18 Febbraio 1962 Alcamo (TP). Ucciso il sindacalista Giovanni Marchese

Foto ed Articolo da: senzamemoria.files.wordpress.com

Giovanni Marchese era nato ad Alcamo il 22 Ottobre del 1922. Impiegato, gran lavoratore e sindacalista nell’azienda di trasporti dove lavorava, fu assassinato nella sua città la sera del 18 febbraio 1962. Mentre, come al solito, era intento ad aiutare sua moglie nella gestione del panificio di famiglia, diversi colpi di arma da fuoco misero fine alla sua vita.
Giovanni era un uomo instancabile, pronto a fare mille sacrifici per la sua famiglia ma anche per i diritti di tutti coloro i quali venivano sfruttati, beffeggiati e derisi dall’inosservanza delle leggi sul lavoro e sulla salute dei lavoratori. Non poteva tollerare di vedere gente indifesa, spesso ignorante, essere umiliata da sbruffoni e mafiosi in barba alle leggi e al rispetto per la persona.
La vita di Giovanni era limpidissima: lavorava come bigliettaio presso l’azienda trasporti “Segesta”, poi un aiutino alla moglie al panificio e a sera infine vestiva i panni di sindacalista tutto di un pezzo. Era amato da tutti ma aveva anche dei nemici, ovvero tutti coloro stavano dall’altra parte nella lotta per i diritti dei lavoratori.
Dopo la sua brutale uccisione, la giustizia del tempo purtroppo non consegnò i colpevoli alle sbarre di un carcere. Nessuno si prese la briga di procedere con indagini serie e nessuna amministrazione locale nell’immediato futuro, ebbe voglia di ricordarlo e far conoscere le sue lotte e la sua storia. (tratto da senzamemoria.files.wordpress.com)

 

Articolo da: senzamemoria.files.wordpress.com
Pane Pitittu e Mafia
DALLA PARTE DEI PIÙ DEBOLI: LE LOTTE DI  GIOVANNI MARCHESE
di Antonio Federico

Questo capitolo racconta le gesta di un alcamese dimenticato sia dal popolo che dalla storia della nostra città. Stiamo parlando di Giovanni Marchese, un sindacalista assassinato due volte: la prima volta dalla mafia, la seconda volta dalla nostra indifferenza e ingratitudine.
Giovanni, nel corso della sua vita, ha sempre cercato di capire e comprendere la sua città, quella Alcamo dalle mille bellezze e dalle mille disgrazie. Una città bella e disgraziata allo stesso tempo in cui i cittadini onesti troppe volte vedevano la loro vita calpestata da delinquenti, prepotenti e mafiosi.

A Giovanni piaceva stare con la schiena dritta, non capiva il sistema e soprattutto non lo poteva accettare. Era un uomo di sani principi, quelli del sindacato combattente e del sudore della fronte dopo una giornata di duro lavoro. Era sempre in prima linea e soprattutto era a fianco dei più deboli.Nel 1962 la Sicilia sembrava fosse oramai uscita dai brutti ricordi della guerra e da un po’ di tempo si era tornati non solo ad un certo benessere ma anche a sognare un futuro finalmente roseo. Da tempo ormai le lotte dei contadini erano state supportate dalla riforma agraria anche se la mafia aveva tentato di opporsi uccidendo decine e decine di onesti siciliani.

In quel periodo proprio ad Alcamo covava un particolare odio verso tutti quei movimenti che lottavano per i diritti dei lavoratori. La mafia, in primis, non poteva tollerare le vittorie sociali di quei ragazzoni onesti e lavoratori ma soprattutto non poteva sopportare la stima crescente della gente. Anche la giustizia e le istituzioni dell’epoca, a dir la verità, non erano poi così decise nel supportare le loro lotte politiche e sociali.
Giovanni Marchese era nato ad Alcamo il 22 Ottobre del 1922. Impiegato, gran lavoratore e sindacalista nell’azienda di trasporti dove lavorava, fu assassinato nella sua città la sera del 18 Febbraio 1962. Mentre, come al solito, era intento ad aiutare sua moglie nella gestione del panificio di famiglia, diversi colpi di arma da fuco misero fine alla sua vita.
Giovanni era un uomo instancabile, pronto a fare mille sacrifici per la sua famiglia ma anche per i diritti di tutti coloro i quali venivano sfruttati, beffeggiati e derisi dall’inosservanza delle leggi sul lavoro e sulla salute dei lavoratori. Non poteva tollerare di vedere gente indifesa, spesso ignorante, essere umiliata da sbruffoni e mafiosi in barba alle leggi e al rispetto per la persona.
La vita di Giovanni era limpidissima: lavorava come bigliettaio presso l’azienda trasporti “Segesta”, poi un aiutino alla moglie al panificio e a sera infine vestiva i panni di sindacalista tutto di un pezzo. Era amato da tutti ma aveva anche dei nemici, ovvero tutti coloro stavano dall’altra parte nella lotta per i diritti dei lavoratori.
Dopo la sua brutale uccisione, la giustizia del tempo purtroppo non consegnò i colpevoli alle sbarre di un carcere. Nessuno si prese la briga di procedere con indagini serie e nessuna amministrazione locale nell’immediato futuro, ebbe voglia di ricordarlo e far conoscere le sue lotte e la sua storia.
Questo capitolo è totalmente dedicato ai nostri giovani perché possano conoscere e far memoria di coloro i quali, prima di loro, hanno lottato per ottenere quello di cui oggi noi usufruiamo.
Alcamo oggi deve capire che se vuole crescere, sia come città sia come memoria civile, deve iniziare a ricordare queste persone e non soltanto coloro i quali sono diventati noti perché personaggi di una politica sfruttatrice e meschina finalizzata al guadagno privato di onorevoli troppo spesso amici di lobby mafiose e affaristiche. La mafia poi viene troppo spesso dimenticata o stereotipizzata come fenomeno cinematografico o come leggenda metropolitana con protagonisti un paio di vecchi con la coppola in testa e la lupara sulla spalla. Gli alcamesi dovrebbero riflettere di più su tutti coloro i quali hanno messo i bastoni fra le ruote a questo cancro della nostra terra rendendo inerti e impotenti la nostra società.
Perché hanno ucciso Giovanni Marchese?
Chi poteva odiarlo così tanto da ucciderlo?
Una cosa è certa: una tale efferatezza nell’esecuzione era riservata solo alle vittime di mafia. Gli investigatori del tempo brancolarono nel buio per diverso tempo a causa della vita limpida della vittima e, soprattutto, a causa dell’omertà che dalle nostre parti è sinonimo di sordità e cecità.
Alle ore 22.00 del 18 ottobre 1962, il signor GANGI Andrea, si era presentato alla Compagnia Carabinieri di Alcamo, per informarli che poco prima in via 15 Maggio, al civico 56, era stato ucciso Marchese Giovanni, il cui cadavere si trovava ancora all’interno del panificio dove stava lavorando.
Le indagini si concentrarono sul lavoro che il Marchese svolgeva alla “Segesta”. Infatti gli inquirenti scoprirono che oltre alle mansioni di bigliettaio, la vittima  all’interno dell’azienda era soprattutto un esponente sindacale della C.G.I.L. Gli inquirenti accertarono inoltre che svolgeva le funzioni sindacali con tenacia e dedizione per rispetto nei confronti dei diritti dei suoi compagni di lavoro.
Il giorno successivo a quello in cui mori, si scoprì che Marchese si sarebbe dovuto recare a Trapani per partecipare ad un riunione sindacale durante la quale si sarebbe dovuto discutere la riassunzione in servizio di un suo collega, tal Francesco Paolo Randazzo, licenziato precedentemente senza una chiara motivazione.
Il Marchese inoltre si era fatto promotore in passato, sempre presso gli organi responsabili della ditta “Segesta”, di varie battaglie riuscendo ad ottenere una maggiore disciplina nelle ore lavorative e tanti altre tutele per gli impiegati che prestavano servizio ogni giorno sulle corriere.
Per le sue battaglie sindacali il povero Marchese temeva di essere licenziato da un momento all’altro e per tale preoccupazione si era cautelato iniziando l’attività di panificatore insieme alla moglie. Tutto poteva aspettarsi sul piano professionale, ma sicuramente non temeva per la sua vita.
In un verbale datato 10 Novembre 1962, il fratello della vittima Marchese Vincenzo dichiarerà che sia lui che il fratello Salvatore non si erano dati pace per la tragica fine di Giovanni e nel tentativo di trovare elementi utili ai fini delle indagini avevano provato a sentire i colleghi della “Segesta”. Purtroppo un silenzio totale da parte di tanti colleghi non se lo aspettavano. C’era troppa paura e non di perdere soltanto il lavoro….
Che per l’omicidio Marchese si erano mossi alti livelli dell’organizzazione mafiosa non era un mistero. La prova concreta di tale ipotesi avvenne presso l’abitazione dei familiari. Un giorno, dopo gli interrogatori dei dipendenti “Segesta”, si presentò a casa del Marchese Salvatore un signore dall’apparente età di sessant’anni, corporatura esile, leggermente curvo in avanti, ben vestito e con un berretto sopra il capo. Questi, atteggiandosi ad amico della vittima, avrebbe detto  spressamente ai familiari senza mezzi termini: “O la smettete di cercare la verità o farete la sua stessa fine”!

 

 

 

Fonte: stampacritica.it
Articolo del 29 febbraio 2016
Giovanni Marchese, ucciso per il rispetto dei diritti dei lavoratori
di Mario Guido Faloci
Cinquantaquattro anni fa, l’assassinio del sindacalista d’Alcamo

Il 18 febbraio del 1962, come altre volte, dopo una giornata di lavoro e prima di dedicarsi alla sua attività sindacale, Giovanni si era recato al panificio di famiglia della moglie. Un po’ per dare una mano e un po’ per impratichirsi di quel tipo di lavoro, quando poteva vi si recava, poiché sapeva che nella sua attività sindacale, aveva “dato fastidio” e s’aspettava d’essere licenziato.

In quegli anni e in quelle zone, prima dello statuto dei lavoratori, non era insolito essere licenziati senza un chiaro motivo. Proprio per questo, Giovanni Marchese, temeva la stessa sorte di quei lavoratori che, da attivissimo sindacalista CGIL, cercava di tutelare.

Pensava che avrebbe perso il suo lavoro di bigliettaio, presso la compagnia di trasporti Segesta, non immaginava che avrebbe perso la vita.

Le indagini, come accadeva spesso allora, non portarono a nulla, poiché furono condotte in modo approssimativo, quasi rinunciatario, perché proprio l’onestà della persona e la sua normalità, nonché la diffusa omertà dei suoi concittadini, non davano molti indizi, da cui iniziarle. L’unica traccia, era la modalità efferata di quell’omicidio, tipica dell’esecuzione mafiosa; ma forse, proprio per questo, l’inchiesta non giunse a nessuna conclusione.

Di lui dicevano che era una persona onesta e limpida, un gran lavoratore ed un sindacalista appassionato, di quel sindacalismo puro che nasce dal porre prima il proprio lavoro, senza sottrarsi alla fatica. Però era “un uomo dalla schiena dritta” e, seppure materialmente non poteva arrecare un gran danno, il suo esempio era rischioso, per coloro che fanno del sopruso e dell’ignoranza, le leve del proprio potere: non era un giudice che indagasse sulle cupole mafiose, non era un politico che potesse decidere di appalti, non era un imprenditore che muovesse grossi capitali, ma era una persona semplice che col suo operato, poteva smuovere le coscienze.

Negli anni ’60, in Italia ed in Sicilia, si viveva in un crescente clima di prosperità economica e la guerra era sempre più un ricordo. Le prime leggi a tutela dei deboli, stavano iniziando anche a logorare il potere delle mafie, soprattutto se c’erano uomini che s’impegnavano personalmente, affinché venissero applicate. Anche uomini comuni, persone pulite, cittadini liberi, esempi di ribellione al sopruso, come fu Giovanni Marchese, un siciliano come tanti, onesto e non colluso con la malavita. E, come tanti suoi conterranei, vittima di un potere atavico, quello del sopruso sull’onestà.

Non è vero che al mondo si nasca tutti uguali, se il semplice fatto di nascere a certe latitudini, “sotto un accento sbagliato”, poi ti segni tutta la vita: se impegnarsi nel sindacato, in quegli anni era rischioso, in certi posti lo era di più e, la lotta per i diritti dei lavoratori, poteva significare anche la morte.

Se un’arma da fuoco uccide un uomo, l’indifferenza e l’irriconoscenza, ne uccide la memoria e questo, la mafia, col suo omicidio, voleva ottenere.

Se Giovanni Marchese fosse stato ucciso oggi, forse ci sarebbero persone con la scritta “Je suis…” dedicata a lui, sui social. Ma, poiché fu ucciso in un’epoca in cui internet praticamente non esisteva, a lungo di lui si perse la memoria. Per questo, è giusto scrivere ancora e sempre, di questi eroici siciliani, persone comuni lontane dagli stereotipi di mafiosi e nullafacenti, per preservarne il ricordo, per perpetuarne l’esempio.

 

 

 

 

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