18 Ottobre 1994 Acate (RG). Ucciso Saverio (Elio) Liardo, perché si era rifiutato di pagare il pizzo.

Foto da liberainformazione.org

Era la sera del 18 ottobre del 1994 quando Saverio Liardo, conosciuto come Elio, veniva ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, però, il Tribunale di Catania ha stabilito con sentenza passata in giudicato, che si trattava di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: “Se non pagate, farete la sua stessa fine”. Messaggio chiaro, lineare. Le indagini, tuttavia, come sempre succede in Sicilia, hanno seguito la pista passionale. Una questione di amanti. Una questione di ingiustizia, lunga ingiustizia. Saverio Liardo era un onesto lavoratore, marito e padre di due figli.
Dopo i primi momenti di scoramento, raccontano madre e figlio, «non ci siamo più fermati». Hanno subito capito il motivo per cui Saverio Liardo era stato ucciso. «Si era rifiutato di pagare il pizzo», racconta la signora Saita che ricorda: «Mio marito diceva: “a questo non mi piegherò mai”, non è mai sceso a compromessi». Saverio Liardo non ha voluto pagare il pizzo ai boss e per questo è stato ucciso. «C’erano amici di papà – racconta Francesco Liardo – che hanno dichiarato che mio padre temeva gente che chiedeva il pizzo». Le prime indagini, gestite dai carabinieri e archiviate per due volte, tuttavia puntavano ad altro. (Tratto da Liberainformazione.org)

 

 

Foto e Articolo da  liberainformazione.org
Articolo dell’11 ottobre 2011
Saverio Liardo ucciso perché si rifiutò di pagare il pizzo
di Gaetano Liardo
La moglie, Cettina Saita: In questi anni hanno mortificato la mia dignità di donna e di madre

Che si trattasse di un omicidio di mafia lo sapevano tutti a Niscemi. Ma per poterlo definitivamente affermare si è dovuti attendere sedici lunghi anni. Era la sera del 18 ottobre del 1994 quando Saverio Liardo, conosciuto come Elio, veniva ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, però, il Tribunale di Catania ha stabilito con sentenza passata in giudicato, che si trattava di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: “Se non pagate, farete la sua stessa fine”. Messaggio chiaro, lineare. Le indagini, tuttavia, come sempre succede in Sicilia, hanno seguito la pista passionale.

Una questione di amanti. Una questione di ingiustizia, lunga ingiustizia. Saverio Liardo era un onesto lavoratore, marito e padre di due figli. Una famiglia modello. La moglie, Cettina Saita e i due figli Francesco e Ignazio, hanno combattuto un lunga battaglia, protetti dalla loro dignità. «In questi anni – racconta la signora Saita – hanno mortificato la mia dignità di madre, di donna. Stavamo nel silenzio, nel nostro dolore». «Siamo stati una coppia serena, amorosa. Non sapevo dare una spiegazione. Mio marito era un lavoratore onesto, un onesto padre di famiglia». E’ impressionante la calma che riesce a trasmettere la signora Saita. La incontro in estate a Niscemi. Con lei il figlio Francesco. Mi riceve nel salone della sua casa. Tutto lì dentro trasmette la dignità ferita di una famiglia che ha dovuto lottare una lunga battaglia per ottenere verità e giustizia. Ma che, nonostante tutto, è riuscita a trovare la forza per andare avanti.

Dopo i primi momenti di scoramento, raccontano madre e figlio, «non ci siamo più fermati». Hanno subito capito il motivo per cui Saverio Liardo era stato ucciso. «Si era rifiutato di pagare il pizzo», racconta la signora Saita che ricorda: «Mio marito diceva: “a questo non mi piegherò mai”, non è mai sceso a compromessi». Saverio Liardo non ha voluto pagare il pizzo ai boss e per questo è stato ucciso. «C’erano amici di papà – racconta Francesco Liardo – che hanno dichiarato che mio padre temeva gente che chiedeva il pizzo». Le prime indagini, gestite dai carabinieri e archiviate per due volte, tuttavia puntavano ad altro.

Dopo la prima archiviazione il caso fu riaperto i seguito ad una “soffiata” ricevuta dai carabinieri. Un’indicazione molto puntuale che, tuttavia, cadde nel vuoto. Le intercettazioni disposte registrarono la conversazione della moglie di uno di quelli indicati come il killer. La donna, parlando con una conoscente, affermava che il marito non aveva nulla a che vedere con l’omicidio. Era il 1997. Si è dovuto aspettare il 2008 affinché le indagini ripartissero. Nella giusta direzione.

Il fascicolo sull’omicidio di Saverio Liardo passa nelle mani di Fabio Scavone, magistrato presso la Direzione distrettuale antimafia di Catania. Schiavone si occupa del ragusano e conosce bene la realtà mafiosa della provincia “babba”. Ad accelerare le indagini un collaboratore di giustizia, Giuseppe Ferrera. Le sue dichiarazioni sono ritenute attendibili, nonostante alcune imperfezioni ritenute comunque secondarie dal pm. Ferrera, infatti, si autoaccusa dell’omicidio di Saverio Liardo, chiamando in causa altri due complici: Antonio Barone, nel frattempo deceduto e Francesco La Russa. Il processo, celebrato nel Tribunale di Catania nei confronti del solo Giuseppe Ferrera, va avanti speditamente. Il 14 luglio del 2010 arriva la sentenza di condanna.

Una vittoria a metà per la signora Cettina Saita e per i due figli Francesco e Ignazio. Dimezzata perchè il Tribunale non si è espresso nei confronti dell’altro killer, Francesco La Russa, nei cui confronti si procederà in separata sede. A metà perchè ancora oggi, a più di un anno dalla sentenza passata in giudicato poichè Giuseppe Ferrera ha deciso di non appellarsi, la famiglia non ha ricevuto i benefici di legge previsti per i familiari di vittima di mafia.

«Dopo 17 anni mi viene ancora difficile credere nell’antimafia», commenta amaramente Francesco. Diciassette anni di dolori e sofferenze, silenzi e omertà, e una giustizia troppo lenta ad arrivare.

 

 

Fonte:  liberainformazione.org 
Articolo del 18 ottobre 2011
L’omicidio di Saverio Liardo un esempio per chi non voleva pagare
di Gaetano Liardo

Ucciso perché si rifiutò di pagare il pizzo ai boss. È questa la verità giudiziaria emersa dalla sentenza del Tribunale di Catania sull’omicidio di Saverio Liardo. Condanna a sedici anni nei confronti di Giuseppe Ferrera: «Per avere – si legge nel dispositivo – in concorso con Barone Antonio (deceduto nelle more del procedimento) e La Russa Francesco (nei cui confronti si procede separatamente) cagionato la morte di Liardo Saverio». Con l’aggravante di: «Aver commesso il fatto al fine di agevolare l’associazione mafiosa di appartenenza».

Una verità che si aspettava da quel 18 ottobre del 1994 quando i tre killer fecero irruzione nel distributore di benzina uccidendo Saverio Liardo. Erano gli anni della guerra criminale tra Cosa nostra e la Stidda combattuta a Gela, Niscemi, Vittoria con particolare violenza e intensità. Una guerra che richiedeva molto denaro per poter essere sostenuta dai due schieramenti. Soldi, tanti soldi da estorcere a commercianti e imprenditori. Non poteva, quindi, essere tollerata nessuna defezione. È in questo contesto che matura la decisione del gruppo di fuoco collegato alla Stidda di uccidere Saverio Liardo. Lavoratore instancabile e onesto non voleva piegarsi al diktat dei boss. Una ricostruzione che emerge dai verbali degli interrogatori di Giuseppe Ferrera, divenuto collaboratore di giustizia.

«Quindi là eravamo in guerra – si legge – eravamo, siccome Liardo Saverio non apparteneva lui a nessuno, non apparteneva, siccome quello era un distributore che faceva tanti soldi, quando ha l’ordine quello il mio capo di prendere i soldi, allora c’era la guerra, c’era». Saverio Liardo “non apparteneva a nessuno”, racconta il collaboratore di giustizia, quindi era un bersaglio facile da colpire. Ostinato a non cedere a compromessi, a non piegarsi davanti alla richiesta di pagare 5 milioni di lire alla cosca, doveva essere “punito”. Liardo aveva lanciato una sfida e poteva essere seguito dagli altri commercianti e imprenditori di Niscemi e dei paesi limitrofi. Un rischio troppo grosso per gli Stiddari.

Il Pm domanda: «…e quindi lei è andato a colpo sicuro: per uccidere e basta», Ferrera risponde: «Si, direttamente a colpo sicuro, perché mi hanno ordinato di fare questo». «Perché a noi poi non interessava più – aggiunge – io lo sapevo che ci aveva i soldi addosso, noi lo sapevamo, però dobbiamo dare un esempio agli altri che non pagavano». È tutta in queste parole la triste verità dell’omicidio di Saverio Liardo.  La sua morte doveva servire da esempio per stroncare sul nascere la resistenza civile contro il pizzo. È la stessa brutta storia che ha colpito Libero Grassi a Palermo nel 1991, e nelle vicine Gela Gaetano Giordano nel 1992. Una storia simile a centinaia di altre nel nostro Paese.

La sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Catania il 14 luglio del 2010 insiste molto su questo punto. Il giudice scrive che i reati commessi da Ferrera (l’unico giudicato) sono stati: «Perpetrati (…) allo scopo di intimidire tutti i commercianti sottoposti ad estorsione per effetto della punizione “esemplare” inflitta a quello tra costoro che aveva rifiutato di soggiacere alle pretese del clan medesimo e di persuadere conseguentemente tutti gli altri a corrispondere le tangenti ad ognuno richieste».

Ucciso, denigrato e dimenticato. A diciassette anni dall’omicidio servirebbe recuperare la memoria di Saverio Liardo, ucciso perché si è ribellato alle mafie. Un gesto che ancora in pochi sono capaci di fare.

 

 

 

Fonte:  liberainformazione.org 
Articolo del 15 marzo 2013
Il coraggio di Cettina Saita
di Gaetano Liardo

Firenze, 15 marzo, Palazzo Vecchio. È la giornata in cui i familiari delle vittime innocenti delle mafie si incontrano, si raccontano. Tra gli affreschi che abbelliscono la sala, sede del Parlamento italiano quando il capoluogo toscano fu capitale, si incrociano storie, testimonianze di memoria e impegno. Come quella di Cettina Saita, moglie di Saverio Liardo, ucciso il 18 ottobre del 1994. «Ha pagato con la vita i valori in cui credeva», racconta così la signora Saita la storia del marito. Saverio era un imprenditore, titolare di un distributore di benzina lungo la strada che da Niscemi porta a Vittoria, nel ragusano. Due comuni, questi, che con Gela fanno parte del triangolo della morte. Qui, tra la fin degli anni ’80 e i primi anni ’90 si è combattuta una violenta faida tra Cosa nostra e la Stidda. Per finanziare lo scontro le due organizzazioni mafiose impongono il proprio dominio con l’imposizione scientifica del racket delle estorsioni.

I boss battono cassa. Commercianti e imprenditori pagano tutti, o quasi. Tra quelli che scelgono di mantenere la schiena dritta c’è Saverio Liardo. Decide di non pagare e di cacciare gli estorsori delle cosche. Ha moglie e due figli, Francesco e Ignazio. Lo uccidono la sera del 18 ottobre mentre sta per chiudere il distributore di benzina. Un’esecuzione in piena regola che per i boss vuole essere un messaggio chiaro per chi volesse seguire l’esempio di Saverio.  Omicidio di mafia che viene fatto passare per una storia passionale. A svelare come sono andati veramente i fatti ci penserà un pentito, che si autoaccusa. È il 2009, dopo 15 anni giustizia sembra essere fatta.

«Dopo 19 anni – si sfoga la signora Saita non nascondendo il suo sconforto – nulla  è cambiato. Siamo stati ingiustamente puniti una seconda volta. Dopo la sentenza, divenuta definitiva, non si è sbloccato nulla. Ho bisogno di aiuto e di dare un senso di giustizia ai miei figli». Lentezze e problemi burocratici impediscono ai familiari di Saverio Liardo di ottenere i benefici di legge, lasciando la signora Saita nell’attesa estenuante di una decisione che possa fare giustizia a chi ha subito un torto enorme. «Proviamo rabbia, tanta rabbia», è tutto quello che, con grande dignità riesce a dire la signora Saita. Poi si asciuga una lacrima e torna a sentire le storie di quei tanti che, come lei hanno perso un marito, un figlio, un fratello. Uccisi perché hanno saputo dire di no alla violenza dei boss.

 

 

 

 

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