16 Ottobre 1996 Niscemi (CL). Uccisi Salvatore Frazzetto e il figlio Giacomo durante una rapina, tragico epilogo di mesi di estorsioni, minacce ed intimidazioni, che continuarono anche sulla signora Agata che, lasciata sola dalle istituzioni, si suicidò.

Foto da  giornalecittadinopress.it 

Salvatore Frazzetto, 46 anni, e il figlio Giacomo, 21, sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco durante una rapina nel loro negozio di Niscemi (CL) il 16 Ottobre 1996. Due malviventi, poco prima della chiusura, sono entrati nel negozio, la pellicceria gioielleria “Papillon” in via Terracini, con il volto scoperto e armi alla mano, tentando una rapina. I due banditi avrebbero cominciato a picchiare la moglie della vittima, Agata Azzolina, di 42 anni, che si trovava alla cassa. A questo punto sarebbe intervenuto il marito, accorso dal retrobottega. L’ uomo avrebbe inveito contro i due e sarebbe tornato nel retrobottega a prendere una pistola. Al suo ritorno i due lo hanno disarmato e con la sua stessa pistola hanno sparato contro di lui e contro il figlio, a sua volta accorso in aiuto dei genitori. Erano mesi che la famiglia Azzolina era vittima di estorsioni da parte dei due malviventi, estorsioni e minacce che sono seguitate anche successivamente agli omicidi, nei confronti della signora Agata e della figlia ventenne Chiara. La signora Agata, distrutta dal dolore, si ucciderà nella propria casa, meno di cinque mesi dopo, il 23 marzo.

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 17 Ottobre 1996
Rapina in pellicceria: uccisi padre e figlio

NISCEMI (Caltanissetta) . Il titolare di un negozio di pellicce, Salvatore Frazzetto, 46 anni, e il figlio Giacomo, 21, sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco durante una rapina nel loro negozio di Niscemi. E’ accaduto verso le 19 di ieri. Secondo la ricostruzione della polizia ad uccidere padre e figlio sarebbero stati due malviventi che, poco prima della chiusura, sarebbero entrati nel negozio, la pellicceria gioielleria “Papillon” in via Terracini, con il volto scoperto e armi alla mano, tentando una rapina. I due banditi avrebbero cominciato a picchiare la moglie della vittima, Agata Azzolina, di 42 anni, che si trovava alla cassa. A questo punto sarebbe intervenuto il marito, accorso dal retrobottega. L’ uomo avrebbe inveito contro i due e sarebbe tornato nel retrobottega a prendere una pistola. Al suo ritorno i due lo hanno disarmato e con la sua stessa pistola hanno sparato contro di lui e contro il figlio, a sua volta accorso in auto dei genitori. Dopo il duplice omicidio i banditi sono fuggiti a piedi. Oltre alla rapina gli investigatori non trascurano altre ipotesi, tra cui quella che si sia trattato di emissari di una banda di taglieggiatori andati nel negozio per intimidire il commerciante, o che si sia trattato di due tossicodipendenti.

 

 

 

La testimonianza di Agata Azzolina, del 21 marzo 1997, due giorni prima del suo suicidio, raccontata dal giornalista Sebastiano Gulisano

Tratto da
La morte e la speranza
Niscemi, una storia siciliana

di Sebastiano Gulisano

«Entrano. Mio marito, appena li vede, diventa cadavere in viso. Io lo guardo e penso che sia a causa del fatto che due ore prima s’era sentito male, molto male e aveva preso due pastiglie; aveva lasciato la pistola sul tavolo ed era andato in bagno, ché stava malissimo, proprio male. Perciò, anche se lo vedo sbiancarsi, non collego il pallore alla presenza di ’sti due criminali. Penso: È pallido perché il “male” (il tumore) lo fa soffrire. “Mi danno la mano. Si rivolgono personalmente a me: “Signora, abbiamo fatto il giro di tutte le gioiellerie e l’ultima è questa”, dice Salvatore Infuso. Perché? domando. “Sa, ora il lavoro di Peppe Meli lo facciamo noi”. “Quando hai imparato ora ad aggiustare ’ste cose?” chiede mio marito. “Mi sono specializzato da poco”. “E dove stai lavorando?” lo incalza, “A casa tua o nel locale che ha lasciato Meli?”. Ché Meli se n’era andato subito dopo lo scasso (Due mesi prima, il 19 agosto 1996, i Frazzetto avevano subito un furto notturno nel negozio, opera di ignoti), scomparso. “Ho deciso di prendermi quella casa e di mettermi a lavorare. Meli ha preso un lavoro molto importante, a Milano. Ora si deve sposare mio fratello: ci servono delle fedi”. «Mio marito chiama mio figlio: “Mimmo, prendi la chiave della cassaforte e vai a prendere delle fedi”. Loro si mostrano tesi, perché l’oro non è qua di fronte, ma nella cassaforte… Mio figlio torna col pannetto con le fedi: non è che ci sia una grande scelta, sono tutte uguali. “Queste però mi sembrano leggere”, obietta Salvatore, quello che non si deve sposare. “Per le fedi il peso è limitato, cinque grammi o sette grammi”, gli fa notare mio marito. “Io le vorrei da nove grammi”. “Da nove grammi non se ne fanno più. Tu, visto che sai lavorare l’oro, te le puoi fare da te”. Lui non replica e chiede se ce ne sono col brillante. Col brillante? Le fedi nuziali? Allora Maurizio dice: “Che fa, la vado a prendere?” (Io penso che vada a prendere la convivente) E lui, il fratello, assente con gli occhi. “La vado a prendere” è invece riferito a me. (Secondo Agata Azzolina, è anche possibile che quel “la vado a prendere” fosse riferito alla pistola che suo marito aveva poggiato sul tavolo dell’ufficio e che lei, mentre spolverava, aveva spostato su un altro tavolo. Quando gli Infuso entrarono e l’andarono a salutare lei era seduta proprio dietro il tavolo sul quale prima aveva messo l’arma, che sarebbe stata vista dai due fratelli.)

«Salvatore scatta come una molla e tira il tavolinetto addosso a mio marito, mentre Maurizio si butta su di me; mio marito si abbassa per venire qui dentro, nello stanzino (Io avevo spolverato quel tavolo e avevo spostato la pistola su un altro, ma mio marito non se n’era accorto, non lo sapeva). Mio marito s’abbassa e lui gli salta addosso. Se lo porta sulle spalle fin qua (da una stanza all’altra) … «L’altro mi prende per il collo e ci manca poco che mi soffochi: mi mette due dita nella gola e l’altra mano nella bocca e mi intima: “Non gridare!”, col “tu”. Io penso: ’Stu “tu” … Cioè: mi ha dato un fastidio, un fastidio tale che non ho saputo nemmeno respirare. Bastardo, dico nel mio io, se non sto parlando, non sto dicendo nemmeno una parola, come fai a dirmi “non gridare, non gridare”; però io mi muovevo, cercavo di liberarmi e lui mi prese per i capelli e mi trascinò verso il divano, là in fondo, e me ne ha dati di tutti i colori, mi ha pistato, proprio mi ha pistato. Di più si è innervosito quando io gli ho addentato i pantaloni… cioè, gli ho preso i pantaloni, ma volevo mordere la gamba…

È allora che sento lo sparo, il primo, quello che uccide mio marito. Maurizio Infuso, temendo per la vita del fratello, mi lascia andare e si precipita nello stanzino. Io gli corro dietro e vedo mio figlio che tiene per le spalle Salvatore; poi fuggo fuori, in strada». A questo punto, Agata Azzolina interrompe per un attimo la narrazione e, dopo avere abbassato gli occhi come se volesse riordinare le idee, riprende: «Io ho sbagliato e mi sento in colpa, la mia colpa mi sta mangiando viva, perché io dovevo entrare qui dentro invece di andare fuori a chiedere aiuto. E che cosa ho concluso?». Un rimorso insensato: di fronte a due persone, una delle quali armata, preferisce correre a chiedere aiuto: a cinquanta metri di distanza, appena fuori dal cortile condominiale, c’è il commissariato di polizia, ma lei non ci arriva… «Fuori c’è un giovane che aspetta la sua ragazza, che abita qui sopra, e gli chiedo aiuto; lui è in macchina e ha lo stereo acceso. Grido: Massimo! Aiutami, aiutami! Ma ’sto ragazzo non mi sente. Poi, quando faccio il gesto di tirarmi i capelli, se ne accorge e scende dall’automobile: “Signora, che succede, che c’è…?”. E sento altri due spari: sono quelli di mio figlio. Un colpo va a vuoto, l’altro lo centra in testa. Grido ancora: Massimo aiutami, ti prego! Ci sono due in casa mia, vai subito alla polizia!

«Mentre sto per rientrare i due fratelli escono in cortile, Salvatore impugna ancora la pistola; io non mi rendo conto nemmeno di sapermi difendere, cioè magari di scansarmi. Lui, Salvatore, mi viene vicino e sento il clic qua (al cuore). Indossavo un vestitino giallo e mi sono guardata, mentre tornavo indietro: M’ha sparato? Non m’ha sparato? Io il clic l’ho sentito, ma sangue non ne ho, nel mio io dicevo. Mi giro e lo   vedo   vicino   alle   mie   spalle, che sta tornando   per ammazzarmi: non vuole lasciare una testimone scomoda. Corro in negozio, chiudo la porta e mi butto per terra: parlo a mio marito, secondo me, parlo con mio marito e mio figlio: Mimmo, Tuccio, com’è andata a finire? ’Stu bastardu pure me stava ammazzando, mi voleva ammazzare!». Era talmente sotto shock, Agata Azzolina, da non rendersi conto che i suoi cari non potevano più sentirla.

Per leggere:

La morte e la speranza Niscemi, una storia siciliana
di Sebastiano Gulisano

https://cristinadipietro.files.wordpress.com/2015/12/la-morte-e-la-speranza_sebastiano-gulisano_1997.pdf

 

 

Dal Giornale di Sicilia
Niscemi, la ragazza coraggio in aula “Quei tre taglieggiavano mio padre”

Si allarga lo scenario del duplice omicidio di Salvatore e Giacomo Frazzetto, il gioielliere di Niscemi assassinato insieme con il figlio nel corso di una drammatica rapina il 16 ottobre del 1996. Sul banco dei testimoni al processo in corso nell’aula bunker di Bicocca è salita Chiara, figlia del gioielliere, l’unica rimasta in vita della famiglia Frazzetto dopo il suicidio della madre Agata Azzolina,  avvenuto la notte tra il 22 e 23 marzo del 1997. La ragazza ha puntato l’indice contro gli estorsori di Niscemi, coloro che avrebbero soffocato la famiglia, gli stessi che avrebbero continuato la loro azione intimidatoria nei suoi confronti e della madre anche dopo l’omicidio del padre e del fratello. Sollecitata dal Pm Cinzia Perroni, sostituto presso la procura di Caltagirone, che le ha chiesto se la famiglia Frazzetto fosse sotto il mirino degli estorsori, Chiara più volte ha fatto il nome dell’orafo Beppe Meli e di Salvatore Infuso così come del fratello Maurizio. In particolare la ragazza ha detto: “Le estorsioni iniziarono nel momento in cui il fratello Giacomo, troncò, per volere di mio papà, un’amicizia con Meli”. Scendendo nei particolari la Frazzetto ha spiegato che i “soprusi erano di diverso genere: dal cambio di un assegno, all’acquisto di un’auto, al continuo “acquisto” senza denaro di oggetti d’oro”.

Ha anche riferito di avere trovato, dopo l’omicidio del padre, un registratore – con la voce del genitore – in cui Salvatore Frazzetto aveva inciso una conversazione con un estortore. Chiara ha spiegato nei dettagli che le pressioni nei confronti della famiglia Frazzetto continuarono anche dopo il delitto. “Mia madre più volte fu seguita al cimitero dove diverse persone tentarono di dissuaderla dall’accusare i fratelli Infuso e Beppe Meli. In casa giunsero pure telefonate anonime da parte di persone che ci minacciavano. Mia madre però che ormai era straziata dal dolore rispose che non si sarenne più tirata indietro dal fare nomi e cognomi di coloro che le avevano rovinata la vita…”. L’udienza di ieri si è rivelata subito di particolare interesse. In aula erano assenti i due imputati, i fratelli Salvatore e Maurizio Infuso. E’ stato il Pm Cinzia Perroni a depositare atti secretati per ragioni di sicurezza raccolti in parte dopo il delitto e subito dopo il suicidio della signora Azzolina. A nulla è valsa l’eccezione di nullità,secondo una sentenza della Corte costituzionale, sollevata dall’avvocato Francesco Strano Tagliareni. Eccezione non recepita dal presidente della prima Corte d’assise Armando Licciardello. Nel corso dell’udienza molti nomi non sono stati pronunciati: non si esclude che vi sia un’inchiesta per verificare l’attendibilità della ragazza, ma soprattutto le responsabilità delle persone che lei accusa. Drammatico è stato il racconto di Chiara Frazzetto. E di come lei è venuta a conoscenza della morte del padre e del Fratello. Era a Catania, città dove studiava, quando apprese la notizia. Quando arrivò a Niscemi, la madre, straziata dal dolore, si trovava al commissariato. Per un mese vi fu un lunghissimo silenzio poi interrotto con un terribile racconto di una donna che aveva visto morire il marito e il figlio. Uno strazio che la condusse dritto al suicidio.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 21 Settembre 1997
Si è sposata Chiara, il racket sterminò la sua famiglia. Matrimonio con l’agente che indagò sul suo caso
«Non lasceremo Niscemi, noi da qui non ci muoviamo» – La ragazza aveva lanciato forti accuse dopo il suicidio della madre: «Lo stato ci ha lasciato sole»

NISCEMI (Caltanissetta). La chiesa è la stessa di sei mesi fa, quando ai funerali della madre accusò lo Stato di essere «assente». Ma questa volta Chiara Frazzetto festeggia il suo «giorno più bello», sposando davanti all‘altare l‘ispettore di polizia Paolo Presti.
Un sogno d‘amore nato in commissariato tra interrogatori e inchieste, dopo l‘uccisione in un tenativo di rapina del padre e del fratello e il suicidio della madre, disperata per le continue richieste del racket. Sei mesi fa i funerali della madre di Chiara, Agata Azzolina, furono celebrati dallo stesso sacerdote, il padre cappuccino Angelo Catalano. Ma della tragedia familiare ieri non c‘era alcuna traccia. Nessun ricordo del suo dramma neanche durante l‘omelia e le preghiere. «Oggi è il giorno del mio matrimonio – afferma la ragazza respingendo l’assalto dei giornalisti – non parlo né dei ricordi né di altro». Poi chiede ad alcuni agenti, colleghi del marito, di allontare i cronisti. Più commossa era apparsa poco prima, quando il nonno paterno, Giacomo Frazzetto l’aveva accompagnata all‘altare. Poi con voce roca e rotta da singhiozzi, ha ribadito il proprio amore per Paolo, tra gli applausi dei circa 200 invitati. Lei, studentessa universitaria, ha 22 anni; lui, originario di Gela, unaltro paese a rischio, ha 33 anni, e già da tempo è in polizia. È Paolo a confermare che Chiara non andrà via da Niscemi.
I due giovani si erano conosciuti in occasione dell‘ omicidio del padre e del fratello di lei, ma la loro relazione era iniziata dopo il suicidio di Agata Azzolina. Poi, un mese fa, la decisione di sposarsi.
«Resteremo a Niscemi – ribadisce Paolo – andremo a vivere nella casa dei genitori di Chiara. Noi di qui non ci muoviamo. Non è una risposta per nessuno, ma una nostra libera scelta. Chiara accetterà il posto di lavoro alla Regione siciliana restando nell‘ufficio di collocamento di Niscemi».
Il sindaco di Niscemi, Salvatore Liardo, porge agli sposi gli «auguri di felicità e serenita» a nome di tutto il paese. «È bello – dice il sindaco – vedere come da una storia triste sia nata una bella favola d‘ amore.
Ma non parlate per favore di riscatto di Niscemi, il nostro paese ha gli stessi problemi del resto della Sicilia».
Alla vicenda legale riporta il legale di Chiara, l‘avvocato Massimo Sapienza, che svela un particolare inedito del duplice omicidio: prima di essere assassinati con colpi di pistola il padre e il fratello della sposa furono feriti con armi da taglio. Ma Chiara, ormai, vuole «dimenticare» il passato e pensare al viaggio di nozze: mercoledì in crociera sul Mediterraneo. Della vicenda della sua famiglia si era riparlato quando la madre della  ragazza, Agata Azzolina, di 43 anni, si uccise con un cappio fissato al tetto della cucina, la notte del 23 marzo scorso. Chiara Frazzetto, 22 anni, iscritta a Scienze dell‘educazione, apparve come un grumo nero di disperato dolore,  immagine di tutte le donne colpite dalla violenza del racket mafioso. E nell‘arco delle 24 ore successive alla perdita della madre, Chiara immaginò per il suo futuro due scenari antiteci: «Hanno distrutto la mia famiglia – disse prima – hanno ammazzato mio padre e mio fratello, adesso è come se avessero ucciso anche mia madre. Nel biglietto che mi ha scritto prima di suicidarsi, chiedendomi perdono per quel gesto, mi invita ad andare via da Niscemi. Ma io non mollerò». Ma il giorno dopo, ai funerali della madre, osservando sgomenta l‘indifferenza del paese, Chiara aveva cambiato idea: «Basta, ho deciso, me ne vado – accusò – seguirò il consiglio di mia madre venderò tutto e lascerò Niscemi». In chiesa, salutando per l‘ultimavolta la madre, Chiara aveva osservato: «Mamma amore mio. Tu non ce l‘hai fatta. Hai preferito andartene. E io sono rimasta sola, ci hanno lasciato soli. Con la nostra disperazione e la nostra rabbia». Commentando la tragedia di Niscemi, dopo i funerali, Ottaviano Del Turco aveva commentato : «Credo che lo Stato abbia subito una sconfitta a Niscemi, ma questa e‘ la storia della lotta contro la mafia in Sicilia».

 

 

 

Salvatore era in negozio, con il figlio Giacomo. Sono stati uccisi a Niscemi il 16 ottobre 1996, per non aver voluto pagare il pizzo. Cinque mesi dopo la mamma, non reggendo al dolore, si è uccisa. Le loro idee camminano anche sulle tue gambe.

 

 

 

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 15 ottobre 2017

Io sono viva per voi. Il ricordo di Salvatore e Giacomo Frazzetto
di Chiara Frazzetto

Ciao Mimmo, ciao papà e mamma. Sono 20 anni che non sento la vostra voce, solo perché qualcuno ha deciso di mettere fine alla vostra vita per una manciata di soldi.

Non sento la vostra voce, ma la vostra immagine è scolpita nei miei occhi e nel mio cuore. È difficile la mattina alzarsi e darvi il buongiorno e non udire la vostra risposta, ma penso che voi siete solo nella stanza accanto e non potete sentire. La morte non è nulla: è questo che mi ripeto ogni giorno per andare avanti, voi vivete in me e io sono viva per voi.

Mimmo, ricordo ancora i nostri abbracci e le nostre uscite insieme: facevamo invidia al mondo, un fratello e una sorella che non litigavano mai. “Ma solo perché tu amore mio, portavi tanta pazienza”.

Mamma, mi mancano i tuoi abbracci e i tuoi baci e anche le nostre litigate. Papà, che dire di te… tu eri l’aria che respiravo, il mio grande amore.

Voi siete distanti, ma sempre presenti nella mia vita. Sento il vostro odore e il vostro abbraccio, dove trova rifugio la mia martoriata anima.

Ma la forza la prendo da voi, siete voi che asciugate le mie lacrime e il vostro ricordo mi dà pace.

A presto amori miei!

 

 

 

 

 

 

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