15 Aprile 1980 Monza. Rapito e ucciso Adelmo Fossati, 35 anni, il corpo ritrovato tre mesi dopo. Si era rifiutato di entrare in un giro di auto rubate.

Foto tratta da un filmato di repertorio su youtube

Adelmo Fossati, titolare di una concessionaria, si era rifiutato di entrare in un giro di auto rubate.

Adelmo Fossati viene sequestrato il 15 aprile 1980 a Monza. Ha trentacinque anni e dirige una concessionaria di auto, ma probabilmente fa gola all’Anonima in quanto cugino di Danilo Fossati, titolare dell’industria alimentare Star. Sono in quattro a bloccare il prestante pilota di Formula 3, molto noto nel Monzese. Poi le richieste alla famiglia: sette miliardi di lire. Una cifra astronomica, ridimensionata a 300 milioni, consegnati in una notte di giugno, dopo un tentativo fallito di liberare l’ostaggio. Arrivano nuove richieste di denaro. È già pronta una seconda valigetta con 250 milioni, ma il 14 luglio gli investigatori trovano il corpo del rapito, sotterrato nel giardino di una villetta di Missaglia (nella zona di Lecco), dove era stato tenuto prigioniero negli ultimi tempi. Quella villa, e anche altre utilizzate come covi, sono di proprietà dell’ex-olimpionico di ciclismo Umberto Moretti, passato dalle due ruote all’Anonima.
In pochi mesi gli esecutori del sequestro vengono arrestati. È stato proprio il fermo di uno dei carcerieri a spingere gli altri a disfarsi dell’ostaggio. A nulla è servito l’appello del Papa. quando il 4 luglio i carabinieri bloccano Maria Pompea Alò, la donna di uno dei capi della banda, Pietro Miragliotta (che conosceva Fossati per aver partecipato insieme a lui ad alcune gare automobilistiche) si decide a uccidere l’uomo, già provato per le dure condizioni della carcerazione. A incaricarsi del compito è Sebastiano Pangallo, originario di Reggio Calabria: lo stordisce con una forte dose di cloroformio e lo getta in una buca scavata da Moretti. Poi lo coprono con la calce viva e lo seppelliscono che ancora respira. È il 7 luglio dell’80. Da poco tempo Adelmo Fossati è diventato papà di una bambina che non ha mai conosciuto. […]
Tratto da Dimenticati – Vittime della ‘ndrangheta –  di Danilo Chirico e Alessio Magro  Pag. 78

 

 

 

Nota da: spazioinwind.libero.it
QUANTO COSTA ESSERE ONESTO

Ogni tessera che si raccoglie per comporre questo macabro mosaico di odio e di morte rende la visione ancora più cupa e pesante; la Brianza è sempre meno tranquilla e sempre più teatro di “copioni” costruiti con ingredienti brutali, denaro ed egoismo, vigliaccheria e sangue, desolazione e smarrimento: la violenza cieca e folle con tutto il suo seguito e le sue condizioni ha fatto un altro passo.

Qui un uomo è rapito, per un vergognoso baratto di soldi; è rapito mentre attende di diventare papà; è rapito e sepolto ancora vivo; muore a più di un metro sotto terra; viene pagato il riscatto quando l’uomo rapito è già morto; è stato rapito perché si è rifiutato di prestare la sua collaborazione al riciclaggio di macchine rubate.

La sequenza del male fa rabbrividire di fronte a quanto è capace di compiere il cuore traviato dell’uomo; la sequenza, se è vero il motivo del rapimento, si è scatenata a seguito di un atto di onestà: il rifiuto cioè di un commercio sporco e di un guadagno non sudato.

Il prezzo dell’onestà è stato altissimo, inimmaginabile dal cittadino comune, se non fossero i fatti sotto gli occhi a testimoniare che ci sono momenti della vita in cui la coscienza vale più di ogni rischio; il prezzo ci lascia impotenti: se fosse chiesto, per un motivo qualunque, ad altri, a qualcuno di noi, di pagare per l’onestà un prezzo così alto o almeno di rischiarlo cosa succederebbe? Cosa vale la nostra coscienza? In tempi di lupi bisogna che gli onesti di ogni ceto sociale e di ogni idea misurino cosa sono disposti a rischiare.

Il prezzo di questa onestà resta anche, insieme ai primi movimenti della bambina nata orfana di padre e ignara del dramma, insieme ai sentimenti dei familiari e di tutti i buoni vicini alla famiglia, il fatto capace di garantire la speranza in mezzo al decadere dei valori e del costume umano: resta come un seme, reso fecondo dal sangue, in nome del quale stringerci insieme per costruire la civiltà dell’amore.

Se uno ha pagato così, l’uomo, nonostante l’abisso di squallore e miseria morale in cui precipita, è ancora grande, è ancora degno di rispetto. Ma chi ha pagato così non deve restare solo, né soli coloro che lui, Adelmo Fossati, amava.

 

 

Foto da La Stampa del  26 Luglio 1980

Articolo da La Stampa del  26 Luglio 1980
Assassinato e sepolto nella calce viva perché aveva riconosciuto un rapitore
Ricostruita la feroce uccisione del commerciante Adelmo Fossati
di Adolfo Caldarini
Il cadavere ritrovato nel giardino di una villa vicino a Lecco su indicazione dell’ex campione olimpico di ciclismo Moretti, in carcere con tre complici – Il sequestro nell’aprile scorso – La famiglia aveva pagato 350 milioni

COMO – Rapito, ucciso, sepolto nel giardino di un elegante residence sotto uno strato di calce viva. Questa la orrenda firte di Adelmo Fossati, 35 anni, parente dei proprietari della «Star», la nota industria alimentare, corridore automobilista, titolare a Monza di una concessionaria d’auto. Il suo corpo è stato trovato l’altro ieri sera poco dopo le 21,45 dopo tre giorni di scavi all’interno del centro residenziale «Le Ville» in via Misericordia a Missagliola, una frazione di Missaglia, nella Brianza lecchese. Era completamente nudo, rannicchiato su un fianco. La pelle, in particolare il volto, orrendamente sfigurata dalla calce. Era stato sepolto ad un metro e mezzo di profondità nel giardino a poche decine di metri dalla villa in cui è stato tenuto prigioniero. Adelmo Fossati era stato rapito il 15 aprile scorso a Monza. Quattro malviventi a bordo di una Bmw grigia entrarono con l’auto nel cortile che dà sul retro del concessionario. Tre di loro scesero e, a volto scoperto, fecero irruzione nell’autosalone. Il Fossati cercò di opporsi al rapimento lottando con tutte le sue forze. Alla fine però dovette cedere. Venne così caricate sull’auto che ripartì a tutta velocità. Difficili furono le trattative; i banditi chiesero subito cinque miliardi. Poi si accontentarono, come prima «rata» di 350 milioni di lire, rata che venne pagata sulla autostrada Como-Milano. Il 23 maggio scorso la moglie del rapito. Anna Rosa Berto, 30 anni, ebbe una bambina, Beatrice. Disperata, la donna pregò i giornali di pubblicare la foto della neonata e poi fece un drammatico appello al rapitori del marito: «Fate vedere almeno ad Adelmo la foto della sua bimba». Ma i rapitori, spietati, non lo fecero. Una ventina di giorni fa l’assassinio. Adelmo Fossati forse’ li a riconosciuto uno dei suoi rapitori. Per questo è stato ucciso. Non si sa in che modo. Il prof. Ritucci dell’Università dì Milano, che ha coni piuto ieri l’autopsia sul corpo del rapito, non ha trovato lesioni provocate né da armi da fuoco né da armi da taglio. Cadono così le ipotesi avanzate in un primo momento che Adelmo Fossati possa essere stato ucciso sgozzato con .un punteruolo o a colpi di pistola. I carabinieri di Monza da tempo avevano identificato alcuni dei rapitori. L’altro giorno, dopo centinaia di appostamenti, hanno deciso di agire. Gli arrestati sono quattro. Si tratta di una parte della banda siculo-calabra che ha compiuto il sequestro. L’arresto di altre persone dovrebbe essere imminente. Ma ecco i nomi degli arrestati; Pietro Miragliotta, 38 anni, commerciante originario di Piraino (Messina), abitante a Milano; la sua amica Maria Pompio Aloe, 33 anni, originaria di Ceglie Messapico (Brindisi), abitante a Milano; Carmine Pantaleo, 51 anni, imbianchino, originarlo di Palermo, abitante a Milano; Umberto Moretti, 37 anni, originario di Vignate (Milano) residente a Pioltello. E’ stato Umberto Moretti, che tra l’altro è stato campione olimpionico dì ciclismo, a indicare ai carabinieri dove era stato sepolto il cadavere di Adelmo Fossati. L’uomo che è proprietario della villa di Missaglia dove il sequestrato è stato tenuto prigioniero, ha cercato di giustificarsi: «Si, ho aiutato anch’io a seppellirlo — ha detto —, mi puntavano i fucili. Ho dovuto scavare per ore. Una fossa prò- fonda, alta come me». Il Moretti è preciso nelle sue indicazioni. Sbaglia solo di mezzo metro. Dieci minuti dopo, alla luce delle pile, uno degli uomini che partecipa allo scavo, lancia un urlo. «E’ qui, è qui!». Umberto Moretti assiste alla scena impassìbile. Solo quando intravvede il cadavere che lui stesso una ventina di giorni fa aveva sepolto, ha un leggero tremito. Poi viene immediatamente portato via dai carabinieri.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 12 Giugno 1983
Tre ergastoli alla banda che rapì e uccise Fossati
di Giuseppe Cremagnani
Per la prima volta non è stata la Corte d’Assise a comminare la massima pena

MONZA – Con tre ergastoli, 84 anni di reclusione, una assoluzione con formula piena, si è concluso nella notte di sabato 11 processo a carico della banda accusata di aver rapito e assassinato Adelmo Fossati, il commerciante d’auto monzese sequestrato la mattina del 15 aprile 1980 nell’autosalone di sua proprietà e il cui cadavere venne rinvenuto a fine luglio dello stesso anno sepolto nel giardino di un residence di Missaglia, in provincia di Como. Le condanne sono andate ben oltre le richieste del PM Niccolò Franciosi, che aveva chiesto un ergastolo e 163 anni di reclusione. Dopo 15 ore di camera di consiglio il tribunale, presieduto dal dottor Ugo Adinolfi, ha condannato all’ergastolo Pietro Miragliotta, indicato come 11 capobanda e l’esecutore materiale dell’assassinio di Fossati, Sebastiano Pangallo, detto “Tonino il calabrese”, presunto telefonista della Banda, e Aleardo Cattaneo, che avrebbe svolto funzioni di carceriere. A 28 anni di reclusione sono stati condannati Umberto Moretti, l’idraulico, ex medaglia olimpica di ciclismo, proprietario della villetta di Missaglia dove Adelmo Fossati fu tenuto prigioniero e poi fu sepolto, Carmelo Pantaleo, l’altro carceriere. Ventiquattro anni di reclusione sono andati a Maria pompea Alò, la donna del Miragliotta, mentre a Katia Malavenda, procuratrlce legale presso lo studio dell’avvocato Egidi di Milano, sono stati inflitti 4 anni, di cui due condonati. Assolto con formula piena Maurizio Agrati, che all’epoca del sequestro si trovava in carcere per rapina.
È forse la prima volta nella storia giudiziaria italiana che un tribunale, e non la Corte d’Assise, in virtù di una modifica di un articolo del Codice penale, infligge l’ergastolo.
La vicenda di Adelmo Fossati commosse Monza e la Brianza , dove la vittima era nota per la sua attività di corridore automobilistico di Formula 3. E proprio nell’ambiente del motori da competizione è maturato il sequestro. L’idea deve essere venuta a Pietro Miragliotta, che bazzicava l’autodromo. I banditi forse associarono il nome di Adelmo Fossati a quello del facoltoso cugino Danilo, fondatore della Star, di Agrate, ed attuale amministratore delegato del più importante gruppo alimentare d’Europa. Così la prima richiesta di riscatto fu di sette miliardi, una cifra sbalorditiva per un commerciante d’auto. Il ricco cugino di Adelmo però fece subito conoscere la propria indisponibilità a sborsare anche una lira per pagare il riscatto. Le pretese dei banditi allora calarono nettamente e dopo lunghe  trattative i banditi si accontentarono di 600 milioni, tutto quello che la famiglia del rapito sarebbe riuscita a racimolare, indebitandosi fino al collo.
Ai primi di luglio venne pagata una parte del riscatto, ma il terreno già scottava sotto i piedi dei banditi. I carabinieri infatti, erano riusciti ad individuare e a fermare Maria Pompea Alò, la donna di Pietro Miragliotta.
E poi probabilmente lo stesso Fossati era riuscito a vedere in volto il Miragliotta. Cosi fu soppresso con una dose massiccia di barbiturici.

 

 

 

Fonte:  lusignolo.wordpress.com
Articolo del 29 novembre 2011
Adelmo Fossati… di Monza

Ve la devo raccontare ma non come la vorreste sapere voi. Infatti è una storia finita in tragedia, questo ragazzo poco più che trentenne, appena sposato e con la moglie incinta, fu sequestrato da gente con il pelo sullo stomaco, che gli girava attorno in pista, nel suo autosalone di Monza dove vendeva auto sportive. Gente che pensava di fare un colpo in fretta, fu ucciso, sotterrandolo ancor vivo, dopo che la famiglia aveva pagato una tranche del riscatto richiesto.

La bimba nata non conobbe mai suo padre. Una famiglia distrutta, e loro dentro in galera. Per quattro soldi che forse non spesero mai.

Ha un senso tutto ciò?

Con l’Adelmo ci eravamo conosciuti da ragazzi sui vent’anni a Sestri Levante attorno al 1965. Il Fusà, come gli dicevano i compagni milanesi delle nostre serate brave, che erano poi di sedersi in un bar, al Tortuga, dopo la mezzanotte dove l’Adelmo posteggiava per la serata e discuteva sempre e solo di calcio con qualcuno, poi si alzava fingendo di andarsene per la rabbia, faceva un metro e tornava indietro, si sedeva di nuovo gridando all’avversario che di calcio non ne capiva niente. Fatti estivi, da bar di tutte le epoche.

Mi immagino il gaudio per i residenti ed i turisti che dormivano ai piani alti dell’edificio, sul lungo mare di Sestri.

Adelmo giocava in porta, ma non con me; a me piaceva il tennis,sport da sciùri dove alternavo facendo il palleggiatore a 500 lire il pomeriggio.In realtà lui lavorava già e quindi qualche bel soldo gli girava in tasca, ma con noi studenti non legava, si sentiva intimidito, e per darsi una spinta si portava sempre un’auto sportiva che aveva da rivendere per fare la stagione, ma l’era nò bauscia, era un ragazzo moralmente molto a posto con la faccia dell’eterno incazzato stile Alain Delon e sembrava stesse sempre per mordere, in realtà aveva il viso di sua mamma che era una gran brava signora.

Era buono come un pezzo di pane e timido che più non si poteva ed introverso come solo lui sapeva, ma aveva el coeur en màn… il cuore in mano, per dire generoso.

Mio padre l’aveva in simpatia, passava infatti sempre in rassegna tutti coloro che io frequentavo, e con l’Adelmo anche in auto su e giù a fare corse per il passo del Bracco ti sentivi sicuro, era un ragazzo prudente e sapeva quanto costavano le auto che usava per venire al mare. E lo vedevi molto responsabile.

Venivano a Sestri anche suo papà e la sorella, oltre alla mamma, l’altro fratello, il maggiore, che collaborava per lavoro con lui, passava un paio di giorni a salutare con la moglie. E ci siamo fatti con loro anche qualche giorno insieme in Versilia, ai tempi d’oro della Capannina, il dancing di Forte dei Marmi.

Di episodi ne commento pochi perchè l’amicizia è un sentimento di cui ho un sacro pudore, soprattutto verso coloro che non ci sono più, ma per presentarci l’un l’altro al bar, iniziammo col litigare sul numero di marce della Ferrari 250 GTO, una GT da corsa. Lui diceva sei, ed io gli dissi 5, senza accettare discussioni, l’ho vista correre e vincere, anzi pure arrivare seconda dietro ad una Aston Martin a Monza, tu c’eri?

Lui fece nò, all’autodromo non ci andava, chiaro ci abitava lì a due passi, perchè scomodarsi quindi? In compenso io frequentavo già la pista come spettatore e ne sapevo più di lui. Ma di calcio ero uno zero, per cui divenimmo intimi, compensandoci a vicenda.

Si usciva insieme un po’ tutte le sere, ma non era un draguer, non gli piaceva fare colpo sulle ragazze, si sentiva un semplice e le ragazze lo sapete, erano già inquiete allora, in più non voleva dar da vedere per via dell’auto sempre fuori serie, era il suo mestiere, e le ragazze non che lo snobbassero, ma lui per timidezza si ritraeva, gli veniva il complesso del mancato diplomato.

Lo andavo a trovare a casa dei suoi a Monza se andavo a veder gare e lui iniziò a girare per Vercelli a vendere auto da un amico che gli presentai.

Una volta ci trovammo a Courmayeur a sciare, era col maestro Viganò un suo amico della Brianza, quello ch’al mangia, ‘l beva e ‘l paga nò come diceva lui, ed andammo tutti e tre sulla mia auto a Megéve in Francia a fare gli stupidi sulla neve. Era in fase di apprendistato ma dotato di molta buona volontà. E se la cavava anche in sci. Passammo una splendida giornata di sole sciando tutto il giorno e ridendo del maestro Viganò che lo teneva d’occhio.

Quando si decise a correre in monoposto, andai a vederne qualche gara, oramai lavoravo anch’io e dovevo viaggiare sovente fuori dall’Italia. Ma di monoposto e motori tramite Bellasi di Novara e la sua compagnia, qualcosa avevo imparato.

Una domenica mattina, sono con lui al suo garage in autodromo prima della partenza, e c’era anche suo papà.

La monoposto nuova di trinca era una Brabham appena importata dall’Inghilterra, gli chiedo che motore hai messo, era per quasi tutti un Ford, ma cambiava l’elaboratore, ho messo su un Brambilla di seconda mano, lo fece sicuro anche per risparmiare, ma in più i Brambilla erano due fratelli corridori anch’essi e con l’officina a Monza, ma non spendi un capitale per un rolling chassis, telaio con ruote, per montargli su un motore usato, pensai e non dissi altro se non a me stesso, dura dieci giri e si rompe, vuoi vedere?

Protestai invece con suo padre dicendo che non gli aveva messo a disposizione un motore buono come il Ford Novamotor di Novara, ed il papà mi confermò che l’aveva fatto per non buttarsi in un mare di spese, visto il costo del telaio importato.

Bon, partono, e dopo mezz’ora di gara lo vedo arrivare a motore spento, va a dà via i ciàpp de chi e de là, ed io candidamente gli misi la ciliegina sull’incazzatura, dovevi prendere un Novamotor nuovo, ed andammo a pranzo insieme con suo padre tutti e tre.

Il resto non lo racconto. Si chiamava Adelmo Fossati di Monza, arrivo un giorno dalle Indie, dove vivevo in Sud America, e c’era ancora Stampa Sera, butto l’occhio sul giornale e me lo vedo morto.

Non ne immaginavo mai e più nulla di questa orribile storia, lontano come, vivevo dall’Italia.

 

 

 

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