16 Maggio 1955 a Sciara (PA) Assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale

Foto da himeraonline.it 

Salvatore “Turi” Carnevale (Galati Mamertino, 23 settembre 1923 – Sciara, 16 maggio 1955) è stato un sindacalista italiano.

Bracciante e sindacalista socialista di Sciara (PA), Salvatore Carnevale venne assassinato, a 31 anni, il 16 maggio 1955 all’alba mentre si recava a lavorare in una cava di pietra gestita dall’impresa Lambertini. I killer lo uccisero mentre percorreva la mulattiera di contrada Cozze secche.

Salvatore Carnevale aveva dato molto fastidio ai proprietari terrieri per difendere i diritti dei braccianti agricoli: era infatti molto attivo politicamente nel sindacato e nel movimento contadino. Nel 1951 aveva fondato la sezione del Partito Socialista Italiano di Sciara ed aveva organizzato la Camera del lavoro. Nel 1952 aveva rivendicato per i contadini la ripartizione dei prodotti agricoli ed era riuscito ad accordarsi con la principessa Notabartolo. Nell’ottobre 1951 aveva organizzato i contadini nell’occupazione simbolica delle terre di contrada Giardinaccio della principessa. Carnevale per questo fu arrestato e uscito dal carcere si trasferì per due anni a Montevarchi in Toscana, dove scoprì una cultura dei diritti dei lavoratori più forte e radicata.Nell’agosto 1954 tornò in Sicilia, dove cercò di trasferire nella lotta contadina le sue esperienze settentrionali. Fu nominato segretario della Lega dei lavoratori edili di Sciara. Tre giorni prima di essere assassinato era riuscito ad ottenere le paghe arretrate dei suoi compagni e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore.
Del suo omicidio vennero accusati Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda e Luigi Tardibuono, il soprastante della principessa Notarbartolo. Alla fine del processo di 1° grado svoltosi a Santa Maria Capua Vetere nel 1960 i tre imputati vennero condannati all’ergastolo. Nel collegio di difesa compariva anche Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica. La parte civile comprendeva l’avvocato Nino Sorgi (che molte volte difese il quotidiano L’Ora da querele di politici collusi con la mafia).
In appello e in Cassazione il verdetto fu ribaltato e i tre imputati furono assolti.

Fonte: wikipedia.org

 

 

 

Ignazio Buttitta “U lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali” che ha voluto così commemorare e portare a conoscenza del popolo un fatto di cronaca gravissimo per la Sicilia.

Le musiche di questa storia sono state scritte da Nonò Salamone. Come ci racconta lui stesso, una sera, avendo saputo che in un paesino in Provincia di Enna si esibivano Cicciu Busacca e Ignazio Buttitta, li volle raggiungere e pregò Busacca di fargli cantare la storia di Turiddu Carnevale che lui stesso aveva musicato; lui acconsentì e, quando Nonò finì di cantare, si accorse che Busacca piangeva. Da allora questa storia fù portata in giro da tutti i cantastorie siciliani.

Articolo di La Sicilia del 18 Maggio 2008 
Quel tragico mattino di maggio
di Dino Paternostro
Faceva ancora buio e, nelle campagne di Sciara, sbucarono da una siepe degli sconosciuti che esplosero le fucilate contro il sindacalista.
Cinque i pallini mortali, di cui uno alla testa e uno alla bocca: il classico colpo di grazia

A Sciara, quel lunedì 16 maggio 1955, Salvatore Carnevale si era alzato molto presto. Non avendo né una bicicletta né un mulo, la strada per recarsi alla cava era costretto a farsela a piedi. E, se voleva arrivare in orario sul posto di lavoro, doveva partire ancora col buio. Subito dopo di lui, si era alzata la madre, Francesca Serio. Si avvicinò al figlio e, col volto spaventato, gli disse: «Turiddu, stanotte ho fatto un brutto sogno. Stai attento alla cava, tieni gli occhi aperti!». «Vossia perché pensa a ’ste cose? Non ci deve credere ai sogni, sono superstizioni queste», le rispose Salvatore, rassicurandola. Poi la salutò, si rinchiuse la porta di casa alle spalle e s’avviò con passo spedito al lavoro. Erano le 5,30. Superata la cappella di San Giuseppe, imboccò la trazzera che portava alla cava, in contrada «Cozze Secche», quando qualcuno lo chiamò per nome. Fece appena in tempo a voltarsi, che dalle spighe ormai alte, dove si erano nascosti, uscirono degli uomini armati di fucili. I primi due colpi ferirono Carnevale al fianco destro. Poi gli furono sparati altri quattro colpi, di cui uno alla testa e l’altro alla bocca: i colpi di grazia. «Cadde riverso, torcendosi col viso insanguinato», avrebbe scritto il giorno dopo Giovanni Cesario su «L’Unità della Sicilia». La notizia che sul ciglio della trazzera che portava alla cava Lambertini era stato assassinato Turiddu Carnevale, arrivò in paese intorno alle 8,00. A mamma Francesca dissero solamente che era stato ucciso un uomo, ma lei capì subito. Di corsa e col cuore in gola, si recò sul luogo del delitto, ma vi trovò già i carabinieri, che volevano impedirle di passare. «Signora, non è suo figlio!», le disse il brigadiere. Ma Francesca non si fermò: «Vigliacco, non è mio figlio, questi non sono i piedi di mio figlio? E quelle non sono le calzette che ci lavai ieri a mio figlio, che ha messo nei piedi?», urlava, facendosi strada a forza, fino ad abbracciare il cadavere del suo Turiddu. Piangeva, disperata, mamma Carnevale. Se l’aspettava che, un giorno o l’altro, questo figlio glielo avrebbero ammazzato. Con la voce rotta dal pianto, guardò in faccia il brigadiere e urlò: «Me l’hanno ammazzato perché difendeva tutti, il figlio mio, il sangue mio! Gli assassini vada a cercarli tra i suoi amici dipendenti della principessa Notarbartolo!». Un chiaro e coraggioso atto d’accusa contro la mafia di Sciara, capeggiata dall’amministratore  del feudo Giorgio Panzeca, dal soprastante Luigi Tardibuono, dal magazziniere Antonino Mangiafridda e dal campiere Giovanni Di Bella, che Francesca Serio avrebbe formalizzato, qualche giorno dopo, in un esposto alle autorità inquirenti. I quattro furono fermati e tradotti in carcere perché gli alibi di Panzeca, Mangiafridda e Di Bella non ressero alle verifiche, mentre un primo testimone – Filippo Rizzo – si lasciò scappare, pur tra contraddizioni, di aver visto Tardibuono sul luogo del delitto; e un secondo testimone – Salvatore Esposito – riferì di aver visto vicino alla trazzera sia il Tardibuono che il Panzeca.
Per legittima suspicione, il processo di primo grado si svolse a S. Maria Capua Vetere. Iniziò il 18 marzo 1960 e si concluse il 21 dicembre 1961, con la condanna all’ergastolo di tutti e quattro gli imputati. «Ora posso morire tranquilla, perché giustizia è stata fatta, non solo per il mio Turiddu, ma per tutti i caduti sotto i colpi della Mafia», dichiarò al giornale «L’Ora» del 23-24 dicembre 1961 Francesca Serio, che aveva presenziato a tutte le udienze del processo. Ma il processo d’Appello, svoltosi a Napoli dal 21 febbraio al 14 marzo 1963, e quello in  Cassazione avrebbe ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo tutti gli imputati per insufficienza di prove. E mamma Carnevale dichiarò: «Me l’hanno ammazzato una seconda volta!». A Napoli, in sostanza, prevalse il formalismo giuridico. Dai giudici «nessuno sforzo venne fatto per tenere conto della specificità di un processo radicato in una realtà dove domina la mafia e dove le regole comportamentali non sono quelle che vengono osservate nel resto del Paese», commenta Umberto Ursetta, nel suo libro «Salvatore Carnevale, la mafia uccise un angelo senza ali», distribuito da «L’Unità».

 

 

 

 

Le parole sono Pietre
di Carlo Levi

Ed. Einaudi, 2010

Si tratta del diario di tre viaggi compiuti dall’autore nelle terre della Sicilia tra il 1952 e il 1955. Con questo libro si apre un nuovo filone letterario nella produzione leviana quello del reportage di cui aveva già dato prova nei suoi articoli pubblicati su La Stampa e su L’Illustrazione italiana.
Le parole sono pietre, pubblicato nel 1955, è il racconto duro dell’arretratezza dei contadini siciliani “lo spettacolo della più estrema miseria contadina”, di una terra dove diventa difficile far applicare quelle leggi che lo Stato italiano ha approvato per la redistribuzione della terra, per migliorare le condizioni di lavoro, per applicare i diritti che dovrebbero valere per tutti, ma che in quelle terre devono sottostare ai privilegi dei potenti. Il libro è denso di fatti che lo scrittore trasfigura inserendoli nel simbolo della coscienza umana, dove “… le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”: sono pietre le parole di Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, il contadino ribelle assassinato dalla mafia perché fondatore, a Sciara nel 1951, della sezione del Partito socialista e della Camera del lavoro; sono pietre scagliate nell’aula del Tribunale di Palermo da una madre siciliana che racconta e sfida cosa nostra, la legge del feudo e le complicità del potere istituzionale.

 

 

Fonte: Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”

Carlo Levi ha dedicato a Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale alcune delle pagine più belle dei suoi scritti. Di seguito uno stralcio da “Le parole sono pietre”:
– Il maresciallo fa chiamare tra tutti Carnevale, mio figlio: “Carne…vale, venisse qui. Bada bene che tu sei il veleno dei lavoratori”. Mentre mio figlio gli rispondeva che lui non era il veleno dei lavoratori ma soltanto difendeva la legge, Mangiafridda si volto e gli disse:” Picca m’ai di sta malandrineria” (Durerai poco a fare lo spavaldo).
– Il maresciallo non fa il testimone contro Mangiafridda. Se le parole le diceva mio figlio, allora il marescialo lo arrestava e se lo portava, ma siccome le ha dette Mangiafridda, che è il delinquente, il malfattore di Sciara, che era magazziniere della principessa, non lo arrestò e se ne andarono. Questo fu il giorno 13, venerdi.
Carnevale sarà ucciso tre giorni dopo.

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 24/04/2010
CARLO LEVI E LA SICILIA
di Tano Gullo

Cristo si è fermato a Eboli. Poi si è rimesso in cammino ed è venuto in Sicilia. Ha scioperato con gli zolfatari di Lercara Friddi, in una casa terragna di Sciara ha pianto con Francesca Serio la madre addolorata di Turiddu Carnevale, per un disguido ha mancato un appuntamento misterioso con un gruppo di contadini diventati briganti “per necessità”, si è accodato alla strombazzante scia di auto che ha scortato il trionfante sindaco di New York Vincent Impellitteri fino a Isnello, il suo paese natio incuneato tra le rocche delle Madonie, ha ripercorso le trazzere e i cortili dove Danilo Dolci predicava “non violenza” e cultura, ha dissertato di mafia con due isolani giusti Camillo Pantaleone e Nino Sorgi. Ha infine condiviso silenzi e denunce dei contadini di Acitrezza e dei braccianti di Bronte. Tutti poveri cristi in croce come lui. È stato ripubblicato da Einaudi, dopo un black out di una quindicina di anni, “Le parole sono pietre” di Carlo Levi (160 pagine, 11 euro). Un reportage sulle miserie della Sicilia degli anni Cinquanta. Quando l’ Isola, gravata dalle zavorre del passato, faceva fatica a entrare nella modernità. Quando tutto era faticoso e le parole appunto erano pesanti come massi. Che potevano essere lanciate contro gli oppressori o squarciavano nelle menti dei miserabili di sempre la corazza dell’ ignoranza, prima maglia nella catena della schiavitù. Oggi la Sicilia non è più quella, ma non per questo il libro è meno attuale. Perché nelle sue pagine si trovano pezzi di noi, di ieri di oggi e di sempre. Nei paesi le case sono corredate di ogni ben di dio, muli e cristiani vivono in ambienti separati, galline e porci non scorrazzano più per le strade ormai stipate di automobili, i morsi della fame si sono tramutate in pance adipose, le donne non sono le schiave dei patriarchi, “da scuro a scuro”, dall’ alba al tramonto, ci lavora solo chi vuole, le mulattiere sono vuote di muli e sono spariti gli odiosi caporali che all’ alba facevano la cernita tra i braccianti per scegliere i più forzuti. Le sacche di povertà ora le troviamo nelle città, ricettacoli di derelitti. Li troviamo allo Zen in questi giorni teatro di un’ antica guerra tra i poveri, disperati senza tetto e senza lavoro. Nuovi proletari, disoccupati, giovani e non, immigrati, donne senza speranze. Ma questa Sicilia lo scrittore-pittore di Torino, morto a Roma nel 1975, non ha fatto in tempo a raccontarcela. Carlo Levi è venuto nell’ Isola tre volte: nel 1951, l’ anno dopo e nel 1955. E ha descritto quello che lui ha definito «il senso dell’ infinita contemporaneità del tempo». «Ho raccontato tre viaggi in Sicilia- ha scritto con ironica modestia – e le cose di laggiù, come possono cadere sotto l’ occhio aperto di un viaggiatore senza pregiudizi. Quello che per avventura vi trovasse di più, lo accolga come qualcosa che gli è dato per sovrammercato». L’ editore ripropone la stessa prefazione di Vincenzo Consolo dell’ edizione per la scuola del 1990: «Questo è la forza e la poesia delle pagine di Levi: l’ amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà, capacità di leggere la realtà contadina meridionale, di comunicare con essa. Da questo suo amore poi, l’ ironia e l’ invettiva contro il disumano, contro i responsabili dei mali, e la risolutezza nel ristabilire il senso della verità e della giustizia». Parole ancora toccanti, non usurate dagli anni. Il libro gronda dolore, le uniche pagine lievi, a tratti scanzonate, sono quelle che accompagnano la marcia trionfale di Impellitteri nel paesello natio. Tutti lì ad aspettarlo con la lista dei sogni, soldi, strade, ponti e monumenti. Ma la favola del “mericano”, uno dei pochi paesani “arrinisciuti”, svanisce al tramontare del sole. Gli isnellesi, abitanti di un paese che «non ha avuto finora altra storia che preistoria» hanno ballato una sola giornata e poi sono tornati al fardello di ogni giorno. Testimoni silenziosi di un tempo che è transitato da quelle parti «senz’ altri avvenimenti che il mutare dei signori feudali, Saraceni, Aragonesi, Borboni, principi di Santa Colomba e Conti di Isnello. E i preti umanisti del secolo scorso che vi hanno abitato, Don Carmelo Virga e Don Cristoforo Grisanti, hanno scritto dotti volumi sulla storia di questo paese senza storia». È a Lercara che Levi dispiega tutta l’ umana sofferenza di cui è capace. È lì che vede i lavoratori siciliani entrare nel «nobile fiume della storia». E lì che condivide le notti con i minatori in sciopero – ed è la prima volta – da un mese. «La causa di questo miracolo era dovuta al sacrificio di un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, morto schiacciato da un masso dentro la miniera dei Ferrara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò». Levi è uno dei primi a raccontare la mafia e lo fa con un autorevole interlocutore, che lo aiuta a capireea decrittarei segni di una presenza visibile e inquietante, di cui però nessuno al tempo osa parlare. «Questa terra fu sempre – diceva S. (l’ avvocato Sorgi, ndr) mentre la macchina si inerpicava sui monti deserti – un paese di invasioni e di conquista: tutti gli invasori e i conquistatori furono stranieri, e lo rimasero. Vennero, presero e ripartirono, lasciando a reggere il paese i loro rappresentanti, i nobili, i principi, i duchi, i baroni, un’ aristocrazia di origine straniera, e, come tutte le aristocrazie, naturalmente in lotta col lontano governo; e forze militari insufficienti ad altro che a serbare il possesso e a tenere in rispetto i baroni. Mancava perciò, è sempre mancata, e ancora manca, una classe intermediaria: ma fra il popolo contadino e lo Stato straniero c’ è stato sempre un abisso, un crepaccio;e qui sta nascosta la mafia». Il volto feroce dei boss lo avrebbe visto riflesso nelle rughe secche di pianto di Francesca Serio, alla quale avevano strappato l’ unico figlio a colpi di lupara. Accanto al letto che fu di Turiddu la donna «parla della mortee della vita del figlio – racconta Levi – come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l’ italiano, la narrazione distesa e la logica dell’ interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, la morte del figlio, e la solitudine e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre». Francesca Serio non c’ è più. È morta con quella Sicilia raccontata da Levi. Di quel tempo resta viva la mafia con la sua scia di sangue. E le parole che continuano a essere pietre.

 

 

Blu Notte – Terra e libertà

gli omicidi di Miraglia, Rizzotto, Carnevale

 

Fonte:  unoenessuno.blogspot.com
Blu notte: terra e libertà
La storia di tre sindacalisti siciliani che, nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, si battevano per la restituzione delle terre dei latifondisti ai contadini, per migliorare le loro condizioni di vita, per l’applicazione della legge di Riforma Agraria.
Questa è una storia di eroi, e dei loro assassini: i mafiosi, anzi gli uomini di maffia, come erano ancora chiamati in quegli anni.
La storia di Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale. Ma anche dei loro assassini: Luciano Leggio (o Liggio come erroneamente trascrissero in un verbale i carabinieri) il capomafia di Corleone, Carmelo di Stefano boss di Sciacca, Calogero Curreri bracciante del cav. Rossi, Genco Russo, amministratore del feudo Polizzello.
E anche degli uomini di legge o, almeno quelli che cercavano di far rispettare la legge: come il commissario di PS Giuseppe Zingone, il capitano dei Carabinieri Carta, il cap. Dalla Chiesa che fu messo a capo del primo raggruppamento squadriglie antibanditismo.

E i poliziotti meno buoni: l’ispettore generale di PS Ettore Messana, che fu mandato in Sicilia dal ministro degli interni (pure lui siciliano e DC) per reprimere il banditismo, ma che manteneva tra i propri confidenti membri attivi della banda di Salvatore Giuliano.

Nel 1943 il 40% dei terreni siciliani era in mano ai latifondisti, grandi possessori terrieri,i “baroni”, marchesi, cavalieri di qualchecosa, baroni … questi lasciavano i propri terreni incolti e poco sfruttati e vivevano nelle città con le rendite delle colture. I contadini che lavoravano effettivamente le terre erano legati ai padroni da antichi patti feudali.
Nel 1943, nel sud d’Italia vi era il Governo di Unità nazionale, cui partecipavano anche esponenti del PCI. Come il ministro dell’agricoltura Fausto Gullo: che emanò un decreto per cui le terre incolte dovevano essere assegnate alle cooperative agricole dei contadini. Ad occuparsi dell’assegnazione dovevano essere le Camere del lavoro. Gente come Miraglia, Rizzotto …

I latifondisti cercarono di osteggiare in tutte le maniere questo decreto: perdere le terre significava perdere potere, perdere le rendite. Ecco che i cav. Rossi, la baronessa Martinez, … si affidano alla maffia, che divenne il braccio armato dei baroni, contro la minaccia dei sindacalisti, dei comunisti.

Stiamo parlando della prima mafia, usata per il controllo del territorio, ma che man mano prese possesso dei latifondi.
Gli espropri erano bloccati dai tribunali, per i procuratori della Repubblica la mafia non esisteva, era al più comportamento culturale. I maffiosi erano considerati solo gente dal “pessimo carattere”.
Per sbloccare gli espropri, Accursio Miraglia organizza la “cavalcata”, nel 1946: qualche migliaio di contadini a cavallo, disposti in due file, sfila per le terre occupandole simbolicamente. Un gesto dal grande valore: attorno alla sua persona si concentrano le aspettative delle persone che chiedono la terra.
Il suo slogan era “meglio morire in piedi che morire in ginocchio”. Dopo la cavalcata, per cui venne paragonato al cavaliere Orlando, i tribunali iniziano gli espropri.
E i latifondisti decidono che quell’uomo deve morire.

Accursio Miraglia, capo della sezione locale del sindacato, fu ucciso il 4 gennaio 1947: si conoscono i nomi dei suoi assassini, perchè la legge si mise subito in funzione, visto che Accursio era una persona benvoluta in paese da tutti.
Le loro indagini portarono all’arresto di Giuseppe Curreri, un bracciante del cavaliere Enrico Rossi, latifondista, di Carmelo di Stefano. Il 16 aprile 1947.E qui la storia segue un iter che rivedremo spesso in altre storie di mafia: di fronte alla polizia, gli arrestato confessano l’omicidio, il mandante, tutto. Ma poi di fronte al giudice ritrattano, affermando di essere stati torturati e che le dichiarazioni sono state estorte. Era il 18 aprile 1947.
Il 27 dicembre 1947 la corte di Palermo scagiona tutti gli imputati. E scagiona anche i poliziotti dall’accusa di tortura. Fine della storia.

Placido Rizzotto era il segretario della camera del lavoro di Corleone. Fu ucciso il 10 marzo 1948: anche qui conosciamo i nomi degli assassini che lo rapirono e ne fecero sparire il corpo. Dentro un crepaccio, la foiba di Roccabusambra nel bosco della Ficuzza: Pasquale Criscione, Luciano Leggio braccio desto di Michele Navarra boss di Corleone, detto “u patrinostri”. Anche capo della coldiretti, associazione dei proprietari terrieri vicina alla DC.

Erano anni importanti per la Sicilia (e per la genesi della nostra repubblica): il 20 aprile 1947 il blocco del popolo (la sinistra) aveva vinto le elezioni regionali. Il 1 maggio 1947 la prima strage di stato, a Portella della Ginestra, dove esponenti della X mas di Junio Valerio Borghese, mafiosi locali ed esponenti della banda Giuliano avevano sparato contro contadini che stavano festeggiando il 1 maggio.

C’è la riforma agraria da portare avanti, le terre da assegnare col decreto Gullo. Ma in questo contesto si innesta la mafia: con la sua strategia di intimidazione. Dove per intimidazione si intende sparare, uccidere. Alla camera del lavoro di Corleone si appende un manifesto con 36 croci: sono le croci per i 36 sindacalisti uccisi dalla mafia, per conto dei latifondisti. Si chiamerà strategia della tensione, poi.
E la mafia voleva raccogliere due obiettivi: bloccare la riforma agraria e offrire il suo apporto alle forze anticomuniste; ma anche imporsi come forza politica ombra.

Ma per una parte dello stato la mafia, come si è detto, non esiste: il ministro degli interni Scelba, dopo la morte di Rizzotto dichiarò “Rizzotto fu ucciso dai suoi stessi compagni, per l’assegnazione delle terre”.

Sulla sparizione di Rizzotto arrivò da Torino il capitano Dalla Chiesa: le sue indagini portarono agli arresti dei reponsabili, che confessarono l’uccisione, indicarono il posto dove avevano abbandonato il cadavere, il cimitero della mafia della foiba di Roccabusambra.
Ma, come per il processo per gli assassini di Miraglia, gli imputati ritrattano tutto davanti al giudice.
Il 12 dicembre 1952 il processo assolve tutti. Come il processo d’appello l’11 luglio 1959. La Cassazione condanna il padre di Placido Rizzotto a pagare le spese processuali. E mette la parola fine alla storia.

Almeno per quella parte dello stato che, con la mafia aveva fatto questo patto “scellerato”: perchè la mafia i conti li chiuse il 2 agosto 1958, quando Luciano Liggio (o Leggio, lucianeddru ..), uccise il dottor Navarra, nella prima guerra di mafia.

Salvatore Carnevale. Era un sindacalista iscritto al PSI di Sciara, ucciso il 16 maggio 1955, su una strada di campagna. Si batteva per il diritto al lavoro, per l’assegnazione delle terre (appartenenti alla famiglia Notarbartolo) ai contadini.Anche lui, come gli altri, doveva morire.
L’iter processuale è come un film già visto: il processo contro i quattro campieri che, molti testimoni avevano visto allontanarsi dal luogo del delitto, inizia a S.Maria Capua Vetere il 18 marzo 1960. La perizia su un fucile dura un anno, nel quale la (s)“giustizia” mette in carcere nella stessa cella un testimone anche imputato (Rizzo) con uno dei campieri (Tardibuono). E il testimone ritratta.
I 4 imputati vengono condannati: ma rimane l’appello. Nel 1963, a Napoli, i difensori parlano già di “processo politico” montato su dalle sinistre (vi ricorda qualcuno): ad uccidere Salvatore sono stati i suoi compagni di partito.
Il 14 marzo 1963 l’Appello assolve tutti. Ma a questo punto è la procura di Palermo che non ci sta: al processo in Cassazione c’è una parte della storia d’Italia. Non solo i 4 mafiosi dietro le sbarre.
Ci sono anche due presidenti della Repubblica.
Il difensore degli imputati è Giovanni Leone; come esponente del PSI c’è Sandro Pertini. Il 13 marzo 1965, la Cassazione assolve tutti. La mafia non esiste.

La madre di Salvatore, Francesca Serio, non avrà mai giustizia. Come Eloisa Miraglia e Carmelo Rizzotto. Il corpo del figlio è ancora in fondo alla foiba.
Adesso avete capito perchè in Sicilia vige da sempre lo stesso potere politico. Perchè non si è mai sviluppata un’agricoltura moderna?
Perchè ancora adesso è tabù parlare di certi argomenti (come nasce una repubblica: il patto tra mafia e politica)?
36 morti in 3 anni, dal 1945 al 1948, più altri 5 fino al 1955: una strage con la quale si volle colpire il movimento di lotta, isolare le personalità più combattive di questo movimento.
Movimento che vedeva assieme, almeno inizialmente cristiani, laici, socialisti e comunisti. Colpendo certe persone, si intimidivano tutti.
Questa è la storia di gente che ha cercato di lottare per fare politica e altra gente che ha fatto invece politica con le armi e con i morti. Povera Sicilia. E povera italia.

 

 

 

 

«Francesca Serio La madre» di Franco Blandi
Romanzo
Navarra Editore, 2018

La vicenda umana e giudiziaria della madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista barbaramente ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955, che vide in posizioni opposte due futuri Presidenti della Repubblica: Giovanni Leone e Sandro Pertini.
Prima donna a denunciare apertamente la mafia, la madre di Carnevale, Francesca Serio, ci racconta per la prima volta, attraverso la penna di Franco Blandi, la sua vita anticonvenzionale e la ricerca di giustizia per il figlio.
Da una fedele ricostruzione delle vicende familiari di Francesca Serio nasce il nuovo testo di Franco Blandi: un romanzo storico che racconta per la prima volta la vita di “Mamma Carnevale”, donna forte e anticonvenzionale che fermamente si oppose agli stereotipi femminili del suo tempo e fu paladina della lotta alla mafia già nel secondo dopoguerra.
Separatasi dal marito, con il figlio ancora in fasce, si trasferisce a Sciara e sceglie il lavoro nei campi: uno scandalo per una società che relegava le donne tra le mura domestiche. Subito dopo la Seconda guerra mondiale, il giovane Salvatore Carnevale sull’onda degli ideali del socialismo, comincia a occuparsi dei problemi dello sfruttamento dei lavoratori della terra fino a far applicare la legge di riforma agraria. La reazione dei mafiosi non tarda: Turiddu Carnevale viene barbaramente trucidato dalla mafia il 16 maggio 1955. Francesca Serio, che già era stata accanto al figlio nelle lotte sindacali, dopo l’assassinio dedica la sua vita alla ricerca di verità e giustizia, denunciando i mafiosi autori dell’omicidio Carnevale e riuscendo a farli condannare in primo grado all’ergastolo. In questa battaglia, accanto a lei Sandro Pertini.
Tra diario intimista e fedele ricostruzione dei fatti, un racconto originale, in equilibrio tra fonti storiche e romanzo, che restituisce uno spaccato della storia delle lotte dei contadini in Sicilia contro lo strapotere padronale e mafioso ma soprattutto la dimensione più intima della vita di Salvatore Carnevale e Francesca Serio, madre coraggio, la cui storia merita di essere tramandata.

 

 

 

 

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