17 Dicembre 2005 Capodichino (NA). Ucciso Giuseppe Riccio, 26 anni, in un raid contro il proprietario della pizzera dove lavorava.

Foto da Un nome, una storia – Libera

Giuseppe Riccio, 26 anni, padre di un bambino di pochi mesi Nicola, è il pizzaiolo ucciso per errore sabato 18 dicembre 2005 a calata Capodichino durante la «spedizione punitiva» organizzata nel ristorante dove il giovane stava lavorando.

“Obiettivo del gruppo di persone che sabato sera hanno fatto irruzione nella pizzeria «Donn’Amalia» era il titolare del ristorante. Il «branco» voleva impartire «una lezione» al proprietario del locale con il quale la sera prima aveva avuto un alterco.
Sembra che quel venerdì i balordi fossero arrivati con un’auto e due moto davanti al locale. Ripresi  dal titolare, che era uscito fuori perchè i veicoli parcheggiati davanti all’ingresso ostruivano il passaggio – sempre secondo la ricostruzione – avevano reagito da «guappi» pretendendo di farsi servire pizza e bibite fuori. Al rifiuto, probabilmente il proposito di vendetta. E così, per un motivo assolutamente banale, un gruppo di 7-8 persone ha stroncato la vita di un giovane che lavorava con onestà per mantenere la famiglia. Sabato, poco prima delle 19, un vero e proprio «raid»: almeno otto uomini irrompono nella pizzeria armati con spranghe e una pistola e aggrediscono titolare e dipendenti. Scoppia una rissa. I delinquenti prima della fuga esplodono vari colpi di pistola, tre dei quali colpiscono Riccio.”
Nota da Un nome, una storia – Libera

 

 

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it

Il 17 dicembre 2005 un gruppo armato di spranghe di ferro e mazze da baseball irrompe nella pizzeria “Donna Amalia” di Calata Capodichino. L’obiettivo della spedizione punitiva è il proprietario del locale. Costui la sera precedente si era infatti rifiutato di servire fuori quel gruppo di persone che infastidiva con il proprio comportamento gli altri clienti. La banda di malviventi, affiliati a clan della zona, esplode anche diversi colpi di pistola che uccidono uno dei dipendenti della pizzeria, Giuseppe Riccio. Giuseppe aveva appena 26 anni, la sua morte ha reso vedova una giovane donna ed orfano un bambino di diciassette mesi.
Nei processi di primo e secondo grado tre pregiudicati, Pietro Girletti, Giovanni di Vaio e Ciro de Vincenzo, individuati come autori dell’omicidio di Giuseppe, vengono condannati all’ergastolo. Condanna che la Corte di Cassazione riduce a 28 anni, con la motivazione della mancanza della premeditazione.

Il presidente del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità Alfredo Avella, il 19 dicembre del 2014 e il 18 dicembre 2015 e nei mesi di dicembre 2016, 2017 e 2018 ha consegnato delle borse di studio in favore delle vittime innocenti della criminalità, tra questi anche il figlio di Giuseppe.

Martedì 16 giugno 2015 è stato intitolato a Giuseppe Riccio l’immobile confiscato a Pasquale Esposito. La struttura continuerà ad essere una palestra e consentirà la realizzazione del progetto “Lo sport metafora della società civile”, finalizzato all’affermazione della cultura della legalità e all’assistenza dei minori disagiati.

La vicenda di Giuseppe Riccio è ricordata nel “Dizionario enciclopedico delle Mafie in Italia”, apparso per Castelvecchi nel 2013.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 12 Ottobre 2007   
La vedova del pizzaiolo ucciso “Lasciata sola dalle istituzioni”

Ergastolo per i tre killer di Giulio Riccio. Sua moglie: non ho ragione di esultare ma sono sollevata
di Dario Del Porto

La telefonata degli avvocati è arrivata poco dopo le tre del pomeriggio, mentre a Palazzo di Giustizia si scatenava l´ira dei familiari degli imputati. «Ergastolo per tutti»: così Maria Ferrone, la vedova di Giuseppe Riccio, il pizzaiolo assassinato brutalmente il 17 dicembre 2005 nell´assurdo raid nella pizzeria “Donn´Amalia” di Capodichino, ha appreso delle condanne inflitte dalla Corte d´Assise presieduta da Giustino Gatti.

Carcere a vita dunque, e nessuna attenuante, per Giovanni Di Vaio, 35 anni, Pietro Girletti, 28, e Ciro De Vincenzo, 21. «Non ho ragione di esultare – dice Maria – mi sento sollevata, questo sì. All´inizio pensavo che le pene non avrebbero superato i vent´anni. Ma forse qualcosa sta cambiando, e io ho sempre creduto nella giustizia. Continuerò a farlo con forza ancora maggiore». Il raid scattò per “punire” il titolare del ristorante che non aveva voluto servire in auto un gruppo di clienti. Entrarono in pizzeria almeno sette persone, qualcuno sparò e Riccio, padre da appena un anno e mezzo, fu colpito a morte. Al processo, Maria si è costituita parte civile con l´assistenza degli avvocati Giulia De Lerma, Luca Bancale e Alfonso Furgiuele.

Signora Ferrone, ha saputo delle tre condanne all´ergastolo?
«Chi sbaglia paga, loro hanno ammazzato barbaramente un ragazzo che lavorava con onestà. È mio marito che ha avuto giustizia, non io. Ma almeno questa sentenza restituisce un pizzico di fiducia».
Nessun perdono per gli assassini?
«No, non potrei proprio. Giuseppe usciva di mattina e tornava alle 3 di notte pur di lavorare con onestà. Guadagnava 250 euro al mese, vivevamo in una camera sola. Ce la sudavamo, ma eravamo felici così. Invece gli hanno spezzato i passi che stava compiendo con tanti sacrifici».
Da quella sera ci sono stati altri omicidi orribili, alcuni proprio negli ultimi giorni .
«Quando alla televisione sento che si uccide per niente, mi chiedo cosa accadrà domani. Se andrà meglio, o se sarà sempre peggio».
Pensa di andare via da Napoli?
«Non lo so. A volte mi viene la tentazione di fare le valigie, altre volte mi convinco del contrario. Questo per me è ancora un punto interrogativo».
Le istituzioni le sono state vicine?
«Solo l´assessore regionale Corrado Gabriele non mi ha lasciata sola. Continua a chiamarmi, senza cercare passerelle. Gli altri, invece, non li ho più visti né sentiti. Quando è successo il fatto, forse perché si avvicinavano le elezioni, facevano a gara. Dovevano costituirsi parte civile, ma non l´hanno fatto».
E il sindaco Iervolino?
«Il giorno dei funerali non c´era, preferì andare a San Biagio dei Librai per i pastori. Mi fece chiamare alla vigilia del 2 novembre, festività dei morti, per sapere dov´era sepolto mio marito. Ma poi ho visto in tv che era andata a rendere omaggio ad altre vittime innocenti, non a lui. Per carità, ho grande rispetto per tutti quelli che hanno subito lutti come il mio. Ma allora perché quella telefonata, a che scopo lusingarmi inutilmente? È vero, hanno stanziato dei fondi per noi, ce li hanno dati e li ringrazio. Ma per chi ha vissuto un dramma del genere, quel che più conta è il sostegno morale. Di questo avrei avuto bisogno, non altro».
A suo figlio cosa racconterà di questa tragedia?
«Ho conservato i giornali, così quando sarà grande potrà capire che uomo è stato il padre. Ora comincia a chiedermi perché non ha il papà. Gli dico che lo guarda dal cielo. Ma dovrebbe essere qualcun altro a dargli la risposta».

 

 

Foto da Fondazione Pol.i.s.

Articolo del Giornale di Napoli del 2 Ottobre 2011
Fonte: Rassegna stampa del 3 Ottobre 2011 della Fondazione Pol.i.s.
Uccisero per un no, 28 anni ai tre killer

di Fabio Postiglione
Se chi uccide deve essere condannato al massimo della pena allora la famiglia del povero pizzaiolo Giuseppe Riccio non sarà soddisfatta perché per loro giustizia non è stata fatta. I killer del giovane dall’ergastolo solo passati a 28 anni di reclusione, dal carcere a vita ad una prospettiva di uscita, pur se tra anni. A decidere dopo i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli, è stata la Corte di Cassazione. Questo perché manca la prova della premeditazione del delitto.
La decisione è arrivata dopo l’annullamento della Suprema Corte che aveva cancellato i tre ergastoli e rimandato gli atti nuovamente in Corte d’Appello.
Alla sbarra Pietro Girletti, 28 anni, Giovanni di Vaio, 35 anni, e Ciro De Vincenzo, 21 anni. Tanto era stato chiesto anche dal procuratore generale nella sua requisitoria. Il pizzaiolo morì per errore. Quando quella mattina il commando composto da almeno sette persone fece irruzione in pizzeria, il vero obiettivo era il titolare Ercole Cristoforo. Doveva essere punito perché la sera prima si era rifiutato di servire in macchina un gruppo di ragazzi che sostava fuori il locale.
Invece, sotto i colpi di pistola finì Giuseppe, 26 anni. Lavorava da pochi giorni e voleva fare il pizzaiolo. Era sposato con una giovane donna, Maria Petrone, rimasta vedova troppo presto e con un figlio piccolo da crescere. Assistita dall’avvocato Giulia De Lerna, non ha mai smesso di chiedere giustizia per la morte del marito. Ad assistere, invece, la madre di Giuseppe, Rosanna Bisogni, il penalista Luca Bancale; il padre
Nicola Riccio, l’avvocato Alfonso Furgiuele, Guido Furgiuele invece per Amalia Ercole, figlia del titolare della pizzeria. Ad incastrare Ciro De Vincenzo, Pietro Girletti e Giovanni Di Vaio sono state le testimonianze di chi era presente in pizzeria al momento del raid. Ma decisive sono state anche le conversazioni in carcere tra gli imputati e i familiari. Tentativi di far ritrattare i testimoni con minacce ed estorsioni tanto da spingere il pm Carrano a chiedere un incidente probatorio per il rischio che i testimoni potessero cambiare versione. Nel corso del processo sono crollati gli alibi forniti dai tre imputati al momento dell’arresto.
Nei confronti di alcuni dei testimoni chiamati a confermare quegli alibi la procura ha aperto un fascicolo per falsa testimonianza. Ma decisive sono state anche le conversazioni in carcere tra gli imputati e i familiari. Nel corso del processo sono progressivamente crollati gli alibi forniti dai tre imputati al momento dell’arresto. Nei confronti di alcuni dei testimoni chiamati a confermare quegli alibi la procura ha aperto un fascicolo per falsa testimonianza. Alcuni dei familiari degli imputati hanno professato l’innocenza dei loro figli scatenando anche la reazione della vedova che invece si è affidata alla giustizia sperando di ottenere quello che il destino crudele gli ha tolto.

 

 

 

Fonte: www.metropolisweb.it
Articolo del 15 dicembre 2016
La vedova di Giuseppe Riccio: «Mio marito tre le vittime nella App, ma il ministero non lo ha mai riconosciuto»

«Mi sento presa in giro. Sono passati 11 anni e lo Stato ancora non ha riconosciuto a mio marito lo status di vittima innocente della criminalità». Maria Ferrone, 39 anni, è la vedova di Giuseppe Riccio, il pizzaiolo di 26 anni ucciso nel locale dove lavorava a Calata Capodichino il 17 dicembre 2005. Quel sabato di undici anni fa un gruppo armato di spranghe di ferro e mazze da baseball fece irruzione nella pizzeria Donna Amalia. L’obiettivo della spedizione punitiva era il proprietario, che poco prima si era rifiutato di servire fuori quel gruppo di persone. La banda di malviventi, affiliati a clan della zona, esplose diversi colpi di pistola che uccisero uno dei dipendenti della pizzeria, Giuseppe Riccio, 26 anni appena, una moglie di 28 e un bambino che oggi ha 12 anni. Nei processi di primo e secondo grado tre pregiudicati, Pietro Girletti, Giovanni di Vaio e Ciro de Vincenzo, individuati come autori dell’omicidio, sono stati condannati all’ergastolo. Condanna che la Corte di Cassazione ha ridotto a 28 anni, con la motivazione della mancanza della premeditazione. Ma ciò che più ferisce Maria, che oggi vive in Svizzera col figlio, è l’assenza di uno Stato che non tutela i familiari delle vittime. «Due giorni fa è stata presentata una App con i volti dei morti innocenti dalla Fondazione Polis – rimarca – e tra questi c’è mio marito. Un paradosso, perché dopo 11 anni il ministero non lo ha ancora riconosciuto come vittima».

 

 

 

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