15 Luglio 1994 Catania. Assassinate Liliana Caruso, 28 anni, e Agata Zucchero, moglie e madre di un collaboratore di giustizia.

Liliana Caruso ha 28 anni, suo marito è Riccardo Messina, membro del clan Savasta. Quando l’uomo decide di pentirsi, Liliana non ha dubbi: non lo disconoscerà come tante hanno già fatto in questi casi con i loro compagni, decidendo di rimanergli accanto nel suo percorso di collaboratore. Pagherà con la vita questa scelta. Il 15 luglio 1994 viene uccisa nel pieno centro di Catania: due killer le sparano al volto. Altri due criminali uccidono sua madre Agata Zucchero, poco distante da lei.
Per gli investigatori non è difficile trovare un movente: per fare desistere Messina, il clan Savasta aveva inviato degli emissari da Liliana con lo scopo di convincerla a fingersi ostaggio della mafia con il resto della sua famiglia, obbligando così l’uomo a ritrattare. Liliana non solo si era rifiuta di assecondarli, ignorando le minacce, ma era andata dai giudici a denunciare. Soltanto due giorni prima di morire, convinta di non dover temere per la sua vita, si era recata in carcere dal marito per metterlo in guardia, temendo per lui.
Messina, dopo l’atroce vendetta trasversale, continuerà a collaborare con la giustizia. La procura di Catania trova i mandanti del delitto e ordina un arresto e sette fermi per associazione mafiosa e omicidio. (sdisonorate.it)

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 16 luglio 1994
Massacrate mentre fanno la spesa
Uccise a Catania moglie e suocera un pentito
di Walter Rizzo
Uccise a Catania la moglie e la suocera del pentito Riccardo Messina. Le due donne, come gli altri famigliari del collaboratore, non erano sottoposte a misure di tutela per proteggerle dalla vendetta trasversale del clan. L’agguato è scattato davanti all’abitazione delle due donne nel cuore del quartiere Fortino.  La questura si difende: «Non era possibile proteggerle se restavano in città. L’unica soluzione? Lasciare Catania».

CATANIA. Un’azione spietata di terrorismo mafioso per lanciare un tremendo segnale ad un killer pentito. A Catania va in onda la replica della tragica sequenza vista il 28 novembre del 1989 a Bagheria. Allora ad ordinare, violando una delle regole fondamentali del codice mafioso, il massacro di tre donne, colpevoli solo dei loro legami di sangue con Francesco Marino Mannoia, furono i Corleonesi, le belve di Riina; ieri ad uccidere Agata Zucchero, 61 anni e sua figlia Liliana Caruso di 28, sposata col pentito Riccardo Messina, sono stati quattro sicari, armati dai boss del clan Savasta, una piccola congrega di assassini feroci come animali selvatici.

Un clan antico che, anche se controlla parte del vecchio centro storico e la zona della Plaja, non è mai stato determinante nelle complesse dinamiche interne alla geografia mafiosa catanese. La Savasta può contare però su uomini spietati e pronti a tutto, guidati dal latitante Nino Puglisi «U figghiu da Savasta». Nell’ultimo periodo, dopo una serie di feroci scontri con gli altri clan minori catanesi, la banda aveva stretto una sorta di patto di non belligeranza con gli uomini di Cosa Nostra, per gestire, senza troppi fastidi, il grande business della vendita del pesce al mercato ittico di Catania e di Aci Trezza.

Sulle «attività» del clan si era profilata l’ombra mortale di un pentito che può svelare tutti i segreti della cosca. A parlare è Riccardo Messina, ha 34 anni ed era il sicario più fidato su cui poteva contare Nino Puglisi. Due mesi fa Riccardo «U’Sceriffu» ha deciso di collaborare con i magistrati della direzione distrettuale antimafia.  Una collaborazione che era ancora in una fase assolutamente preliminare e che doveva restare assolutamente segreta. I capi della cosca sono stati invece informati praticamente in tempo reale e hanno scatenato l’azione dei killer.

Il commando ha potuto agire a colpo sicuro senza correre alcun rischio. Le due donne, cosi come gli altri famigliari del pentito, incredibilmente non erano protette.  Non avevano voluto lasciare la città per nascondersi in una località protetta.  Nei loro confronti, in attesa che venissero affidati al servizio centrale di protezione, non erano state attivate dal questore di Catania misure particolari di tutela.

Liliana Caruso viveva, assieme ai suoi tre bambini, nella casa dei genitori, in via Garibaldi, nel cuore del quartiere Fortino, una delle aree a più alta densità mafiosa della città, controllata proprio dagli uomini del clan Savasta. «Resta da capire di chi sono le responsabilità per questo episodio drammatico – afferma l’avvocato Enzo Guarnera, uno dei due legali che a Catania garantiscono la difesa ai pentiti – È inconcepibile che la moglie e la suocera di un pentito restino in giro a Catania senza nessuna misura di protezione».
«È impossibile proteggere un gruppo famigliare che vive in un quartiere ad alto rischio e che conduce una vita normale – replica il capo della Mobile Vincenzo Speranza – L’unica soluzione era quella di convincerli a spostarsi lontano da Catania».

«Questo duplice delitto – dice l’on. Anna Finocchiaro, capogruppo dei Progressisti alla commissione giustizia della Camera – ripropone drammaticamente il problema della tutela dei pentiti. A fronte di quanti oggi propongono un ridimensionamento delle misure che, valgono ad assicurare la collaborazione in processi di mafia, strumento che ha consentito fino ad ora eccezionali risultati, bisogna invece provvedere a creare una struttura che svincoli assolutamente l’attività di investigazioni di magistrati e forze di polizia, dalla protezione dei pentiti».

Agata Zucchero e Liliana Caruso erano due bersagli inermi, che sono stati immediatamente centrati dai sicari del clan. Allo stesso modo potevano essere colpiti anche i tre figli del pentito o gli altri membri della   sua famiglia.  La scelta probabilmente è stata determinata dal caso che ha voluto le due donne insieme ieri mattina.

Madre e figlia erano scese in strada per andare a far compre poco prima delle nove. Mentre Liliana Caruso si era avviata verso il negozio di generi alimentari che si trova a poche decine di metri dall’abitazione, la madre aveva deciso di attenderla sulla soglia di casa. I sicari erano almeno in quattro, a bordo di due moto di grossa cilindrata. Mentre due di loro si sono avvicinati all’anziana donna, l’altro gruppo si è diretto verso il negozio. Il killer ha seguito Liliana Caruso fin dentro la bottega. Le si è presentato di fronte, proprio mentre la donna stava per fare la sua ordinazione e ha fatto fuoco per tre volte, appoggiando praticamente il suo revolver sull’occhio sinistro della vittima. Liliana è stramazzata a terra fulminata prima di rendersi conto di quello che stava accadendo.  È rimasta con le braccia allargate e un’espressione come di stupore disegnata sul viso.

Quasi contemporaneamente è entrato in azione anche l’altro commando che «puntava» Agata Zucchero. Quando si sono udite le prime detonazioni la donna ha tentato inutilmente di fuggire. È riuscita a fare solo un paio di metri ed è stata subito raggiunta da due colpi di pistola alla testa. A trovarla riversa sul selciato è stato, pochi istanti dopo, l’equipaggio di una Gazzella dei carabinieri. «Uno scippo, è stato uno scippo, la signora è caduta e si è fatta male» ha urlato qualcuno, forse per depistare i militari e «coprire» la fuga degli assassini.

Intanto nel corso del pomeriggio di ieri polizia e carabinieri hanno fermato sei persone che potrebbero essere coinvolti nel delitto.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 17 luglio 1994
Non si era piegata al ricatto del clan e l’hanno uccisa
di Walter Rizzo
Le donne del clan Savasta volevano che Liliana Caruso si prestasse ad una manovra per costringere il marito pentito a ritrattare. «Devi dire che sei nelle nostre mani e che non rivedrà i suoi figli». Il rifiuto della ragazza, che raccontò tutto ai magistrati, ha determinato la condanna a morte. Una persona è stata arrestata. I fermi sono tre, mentre ci sono alcuni ricercati.  Il procuratore Alicata: «Per proteggere la donna era stato fatto tutto il possibile».

CATANIA. Liliana Caruso è stata uccisa perché non si è voluta piegare alle richieste del clan. Non ha voluto tradire il marito schierandosi con la cosca. «È morta per un gesto d’amore» come l’ha definito il procuratore capo della Repubblica di Catania, Gabriele Alicata. Una battuta da soap opera per spiegare il dramma di una ragazza di 28 anni, finita forse in una storia più grande di lei e rimasta schiacciata da un legame profondo con il suo uomo.

Una morte assurda, forse evitabile. Il giorno dopo la mattanza di via Garibaldi, tra mille imbarazzi, magistrati e investigatori si associano allo sdegno per l’efferato delitto» e sottolineano ripetutamente, in modo quasi ossessivo, che Liliana e i suoi parenti hanno più volte rifiutato di andar via dalla Sicilia, dove nessuno poteva garantir loro sicurezza.  «Non era possibile fare di più per proteggere le due donne in una città difficile come Catania – dice il procuratore – di più non si poteva fare, quindi voglio dire che alcune polemiche su questa tragica storia sono assolutamente pretestuose». Nessuno spiega in si era concretizzata la protezione assegnata alla donna. Un fatto è indiscutibile: quando Liliana Caruso è stata uccisa, in quel negozietto c’erano tre persone: la vittima, il killer e il salumiere. Chi avrebbe dovuto proteggere la ragazza?

Aveva paura per il marito
Liliana ha certo rifiutato di andar via da Catania per non perdere la possibilità di avere i permessi di incontrare il marito, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ha certamente scelto incoscientemente di rimanere nel suo quartiere, controllato dalle belve della cosca, avrà anche detto di non volere la  polizia attorno per non dare troppo nell’occhio e non sentirsi totalmente isolata nel quartiere. Ma in questa città nessuno ha mosso un dito per garantirle un minimo di copertura. Doveva andar via, certo era la mossa più giusta, ma in attesa di ciò e di fronte alle minacce non era proprio possibile far nulla per evitare che diventasse un inerme bersaglio? Forse una pattuglia sotto quella casa in via Garibaldi non sarebbe servita a nulla, ma almeno per ammazzarla i killer avrebbero dovuto faticare un po’ di più. Liliana invece è morta sola, con un’espressione di sorpresa stampata sul volto.

Era convinta che i macellai della cosca non avrebbero mai colpito lei e temeva invece per il marito. Il giorno prima di morire era andata a trovarlo in carcere: «Stai attento Riccardo, ho paura, ho paura che quelli ti facciano del male, che provino ad ucciderti anche se sei in carcere».

Al di là delle polemiche e delle giustificazioni un fatto è certo: Liliana e sua madre sono state ammazzate con una facilità che offende.  Lasciate sole a far da bersaglio, in una situazione nella quale i rischi, soprattutto per la giovane moglie del pentito, erano diventati altissimi.

Il diktat delle donne del clan
Liliana infatti aveva osato ribellarsi anche lei al ricatto del clan. Le avevano chiesto di diventare una sorta di grimaldello per far saltare le difese del pentito. Le matrone del clan, le mogli dei capi, l’avevano messa in mezzo e le avevano detto chiaro e tondo che doveva offrirsi in ostaggio, lei e i suoi tre bambini, per ricattare il marito e costringerlo a smetterla di parlare. «Devi dirgli che sei nelle mani nostre e che lui non vedrà mai più i suoi figli se continua a fare l’infame…». Era una di quelle richieste alle quali non si può dire di no. Le donne della Savasta, feroci quanto e forse più dei loro uomini, avevano dato un vero e proprio ultimatum a Liliana. Doveva schierarsi contro il marito o sarebbe stato peggio per lei.

Il rifiuto di collaborare con la Savasta forse non è stato il «peccato» più grave del quale si è macchiata Liliana. La ragazza ha infranto platealmente un’altra regola del codice mafioso.  Non ha detto solo no al diktat, ma ha anche raccontato tutto ai magistrati.  Moglie di un infame e infame lei stessa, dunque. Non ci voleva molto a capire che la vita di Liliana dopo quella scelta era letteralmente legata ad un filo. Adesso, finalmente, almeno i figli di Riccardo Messina, tre bambini tra i quattro e i dodici anni, sono stati spostati in una località protetta.

L’ordine del latitanti
A ventiquattro ore dal delitto, i magistrati non hanno più dubbi: a dare il via alla doppia esecuzione di via Garibaldi è stato certamente un ordine impartito da Nino Puglisi e da Orazio Nicolosi «U’ lisciu», i due latitanti che guidano questa banda di spietati assassini. A gestire tutta la vicenda secondo gli investigatori sarebbero state però le donne del clan che avrebbero anche minacciato i figli e altri parenti di Messina. Tre di loro sono già state fermate con l’accusa di associazione mafiosa. Sono Domenica Micci, 36 anni, moglie di Nino Puglisi, Concetta Spampinato, 23 anni, moglie di Saro Russo, un altro dei pezzi da 90 dell’organizzazione.  Fermato anche Cristoforo Fuselli, un commerciante di 37 anni, mentre la moglie di Orazio «u’ lisciu», Santa Vasta di 36 anni ha seguito la scelta del marito, dandosi alla latitanza. Sarebbero stati loro a chiedere a Liliana di fingersi ostaggio della cosca per ricattare il pentito. Una storia della quale sarebbe stato a conoscenza anche Salvatore Bonaccorso, 26 anni, cognato di Liliana Caruso, che davanti ai giudici si è però rifiutato di aprire bocca, finendo agli arresti con l’accusa di favoreggiamento. Oltre a Santa Vasta tra i latitanti vi è anche Saro Russo che assieme ai due capi dell’organizzazione e ad altre persone, sarebbe accusato di essere tra i mandanti del duplice delitto.

La fondatrice della cosca
Ancora una volta nella storia del clan Savasta le donne assumono dunque un peso di rilievo. Non si tratta solo di coperture ai parenti, ma di una vera e propria cogestione degli affari della cosca. Il clan ha sempre avuto una storia assai particolare. A fondarlo sarebbe stata proprio la madre di Nino Puglisi il cui cognome era appunto Savasta. Un vero «capo», che ha lasciato poi in eredità lo scettro di comando al figlio, che nel quartiere è noto proprio come «u’ figghiu da Savasta».

Un paio di settimane fa un’operazione della Mobile aveva portato in carcere un folto gruppo di affilati, tra i quali vi era anche la madre di Orazio Nicolosi e altre donne, tutte attivamente impegnate nella gestione dello sfruttamento della prostituzione e dell’usura.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 17 luglio 1994
SI È FATTA ASSASSINARE PER NON TRADIRE IL MARITO
di Turi Caggegi

CATANIA – È morta per amore Liliana Caruso, 28 anni, la moglie del pentito catanese Riccardo Messina massacrata venerdì nel centro di Catania assieme alla madre Agata Zucchero dai killer della mafia. È morta per amore perché ha scelto di stare dalla parte del marito fino in fondo, reagendo al ricatto delle cosche che avrebbero voluto utilizzarla per costringere Messina a ritrattare le accuse nei confronti dei suoi ex compagni del clan della “Savasta”.

Nel giro di 24 ore gli investigatori sembrano aver delineato il movente della feroce vendetta trasversale nei confronti del pentito, che ha già fatto sapere di voler continuare a collaborare. La procura di Catania inoltre ritiene di aver individuato anche i mandanti dell’assassinio delle due donne, e ha ordinato un arresto e 7 fermi per associazione mafiosa e omicidio. Alcuni sono stati eseguiti, mentre i capi del clan sono latitanti.

Secondo i magistrati, saputo del “pentimento” di Messina, il clan avrebbe mandato degli emissari a cercare di convincere e minacciare la donna perché si fingesse, con i suoi 3 figli, ostaggio della mafia costringendo così il marito a ritrattare. Ma Liliana Caruso non solo ha ignorato le minacce, ma è andata dai magistrati a denunciarle. Poi, due giorni prima di essere uccisa, ha visto il marito nel carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso e lo ha avvertito: “Stai attento, temo che possano ucciderti anche qui”.

Liliana Caruso, hanno raccontato ieri i magistrati della direzione distrettuale antimafia catanese che seguono le indagini e che si sono occupati del pentito, «non temeva per la sua vita, era serena e tranquilla. Al marito la legava un grande amore». Anche il suo atteggiamento, così lontano dalle mogli che ripudiano i mariti quando cominciano a collaborare, ha scatenato la vendetta della cosca e l’agguato di venerdì in via Garibaldi. Secondo gli investigatori sono stati 4 i killer entrati in azione: due hanno aggredito Liliana Caruso, sparandole in faccia mentre era all’interno di una salumeria. Gli altri hanno ucciso la madre, per strada, a pochi metri di distanza.

Le indagini, puntate proprio nell’ambito del clan della Savasta, hanno portato ad arresti e fermi. Per favoreggiamento è stato ammanettato Giuseppe Bonaccorso, 26 anni, un pescivendolo che ha sposato una sorella di Liliana Caruso: sarebbe a conoscenza di molti particolari sull’omicidio della cognata, ma non vuole parlare, probabilmente perché ha paura. I provvedimenti di fermo invece sono scattati nei confronti dei capi della cosca, Antonino Puglisi e Orazio Nicolosi, entrambi latitanti, considerati i mandanti. Polizia e carabinieri hanno inutilmente cercato un altro esponente del clan, Saro Russo e Santa Vasta, moglie di Orazio Nicolosi. Sono stati fermati invece Concetta Spampinato, moglie di Russo, Domenica Micci, moglie del capo del clan Puglisi, e il commerciante Cristoforo Fuselli.

Gli investigatori non hanno precisato le responsabilità individuali. Sembra però che siano state le tre donne a contattare Liliana Caruso per conto della cosca. Dopo il duplice omicidio di venerdì, i 3 figli di Messina sono stati portati in un luogo sicuro. E intanto, mentre si cerca di capire come la mafia possa aver saputo della collaborazione ancora segreta del pentito, resta poco chiaro il motivo per cui la donna, anche dopo la denuncia delle minacce, non era protetta.

Il procuratore capo Gabriele Alicata ha detto che «era stato fatto tutto il possibile in una città difficile come Catania», mentre secondo il sostituto Carmelo Zuccaro, Liliana Caruso aveva detto no alla scorta «perché questo avrebbe fatto aumentare i rischi per sovraesposizione». La donna avrebbe rifiutato il trasferimento da Catania «per evitare maggiori difficoltà nei contatti col marito». In ogni caso, ai magistrati che gli hanno comunicato la morte della moglie, Riccardo Messina ha detto di voler proseguire: «Continuerò a collaborare come e più di prima. Non torno indietro».

Altri pentiti invece, denuncia il sostituto Nicolò Marino, vivono in un clima di terrore dopo quello che è successo a Catania. I giudici ieri sono stati tempestati di telefonate da parte di molti degli 80 collaboratori catanesi, tutti erano allarmati anche perché in città continuano ad avere affetti e interessi: «Bisogna garantire a tutti la sicurezza – dice Marino – o si corre il rischio di perderli. Ed è soprattutto lo Stato che deve adeguare il sistema di protezione alla nuova situazione».

 

 

 

 

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