18 Marzo 1958 Licata (AG). Ucciso Vincenzo Di Salvo, 32 anni, dirigente sindacale.

Foto da  gruppolaico.it

Vincenzo Di Salvo fu ucciso a Licata (AG) il 18 marzo del 1953. Era un dirigente del settore edile della camera del lavoro di Licata, difese i diritti di un gruppo di operai edili che non ricevevano lo stipendio dalla ditta per cui lavoravano, “il sovrastante della ditta (un mafioso licatese) se lo porta a discutere in una strada isolata e l’uccide”.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 19 Marzo 1958
Un dirigente sindacale assassinato ieri a Licata
La vittima dirigeva la locale lega degli edili – È stato ucciso con un colpo di pistola al petto – I sospetti su un noto mafioso

Licata, 18 – Nella tarda serata di ieri, alle 21 circa, con un colpo di pistola in pieno petto è stato assassinato l’operaio edile Vincenzo Di Salvo di 32 anni, abitante a Licata in Via Incorvaia, 7. Il Di Salvo, un lavoratore onesto e incensurato, è stato trovato, riverso al suolo, in una pozza di sangue, nelle vicinanze di una scalinata che da Via Marconi porta a Via Santa Maria, cioè nelle immediate vicinanze del centro abitato. La vittima lascia la moglie e due figli in tenera età, che senza il suo sostegno vengono così a trovarsi nella miseria più nera.

La notizia del crimine, appena sparsasi in città, ha destato vivissima impressione: la notorietà della vittima e la sua attività di dirigente della Lega edili hanno orientato i sospetti in una direzione ben specifica. In particolare, l’assassino viene indicato in un noto mafioso locale, sul quale gli investigatori nutrirebbero dei sospetti.

Vincenzo Di Salvo, come abbiamo accennato, dirigeva la Lega edili aderente all’organizzazione unitaria e contemporaneamente prestava la sua attività lavorativa presso la ditta Iacona, impresa appaltatrice dei lavori di costruzione delle fognature cittadine. In qualità di dirigente sindacale, il Di Salvo era alla testa, da una settimana circa, dello sciopero dei dipendenti della impresa, non essendo riusciti i lavoratori ad ottenere dal 1 febbraio, il pagamento dei salari e degli assegni familiari maturati.

Sabato scorso, a conclusione di un incontro tra rappresentanti dei lavoratori e del datore di lavoro, alla presenza del Sindaco e di un sottufficiale dei carabinieri, si giungeva ad un accordo: i lavoratori avrebbero sospeso l’azione sindacale a patto che l’azienda avesse pagato entro il giorno successivo i salati e tutte le altre spettanze. Diversamente gli operai avrebbero ripreso la loro livertà d’azione proseguendo nello sciopero.

Purtroppo la domenica è passata ed anche il lunedi senza che la “Iacona” , la quale aveva promesso di pagare i salari e le altre spettanze in cantiere e soltanto quando il lavoro fosse stato riprese, mantenesse i suoi impegni.

Una folla commossa ha accompagnato stamane all’estrema dimora le spoglie dell’operaio assassinato.

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 20 marzo 1958
Latitante un noto mafioso indiziato dell’assassinio del capolega a Licata
di Totò Leonte
Sempre più chiaro il movente politico del delitto
Le minacce contro gli operai in sciopero confermate da vari testimoni  – L’intromissione era stata denunciata dal rappresentante della C.d.L.  –  La vittima aveva pubblicamente condannato i prepotenti.

LICATA, 19.   —   Nel tardo pomeriggio di ieri, si era sparsa la voce, a Licata, che l’assassino dell’operaio edile Vincenzo Di Salvo, vice segretario della locale lega edile, identificato nella persona di un noto mafioso, fosse stato tratto in arresto. Ma dopo qualche ora la notizia è risultata infondata. L’indiziato risulta però irreperibile.

Nonostante il riserbo degli inquirenti, gli indizi sono abbastanza chiari.

Vincenzo Di Salvo, è stato ucciso con un colpo di pistola in pieno petto, a bruciapelo, alle ore 21 del giorno 17 marzo, a pochi passi dalla piazza principale del paese; egli lascia la moglie e due figli in tenera età, nella più squallida miseria. Uomo retto, lavoratore, affettuoso ed incapace di fare del male, Di Salvo non può essere stato ucciso per vendetta personale.

Tutta la popolazione è convinta invece che il movente di questo delitto vada collegato con la lotta degli operai edili dipendenti della ditta Jacona, (dei quali la vittima era vicesegretario della lega), perché fossero loro pagati i salari, gli assegni familiari, la differenza paga.

La ditta Jacona, che da tre anni ha in appalto i lavori per la costruzione delle fognature all’interno di Licata, ha costretto molto spesso i 60 operai edili suoi dipendenti, a proclamare lo stato di agitazione e ad effettuare dai tre ai cinque giorni di sciopero, ogni qualvolta avrebbero dovuto essere corrisposti i salari e gli assegni familiari. La compattezza della lotta ed il buon diritto delle loro richieste avevano sempre costretto la ditta, suo malgrado, a corrispondere le loro spettanze.

Le vertenze, fino a qualche mese addietro, erano sempre state risolte dagli organi competenti: il sindaco e   l’ufficio provinciale del lavoro. Ma dall’inizio di quest’anno, un noto mafioso del luogo si era intromesso fra gli operai e la ditta, per «sistemare la faccenda».

Si era rivolto con tono sempre più minaccioso agli operai e al segretario della lega, aveva egli stesso promesso il pagamento delle spettanze da parte della ditta se gli operai avessero desistito dallo sciopero. Durante la riunione di sabato scorso, in Comune, alla presenza del sindaco e del vice comandante della stazione dei carabinieri, quando fu raggiunto l’accordo poi non rispettato, il rappresentante della Camera del Lavoro aveva denunciato le illecite pressioni.

Lunedì, non essendo stato rispettato l’accordo, lo sciopero riprendeva. Un operaio ha testimoniato di essere stato così interpellato dal mafioso. «È ora che tu te ne vada, insieme a qualche altro». Ed altri sostengono che il Di Salvo, la sera stessa, abbia usato in un pubblico locale aspre parole contro il prepotente.

Sta di fatto comunque, che alle ore 21 della stessa giornata del 17 marzo, mentre il Di Salvo con altri tre operai, Salvatore e Vincenzo Brugio e Nicolò Queli percorrevano la via Marconi, erano raggiunti dal mafioso in parola e da un tale di Palma Montechiaro, non meglio identificato, ed invitati a fare «quattro passi». Nelle vicinanze della scalinata che da via Marconi porta alla via S. Maria, a pochi passi cioè dalla piazza principale del paese di Licata improvvisamente, il mafioso estraeva la pistola e colpiva a bruciapelo il Di Salvo, in pieno petto, mentre gli altri si davano alla fuga.

 

 

Articolo del 13 Marzo 2012 da yesnews.it
Licata ricorda Vincenzo Di Salvo

LICATA – Il Circolo Culturale Piazza Progresso, in collaborazione con altre associazioni locali, l’ANPI, la CGIL ed il Centro Pio La Torre organizza un’iniziativa per ricordare Vincenzo Di Salvo, ucciso il 18 marzo del 1953.
Di Salvo era un dirigente del settore edile della camera del lavoro di Licata, difese i diritti di un gruppo di operai edili che non ricevevano lo stipendio dalla ditta per cui lavoravano, “il sovrastante della ditta (un mafioso licatese) se lo porta a discutere in una strada isolata e l’uccide”.
“La memoria – si legge in una nota dell’associazione – svolge un ruolo fondamentale per la profonda sofferenza che vive nella nostra terra: una memoria liquida che scivola senza lasciare traccia ed allora bisogna sempre ricominciare e dargliene motivazione”.
“L’iniziativa si muove, dunque, lungo il legame tra memoria, storia e identità e segue tre percorsi: La memoria di Vincenzo Di Salvo – L’impegno di don Peppino Diana -Il lavoro ed i diritti inalienabili. Sullo sfondo la Resistenza e la Costituzione”.
L’incontro si svolgerà il prossimo 21 marzo alle 18,00 presso l’Auditorium della chiesa San Giuseppe Maria Tomasi di Licata. interverranno Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, Mariella Maggio, segretario regionale della CGIL, don Baldo Reina, docente di Sacra Scrittura.

 

 

 

Fonte: gruppolaico.it 
Articolo del 17 marzo 2017
Il 17 marzo del 1958 muore a Licata (AG) ucciso con un colpo di pistola in un agguato mafioso VINCENZO DI SALVO (32 anni) operaio edile e dirigente sindacale.

Di Salvo dirigeva la Lega locale degli edili (aderente all’organizzazione sindacale unitaria) e contemporaneamente prestava la sua attività lavorativa presso la ditta Iacona impresa appaltatrice dei lavori di costruzione delle fognature cittadine.

In qualità di dirigente sindacale Di Salvo era alla testa da una settimana circa dello sciopero dei dipendenti dell’impresa non essendo riusciti i lavoratori ad ottenere dal 1 febbraio 1958 il pagamento dei salari e degli assegni familiari maturati.

Il sabato precedente l’uccisione, a conclusione di un incontro tra rappresentanti dei lavoratori e del datore di lavoro e alla presenza del Sindaco e di un sottufficiale dei carabinieri, si giungeva ad un accordo: i lavoratori avrebbero sospeso l’azione sindacale a patto che l’azienda avesse pagato entro il giorno successivo i salari e tutte le altre spettanze. Diversamente gli operai avrebbero ripreso la loro libertà d’azione proseguendo nello sciopero.

Purtroppo la domenica passò ed anche il lunedì senza che la “Iacona”, la quale aveva promesso di pagare i salari e le altre spettanze in cantiere e soltanto quando il lavoro fosse stato ripreso, mantenesse i suoi impegni per cui lo sciopero continuò sempre sotto la guida di Di Salvo. Ma questo impegno deciso e generoso di Di Salvo fu l’atto finale per decidere da parte della mafia locale la sua morte.

La sera del 17 marzo, mentre Di Salvo si recava a bere un bicchiere di vino con alcuni amici e colleghi, fu affrontato da Luigi Puzzo, legato al boss mafioso locale e che nei giorni precedenti aveva cercato dì interrompere le agitazioni sindacali. Il mafioso sparò un colpo di pistola che colpì Di Salvo mentre si era messo in mezzo per impedire che Puzzo sparasse. Puzzo verrà arrestato solo nel 1959 e condannato per il delitto a quattordici anni di prigione.

Di Salvo non venne mai ricordato né a Licata né altrove (tranne negli ultimi anni) e il suo assassinio non ricevette nessuna attenzione da parte della stampa a parte un trafiletto sul Giornale di Sicilia che non citava neanche la sua appartenenza al sindacato. Lasciò due figli e una moglie in attesa del terzo.

 

 

 

Foto da: licatainrete.it

Fonte: licatainrete.it
Articolo del 12 marzo 2019
Vincenzo Di Salvo, il sindacalista che non si è piegato alla mafia

La storia che vi stiamo per raccontare non ha un lieto fine. Almeno in teoria.
Il protagonista di questa storia è Vincenzo Di Salvo, giovane sindacalista licatese ucciso dalla mafia.

Vincenzo però, a distanza di tanti anni, vive nel ricordo di quanti gli hanno voluto bene: amici, colleghi e familiari. E gente comune, persone per cui Vincenzo è un simbolo, un esempio da tramandare.
Perché la mafia è una triste e grave piaga che attanaglia la nostra terra, che ne condiziona lo sviluppo e la crescita.

Vincenzo Di Salvo nasce a Licata il 5 novembre 1922. Ha una famiglia, è padre di due figli; ha un lavoro presso una ditta dove svolge anche funzioni sindacali. Ed è proprio in questo aspetto che si configura il suo omicidio.
Erano giorni turbolenti quelli precedenti all’omicidio, avvenuto il 17 marzo 1958 in via Marconi.
Erano giorni in cui i lavoratori dei cantieri protestavano compatti per chiedere il pagamento degli stipendi ed il rispetto degli accordi di lavoro. Vincenzo era li in testa, a difendere i suoi ed i diritti dei suoi colleghi.
Le proteste costrinsero la ditta Jacona a sedersi ad un tavolo e cedere, almeno sulla carta, alle pretese dei lavoratori.

È proprio in questi giorni che nei cantieri si vedono losche figure, tra le quali quella di Salvatore Puzzo; una fedina penale non proprio limpida la sua, diversi precedenti penali e indiziato di associazione mafiosa.
Salvatore Puzzo era solito intimidire i manifestanti, cercando di farli desistere dalla pretesa di vedere rispettati i propri diritti. Il giorno dell’omicidio i lavoratori erano riuniti sotto il palazzo di Città, in attesa del ragioniere che avrebbe dovuto pagare le spettanze. Ciò non accade, provocando ovviamente malcontento tra le persone.
Sono gli ultimi istanti di vita di Vincenzo. Mentre con amici e colleghi si allontanava, veniva raggiunto da Puzzo che inveendogli contro, dopo un acceso diverbio estrasse la pistola e fece fuoco contro Vincenzo Di Salvo.
E in quelle ore accadde qualcosa che a Licata era abbastanza sconosciuto: venne abbattuto il muro dell’omertà.
Tante le persone che raccontarono come si svolsero i fatti, tante le persone che accusarono Puzzo di essere esecutore dell’omicidio e di aver turbato i lavoratori nei giorni precedenti.

A distanza di sessant’anni è stata l’associazione A Testa Alta ad aver tirato fuori dagli archivi questa storia; è merito di questa associazione se oggi, Vincenzo Di Salvo, viene ricordato come è giusto ricordarlo: da eroe. Perché gli eroi sono coloro che hanno il coraggio di ribellarsi a chi crede di vincere con i soprusi o, semplicemente, che si sentono “sperti”.
Vincenzo oggi è un eroe da far conoscere soprattutto ai più giovani, Puzzo è solo un criminale, un codardo che ha anche tentato la latitanza dopo l’omicidio ma che pochi giorni dopo è stato arrestato nei pressi di Frosinone.

Vincenzo Di Salvo, insieme a Salvatore Bennici ( licatainrete.it ), ucciso dalla mafia per essersi ribellato al racket, sono gli esempi che dobbiamo custodire gelosamente e tramandare di generazione in generazione.

 

 

 

 

 

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