertà che in passato aveva ingabbiato quegli stessi commercianti e imprenditori che oggi invece cominciano a denunciare. Ciononostante, la strada è ancora lunga perché la ribellione contro il pizzo resta ancora del tutto marginale e sporadica. Ma il mutato contesto è un’opportunità che Palermo non può non sfruttare, non soltanto contro il racket delle estorsioni, e per questo serve un salto di qualità dell’azione antiracket.

Il sacrificio di Libero Grassi, Pietro Patti e Giovanni Carbone potrebbe non essere stato vano.

 

 

 

 

 

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