14 giugno 2008 Ugento (LE). Assassinato Peppino Basile, 61 anni, amministratore pubblico, per il suo impegno politico contro la mafia.

Foto da:  change.org Petizione per “Verità e giustizia per Peppino Basile, vittima innocente di mafia.”

Peppino Basile, 61 anni, era un amministratore pubblico e parte della commissione provinciale Ambiente, impegnato in diverse battaglie politiche, amministrative e ambientali del Masaniello di Ugento. Ucciso con 19 coltellate la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 davanti al cancello della sua abitazione. La Procura di Lecce non ha individuato né esecutori né mandanti dell’assassinio di Peppino. Indagava sulle infiltrazioni delle mafie nella gestione rifiuti, sul pcb, su rifiuti radioattivi dentro la discarica di Burgesi, e su un centro di stoccaggio rifiuti realizzato con soldi pubblici, vandalizzato e mai utilizzato. Un omicidio efferato, che accese i riflettori su Ugento e sui suoi segreti e che scosse l’intero Salento
Fonte:  vivi.libera.it

 

 

Fonte: iltaccoditalia.info
Peppino Basile: omicidio di mafia

Peppino Basile è stato ucciso nella notte tra il 14 e 15 giugno 2008 con 19 coltellate, sulla soglia di casa sua.

Consigliere provinciale e comunale all’opposizione di Ugento, eletto tra le fila dell’Italia dei valori (il partito fondato dal magistrato Antonio Di Pietro) era un rompiscatole dal cuore d’oro.

Dopo aver accusato e tenuto in prigione per molto tempo i vicini di casa, un anziano e un minorenne, poi assolti con formula piena per non aver commesso il fatto, la Procura di Lecce ad oggi non ha individuato né esecutori né mandanti dell’assassinio di Peppino.

Peppino Basile era un fonte riservata del Tacco: la prima importante collaborazione con lui risale al 2005, per l’inchiesta sull’ecomostro all’interno del parco regionale di Ugento. La redazione del Tacco ha condotto un’inchiesta investigativa sul suo assassinio, dimostrando che le piste seguite dalla Procura portavano verso vicoli ciechi, come in effetti è poi accaduto, ed evidenziando alcuni nuovi spunti investigativi.

La redazione del Tacco mise a disposizione una piattaforma web per commenti e segnalazioni anonime, dove arrivarono migliaia di messaggi (e documenti riservati) da parte dei cittadini, che innescarono un serrato dibattito anche sul futuro del territorio (un esperimento antesignano del citizen journalism). Si rinsaldò il legame tra i lettori ed il giornale, tutt’oggi molto solido.

Il libro “Il sistema”, a cura della direttora Marilù Mastrogiovanni, con la prefazione di Antonio di Pietro, ripercorre le inchieste giornalistiche realizzate dal Tacco grazie anche alla collaborazione di Peppino Basile.

Ancora oggi a Ugento si respira omertà sulla morte di Peppino Basile: il Comitato “Io conto” che chiedeva giustizia si è disgregato. Il prete scomodo, don Stefano Rocca, che esortava i fedeli a rompere il muro di omertà con fiaccolate, cortei, omelie, è stato allontanato dal Vescovo in un’altra provincia.

Solo da morire” (n. 49 – Luglio 2008)

L’affare rifiuti” (n. 54 – Febbraio 2009)

Violentate – Abusi nel Salento. Aguzzini in casa e vittime silenziose” (n. 55 – Marzo 2009)

Incazzati verdi” (n. 56 – Aprile 2009)

Basile anno secondo” (n. 74 – Giugno 2010)

 

 

Fonte: vivavoceweb.com
Articolo del 2 aprile 2015
Delitto Basile: assoluzione Colitti Senior. Un delitto senza colpevoli di un grande “personaggio”
Comitato Pro Basile: Ora più che mai Verità e Giustizia per Peppino!

“Così come abbiamo sempre sostenuto, per il grande rispetto che abbiamo nei confronti della magistratura e degli organi inquirenti, ci limitiamo a chiedere ancora una volta ed ora più che mai: Verità e Giustizia per Peppino Basile!” A dichiararlo in una nota congiunta Gianfranco Coppola, ex consigliere provinciale e comunale di Ugento che aveva sostituito il consigliere Basile sui due scranni istituzionali e Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” – e che erano stati i primi a costituire il “Comitato Pro Basile” – sull’assoluzione giunta nella giornata di ieri di Vittorio Colitti senior dall’accusa di omicidio nei confronti del politico dell’IDV ucciso la notte tra il 14 e 15 giugno del 2008.

Si tratta, quindi, di un epilogo che conferma quanto da tempo preannunciato dopo la precedente assoluzione del nipote Vittorio Colitti, ossia che l’omicidio di Peppino Basile rischia di rimanere senza colpevoli.

Un caso che sin da subito, purtroppo, pare sia stato troppo frettolosamente fatto sparire dalla ribalta nazionale quando avrebbe meritato una maggiore attenzione non solo per il calibro del “personaggio” Peppino Basile, amato dal popolo e odiato da molti suoi detrattori, ma anche per la serie di eventi che sono ruotati attorno a questo drammatico fatto che ha sconvolto l’intera comunità e non solo quella di Ugento.

Non possiamo, infatti, dimenticare quanti, anche fra i politici locali nell’immediatezza di quei giorni del giugno 2008, volevano far “archiviare” il caso come un fatto passionale o comunque per futili motivi e che quindi si sarebbe risolto in poco tempo, mentre ora a distanza di quasi sette anni il sipario sembra sia stato ancora una volta calato senza che nè la famiglia di Peppino nè i suoi amici o la cittadinanza possano sapere con certezza chi è stato ed i motivi di quell’orribile fatto criminale.

Per Coppola e D’Agata, dunque, “Con la lettura del dispositivo della sentenza di assoluzione si chiude l’ennesimo capitolo giudiziario ma se ne apre un altro che getta ulteriori ombre su un fatto drammatico e sconfortante: non è possibile che la morte di una personalità così importante, così nota nella comunità ugentina e salentina tutta rimanga un caso irrisolto e senza alcun colpevole.Proprio per questo non possiamo che rivolgere il nostro invito agli organi inquirenti affinché facciano un ulteriore sforzo dopo il notevole ed egregio lavoro d’indagine già svolto dopo l’omicidio, affinché quello di Peppino non passi alla storia come uno dei tanti omicidi di politici rimasti senza il nome dei colpevoli ”.

 

 

Fonte: iltaccoditalia.info 
Peppino Basile riconosciuto vittima innocente di mafia
Articolo del 15 marzo 2019
di Marilù Mastrogiovanni
Il Tacco d’Italia ha portato avanti in totale solitudine una campagna d’informazione durata 11 anni. Oggi passiamo la staffetta ai piccoli “figli di Peppino”

Chi ha ucciso Peppino Basile?
Chi sono i mandanti, chi sono gli esecutori? In quale contesto è maturato il suo assassinio? A chi ha dato fastidio? Adesso con più forza possiamo pronunciare, tutti insieme, queste domande, Peppino Basile è stato riconosciuto da Libera come “vittima innocente di mafia” e inserito nel lungo elenco dei nomi che saranno letti il 21 marzo prossimo a Padova, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno”.

Con il mio giornale, il Tacco d’Italia, non ho mai smesso di chiedere Verità e Giustizia per Peppino Basile, ucciso con decine di pugnalate dinanzi alla porta di casa sua, nella notte tra il 14 e il 15 giugno di 11 anni fa.
Quello che ho pubblicato dopo, è stato il frutto di un impegno costante e fastidioso: una spina nel fianco della Procura di Lecce.

Ho pubblicato numeri speciali monotematici, un libro, servizi televisivi. Ho fatto arrivare nel Salento colleghi da tutta Italia, di tutti i network. Più di recente, ho lanciato una petizione che ha raccolto quasi 35.000 firme.
Le persone attorno al Tacco e attorno a me, via via si sono rese evanescenti, i rapporti si sono sfilacciati. Chi chiedeva Verità e Giustizia ha cominciato a chiedere un “favore” ai politici, e quando il favore è stato ottenuto, la mente s’è distratta a tal punto da dimenticare Peppino.

C’è invece chi non si è piegato, come Gianni D’Agata e Francesco D’Agata del “Comitato Pro Basile”, che hanno mantenuto l’impegno “per non dimenticare” con azioni forti, chiedendo al Ministero di Grazie e Giustizia sindacati ispettivi presso la Procura di Lecce. Come Vito Rizzo, portavoce del Comitato Io Conto, nato all’indomani dell’omicidio di Peppino, che non ha mai smesso di ricordare e di chiedere “conto”: ogni anno in occasione dell’anniversario della morte ha tappezzato tutto il paese di Peppino, Ugento, con dei manifesti in cui chiedeva Verità e Giustizia.
Vito Rizzo ha pagato caro il suo impegno, ma può guardarsi allo specchio e può guardare negli occhi le sue figlie. Come caro l’ha pagato don Stefano Rocca, infangato con accuse inesistenti, isolato, esiliato dalla chiesa solo perché durante la messa chiedeva ai suoi cittadini di parlare, di rompere il muro di omertà.

Gli altri invece hanno portato fiori sulla tomba, nella speranza di sotterrare anche la memoria.
Non sapendo che la memoria e le inchieste, quando si fondano sulla Verità dei fatti, hanno gambe proprie.
Quella memoria è stata alimentata da tante ragazze e ragazzi del Salento: nelle scuole, nelle piazze, da diversi anni si approfondisce la storia di Peppino, si leggono le inchieste che noi del Tacco d’Italia abbiamo fatto con la sua collaborazione. Perché Peppino, da consigliere comunale d’opposizione (nelle liste di Italia dei Valori) era un whistleblower, una fonte qualificata e nascosta del Tacco: con Peppino abbiamo realizzato inchieste investigative importanti, per cui ci siamo fatti non pochi nemici e abbiamo pagato prezzi altissimi. Quello che è accaduto in quegli anni, le difficoltà, le minacce, l’ostinazione, gli scoop, li trovate nel documentario di Rai1 “Cose nostre – Scacco al Tacco”.

Per anni siamo rimasti inascoltati, finché un po’ di polvere depositata sui fatti li ha fatti brillare ancora più vividi, come quando un improvviso raggio di luce colpisce i granelli di pulviscolo sospesi nell’aria e tu vedi quello che prima non vedevi, ma era lì.

Le studentesse e gli studenti del Liceo Rita Levi Montalcini di Casarano (Le) due anni fa per la manifestazione del 21 marzo hanno sfilato con il nome di Peppino Basile sugli striscioni, riconoscendolo vittima innocente di mafia. L’anno dopo altre scuole, anche scuole medie ed elementari, hanno studiato le sue battaglie, hanno parlato di speculazioni edilizie nel parco regionale di Ugento, hanno parlato della discarica di Burgesi, di smaltimento di rifiuti pericolosi e tossici quale il pcb fatto per le aziende del nord da altre aziende riconducibili ai clan della sacra corona unita.
Attraverso la memoria di Peppino le scuole stanno riuscendo a lavorare sul senso civico dei bambini e sul concetto di “bene comune”, facendo sì che il bene comune venga riconosciuto nella quotidianità, nel vissuto, nelle spiagge, nel mare, negli ulivi, nei beni architettonici. In una parola: nella Bellezza.
Nei suoi comizi Peppino diceva che “qui non c’è la mafia, c’è il sistema”. “Il Sistema” è il libro in cui ho raccolto le inchieste realizzate dal Tacco con la collaborazione di Peppino Basile.

All’indomani della sua morte siamo andati alla ricerca delle sue piste, ripercorrendole, analizzandole tutte con occhi nuovi. Con Ada Martella e Giancarlo Colella abbiamo passato al setaccio appalti, bandi, incarichi. Abbiamo aperto armadi della vergogna grandi quanto l’intero palazzo comunale ugentino. Mi sono riletto i verbali dei consigli comunali dell’ultimo anno prima della sua morte e ho pubblicato i passaggi più inquietanti: dialoghi densi di frasi minacciose, denigratorie, con cui si irrideva “il masaniello di Ugento”.

La sua è stata una morte annunciata e le piste, per chi ha occhi per vedere, arrivano fin dentro al Palazzo. Ho analizzato oltre 300 verbali di persone sentite dagli inquirenti per avere sommarie informazioni su quello che stavano facendo in quei pochi minuti subito prima e subito dopo l’assassinio. Per vedere quanto fosse verosimile il quadro accusatorio della Procura, tracciando un puzzle degli spostamenti degli abitanti del paese da cui emergeva che l’ipotesi non reggeva.

“Dovrete passare sul mio cadavere”, disse Peppino in uno dei suoi ultimi discorsi pubblici. Quindici giorni prima della sua morte comparvero sui muri di Ugento le frasi “Peppino devi morire”, “Peppino morte”, e lui la sera prima di essere ucciso fece un sopralluogo all’impianto di stoccaggio realizzato con soldi pubblici e mai utilizzato, vandalizzato dopo la sua morte, ma integro e pronto per partire quando l’abbiamo fotografato noi. Abbiamo anche pubblicato le foto dei camion dell’allora Geotec, la ditta della famiglia Rosafio-Scarlino, la famiglia del boss Pippi Calamita, che usava quell’impianto, chiuso e inagibile, come fosse roba sua.

Da oggi si cambia passo.
Da oggi tutti devono chiedere senza paura Verità e Giustizia per Peppino. Come già da anni fanno tanti bambini e bambine, studenti e studentesse con i loro docenti.
Senza paura loro lo fanno da anni.
Peppino non aveva figli.
Quei bambini e quelle bambine possono a pieno diritto essere considerati gli eredi naturali delle sue battaglie per il bene comune. E non credo che quei piccoli “figli di Peppino” si faranno zittire.

Il futuro è loro.
E oggi è anche venerdì #FridayforFuture

 

 

 

 

 

 

Marilù Mastrogiovanni a Cose Nostre – Rai 1
Il Tacco d’Italia – Pubblicato il 13 nov 2016