16 Settembre 1990 Casoria. Assassinato Andrea Esposito, bambino di 12 anni. Era il testimone di un agguato nel bar dove lavorava come garzone da tre mesi. Nell’agguato viene ucciso anche il barista Sergio Esposito, 32 anni, (omonimo).

Ha visto cadere ai suoi piedi il cassiere e il barista, colpiti da una gragnuola di proiettili. Quando si è accorto di essere diventato un testimone scomodo Andrea Esposito, 12 anni, garzone del bar all’interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, ha tentato di rifugiarsi dietro il bancone, rannicchiandosi sulla pedana di legno. Ma non ce l’ha fatta: il killer, con ferocia bestiale, lo ha raggiunto e giustiziato» con un colpo di pistola alla testa.
Nell’agguato viene ucciso anche il barista Sergio Esposito, 32 anni, (omonimo).
(da  archiviostorico.unita.it )

 

Fonte: Dal libro I boss della camorra di Bruno De Stefano

 

 

Foto da: archiviostorico.unita.it

Articolo del 16 Settembre 1990 da  archiviostorico.unita.it
Il bambino ha visto, lo massacrano
di Mario Riccio
A due giorni di distanza dalla tragica uccisione del bambino di Casola, la camorra ha ammazzato con inaudita ferocia un ragazzo di 12 anni, garzone di bar, testimone di un agguato. I killer hanno fatto fuoco nel locale, gestito da pregiudicati, all’interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, un grosso comune alle porte di Napoli. Colpito mortalmente un giovane dipendente e in modo grave il figlio del titolare.

CASORIA (Napoli). – Ha visto cadere ai suoi piedi il cassiere e il barista, colpiti da una gragnuola di proiettili. Quando si è accorto di essere diventato un testimone scomodo Andrea Esposito, 12 anni, garzone del bar all’interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, ha tentato di rifugiarsi dietro il bancone, rannicchiandosi sulla pedana di legno. Ma non ce  l’ha fatta: il killer, con ferocia bestiale, lo ha raggiunto e giustiziato» con un colpo di pistola alla testa.
Andrea è il terzo bambino, dall’inizio dell’anno, ad essere ucciso nella nuova guerra di camorra in atto a Napoli e provincia, che nelle ultime quarantott’ore ha lasciato sull’asfalto dieci morti ammazzati. In tutto il Napoletano la gente è terrorizzata. A nulla sono servite le belle e rassicuranti parole che il nuovo questore di Napoli, Vito Mattera, da giorni va ripetendo: «Tutti questi delitti appaiono in realtà come un sintomo di disgregazione di piccole bande criminali che si sparano tra loro. I malavitosi si sentono braccati dalle forze dell’ordine. La camorra vince due o tre battaglie. Poi alla fine sarà lo Stato a prevalere».

Ma la realtà da queste parti è ben altra. Ogni giorno si spara tra la folla. I cittadini hanno paura. Nello scontro, di tipo militare, tra bande rivali, non vengono risparmiati nemmeno i bambini. Il tutto avviene alla presenza di uno Stato che stenta a contrastare questa assurda mattanza.

A due giorni di distanza dalla tragica morte del piccolo Paolo Longobardi, di 8 anni, ammazzato assieme al padre Antonio nella casa dei nonni a Casola. (un paesino agricolo alle falde dei Monti Lattari, è toccato ad un altro ragazzo innocente finire sotto i colpi delle lupare. Sesto di nove figli, Andrea Esposilo era finito in quel maledetto bar tre mesi fa. Ce lo aveva portato il fratello Francesco, di 15 anni, che da tempo fa il facchino nel mercato ortofrutticolo di Casoria, un grosso comune alle porte di Napoli. La famiglia Esposito è poverissima. Basta entrare in quelle tre stanzette nel rione ultrapopolare Ise, per rendersene conto. Il papà di Andrea, Ciro, di 41 anni, sgobba tutte le notti in un panificio del posto per sbarcare il lunario. Sua moglie Giovanna, tutto il giorno a casa per accudire la numerosa famiglia.
Gente in miseria, insomma, ma dignitosa. Nel giugno scorso Andrea, finito l’anno scolastico (aveva frequentato la quarta elementare), per dare un aiuto economico alla sua famiglia decise di trovarsi un’occupazione. Ne parla con il fratello Francesco, che è ben introdotto nel mercato ortofrutticolo. Qualche giorno dopo Andrea inizia il lavoro di garzone nel bar Franzese, gestito da pregiudicati, una volta legati al Boss della Nco, Raffaele Cutolo.
Un impegno massacrante per il piccolo: ogni notte deve alzarsi dal letto alle tre e mezzo per trovarsi puntuale, mezz’ora dopo, all’apertura dell’esercizio commerciale. Poi comincia viavai negli stand dei grossisti di frutta e verdura, a portare il caffè, fino alle dieci del mattino, per dieci-quindicimila lire al giorno.

L’agguato è avvenuto all’alba. Mancano pochi minuti alle 4,30. Nei capannoni del mercato ci sono circa tremila tra venditori e scaricatori. Nel bar ci sono il figlio del titolare, Antonio Franzese di 24 anni, il barista Sergio Esposito e il povero Andrea (solo omonimo di Sergio), che stanno sistemando le ultime cose, prima di iniziare l’attività. Entrano due persone, a volto scoperto, che impugnano due pistole: una calibro 7,65 parabellum e una calibro 22. I sicari sparano numerosi colpi all’indirizzo di Antonio Franzese, che è seduto dietro la cassa. Il giovane cade in una pozza di sangue.
I killer, ritenendo di aver ammazzato Antonio, si dirigono verso il banco, dietro il quale hanno cercato riparo il barista e il garzone. Le grida disperate di Sergio non fermano la mano degli assassini che, in rapida successione, fanno partire altri colpi mortali. Rannicchiato sulla pedana di legno resta quell’innocente ragazzo di dodici anni, suo malgrado testimone scomodo della mattanza. Con ferocia uno dei sicari si avvicina ad Andrea e gli punta l’arma alla testa. Un solo colpo e la tragedia è consumata.
A dare l’allarme è stata Angelina Grimaldi, la madre di Antonio Franzese. La donna, che stava nel retrobottega dove c’è anche una camera da letto, uditi i colpi è corsa nel bar. Quando ha visto il figlio insanguinato è svenuta. A soccorrere Antonio, che dava ancora segni di vita, sono stati due scaricatori di frutta. Il giovane è stato portato all’ospedale Cardarelli di Napoli in gravissime condizioni per le numerose feriteal volto, al torace e alle mani. I medici non disperano di salvarlo. Sono immediatamenteiniziate le indagini, apparse subito difficili. Gli investigatori, infatti, seguono due piste diverse. I carabinieri del gruppo «Napoli due» ritengono di aver identificato i responsabili dell’agguato e di aver fatto luce sull’accaduto che si inquadra – dicono – nell’ambito di vicende della criminalità locale e non nella lotta tra clan camorristici. I carabinieri hanno già trasmesso alla magistratura un primo rapporto in cui sono contenuti i nomi dei presunti sicari, due o tre, e quelli dei possibili mandanti. I militari di Pomigliano d’Arco sono sulle loro tracce e non si esclude che nelle prossime ore siano fermati. Per la polizia, invece, che ha interrogato a lungo Stefano Franzese, fratello di Antonio, considerato il vero obiettivo dei killer, alla base della mattanza di Casoria c’è il controllo del mercato ortofrutticolo locale.

Sul grave fatto di sangue è intervenuto anche monsignor Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, da sempre in prima fila nella lotta alla criminalità. «L’uccisione di due bambini in poche ore – ha dichiarato – prova che sono caduti i pur labili codici di comportamento dei clan. Ormai si spara nel mucchio, senza alcun riguardo per gli innocenti, per creare sgomento e paura nella gente.
Guai se si perde la capacità di indignarsi di fronte a tanta barbarie, guai se l’indifferenza prende il sopravvento sulla rabbia. Bisogna lavorare per la mobilitazione di tutta la società, isolando i comportamenti omertosi. Gli uomini di governo – ha accusato don Riboldi – non possono continuare i loro giochetti di potere. Contro la criminalità occorrono strategie consapevoli e iniziative politiche in grado di soddisfare le esigenze della gente».

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 18 settembre 1990
La «guerra» fra due famiglie la causa della strage di Casoria
di Mario Riccio
Gli inquirenti ritengono che i tre fermati siano direttamente coinvolti

«Stiamo lavorando sull’ipotesi di un vecchio rancore tra gli Iafulli e i Franzese». Con l’arresto dell’altro giorno dei fratelli Michele e Rita lafulli, del figlio di quest’ultima, Giuseppe Papi, i carabinieri sembrano sicuri di aver messo le mani su mandanti ed esecutori della strage nel bar di Casoria, dove hanno trovato orribile morte Andrea Esposito di 12 anni e il barista Sergio Esposito.

CASORIA (Napoli).  Vecchi rancori tra due nuclei familiari, scaturiti dal controllo su piccoli traffici illeciti nel comune di Casoria, sarebbero, dunque, all’origine della guerra, culminata nella strage di sabato   mattina, nella quale hanno perso la vita il piccolo Andrea Esposito e il barista Sergio Esposito. Con l’arresto del pregiudicalo Michele lafulli, della sorella Rita e del figlio di quest’ultima, Giuseppe Papi, i carabinieri sono convinti di aver messo le mani su mandanti ed esecutori della strage nel bar del mercato ortofrutticolo.

I tre, finiti in carcere perché trovati in possesso di armi, saranno interrogali dai magistrati nei prossimi giorni.  Per questa mattina sono attesi i risultati dello «Stubb» effettuato   sugli   arrestati per accertare se nelle ultime   ore   abbiano   sparato.   Del sofisticato esame se ne sta occupando   il Centro carabinieri investigazioni scientifiche di Roma.  Ma chi sono i protagonisti di questa faida culminata, sabato mattina, nell’agguato mortale? Da una parte ci sono gli esponenti del clan che fa capo a Gioacchino Franzese, 58 anni, con precedenti penali, titolare del bar, dove è avvenuto il raid omicida. L’uomo nell’84    fu    denunciato    per    estorsione ai danni di alcuni concessionari del mercato ortofrutticolo di Casoria.  I suoi due figli, Stefano di 36 anni e Antonio, di   26, quest’ultimo   scampato miracolosamente alla strage, è tutt’ora ricoverato nella «rianimazione» dell’ospedale Cardarelli di Napoli.  Secondo i carabinieri i Franzese sarebbero legati al clan dei Moccia di Afragola.  Dall’altra c’è il gruppo di Michele lafulli, (ex esponente di primo piano della Nco capeggiata dal boss di Ottaviano, Raffaele Cutolo) che si avvale della sorella Rita e del figlio di questa, Giuseppe Papi.  Il sodalizio tra i due nuclei familiari si è rotto circa tre anni fa, pare, per una storia di usura.  Incominciano i primi scontri, gli insulti, le aggressioni.

La guerra tra i Franzese e gli lafulli si acuisce negli ultimi mesi di quest’anno.  Ai primi di maggio un commando fa irruzione nel garage, alla periferia di Casoria, gestito da Rita lafulli.  Nel locale si trova anche Michele che, solo per miracolo, scampa all’agguato. I killer, infatti, scaricano una ventina di proiettili all’indirizzo del pregiudicato che rimane ferito lievemente ad una gamba.  Il 5 settembre scorso alcuni personaggi aggrediscono per strada i figli della lafulli.  Due ore più tardi Rita lafulli, pistola alla mano, va ad affrontare i fratelli Stefano e Antonio Franzese, che ritiene responsabili del pestaggio. Questi ultimi, però, sono più svelti, e feriscono la donna ad un ginocchio. «Mamma camorra» dirà ai carabinieri che è stata vittima di un rapinatore.  Da allora Rita si rifugia a Napoli, nella casa del fratello Michele, in piazza Porta Nolana.  Ed è qui –  dicono gli inquirenti –  che la donna avrebbe meditato la vendetta, culminata nella strage di sabato mattina nel bar dei Franzese, dove hanno trovato orribile morte il piccolo Andrea e Sergio Esposito.

 

 

 

Articolo del 26 settembre 1990 da archiviostorico.unita.it 
«Un figlio ammazzato. Una croce da portare» 
di Anna Morelli
Dieci giorni fa la camorra gli ha ammazzato il figlio di 12 anni con un colpo alla nuca perché «aveva visto troppo». Un «destino» al quale Ciro Esposito, intervistato stasera da Maurizio Costanzo su Canale 5, non sa come opporsi: «Che dobbiamo fare? – dice – ci siamo accollata anche questa croce. E la camorra cos’è? «Non la capisco proprio – e – non c’è tempo. Io lavoro sempre».

ROMA. La camorra come il fato, come il destino che da quando è nato si accanisce su di lui e la sua famiglia. I coniugi Esposito sono arrivati da Casoria vestiti di nero, chiusi nel loro lutto senza «perché». E davanti alle domande incalzanti di Costanzo, Ciro, padre del bambino di 12 anni freddato perché testimone scomodo, è quasi stupito da un interesse che nessuno gli ha mai rivolto. Neppure in questa circostanza, neppure quando gli hanno portato a casa il figlio ammazzato dietro un bancone di un bar, dove lavorava per aiutare a tirare avanti la famiglia. I funerali, gli Esposito, se li sono dovuti pagare da soli: 2 milioni e 200 mila strappati dall’unico, magro stipendio di panettiere del capofamiglia. Non il sindaco, non un tenente dei carabinieri o un funzionario di polizia hanno sentito il dovere di portare le condoglianze, di partecipare al loro dolore. Si, questa testimonianza, padre e madre se l’aspettavano. Ma niente altro. Non c’è spiegazione, ragione o rabbia nelle parole di quest’uomo piccolo e rassegnato che in dialetto stretto racconta la sua vita disperata.

Ciro Esposito, 40 anni, fa il panettiere da quando aveva dieci anni. Tutte le sere lascia la casa popolare di Casoria, avuta dopo dieci anni d’attesa, la moglie, i nove figli e raggiunge Afragola. Torna la mattina dopo alle dieci, stremato dalla stanchezza. L’unico figlio che lavora, il più grande, è partito militare e allora è «toccato» agli altri tre maschi, poco più che bambini. Andrea è «assunto» nel bar dei Franzese: attacca alle 5 del mattino e fino alle 8 corre su e giù per i banchi del mercato ortofrutticolo a portare caffè e cappuccini per 14 mila lire a settimana «più le mance». «Gli servivano per comprarsi un calzone, una maglietta», racconta ora il padre. La scuola ha già abbandonato Andrea che avrebbe dovuto frequentare ancora la terza elementare. I fratelli guadagnano di più, scaricando anche trecento cassette di frutta al giorno per 10 mila lire. «Ora non ce li mando più a lavorare – dice Ciro Esposito – ora sono rimasto solo a mantenere otto figli».

«Prima di quella mattina – chiede Costanzo – non c’erano stati avvertimenti, risse? Non sapeva che c’erano le “famiglie”? Non poteva essere proprio suo figlio l’obiettivo della sparatoria?». Il povero padre scuote la testa: «No, adesso lo so. Andrea era un bravo guaglione, si era nascosto dietro il bancone e poi si è voltato a guardare … ci siamo presi questa croce. E che altro possiamo fare?»  «Ma la camorra, – incalza Costanzo – Andrea, a casa, non parlava mai di camorra? E per lei cos’è la camorra?» «Non la capisco proprio. Non c’è tempo. Io lavoro sempre. Neanche sul lavoro, coi compagni parliamo mai di questi fatti. Non ci interessa, tanto si ammazzano sempre tra di loro».

Questa volta però non è andata cosi e «di camorra» è morto anche un ragazzino di 12 anni, ma Ciro Esposito non accusa, non piange, non chiede. Non sa neppure immaginare chi può aver ammazzato suo figlio, ma se lo sapesse non parlerebbe, non farebbe nomi «perchè ci sono ancora otto figli da crescere e a Casoria bisogna restare. Dove altro potrei andare?».

«Pezzi d’Italia allo sbando», definisce questa situazione Costanzo, mentre il secondo ospite della serata, Raffaele Bertoni, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, annuisce sconsolato. «Il raccconto di questo padre è la fotografia dell’abbandono in cui è lasciata parte del nostro paese – commenta il magistrato – Una solitudine fisica e morale, prima e dopo che i fatti accadano.E si acctredita sempre più il luogo comune che la camorra, la mafia sono guerra tra bande che alla fine si stermineranno a vicenda. E invece la guerra è contro noi tutti, contro i poveri, i giudici, umili servitori dello Stato. E non è vero che Esposito non sappia cos’è la camorra, – continua Bertoni – forse l’aiuto, la comprensione, la solidarietà che non ha avuto dallo Stato, né prima né dopo, verrà proprio da quella parte. Perchè è cosi che l’organizzazione criminale si infiltra nel tessuto sociale, va ad occupare vuoti, si rende “indispensabile”».

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 6 marzo 1993
NAPOLI, ESECUZIONE PER IL KILLER

CASORIA – I killer del clan rivale lo hanno sequestrato, processato e poi ucciso. Tre colpi alla testa, l’ultimo allo stomaco. Un’esecuzione ispirata ai più efferati rituali di mafia, quella che, l’altra notte, nelle campagne dell’hinterland napoletano, è costata la vita a Giuseppe Papi, 22 anni, giovane erede d’una famiglia di camorristi. Papi era ritenuto il killer della strage di Casoria (due morti e un ferito) avvenuta il 15 settembre del 1990 nel mercato ortofrutticolo del paese. Era accusato di aver ucciso un garzone di bar di appena 12 anni, Andrea Esposito, e un altro dipendente, Sergio Esposito, di 32, “colpevoli” solo di aver guardato in faccia l’assassino. Il bersaglio dell’agguato era invece un esponente del clan Franzese, ma l’uomo riuscì a sfuggire all’agguato. Il sentimento dell’odio ha armato la mano agli assassini. Ma la sete di vendetta minaccia anche i familiari della vittima: la madre, Rita Iafulli, considerata il vero capo del clan e anch’ella accusata dell’agguato del ’90, un fratello, Michele, che all’epoca della strage aveva solo 15 anni e fu indagato come killer, due zii materni, Luigi e Michele, fedelissimi di Cutolo e uccisi dalla camorra. La polizia avrebbe già individuato il pretesto che ha scatenato l’ultimo regolamento di conti tra gli Iafulli e i Franzese di Casoria. Per rispondere della strage al mercato ortofrutticolo, Papi sarebbe dovuto comparire il 19 marzo dinanzi alla corte d’Assise. I sicari lo hanno sequestrato giovedì sera, si trovava nella sua auto, in compagnia della fidanzata. Un uomo lo ha minacciato con una pistola, gli ha ordinato di salire su una “Tipo”. Dodici ore dopo, il cadavere è stato ritrovato sotto un ponte di Afragola.

 

 

 

Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

Sergio Esposito e Andrea Esposito
Data pubblicazione: 04-09-2018

La mattina del 15 settembre 1990 due killer fanno irruzione nel bar sito all’interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, uccidendo barbaramente il piccolo Andrea Esposito, di appena 12 anni, e il barista Sergio Esposito di 32 anni; viene invece ferito gravemente il proprietario dell’esercizio Antonio Franzese, con precedenti per estorsione e probabile affiliato al clan Moccia.

Andrea Esposito lavora da qualche tempo in quel bar come garzone nell’attesa di tornare a scuola; il ragazzo non percepisce una paga, ma solo delle mance in cambio dei caffè portati qua e là tra gli stand del mercato, dove lavorano anche due dei suoi 8 fratelli, Giuseppe,14 anni, e Umberto, 13, come facchini; poco distante vi è la bottega del padre panettiere.
Sergio Esposito lavora invece come barista nel locale di Franzese da quando ha perso il lavoro come operatore ecologico part-time per il Comune di Casoria per continuo assenteismo, insieme a Stefano Franzese, fratello di Antonio, ferito nell’agguato.

I due killer sono entrati probabilmente a piedi nel mercato alle 4,45 del mattino; poi si sono recati nel bar ancora chiuso al pubblico. All’interno vi è Franzese dietro la cassa, Sergio dietro il bancone e il piccolo Andrea intento a preparare un cappuccino. Tre proiettili feriscono all’addome Franzese, vero obiettivo dell’agguato, che cade al suolo sanguinante. Poi i killer uccidono i due testimoni scomodi: Andrea è il primo a cadere sotto il fuoco degli assassini, che gli sparano un colpo alla nuca e poi colpiscono Sergio alla testa, al collo e alla spalla. Franzese, ferito, si rialza e va verso la porta interna del bar che dà accesso alla casa della famiglia e cade tra le braccia della madre accorsa al rumore degli spari.

Pochi giorni dopo gli inquirenti arrestano tre persone sospettate del duplice omicidio: si tratta dei componenti di un’unica famiglia, gli Iafulli, originari di Napoli; Rita Iafulli (40 anni), il figlio Giuseppe Papi (19) e il fratello di Rita, Michele Iafulli. I tre sono stati presi nell’abitazione di quest’ultimo a Piazza Capuana a Napoli, dove, nel corso di una perquisizione, è stata trovata una pistola calibro 38. L’arresto è scattato per detenzione di armi, ma i carabinieri hanno fatto ai 3 anche l’esame dello stub.
Si parte dalla convinzione che la strage sia l’ultimo episodio tragico di una serie di scontri avvenuti nei mesi precedenti tra la famiglia degli Iafulli e quella dei Franzese, un tempo vicine ma poi divisesi. Un testimone chiave, interrogato dagli inquirenti, ha affermato che i killer erano due ed erano giovanissimi: le indagini portano in un primo momento al fermo di un altro Iafulli, Michele, di 15 anni, accusato di essere l’esecutore materiale del duplice omicidio. Pochi giorni dopo il GIP rilascerà il ragazzo per mancanza di prove sufficienti.

Nel mese di marzo del 1993 i killer del clan rivale hanno sequestrato, processato e poi ucciso Giuseppe Papi, erede di una famiglia di camorristi e ritenuto il killer della strage di Casoria. Accusato di aver ucciso Andrea Esposito e Sergio Esposito, “colpevoli” solo di aver guardato in faccia l’assassino durante l’agguato, che aveva come bersaglio un esponente del clan Franzese.

Papi sarebbe dovuto comparire il 19 marzo 1993 dinanzi alla Corte d’ Assise. I sicari lo hanno sequestrato prima. Il giovane si trovava nella sua auto, in compagnia della fidanzata. Un uomo lo ha minacciato con una pistola, gli ha ordinato di salire su una “Tipo”. Dodici ore dopo, il cadavere è stato ritrovato sotto un ponte di Afragola.

 

 

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