17 Febbraio 1982 Cetraro (CS). Ucciso Catello De Iudicibus, negoziante, per essersi opposto alla cosca del paese.

Non sono stati trovati articoli che descrivessero direttamente l’omicidio di Catello De Iudicibus, e gli sviluppi delle indagini, ma si parla di lui, di Pompeo Brusco, un gestore di bar ucciso il 30 Giugno 1981, e di Lucio Ferrami, un commerciante ucciso il 27 ottobre del 1980, in molti articoli che trattano dei processi per l’omicidio di Giannino Losardo. Tutti omicidi che resteranno impuniti dopo la sentenza della prima sezione penale della Cassazione del presidente Corrado Carnevale (il magistrato ammazzasentenze).
In realtà “undici omicidi, cinquantuno attentati dinamitardi e incendi dolosi rimarranno impuniti dopo questa decisione della cassazione”.

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 4 agosto 1985
RINVIATI A GIUDIZIO IN 43 È IL CLAN DEGLI INSOSPETTABILI
di Pantaleone Sergi

COSENZA – Sicuro e spavaldo Francesco Muto, meglio noto come il “re del pesce”, a Cetraro, sul Tirreno cosentino, faceva il bello e il cattivo tempo: i giudici che avrebbero dovuto perseguirlo, con i loro atteggiamenti hanno consentito, invece, che la cosca prosperasse, che nel circondario di Paola si consolidasse “un potere mafioso che si struttura a mo’ di vero e proprio contropotere dello Stato”. In generale nella zona, nei confronti del boss e degli aderenti alla cosca, c’era un clima di “copertura” e di “comprensione” nel quale sono stati parte importante anche il comandante della capitaneria di porto di Vibo Valentia e il comandante della brigata della Guardia di Finanza di Cetraro. Quella di Muto, insomma, era una cosca con legami “regionali” (il boss è imputato anche al processone in corso a Palmi alla ‘ ndrangheta delle tre province), ma soprattutto con una serie di tentacoli nelle amministrazioni locali, per la qual cosa nell’ istruttoria sono stati coinvolti una serie di personaggi insospettabili. Ora è arrivata la sentenza di rinvio a giudizio firmata dal G.I. di Bari, Alberto Maritati, per 43 persone, 33 delle quali accusate di associazione a delinquere di tipo mafioso e ritenute responsabili di ben quattro omicidi e un tentato omicidio. Tra i rinviati a giudizio, ma per reati che non hanno niente a che vedere con l’associazione mafiosa, ci sono il procuratore della Repubblica di Paola, Luigi Balsano e il suo sostituto Luigi Belvedere. Il primo è accusato di abuso e omissione di atti d’ ufficio, il secondo, già sospeso da tempo dal Csm dallo stipendio e dalle funzioni, è accusato anche di interesse privato e falso ideologico in atti d’ ufficio. Dello stesso reato dovranno pure rispondere davanti ai giudici di Bari, il comandante delle Fiamme Gialle di Cetraro, Giacomo Vitale, e il responsabile della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, Giorgio Arcolao. Sapevano di non poter restituire a Muto la pescheria abusiva (era costruita su suolo demaniale) che era stata sequestrata, e allora l’affidarono in concessione alla moglie del boss. Diversi anni di violenze vengono adesso al pettine. L’ inchiesta, affidata ai giudici di Bari assieme a quella che riguarda il delitto di Giovanni Losardo, assessore comunale del Pci a Cetraro e segretario della Procura di Paola, andava avanti dal 1983, quando la Cassazione verificò che a Paola si era inceppata. Il 25 settembre dell’anno scorso il giudice Maritati, su richiesta del sostituto procuratore Leonardo Rinella, firmò una raffica di mandati di cattura che portarono in galera alcuni personaggi molto noti nella zona (un ex sindaco, un ex presidente di ospedale, un primario chirurgo), assieme ad alcuni “manovali” della cosca. In ogni caso già da allora i giudici erano riusciti a delineare la posizione emergente di Francesco Muto, implicato nel delitto Losardo con l’accusa di essere il mandante, legato a una delle bande che operano a Cosenza, quella di Antonio Sena, ma in contatto anche con la ‘ ndrangheta che conta, quella rappresentata dalla cosca Piromalli di Gioia Tauro. Il giudice Maritati si era trovato davanti un elenco di ben 87 “soldati” della cosca Muto (tra i quali un ruolo importante avevano anche la moglie Angelina Corsanti e il figlio Luigi – latitante da gennaio – adesso rinviati a giudizio), ma dopo una serie di accertamenti e di verifiche effettuate dai carabinieri e dalla guardia di Finanza di Bari, molti sono stati i proscioglimenti. Il magistrato comunque avrebbe messo le cose in chiaro per quanto riguarda gli omicidi addebitati alla cosca (tra cui destarono impressione quelli di Catello De Iudicibus e Lucio Ferrami, eliminati perché si erano rifiutati di obbedire alle richieste del clan mafioso) e gli altri reati minori.

 

 

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Articolo da L’Unità del 31 Gennaio 1986
Processo Losardo, reticenze e minacce ai parenti delle vittime
di Giancarlo Summa

BARI — Piccola, minuta, vestita di nero, con capelli chiari ormai quasi bianchi, ha deposto ieri in Corte d’Assise Rosina Gullo, vedova di Giovanni Losardo, l’esponente comunista di Cetraro (Cosenza) ucciso in un agguato mafioso in una sera d’estate del 1980. Rosina Gullo è una donna del sud, lei stessa ammette di non essersi mai interessata di politica, ricorda che Losardo, per non farla preoccupare, raramente le raccontava del suoi scontri quotidiani con la cosca mafiosa capitanata da Francesco Muto. Un impegno, quello per la legalità e contro la penetrazione mafiosa, che gli è costato la vita. La cosca Muto, alla sbarra a Bari, dopo che il processo era stato rinviato e spostato più volte, era potente,  contava agganci con pezzi importanti del potere statale della zona, tra cui — è detto nell’ordinanza di rinvio a giudizio — il procuratore capo di Paola (grosso centro ad una ventina di chilometri da Cetraro). Ed era una cosca spietata, responsabile di tredici omicidi. Rosina Gullo si è rammaricata anche ieri, deponendo di fronte alla Corte, di non essere stata con suo marito la sera in cui fu ucciso.  «Forse — ha detto — vedendomi avrebbero avuto pietà, non lo avrebbero ucciso». È stato il presidente della Corte a ricordarle la realtà di una cosca feroce, che una notte uccise il commerciante Lucio Ferrami, «reo» di non aver pagato una tangente, in un agguato in cui solo per caso non fu colpita anche sua moglie. Poco più in là nella gabbia degli imputati, imperturbabile come sempre, Francesco Muto dava sottovoce ordini ai suoi. Ha deposto poi il figlio di Giovanni Losardo, Raffaele. Giovane avvocato, militante comunista, ha ricostruito con precisione il quadro in cui era maturato l’omicidio del padre. Una situazione di illegalità diffusa, col potere politico al servizio di Muto (sotto processo è anche Carlo Cesareo, per molti anni sindaco con diversi partiti, per ultimo il Psi) per favorirlo in ogni modo, con l’ordine pubblico diventato una vera e proprio emergenza. «Ci fu anche una manifestazione con Rodotà», ha ricordato Raffaele Losardo, indicando con estrema chiarezza in Muto e Giuseppe Cesareo, un figlio di Carlo, i due nemici più dichiarati del padre. Ma sotto accusa è finito anche l’avvocato Granata, che pure era stato ascoltato come testimone poche udienze prima. Raffaele Losardo ha fornito una versione opposta a quella di Granata su una circostanza cruciale: le ultime parole proferite da Giovanni Losardo in ospedale. Granata le avrebbe raccolte ma si sarebbe poi rifiutato di rivelarle. Secondo Granata, Giovanni Losardo gli avrebbe rivolto una sola frase, un ambiguo «preoccupati di tutto», mentre era voce corrente in ospedale che l’uomo, morente, avesse detto «chiunque a Cetraro sa chi è stato a sparare», indicando in questo modo Muto e i suoi. Raffaele Losardo ha raccontato anche che, arrivato in aereo da Roma appena saputo del ferimento del padre, aveva sentito in ospedale che si trattava di un agguato mafioso. Riferita la cosa a Granata alla presenza di una zia, Raffaele Losardo si sarebbe sentito rispondere di non tirare conclusioni affrettate, e comunque di chiedere al padre, che pareva dovesse uscire dal coma. A maggiori insistenze, Granata avrebbe risposto con un gesto («dopo, dopo») e promesso di passare a casa di Losardo per dare maggiori spiegazioni. Giovanni Losardo poi morì e Granata non ha mai rivelato ciò che sapeva. Per la settimana prossima è previsto su questo un confronto in aula.
Di rilevante interesse, ieri, anche la testimonianza di Clelia Zoppi, vedova di Catello de Iudicibus, ucciso il 17 febbraio ’82. La donna ha dichiarato di essere stata avvicinata da Carlo Cesareo che le avrebbe detto: «Ho saputo che vi siete costituita parte civile. Giacché questo non serve a far tornare in vita Catello, mentre voi dovete vivere a Cetraro e potrebbe succedervi qualcosa, perché non ritirate la costituzione di parte civile?». Clelia Zoppi ha anche riferito delle minacce ricevute subito dopo la morte di suo marito da uno sconosciuto che, «almeno due volte la settimana» le telefonava «consigliando» che stesse attenta e ritirasse la costituzione di parte civile perché altrimenti «avrebbe potuto fare la fine» di suo marito.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 22 Marzo 1986
A Cetraro: 11 omicidi «ma non c’è mafia»
di Filippo Veltri
La vedova di Giannino Losardo: «È possibile che tutto ciò accada?» – La parte civile: «Giudizio inspiegabile e sballato»

CETRARO (Cosenza) — Rosina Gullo è la vedova di Giannino Losardo. Una donna mite e tenace che la sera del 21 giugno 1980, quando Giannino fu ucciso dalla mafia sulla superstrada Tirrenica mentre tornava a casa, non ha alzato quasi mai la voce, fatto proclami e polemiche.
Anche oggi — nella casa di Fuscaldo dove vive con l’anziana mamma di 98 anni — dopo la sconcertante sentenza di Bari che ha mandato tutti assolti i presunti mandanti ed esecutori dell’assassinio di suo marito, Rosina Gullo non ha toni altisonanti. È addolorata, colpita da un senso di vuoto e di ingiustizia che dopo sei anni si riperpetuano. «E’ come — dice — se la vita di mio marito non fosse mai stata stroncata. Che non sia mai successo niente. Come se il tempo non fosse passato. Tutto è di nuovo al punto di partenza. Ma è possibile che accada tutto ciò?».
«È una sentenza inspiegabile — dice l’avvocato Fausto Tarsitano — legale di parte civile per la famiglia Losardo. Con un frego netto cancella rapporti dei carabinieri, della Guardia di Finanza, dei commissariati della zona, che aveva denunciato il clima di terrore instaurato a Cetraro dalla cosca di Muto. I dieci omicidi di questi anni, i 42 attentati, sono opera di piccoli delinquenti comuni e le fortune accumulate dai Muto piccoli traffici? Un imputato Ruggero, è stato condannato per avere favorito gli assassini di Losardo: ma quali? La sentenza individua il favoreggiatore ma non i sicari ed i mandanti, nonostante i gravi indizi emersi. Prima sarà cancellata questa sconcertante sentenza prima acquisterà credibilità l’istituzione giudiziaria».
«E una sentenza — aggiunge l’avvocato di parte civile Seta — sballata. Ha solo il pregio di chiudere il boss Muto all’ergastolo anche se per un solo delitto, ma senza l’associazione a delinquere mafiosa hanno stravolto tutta l’istruttoria».
Una decina di chilometri a nord di Fuscaldo, salendo sulla costiere tirrenica, c’è Cetraro, paese simbolo dove Losardo fu assessore. Ci sono già tornati alcuni degli imputati clamorosamente assolti. Stringono mani, salutano in piazza amici e parenti. Il clima è d’attesa, le valutazioni prudenti.
Questo paese negli anni scorsi ha sofferto una violenza mafiosa che ha pochi precedenti nella stessa Calabria. Un clima di sopraffazione, di intimidazione, di paura che si toccava con mano, prima e dopo l’uccisione di Losardo finché in pratica i magistrati baresi non hanno iniziato le indagini. Da giovedì sera però — è questo l’amaro verdetto della Corte d’Assise di Bari — non si può dire che a Cetraro sia mai esistita una cosca mafiosa.
Gli undici omicidi che in tre anni — dal ’79 all’82 — insanguinarono questo tratto di costa sono opera di  ignoti per motivi sconosciuti. Solo l’omicidio di un commerciante, Lucio Ferrami, e quello di un negoziante, Catello De Iudicibus, hanno trovato un minimo di spiegazione nella sentenza di Bari portando ai sei ergastoli contro Muto, suo figlio (che è latitante) ed altri quattro della banda del «re del pesce». Per il resto niente.
A Cetraro, c’è sorpresa e preoccupazione. Al Comune, il sindaco del paese, il socialista Mario Marchetti, non ha peli sulla lingua e i suoi strali si rivolgono anche al suo compagno di partito Giacomo Mancini che assieme al deputato Psdl Belluscio ha già violentemente attaccato il Pm Rinella colpevole di aver tracciato il Quadro delle alleanze di cui  Muto ha goduto. «Non siamo per niente soddisfatti. Devono spiegare a tutta Cetraro — dice Marchetti — chi ha compiuto quegli undici omicidi, chi ha gettato questo paese e i centri vicini nell’angoscia e nella paura. E il mio compagno di partito  Mancini ha torto: Il Pm ha fatto il suo dovere. Una cosa però la voglio dire subito: noi continueremo sulla nostra strada, come e più di prima. Non abbasseremo la guardia». il sindaco annuncia che il prossimo 25 aprile l’amministrazione indirà una grande manifestazione contro la mafia. Non c’è insomma resa pur dopo le amarezze di Bari.
E su questo tasto insiste pure Italo Garrafa, negli anni scorsi segretario provinciale del Pci di Cosenza: «La sentenza — dice Garrafa — dà un colpo alla banda Muto ma non dà risposta né all’uccisione di Losardo e soprattutto elude un fatto evidente, che è sotto gli occhi di tutti e cioè l’associazione a delinquere che Muto aveva creato, i suoi collegamenti con forze dello Stato, istituzionali, dell’intera società. Nessuno però si illuda che Cetraro possa tornare indietro, ai tempi cioè in cui attorno a Muto c’erano vassalli e funzionari dello Stato».
Assolti da Bari sono tornati pure tutti gli imputati eccellenti che il giudice istruttore barese Maritati aveva rinviato a giudizio: il procuratore e sostituto di Paola, il presidente degli avvocati di Paola, ex amministratori di Cetraro, ecc. «A chi ha testimoniato la propria lotta contro la mafia in Calabria — conclude amaramente Raffaele Losardo, il figlio di Giannino — I giudici dovranno spiegare se sono stati visionari gli istruttori di Bari e di Paola che avevano individuato i responsabili dell’uccisione di mio padre».

 

 

Articolo da L’Unità del 22 Gennaio 1988
Per il delitto Losardo la Cassazione conferma: tutti da assolvere
di Giancarlo Summa
Sono destinati a restare senza volto gli assassini di Giovanni Losardo, l’amministratore comunista ucciso dalla ‘ndrangheta calabrese otto anni fa. E insieme al suo, rimangono impuniti mandanti ed esecutori di altri due omicidi commessi a Cetraro (Cosenza) tra il ’79 e l’83. E’ questo il responso della Corte di cassazione di Roma, presieduta da Corrado Carnevale.

Roma. La prima sezione penale della Corte dì Cassazione di Roma ha impiegato solo poche ore, mercoledì notte, per rigettare il ricorso del procuratore generale dì Bari Leonardo Rinella contro la sentenza emessa nello scorso marzo dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo pugliese.
La sentenza definitiva rinane dunque quella: assoluzione per insufficenza dì prove per i 10 indiziati di tre omicidi (quello di Giovanni Losardo e dei commerciantii Lucio Ferrari e Catello De ludicibus), e 19 lievi condanne per associazione a delinquere semplice. Il boss della cosca, Francesco Muto, comunque rimane in carcere a scontare oltre 15 anni pe altri reati.
Quasi tutti gli altri sono invece da tempo liberi e molti di loro sono tornati a Cetraro dove è stato denunciato in consiglio comunale, il clima è tornato pesante e le intimidazioni sono dì nuovo all’ordine del giorno.
Losardo fu ucciso la notte del 21 giugno 1980, mentre stava tornando a casa dopo essere intervenuto in consiglio comunale per denunciare, ancora una volta, lo strapotere dela cosca Muto su tutta la zona. Una battaglia difficile, pericolosa condotta troppo spesso da solo. In ospedale, poco prima di morire disse una cosa sola .«Tutti sanno chi mi ha sparato». Tutti lo sapevano ma ciò non è bastato a far condannare i presunti killer e il presunto mandante, Francesco Muto. Anche se le prove erano schiaccianti, se dagli accertamenti delle forze dell’ordine risultavano testimonianze e fatti inoppugnabili.
I Processi di primo e secondo grado si sono svolti a Bari dopo un trasferimento «per motivi di ordine pubblico» dal Tribunale di Cosenza. In Corte d’Assise furono condannati all’ergastolo Muto, suo figlio Luigi e quattro gregari per gli omicidi di Ferrami e De Iudicibus (sarebbero stati uccisi per essersi opposti in vario modo alla cosca), mentre sin d’allora gli imputati per l’uccisione di Losardo se la cavarono per insufficenza dì prove. In secondo grado furono assolti, sempre con formula dubitativa, anche i condannati all’ergastolo.
Costante di entrambi i processi la mancata condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso. Come se non ci fosse mafia a Cetraro, un paese in ginocchio pe la paura, dove tra il ’79 e l’83 furono commessi ben 11 omicidi – tutti rimasti senza esecutori o mandanti – e 51 attentati dinamitardi.

In Cassazione, il processo alla cosca Muto è finito davanti alla sezione presieduta da Corrado Carnevale, la stessa che già in passato mandò a casa diversi boss mafiosi e che, più recentemente, ha accolto il ricorso dei difensori dei neofascisti accusati pe la strage dell’ltalicus, rendendo anche quello un processo senza colpevoli.
Gli avvocati di parte civile hanno già lanciato un appello, vanno avviate nuove indagini per far luce sulla lunga stagione di sangue vissuta a Cetraro, arrivando ad un nuovo processo.

 

 

 

Fonte:  iacchite.com
Articolo del 19 maggio 2017
Il clan e lo stato: quando Franco Muto la faceva sempre franca

Quanto sta venendo a galla sul boss Franco Muto ci dà la possibilità di riproporre una serie di documenti che attestano quanto fosse alto il grado di impunità che ha avuto negli anni Ottanta grazie alla procura di Paola e a quella di Cosenza.

Quanto scritto nell’ispezione del magistrato Francantonio Granero e nel cosiddetto rapporto Scippa dal nome del carabiniere che l’ha scritto, non lascia molto spazio ad equivoci di sorta.

Stiamo pubblicando storie di una gravità inaudita, che purtroppo non trovano sponde in chi dovrebbe combattere per la verità e per la giustizia perchè lavora per lo stato.

E questo ci dà ancora più forza perchè sappiamo che quanto pubblichiamo è solo l’amara e triste verità.

CLELIA ZOPPI

Siamo nel 1980. A Cetraro e più in generale sul Tirreno si spara quasi ogni giorno e i clan fanno quello che vogliono, con la procura di Paola non solo accondiscendente ma addirittura complice e connivente.

Una donna si fa avanti e parla. Si tratta di Clelia Zoppi, vedova di Catello De Iudicibus, assassinato dai clan. Si lamenta dell’inadeguatezza delle indagini del sostituto procuratore della Repubblica di Paola, Luigi Belvedere.

“… Nell’ambiente cittadino – sostiene Clelia Zoppi – correva voce che uno dei maggiori responsabili della situazione di Cetraro sarebbe il sostituto Belvedere, il quale avrebbe protetto il boss Franco Muto e il suo clan”.
“In occasione di una manifestazione contro la mafia, tenutasi a Cetraro l’11 gennaio 1983, alla quale avevano partecipato, tra gli altri, il sottosegretario agli Interni Vito Sanza, l’onorevole Costantino Belluscio, il senatore Salvatore Frasca, il vescovo di San Marco Argentano e le “vedove della mafia”, tutte sul palco, fu pubblicamente denunciato che il sostituto procuratore Belvedere sarebbe un corrotto, legato alla mafia. Tale ultima affermazione è stata confermata subito dopo dai fratelli De Caro, Giuseppe ed Ercole, il primo presidente del comitato Antimafia e il secondo consigliere comunale socialdemocratico di Cetraro”.

IL MANCATO ARRESTO DI FRANCO MUTO

Ecco le dichiarazioni dell’appuntato dei carabinieri, Farina.

“…Una pattuglia del nucleo operativo dei carabinieri di Cosenza sorprese tra Cetraro e Acquappesa Franco Muto, che essendo sorvegliato speciale non poteva muoversi da Cetraro. Il Muto si giustificò dicendo che aveva informato i carabinieri di Cetraro e quando si scoprì che ciò non era vero, affermò che aveva imboccato la via per Belvedere in quanto temeva di essere seguito da malintenzionati (!!!)…”.
“… Su disposizione dei carabinieri di Cosenza si recarono a Belvedere l’appuntato Farina e un altro militare di Cetraro.
Il sottufficiale di Cosenza, come da disposizioni impartite dalla procura della Repubblica di Paola, secondo le quali prima di procedere a qualsiasi arresto bisognava darne notizia, telefonò per comunicare l’arresto di Muto. Successivamente il sottufficiale disse che la procura non era d’accordo sull’arresto, perchè il Muto poteva essere denunciato a piede libero…”.

LA DATA SBAGLIATA SUL MANDATO D’ARRESTO

Questa è invece una parte delle considerazioni del procuratore di Bari Rinella, dove si svolse un processo contro Muto e i magistrati della procura di Paola (tutti assolti ovviamente) che riferisce di un clamoroso episodio.

“E allora, quando questi magistrati istruttori, che fino a quel momento non avevano affatto raccolto illazioni e pettegolezzi, si trovano di fronte a un ordine di cattura a Franco Muto che, sicuramente, recava data di emissione falsa e la cui firma appartiene al dottor Belvedere, avevano il dovere di accertare e indagare.
Non è colpa certamente di chi ha istruito il processo se Belvedere, dimostrando ancora una volta invadenza e arroganza, si scatena in danno di ufficiali di polizia giudiziaria, minacciando e intimorendo.
Non è colpa dei magistrati istruttori se Belvedere preferisce operare con denunce e conflitti di competenze, anziché dare spiegazioni nel formale interrogatorio, che non si presenta a rendere…”.

 

 

 

 

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