18 Settembre 1999 Barra (NA). Ucciso Salvatore D’Ambrosio, finanziere di 23 anni. Un ragazzo gli sottrae l’arma di ordinanza e gli spara contro tutti i proiettili

Foto: noninvano.it

Salvatore D’Ambrosio, 23 anni, finanziere a La Spezia, viene ucciso a Barra il 18 settembre 1999, mentre aspettava la fidanzata sotto casa. Un ragazzo del quartiere gli chiede una sigaretta e quando questi si accorge che Salvatore ha una pistola nella cintola prontamente gliela sottrae sparando un colpo alla gamba e quando Salvatore D’Ambrosio si dichiara appartenete alle forze dell’ordine, il ragazzo preso dall’ira gli esplode contro tutti i colpi della pistola, uccidendolo con efferatezza. Orfano di padre, lascia la sua giovane madre e quattro fratelli.
Fonte:  noninvano.it

 

 

Fonte: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/09/20/napoli-delitti-dei-balordi.html
Articolo del 20 settembre 1999
Napoli, i delitti dei balordi
di Ottavio Ragone

NAPOLI – “Allora sei un guappo, uno malamente, un fetente, ma qui comando io, adesso ti accido, ti ammazzo…”. “Non farlo, aspetta…”. L’ ultimo dialogo tra un assassino e la sua vittima, agghiacciante preludio alla morte. Ciro Cavallaro detto Ciro ‘ o pazzo, 22 anni, un balordo, tossicodipendente, si avvicina a Salvatore D’ Ambrosio, finanziere di 23 anni in licenza a Napoli. Salvatore è in borghese, aspetta in macchina la sua ragazza. L’ assassino: “Mi fai accendere la sigaretta?”. La vittima: “Ecco l’accendino, prendi”. La giacca di D’ Ambrosio si apre e spunta la fondina con la pistola di ordinanza, Salvatore la portava sempre con sé. L’ assassino: “Allora sei un guappo, vuoi fare il boss con la pistola, ma tu non sai chi sono io, non conosci Ciro ‘ o pazzo, io accido ‘ a gente, ammazzo le persone, nel quartiere mi conoscono…”. La vittima: “Che dici, che vuoi da me…”. Cavallaro scatta nell’ auto, afferra l’arma dalla fondina. Grida, bestemmia. L’ assassino: “Esci dalla macchina, bastardo, vieni qua”. Lo tira fuori. Spara un colpo nella gamba del finanziere, che cade a terra, ferito. Incredulo, supplica: “Aspetta, non sparare, che fai, non hai capito, non sono un guappo, guarda qui, ho il tesserino, sono della Finanza”. Apre il portafoglio, mostra il tesserino delle fiamme gialle. L’ assassino: “Un finanziere? ‘ Nu sbirro? Allora muori, muori, io ti ammazzo, io accido ‘ a gente”. Silenzio, morte. Nell’ androne del palazzo si allarga il sangue, una macchia vivida sulle pietre. “Io sparavo, sparavo, e la mano se ne andava per conto suo, non riuscivo più a fermarla, non pensavo più a niente, non vedevo nulla davanti a me”. Ciro racconterà più tardi, alla polizia, il raptus che l’ha colto. La vita finisce così, alle sette di sera, a Barra, periferia violenta di Napoli, quartiere di giovani senza speranza. Ciro ‘ o pazzo punta la pistola contro D’ Ambrosio. Lo ammazza con due colpi alla testa, altri sette all’ addome. Il gesto di un folle annebbiato dalla droga. Cavallaro era già stato ricoverato in manicomio. Ha cinque fratelli, tutti pregiudicati come lui. Uno di questi pochi mesi fa tentò di uccidere una prostituta polacca. Un istante dopo il delitto Ciro ‘ o pazzo scaglia l’arma a terra e fugge, se ne va nel bar gestito dai familiari come se nulla fosse. Commette madornali errori. In due ore polizia e carabinieri risolvono il giallo del finanziere assassinato senza ragione. “Non può essere una rapina, un bandito non si accanisce così sulla vittima…”, il procuratore aggiunto Guglielmo Palmeri intuisce la traccia giusta. L’assassino ha lasciato il suo motorino accanto al cadavere, e le impronte sul manico della pistola. Gli agenti della squadra mobile arrestano Cavallaro, lo portano in questura. Lui confessa, sulle mani e sui vestiti ha ancora le tracce della polvere da sparo. Si può morire anche così, a Napoli. Dove la storia di Ciro somiglia a quelle di tanti altri ragazzi bruciati, irrecuperabili. Figli di un destino maledetto. Schegge impazzite, meteore di una malavita balorda e cinica che sfugge perfino ai codici perversi della camorra. “è la criminalità dei nessuno, questi giovani sono pericolosissimi, imprevedibili nella loro violenza”, dice il questore Arnaldo La Barbera che pure ne ha viste tante, tra la Palermo delle bombe mafiose e la Napoli delle stragi di camorra. Ciro ‘ o pazzo come Antonio Capone, 23 anni, bandito e padre di una bimba di quattro mesi. L’altro giorno, ad Acerra, mentre rapinava un ambulante, Capone ha sparato ferendo all’ occhio Laura Castaldo, 16 anni, che passava di lì per caso e ora rischia di perdere un occhio. Quando l’hanno arrestato, in una masseria di Acerra, alle porte di Napoli, Antonio è scoppiato a piangere: “Non volevo fare del male a quella ragazza, ho perso la testa, faccio le rapine perché mi servono i soldi, devo pagare l’affitto di casa, 500mila lire al mese, deve portare avanti la famiglia”.

 

 

Fonte:  napolitan.it
Articolo del 18 settembre 1999
22enne tossicodipendente ruba la pistola di ordinanza a un finanziere e lo uccide

Salvatore D’Ambrosio è un finanziere di 23 anni in licenza a Barra, quartiere della periferia orientale del Napoli.
Quel giorno Salvatore è in borghese e aspetta in macchina la sua ragazza, aveva con sé la pistola d’ordinanza. Ciro Cavallaro, detto Ciro ‘o pazzo, 22 anni, un balordo, tossicodipendente, si avvicina a Salvatore e gli chiede di fargli accendere la sigaretta.
Nell’aprire la giacca per estrarre l’accendino, la giacca di Salvatore si apre e spunta la fondina con la pistola di ordinanza, nello scorgere l’arma il 22enne inizia ad inveire contro Salvatore: “Allora sei un guappo, vuoi fare il boss con la pistola, ma tu non sai chi sono io, non conosci Ciro ‘o pazzo, io accido ‘a gente, ammazzo le persone, nel quartiere mi conoscono…”.
Mentre Salvatore cerca di calmare il giovane, Cavallaro entra nell’auto e si appropria della pistola. Grida, bestemmia ed intima a Salvatore di uscire dalla vettura: “Esci dalla macchina, bastardo, vieni qua”. Lo tira fuori dall’auto di forza e gli spara un colpo nella gamba. Il finanziere cade a terra, ferito e supplica Cavallaro: “Aspetta, non sparare, che fai, non hai capito, non sono un guappo, guarda qui, ho il tesserino, sono della Finanza”. Apre il portafoglio, mostra il tesserino delle fiamme gialle.
Quella scoperta, tuttavia, inasprisce ancor più Cavallaro che gli punta la pistola contro ed urla: “Un finanziere? ‘ Nu sbirro? Allora muori, muori, io ti ammazzo, io accido ‘ a gente”.
Cavallaro scarica contro Salvatore tutto il caricatore. Una pioggia di proiettili, un lago di sangue e la vita del finanziere viene risucchiata da quel rapido lampo di furia omicida.
“Io sparavo, sparavo, e la mano se ne andava per conto suo, non riuscivo più a fermarla, non pensavo più a niente, non vedevo nulla davanti a me”. Così Ciro racconterà più tardi, alla polizia, il raptus che l’ha colto.
Muore così, intorno alle 19 a Barra, Salvatore, per mano di un giovane violento. Due colpi alla testa, altri sette all’ addome. Il gesto di un folle annebbiato dalla droga. Cavallaro era già stato ricoverato in manicomio. Ha cinque fratelli, tutti pregiudicati come lui. Uno di questi pochi mesi prima tentò di uccidere una prostituta polacca. Un istante dopo il delitto, Ciro ‘ o pazzo scaglia l’arma a terra e fugge, se ne va nel bar gestito dai familiari come se nulla fosse.
L’ assassino ha lasciato il suo motorino accanto al cadavere e le impronte sul manico della pistola. Gli agenti della squadra mobile arrestano Cavallaro nel giro di poche ore e lo portano in questura.
A Napoli non si muore solo di camorra, ma anche per mano di schegge impazzite, meteore di una malavita balorda e cinica che sfugge perfino ai codici perversi della camorra.

 

Fonte:  repubblica.it
Articolo del 19 settembre 1999
Finanziere ucciso, confessa l’omicida: “Mi ha chiesto di accendergli una sigaretta. Poi, in un raptus, l’ho disarmato e ho fatto fuoco”

NAPOLI – L’omicida di Salvatore D’Ambrosio, il finanziere di 23 anni ucciso ieri sera alla periferia del capoluogo campano, è stato fermato dalle forze dell’ordine: si chiama Ciro Cavallaro, ha 22 anni ed è napoletano. Il giovane è stato bloccato da una pattuglia di agenti nella tarda serata di ieri, all’interno di un bar, e poco dopo ha confessato il delitto, sostenendo di aver agito in preda ad un raptus di follia.
Cavallaro è conosciuto nel quartiere con il soprannome di “Ciro ‘o pazzo”. Appartiene a una famiglia numerosa – sei fratelli, tutti pregiudicati, e tre sorelle – che risiede in via Bruno Buozzi, a poca distanza dal luogo dell’omicidio. Anche il padre ha avuto problemi con la giustizia, mentre la madre è affetta da disturbi mentali.

Il giovane è stato fermato da tre poliziotti, all’interno di un bar. Ha cercato di opporsi alla cattura scagliandosi contro gli agenti, ma è stato subito ammanettato.
Quanto alla dinamica, l’intera sequenza del delitto è stata ricostruita dagli inquirenti soprattutto sulla base della confessione dell’omicida. Secondo le sue dichiarazioni, il finanziere si è rivolto a Cavallaro chiedendogli di accendere una sigaretta, ma il pregiudicato, quando si è accorto che D’Ambrosio aveva una pistola nella fondina ha inveito contro di lui, minacciando di aggredirlo. A questo punto il militare si è qualificato estraendo la pistola ma Cavallaro, con un’azione improvvisa, lo ha disarmato, esplodendogli contro numerosi colpi.
Dopo l’omicidio, Cavallaro è fuggito a piedi abbandonando il motorino, di proprietà del padre. A un centinaio di metri di distanza ha gettato via la pistola, su cui sono state poi trovate le sue impronte. L’uomo – che ha precedenti per possesso di armi – risulta nullafacente. Un fratello, Vincenzo, fu arrestato nei mesi scorsi, con l’accusa di tentato omicidio ai danni di una prostituta polacca. Adesso spetterà ai magistrati verificare che la sua ricostruzione del delitto sia veritiera.

 

 

 

 

 

 

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