18 febbraio 1994 Rosarno (RC). Ucciso Mourou Sinan Kouakau, immigrato della Costa D’Avorio, bracciante agricolo, con un colpo di fucile.

Mourou Sinan Kouakau era venuto in Italia per cercar fortuna, vi ha trovato invece la morte sotto i colpi dei sicari mandati da una qualche organizzazione criminale. Arrivato dalla Costa d’Avorio, fa il bracciante agricolo nelle campagne di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, raccoglie arance e ortaggi. La sera del 18 febbraio 1994 è ucciso con una fucilata in pieno petto esplosa da un calibro 12, mentre due immigrati del Burkina Faso che sono con lui – Bama Moussa, 29, e Homade Sare, 31 – restano lievemente feriti. Con la vittima abitavano in contrada Zippone, a Rosarno, in una casa diroccata dove hanno trovato precaria sistemazione una quindicina di immigrati extracomunitari, soprattutto provenienti dall’Africa centrale. Dietro l’omicidio, una rappresaglia decisa contro gli immigrati da esponenti del racket dei braccianti. I responsabili non sono mai stati individuati.

Fonte:  vivi.libera.it

 

 

 

 

Dal Dossier Rosarno – Arance insanguinate

>Pag. 21

Una Caccia Lunga Vent’anni

Le aggressioni dei neri iniziano nel 1990, due anni più tardi due algerini ammazzati a fucilate. Quella di Rosarno è una storia di contraddizioni che nasce da lontano, dimenticata da tutti. Il coraggio della denuncia dei migranti e l’accoglienza vera del sindaco Peppino Lavorato. Dopo il black out.

Vent’anni fa i primi morti. Dimenticati.

Alessio Magro – Stopndrangheta.it (31/01/2010)

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Nel 1990 inizia il tiro a bersaglio

Che ci sia la ‘ndrangheta dietro la schiavitù degli africani nelle campagne calabresi è cosa risaputa da decenni.  Una strategia terroristica, per piegare i lavoratori stranieri alle condizioni disumane di sfruttamento nei campi, con minacce, botte, azioni squadristiche, e fucilate. Come e peggio che nel gennaio del 2010. Perché le cosche rosarnesi sparavano già nel ’90. Come a Villa Literno in Campania, dove ha trovato la morte Jerry Essan Maslo rifugiato politico sudafricano ucciso il 25 agosto del 1989 in un casolare di campagna, durante una rapina agli immigrati. Il caso Maslo ha scosso l’opinione pubblica italiana e ha portato alla prima legislazione organica sul tema immigrazione.

Nessuno ricorda invece i primi attentati ai danni dei migranti nel rosarnese, a partire dal 1990. Nella zona arrivano le prime comunità di braccianti stagionali, in prevalenza magrebini. La gente li accoglie, riescono a trovare delle sistemazioni dignitose, ma c’è chi preferisce il piombo. La sera del 10 settembre ’90 a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino 24enne Mohammed Zerivi. Il 27 gennaio del ’92 i due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni, e Boumtl Rabah, di 27 anni, trovano sulla porta di casa un gruppo ladri intenti a forzare la porta dell’appartamento con una sbarra di ferro. Sorpresi dagli africani, i malviventi hanno reagito sparando: il più giovane finisce in ospedale con ferite gravissime all’addome, l’altro con una mano trapassata dai proiettili.

È solo uno dei tanti episodi che si verificano in quel periodo, di cui è rimasta traccia per gli sviluppi imprevisti dell’azione.  Decine e decine di atti di violenza sono però passati sotto silenzio. Ma perché quei furti in case poverissime? Perché quelle sparatorie?  A volte si tratta di rapine, a volte di intimidazioni, a volte di puro razzismo. Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana. C’è solo una regola: i neri devono subire in silenzio.

Nel 1992 i primi due morti.
A fine gennaio l’arresto di un giovane del paese per le rapine agli africani fa salire la tensione. Così come le risse tra africani in paese. Sono di nuovo gli algerini il bersaglio del piombo. Tre di loro vengono avvicinati nella notte dell’11 febbraio nelle strade di Rosarno. Un uomo gli propone un lavoro in campagna e li fanno salire in auto.  È una trappola. Giunti in una zona isolata lungo la strada per Laureana di Borrello, in località Scattareggia, scatta l’agguato a pistolettate. Due restano cadaveri – si tratta dei ventenni Abdelgani Abid e Sari Mabini – il terzo, il giovane 19enne Murad Misichesh, riesce a fuggire nonostante le ferite al collo. Qualcosa scatta in città, si commemorano quelle due morti, la gente è sgomenta e lo fa sentire. Ma il ricordo di quei giorni non lascia traccia.

Ancora morti e feriti
È lunga la scia di sangue migrante sulla Piana. Il 18 febbraio del ’94 tocca al 41enne ivoriano Mourou  Kouakau  Sinan,  vittima  di  una  sparatoria  insieme  a Bama Moussa, di 29 anni, ed Homade Sare, di 31, entrambi con passaporto del Burkina Faso. Il primo resta cadavere, colpito da una fucilata in pieno petto, gli altri due feriti lievemente. L’agguato è portato a termine di fronte a un casolare diroccato nelle campagne di Rosarno, in contrada Zippone.  Lì dormono da qualche tempo 15 migranti dell’Africa nera.

La primavera in Comune
È nel 94 che Lavorato prende in mano Rosarno. Il popolo lo elegge, ed è una scelta contro le cosche. Perché Lavorato viene dal Pci, è da sempre in prima linea contro la ‘ndrangheta.  Negli anni 70, con le grandi battaglie del movimento antimafia calabrese. Nell’infuocata campagna elettorale del giugno 1980, che si è conclusa con l’uccisione del segretario comunista di Rosarno Giuseppe Valarioti, dopo una netta affermazione alle elezioni.  Lavorato ha sempre continuato a contrastare le ‘ndrine, anche quando in paese nessuno gli rivolgeva apertamente la parola. Ha continuato a farlo dai banchi del Parlamento, con grande forza. Ecco che di fronte a una candidatura credibile quel timoroso popolo di Rosarno lo ha scelto senza tentennamenti.

Era il novembre del ’94. Ad avere paura sono state le cosche, che approfittando della notte del Capodanno successivo hanno lanciato una clamorosa offensiva in stile colombiano: colpi di fucile mitragliatore contro i palazzi delle istituzioni, dal Comune alle scuole pubbliche. Una legislatura che inizia col botto. Non è la prima minaccia, e non sarà l’ultima.

La Festa dei popoli
La realtà è delle più difficili, inutile negarlo. Eppure quella presenza istituzionale ha rappresentato un sicuro riferimento. Lo è stato di certo per i primi migranti, arrivati sulla Piana di Gioia Tauro per sostituirsi alle braccia calabresi negli aranceti, una presenza via via sempre più sistematica e numerosa.  Ci sono le violenze dei gruppi di giovani criminali, ma non mancano i segnali di apertura e di accoglienza. Come la Festa dell’amicizia e della solidarietà tra i popoli che per nove anni ha visto rosarnesi e africani insieme in piazza nel giorno dell’Epifania. È nata per caso. Quel 6 gennaio del ‘95 la voglia di reagire all’aggressione mafiosa è forte. Il Comune ha allestito in piazza Valarioti una distribuzione di pasti caldi per gli immigrati, insieme ad alcune associazioni, in quella fredda giornata. L’allegria si diffonde contagiosa, i braccianti bianchi e neri iniziano a danzare, e ballano pure suore e assessori. Di anno in anno, l’Epifania è stata a Rosarno la festa dei popoli, con canti e balli, vino e le tradizionali zeppole preparate dalle casalinghe del paese. Una bella festa. Un segnale di accoglienza che ha riempito i cuori degli immigrati.

Un’altra vittima
Eppure  le  violenze  sistematiche  proseguono.  E si conta un altro morto: nell’ottobre del ‘96 un africano di età compresa tra i 25 e i 30 anni viene ritrovato nelle campagne di Laureana di Borrello, in avanzato stato di decomposizione. Impossibile scoprirne l’identità: nessuno lo cerca, nessuno si fa vivo.  Era un fantasma, lo è anche da morto.  Un’altra probabile vittima dello sfruttamento mafioso nelle campagne della Piana.  I migranti sono sempre di più, la loro condizione peggiora.  Rosarno continua a mostrare agli africani il suo doppio volto, quello dell’accoglienza quello della brutalità. In una spedizione punitiva, tre marocchini vengono feriti a sprangate nel gennaio del ’97, sorpresi nella notte nei  pressi  del  casolare  dove  sono  sistemati  insieme  a  una  trentina  di  braccianti immigrati. Violenze,

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Fonte: repubblica.it
articolo del 15 febbraio 2010
Dossier: a Rosarno 20 anni di soprusi sui neri
Spari nel ’90, duplice omicidio due anni dopo
di Carlo Ciavoni

ROSARNO – Che la ‘ndrangheta sia lì, attorno ai campi dove si raccolgono arance e mandarini, senza neanche il fastidio di nascondersi, è cosa risaputa. E che a sparare contro i neri ridotti in schiavitù siano sempre loro delle ‘ndrine, affinché “gli schiavi” si pieghino alle condizioni disumane alle quali sono costrettti e non si azzardino a protestare, è altrettanto noto. Ma poi è di dominio pubblico anche il fatto che le fucilate contro gruppi di immigrati, non sono soltanto un “gioioso passatempo” dei rampolli della mafia, che sparano per “farsi le ossa” e farsi conoscere, ma rappresentano una strategia terroristica che a Rosarno funziona dal 1990, fin dai primi flussi migratori dei manovali provenienti dall’Africa. Tutto nell’indifferenza generale.

“Arance insanguinate”. È il titolo di un dossier che “DaSud” Onlus ha presentato a Reggio Calabria e a Lamezia Terme ad una delegazione del Parlamento Europeo e di cui si parlerà a Roma – al cinema L’Aquila, giovedì prossimo – durante un meeting di tutte le associazione antirazziste. Si tratta di un lavoro che serve a far conoscere il tragitto e l’evoluzione negli ultimi vent’anni, di una tragedia di dimensione nazionale, che ha suscitato attenzione mediatica solo quando è esplosa come problema di ordine pubblico, la notte dell’8 gennaio scorso, quando su un gruppo di “schiavi africani” c’è stato l’ennesimo “tiro a segno”, al quale gli immigrati hanno reagito con una vera e propria rivolta. Tutti erano sopravvivevano come animali in una ex cartiera, costruita con i soldi truffati alla Ue e poi abbandonata.

Un bollettino di guerra. Il dossier, dunque, vuole dimostrare che a Rosarno la caccia ai neri africani è cosa vecchia, uno “sport” cominciato vent’anni fa. Il dossier fa un bilancio, che somiglia ad un bollettino di guerra: diversi i morti, decine e decine i feriti. Episodi che vengono riportati alla memoria, per dimostrare l’estrema gravità del problema. Si ricorda, ad esempio, la strage dell’11 febbraio del ’92, quando vennero assassinati due cittadini algerini uccisi a revolverate nelle campagne della Piana di gioia Tauro. Si ricostruisce l’altra aggressione del febbraio del ’94, quando due ragazzi della Costa d’Avorio furono feriti a fucilate e il corpo di un loro connazionale in avanzato stato di decomposizione, anche lui bersaglio dei mafiosi, fu trovato due anni più tardi. Gli autori del dossier si domandano, a questo punto, chissà quanti altri morti potrebbero essere ritrovati e quanti altri ancora, che nessuno cerca, che fine hanno fatto. “Una guerra, da sempre legata al racket dello sfruttamento delle braccia – si legge nel dossier – che ha nelle rivolte del 2009 e del 2010 due momenti intensi di una lunga e ventennale spirale di violenza. Morti dimenticati. Colpevolmente”.

Il doppio volto di Rosarno. Il dossier di “daSud” mette in evidenza anche il “doppio volto di Rosarno” e, più in generale, della Piana di Gioia Tauro. Terra di contraddizioni profonde, dove spadroneggiano ferocissime ‘ndrine, ma dove si sono anche sviluppate grandi battaglie civili. Perché se è vero che per anni le cosche hanno terrorizzato gli stranieri per schiavizzarli, è altrettanto vero che dai primi anni 90 il movimento del volontariato laico e cattolico è stato presente e s’è impegnato per aiutare gli immigrati. Ogni volta che c’è stata una violenza è seguita una reazione della società civile. Non solo, ma Rosarno è anche tra i centri calabresi dove è stato realizzato un sistema d’accoglienza con specifiche politiche di sostegno ai migranti, fin dal ’95. E qui il dossier ricorda grazie il contributo del combattivo sindaco Peppino Lavorato, storico militante del Pci, che riuscì durante i suoi due mandati ad arginare la ‘ndrangheta, col sostegno del mondo del volontariato.

Il lungo “tiro a segno” dal ’90 in poi. La sera del 10 settembre ’90 viene gambizzato a revolverate Mohamed El Sadki, 28 anni. Stessa sorte, un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino Mohammed Zerivi, di 24 anni. Il 27 gennaio del ’92 altri due giovani algerini, Malit Abykzinh, di 24 anni e Boumtl Rabah, di 27 anni, trovano sulla porta di casa dei ladri che stanno forzando la porta dell’appartamento con una sbarra di ferro. Sorpresi dagli africani, gli scassinatori reagiscono sparando: il più giovane finisce in ospedale con ferite gravissime all’addome, l’altro con una mano trapassata dai proiettili. È solo uno dei tanti episodi che si verificano in quel periodo.

Decine e decine di aggressioni. Numerosi atti di violenza sono passati sotto silenzio. Ma perché si andava a rubare in quelle case poverissime? Perché quelle sparatorie? A volte si trattava di vere e proprie di rapine, per togliere quel po’ di soldi che gli immigrati riuscivano a guadagnare dopo 16-18 ore di lavoro per 25 euro. A volte erano intimidazioni, altre volte razzismo allo stato puro. C’è solo una regola: i neri devono subire in silenzio perché capiscano chi comanda da queste parti. Nel 1992 ecco i primi due morti. A fine gennaio l’arresto di un giovane del paese per le rapine agli africani fa salire la tensione. Così come le risse tra africani in paese. Sono di nuovo gli algerini il bersaglio delle fucilate e delle revolverate. Tre di loro vengono avvicinati nella notte dell’11 febbraio del ’92 nelle strade di Rosarno. Un uomo gli propone un lavoro in campagna e li fanno salire in auto. È una trappola. Arrivati in una zona isolata, lungo la strada per Laureana di Borrello, località Scattareggia, gli sparano addosso. Due muoiono sul colpo – Abdelgani Abid e Sari Mabini, di 20 anni – il terzo, Murad Misichesh, 19 anni, riesce a scappare, ferito al collo.

La lunga scia di sangue sulla Piana. Il 18 febbraio del ’94 tocca Mourou Kouakau Sinan, 41 anni, della Costa d’Avorio, preso a fucilate assieme a Bama Moussa, di 29 anni, ed Homade Sare, di 31, tutti del Burkina Faso. Il primo mure lì, per strada, colpito in pieno petto, gli altri due sono feriti lievemente. Ma nel ’94 cominciano ad avere paura le cosche che approfittando della notte del Capodanno successivo per lanciare una offensiva in “stile colombiano”, con mitragliate contro il Comune e le scuole pubbliche. Botti densi di avvertimenti minacciosi, che si ripeteranno nel tempo. Ma il 6 gennaio del ’95 scatta la voglia di reagire all’aggressione mafiosa. Il Comune comincia la distribuzione di pasti caldi per gli immigrati. Si diffonde un’allegria tra braccianti bianchi e neri, che organizzano danze, coinvolgendo tutta la città. Ma le violenze proseguono.

Ma le arance non piovono dal cielo. Nell’ottobre del ’96, un altro morto, un africano di 25-30 anni ritrovato in mezzo alla campagna di Laureana di Borrello, in stato di decomposizione. Impossibile scoprirne l’identità: nessuno lo ha mai cercato. La lunga catena di aggressioni e attentati arriva fino ai giorni nostri. Fino alla rivolta dell’8 gennaio scorso, quando la soluzione più giusta sembra essere quella di deportare “gli schiavi” , senza distinguere i richiedenti asilo politico, dai clandestini persino quelli che da anni – sempre clandestinamente – raccoglievano frutta dagli alberi, “ingranaggi di un volano” che ha arricchito l’economia locale. “Perché le arance e i mandarini, non piovono dal cielo”, si legge nel dossier.

 

 

 

Dal libro:
Qui ho conosciuto purgatorio, inferno e paradiso

La storia del prete che ha sfidato la ‘ndrangheta
di Goffredo Fofi, Giacomo Panizza

Ed. Feltrinelli – serie bianca – 2010

>Pag. 184

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Non ci sono imprese agricole che occupano in particolare immigrati… come a Rosarno?

Gli immigrati impiegati in agricoltura sono in prevalenza maschi provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’Est Europa. Nelle raccolte stagionali di olive, fragole, cipolline e altro a produzione intensiva, si vedono gruppi di donne curve al lavoro. Con il sovrintendente maschio.

Le tre piane calabresi sono zeppe di uliveti, agrumeto e coltivazioni intensive dove, nei periodi di raccolta, ai lavoratori stranieri già presenti se ne aggiungono moltissimi altri provenienti dal Burkina Faso, dal Ghana, dalla Costa D’Avorio, Senegal, Nigeria, Togo, Tunisia, Marocco, Maghreb ed Egitto, quasi tutti maschi e i due terzi col permesso di soggiorno. Nella Piana di Gioia Tauro sono successi fatti di una gravità difficilmente riscontrata nelle altre pianure; pestaggi e uccisioni di immigrati, proteste e incidenti accadono dal 1990, ma solo da poco se ne parla.

I mass media riferiscono episodi di ferimenti e relative proteste degli immigrati, come quelli avvenuti tra l’11 e il 12 dicembre 2008 a Rosarno; poi di un’altra protesta seguita da un incendio divampato nell’ex cartiera di San Ferdinando, un capannone tramezzato con pareti di cartone a formare pertugi andati a fuoco in cui dormivano e mangiavano centinaia di immigrati – capannone sgombrato nell’agosto 2009 per ripristinare la cosiddetta legalità -; infine della protesta degli africani del 7, 8 e 9 gennaio 2010, seguita dalla manifestazione di segno opposto di parte della popolazione rosarnese dopo la caccia al nero – alla quale non hanno partecipato i gruppi ecclesiali -, il rastrellamento e il trasferimento coatto al Cara e al Cie di Bari e al Cara di Crotone e poi il rilascio di molti, la fuga di massa sui treni verso la Campania e la capitale.

Fuga facilitata e trasferimenti giustificati pubblicamente come “aiuto” agli stranieri per salvaguardarne l’incolumità, quando invece si trattava di metterli a tacere. Spendi i fari sugli immigrati stagionali di Rosarno, loro, i neri, vagano per l’Italia in cerca di ore di lavoro remunerato in primavera, estate, autunno e inverno, senza fermarsi mai.

 

Tu hai avuto a che fare direttamente con gli immigrati di Rosarno, dopo la rivolta.

Sì, e ti racconto quel che ho capito della loro protesta, che è scoppiata come reazione e ribellione, un’esplosione di rabbia e di paura dopo una serie di pressioni con dispetti e intimidazioni ai loro danni fino a quando il ferimento di alcuni è divenuto la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Le provocazioni subite da alcuni africani, le pallottole di gomma e i pallini di fucili da caccia sparati all’altezza dei testicoli, le derisioni in pubblico, l’umiliazione con sputi in faccia e il disprezzo ci chi li faceva inciampare e cadere per strada urtandoli coi motorini, hanno surriscaldato gli animi alla ribellione, esplosa alla notizia, che uno, due, tre, quattro immigrati erano stati uccisi dalla ‘ndrangheta. Infatti c’è chi dietro il caporalato, le umiliazioni e le derisioni, la caccia al nero, vede lo zampino della ‘ndrangheta la quale sa cosa tollerare e cosa vietare sui territori dove regna sovrana.

E a Rosarno regna sovrana. Pensa alle cosche Piromalli, Pesce e Belloco, pensa che i confinanti comuni di Gioia Tauro e San Ferdinando sono sciolti per mafia; Rosarno solo lo scorso 13 dicembre 2010 ha potuto eleggere il nuovo sindaco, dopo due anni di commissariamento del consiglio comunale sciolto per lo stesso motivo. Pensa a un’orda di facce nere infuriate che prendono a bastonate e pedate persone e cose… Immagina la reazione di chi non lascia comandare nemmeno lo stato. I feriti ufficiali sono una cinquantina: 21 immigrati, 14 italiani, 10 poliziotti e 8 carabinieri; 5 immigrati e 3 italiani sono stati arrestati. Tutti hanno fatto di tutto per mitigare l’accaduto riproponendolo come un incidente di percorso, evitando anche questa volta di attribuirgli la valenza di resistenza attiva degli immigrati allo sfruttamento agito dagli italiani.

La “soluzione” ha occultato le responsabilità delle istituzioni, il loro stare a guardare da vent’anni, l’immobilismo di fronte agli evidenti diritti umani dei migranti che venivano calpestati, il mix di illegalità tra lavoratori, datori di lavoro e caporalato, l’indecenza di tende e catapecchie, la beneficenza messa in campo dalla chiesa, l’assistenza sanitari e sociale del volontariato, e in sintesi gli zero diritti civili.

Le istituzioni infatti sapevano e sanno del ruolo svolto dalla ‘ndrangheta in una zona in cui storicamente la popolazione contadina aveva lottato per anni contro i clan mafiosi e il latifondo, pagando anche con la vita. Come sapevano che dal dicembre 2008 a Rosarno si parla del movimento antimafia degli africani, cioè di una loro resistenza a piegarsi o a venire assimilati alla ‘ndrangheta.

Le istituzioni sapevano dei proiettili che avevano gambizzato il ventottenne Mohamed El Sadki nel 1990, il ventiquatrenne Mohammed Zerivi nel ’91, e nel ’92 Malit Abykzinh e Boum Rabah, feriti con colpi nell’addome e altri due, Abid e Mabini, uccisi mentre un terzo loro amico fugge ferito al collo.

Con una fucilata all’addome viene ucciso Mourou Kouakau Sinan mentre i suoi amici Bama Moussa e Homade Sare rimangono solo feriti.

L’elenco prosegue fino al 2010, e non so se si debba indagare su certe storie riguardanti taluni loro connazionali uccisi e fatti a pezzi con la motosega.

 

Come ha potuto sapere tutte queste cose?

Ho seguito questi racconti concitati con le mie orecchie la sera del 9 gennaio 2010, quando circa quattrocento immigrati africani in fuga da Rosarno si sono fermati alla stazione di Lamezia Terme in attesa di salire sul treno loro concesso per proseguire l’allontanamento da Rosarno.

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