2 Dicembre 1981 Fasano (BR). Muore Palmina Martinelli, 14 anni. Bruciata viva per essersi rifiutata di prostituirsi.

Foto di: chilhavisto.rai.it

Palmina Martinelli aveva solo 14 anni, viveva a Fasano (BR). Fu arsa viva. Venne trovata ancora in fiamme dal fratello maggiore, Antonio, che rientrando sentì odore di bruciato e i suoi deboli lamenti. Palmina aveva cercato di spegnere il fuoco sotto la doccia, ma in quel momento mancava l’acqua. Il fratello la caricò in auto, portandola subito in ospedale. Morì dopo 22 giorni di sofferenza a causa della gravità e l’estensione delle ustioni. Prima che morisse, un magistrato, munito di registratore, la interrogò, chiedendo cosa fosse successo e chi fosse stato. La ragazza era lucida, ancora in grado di capire e di rispondere, anche se con una voce appena percettibile, rispose “Alcool e fiammifero” e fece i nomi di due ragazzi all’epoca circa ventenni. Di uno dei due, fece anche il cognome ed era il ragazzo di cui si era innamorata. Dell’altro, rispose “Non so”, conosceva solo il nome. I due volevano costringerla a prostituirsi e lei si era fermamente ribellata e opposta. In seguito a varie udienze processuali, furono entrambi scagionati per insufficienza di prove e tutt’ora risultano persone libere. In aula venne anche fatto ascoltare il nastro registrato, ma alla conclusione del processo, si chiuse il caso come suicidio dovuto alla disperazione.
Nel libro ‘Fatti tuoi, cronaca di un omicidio negato”, Nicola Magrone, il magistrato che si occupò del caso, raccogliendo anche la testimonianza di Palmina resa in ospedale, ha scritto “Palmina Martinelli, la ragazzina che venne bruciata viva e che, alla fine del processo, venne “condannata” per calunnia, naturalmente (lo dico senza ironia che sarebbe fuori posto e senza senso) “alla memoria”.
A Fasano ora c’è “Largo Palmina Martinelli (1967 – 1981) giovane vittima di crudele violenza”.
Alla fine del 2012 la famiglia ha chiesto alla procura di Brindisi la riapertura del processo.
Nell’aprile del 2016 la Corte di Cassazione ha deciso di riaprire il caso.

 

 

Nota di: chilhavisto.rai.it

Era l’ 11 novembre del 1981 quando Palmina Martinelli, appena 14enne, venne ritrovata nella sua abitazione di Fasano dal fratello maggiore Antonio, che rincasava intorno alle 16.25, in piedi sul piatto doccia del bagno di servizio con il corpo avvolto dalle fiamme, nel tentativo di salvarsi, reso vano dalla mancanza d’acqua. Sia al fratello che le prestò i primi soccorsi, sia ai medici, agli infermieri e ai carabinieri che per primi la interrogarono, fece con lucidità i nomi dei suoi carnefici, che dandole fuoco avevano voluto punirla per essersi rifiutata di prostituirsi. Presso il Centro di Rianimazione del policlinico di Bari dove fu trasportata per la gravità delle ustioni riportate, Palmina Martinelli rilasciò le sue ultime dichiarazioni alla presenza del pubblico ministero Nicola Magrone e del dott. Tommaso Fiore, responsabile del centro. Le sue parole vennero prima trascritte a verbale e poi registrate anche su nastro magnetico. Con tutta la voce che ancora aveva in corpo, Palmina rispose alle domande degli inquirenti: “Chi ti ha fatto del male?”. “Giovanni, Enrico”, disse. “Puoi dire anche il cognome di queste persone?’ “Uno Costantino. L’altro non lo so”. “Cosa ti hanno fatto queste persone?”. “Alcol, fiammifero”. Giovanni Costantino, uno dei due uomini indicati da Palmina era il ragazzo di cui lei era innamorata. All’epoca dei fatti aveva 19 anni, faceva il militare a Mestre e Palmina gli scriveva delle lettere d’amore. Costantino era già stato in carcere e con il fratellastro Enrico procacciava ragazzine da avviare alla prostituzione. La sorella maggiore di Palmina, Franca, aveva subìto questo destino: si era innamorata di Enrico, era andata a vivere in una chiesa sconsacrata con il giovane e la madre di lui, e dopo aver dato alla luce una figlia, venne costretta a prostituirsi.
Come Enrico con Franca, anche Giovanni stava tessendo la sua tela intorno a Palmina. Quindi la stessa Palmina accusò i suoi assassini, indicò la dinamica, il movente e l’ambiente in cui maturò l’omicidio. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni, il 2 dicembre, morì. Il processo davanti alla Corte d’Assise di Bari iniziò il 28 novembre del 1983 e si concluse il 22 dicembre dello stesso anno con l’assoluzione degli imputati principali per insufficienza di prove. La Corte, per esclusione, avvalorò l’ipotesi del suicidio, sostenuta anche da una lettera lasciata da Palmina sul tavolo della cucina di casa e così interpretata: “Depressa per come veniva trattata in famiglia, avrebbe scritto una lettera di addio alla madre e si sarebbe suicidata dandosi fuoco da sola”. Contro la sentenza di primo grado, il Pm propose impugnazione. Ma ciò non servì a modificare il verdetto, confermato sia in Appello, nel 1987, che in Cassazione, l’anno dopo. La sorella Giacomina non ha mai avuto dubbi, Palmina non si sarebbe mai suicidata. A distanza di 29 anni dalla morte della sorella Giacomina Martinelli chiede la riapertura del caso. Alla sua voce si sono aggiunte quella della sorella Carmela e del fratello Roberto, che ha mandato un appello via email durante la trasmissione.

Aggiornamento del 21 giugno 2010

Importanti testimonianze sulla morte di Palmina Martinelli, la ragazzina di Fasano bruciata viva a solo 14 anni, sono emerse dopo la puntata di martedi 15 giugno. Tutti coloro che l’hanno conosciuta sono stati concordi nell’affermare che Palmina non avrebbe mai potuto suicidarsi, dandosi fuoco da sola. Tra le tante dichiarazioni rilasciate da parenti e amici, una in particolare assume grande significato: e’ quella di una sua ex compagna di scuola, Maria Apruzzese, mai ascoltata  in Tribunale durante lo svolgimento del processo, la quale ha ribadito a “Chi l’ha Visto?” che proprio il giorno della disgrazia la ragazzina aveva pianificato la fuga in Germania insieme a lei: Maria voleva allontanarsi dall’Istituto nel quale viveva e ricongiungersi al padre emigrato in quella terra lontana e Palmina voleva evadere dal suo ambiente familiare, dominato dai pettegolezzi  e dalle restrizioni paterne. Tale affermazione dunque escluderebbe categoricamente l’ipotesi del suicido: se Palmina quell’ 11 novembre aveva pianificato di fuggire e’ vero che non si voleva uccidere e se non l’ha fatto lei, qualcun altro ha dovuto cospargerla di alcool per darle fuoco e questo qualcuno non ha mai pagato per tale delitto.

Aggiornamento del 23 aprile 2012

“Largo Palmina Martinelli (1967-1981) giovane vittima di crudele violenza” è scritto sulla targa scoperta dalla sorella Giacomina insieme all’ex pubblico ministero Magrone e al sindaco Lello Di Bari. Nicola Magrone fu pm nel processo per l’omicidio di Palmina Martinelli. Magrone con l’aiuto dei medici rianimatori, registrò le ultime dichiarazioni della ragazza. L’iniziativa del Comune – ha detto l’ex pm – ”è un gesto di altissimo valore morale e civile; esso, onorando Palmina, onora la comunità di Fasano, il sindaco e l’amministrazione”.  Il sindaco Lello Di Bari era, nell’81, medico – chirurgo nell’ospedale di Fasano e tra i primi fu chiamato a prestare soccorso a Palmina trovata agonizzante in casa, col corpo ustionato in massima parte. Lo scoprimento della targa intitolata a Palmina – ha detto il sindaco – è ”un atto non formale per me, ma certamente velato di un’emozione del tutto particolare”. ”Palmina – ha concluso – è, e rimarrà, il simbolo di una ragazzina che ha avuto la forza di dire no a chi la voleva portare sulla strada della prostituzione e che per questo rifiuto ha trovato la tragica morte”. Alla cerimonia nella piazza adiacente al Comando della polizia municipale hanno partecipato anche i ragazzi dell’associazione antimafia ‘Libera’ che da alcuni anni ha inserito il nome della quattordicenne tra quelli delle vittime dell’omertà e della mafia, sottolineando che ”in punto di morte Palmina pronunciò il nome dei suoi aguzzini, ma quella voce ridotta a un filo dall’agonia non fu ascoltata da nessun giudice”. L’intitolazione della via è partita da una petizione che fu avviata nel dicembre 2010 da Sinistra ecologia e libertà (Sel) e alla quale lo stesso sindaco Di Bari, che è invece alla guida una coalizione di centrodestra, volle apporre la propria firma, seguendo poi l’iter per giungere all’approvazione dell’iniziativa. A febbraio è arrivata anche l’approvazione del Prefetto di Brindisi.

Aggiornamento del 2 ottobre 2012

Esistono ”riscontrati fatti certi” dai quali ”deriva senza ombra di dubbio la prova dell’omicidio volontario”. Lo sostiene la denuncia che una delle sorelle di Palmina Martinelli, ha presentato al procuratore della Repubblica presso il tribunale di Brindisi, Marco Dinapoli, chiedendo che si cerchino ”gli autori dell’omicidio doloso”. Nella denuncia presentata da Giacomina Martinelli, assistita dall’avv.Stefano Chiriatti, si sottolineano  vari aspetti per i quali certamente Palmina è stata uccisa, bruciata viva a 14 anni a Fasano l’11 novembre 1981: tra tutti, una perizia che l’anatomopatologo Vittorio Pesce Delfino, docente nell’Università di Bari, ha compiuto utilizzando recenti tecniche di analisi di immagine computerizzata, nel laboratorio della Società Consortile Digamma, sulle ustioni di Palmina. ”Il volto di Palmina era protetto scrive tra l’altro Pesce Delfino – con entrambe le mani prima dello sviluppo della vampata e quindi dell’innesco dell’incendio. L’incendio fu quindi provocato da altri”.

 

 

Articolo del 23 Giugno 2012 da  blogtaormina.it
Palmina, orrore senza giustizia
Una ragazzina arsa viva ma non creduta: 29 anni dopo, un avvocato chiede la riapertura del caso. Pagò con la vita il rifiuto di prostituirsi, per lo Stato fu “un suicidio”
Torna in primo piano il caso della terribile fine di Palmina Martinelli.

Il programma “Chi l’ha Visto” ha riacceso i riflettori sulla giovane adolescente fasanese morta nel 1983 a solo 14 anni, quando venne trovata bruciata viva nella sua casa. Un avvocato chiede la riapertura del caso.
La ragazza, al momento del ritrovamento era ancora viva, grave e in grado di dire che cosa le è successo. Palmina raccontò di due uomini crudeli, entrati in casa e che le hanno procurato tutto quel dolore. La sua testimonianza è stata registrata e portata in tribunale.
La piccola Palmina non ha mai trovato giustizia. Il processo ai due uomini indicati dalla quattordicenne, come artefici del suo omicidio, iniziò circa due anni dopo la morte dell’adolescente. Eppure la giustizia assolse gli indagati archiviando il caso come “suicidio”.
Palmina Martinelli è stata uccisa perché fermamente decisa a non prostituirsi. L’hanno ridotta a torcia umana ed arsa viva come una strega ma lei, prima di spegnersi, ha indicato i suoi carnefici: due fratellastri dediti allo sfruttamento della prostituzione. Di uno dei due, Palmina, si era invaghita. A conferma di quanto raccontato dalla piccola, c’è proprio quel tremendo nastro audio in cui si sente la flebile voce di Palmina, in punto di morte, che conferma i nomi dei suoi aguzzini e come l’avrebbero uccisa: alcol e fiammifero.
In più, l’alibi di uno dei due – che afferma che il giorno dell’aggressione si trovava a Mestre, in caserma, a fare il militare – crolla, sbugiardato il commilitone. Ma tutto questo non basta alla Corte di Assise di Bari. Il processo iniziò il 28 novembre 1983 e si concluse il 22 dicembre dello stesso anno. La sentenza è choc: gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Palmina non viene creduta, Palmina – dai giudici e dalla Corte popolare – è reputata una bugiarda, una suicida, una strega. Arriva il processo d’appello e anche la Cassazione: tutto confermato, il caso è chiuso, Palmina Martinelli si diede fuoco da sola e poi volle dare la colpa ai due fratellastri aguzzini.
La sentenza passa così in giudicato, i due aguzzini, che furono condannati per sfruttamento della prostituzione, anche ai danni di una sorella di Palmina che fu costretta a vendersi picchiando davanti ai suoi occhi la figlioletta di pochi mesi, vengono ritenuti innocenti e non potranno più essere processati per questo terribile fatto di cronaca. Eppure gli stessi imputati assolti al processo di Palmina avevano in precedenza indotto alla prostituzione la sorella della giovane, sotto la minaccia di ucciderle il figlio.
Un destino disumano, quello di Palmina, che sconvolse l’opinione pubblica italiana e che tutt’ora lascia un profondo dolore e inquietanti dubbi. Avrà mai giustizia Palmina?

”Palmina Martinelli, la ragazzina che venne bruciata viva e che, alla fine del processo, venne “condannata” per calunnia, naturalmente (lo dico senza ironia che sarebbe fuori posto e senza senso) “alla memoria”. Di quella vicenda, di quel processo, di quel libro, ‘Fatti tuoi, cronaca di un omicidio negato’, ancora oggi non ho la voglia di parlare. Fu, quella, un’esperienza che segna la vita dell’uomo e del giudice e che resta come una macchia sinistra e di una tristezza infinita su tutto il sistema giudiziario italiano. Ricorderai che Palmina denunciò in punto di morte a me, che ero il pubblico ministero, ma prima ai medici, agli infermieri e a tutti quelli che le rivolsero qualche domanda, i suoi assassini. Alla fine, gli imputati fu­rono assolti e di lei si sentenziò che aveva mentito, che si era data fuoco da sola e che aveva accusato deliberatamente due giovani innocenti. […] Commentai che se fosse stata la figlia di un giudice le avrebbero creduto… Anche per questo, naturalmente, subimmo, subii, una sorta di linciaggio ed un tentativo grossolano di procedimento disciplinare. Certo non fu questa “appendice” istituzionale e giornalistica a spaventarmi; mi spaventò la verifica “sul campo”, se ne avessi avuto biso­gno, dell’ impossibilità di difendere in un’ aula di giustizia una ragazzina bella, giovanis­sima, povera, senza diritti, carica di speranze ingenue”. [dall’intervista fatta da Mario Dilio a Nicola Magrone, Al ‘Bar Silone’, 15 giugno 1991, pubblicata nel volume di Conversazioni su Ignazio Silone di Nicola Magrone, Ernesto Balducci, Tonino Bello, Fabrizio Canfora, Laici e cristiani ”il seme sotto la neve”, edizioni dall’interno-Sudcritica, 1996]

 

Palmina un omicidio negato

Puntata di “Chi l’ha visto?” del 16 giugno 2010

 

Non voleva morire

Puntata di “Chi l’ha visto?” del 21 giugno 2010

Palmina Martinelli

Puntata di “Chi l’ha visto?” del 13 giugno 2012

 

 

 

articolo del 14 Febbraio 2013 da  brindisireport.it
Il pm ricorda le ultime parole di Palmina: “Avrei voluto farle sapere: io ti credo”
di Roberta Grassi

“Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno mi tappano gli occhi mi mettono lo spirito e mi infiammano”. Sono le parole che Palmina Martinelli, un ‘tronchetto nero di carbone’, con una voce sottile, affidò al magistrato Nicola Magrone che indagava sul suo terribile omicidio, femminicidio si direbbe oggi.

Palmina, 14 anni, una ragazzina bellissima, di una bellezza quasi stridente con il degrado in cui la sua famiglia viveva, che si rifiutò di cedere al ricatto di coloro che volevano si prostituisse, è stata ricordata questo pomeriggio a San Pancrazio Salentino, nel santuario di Sant’Antonio alla Macchia, in una manifestazione organizzata da Retinopera Salento nel giorno di San Valentino, per parlare d’amore.

Un amore negato, bruciato, straziato ma non dimenticato. All’incontro di testimonianza di questo pomeriggio hanno partecipato Rino Spedicato, di Retinopera, diverse associazioni di volontariato, l’amministrazione comunale di San Pancrazio Salentino, oltre ai ragazzi delle scuole. Per Palmina non v’è mai stata giustizia.

Al termine di tutti e tre i gradi di giudizio il suo martirio fu ritenuto incredibilmente un suicidio dai giudici che, secondo lo stesso Magrone che sostenne la pubblica accusa (il primo grado si concluse con due assoluzioni per insufficienza di prove), si macchiarono di una colpa gravissima: “Palmina era una cosa troppo piccola” ha detto oggi il magistrato, a 32 anni dai fatti e 30 dal processo.

“Se Palmina fosse stata figlia di un giudice non sarebbe andata così” ha aggiunto. E poi ancora: “Palmina ha pagato per la povertà del suo contesto, per la sua insignificanza economica”. E’ stata uccisa come una strega ha proseguito Magrone nel silenzio della platea quando ha letto le trascrizioni delle ultime parole della vittima di una atrocità medievale.  “Io avrei voluto solo dirle che le credevo. Adesso, a distanza di anni, se tornassi indietro le direi che io credevo a quello che lei raccontava”.

Al pm Magrone fu mossa un’accusa, quella di essere troppo coinvolto: “Io avevo il dovere di appassionarmi a cause come queste. Perché un procuratore della Repubblica non deve stare dalla parte dei prepotenti, ma delle Palmine di tutto il mondo”. Un applauso scrosciante ha sottolineato un racconto sincero ed emozionato che si è concluso proprio con la rievocazione della verità di Palmina, quella verità che è rimasta ‘congelata’ in un registratore e che, pur essendo una verità di fatto, non è mai divenuta una verità processuale.

“Io li conoscevo bene – disse la 14enne parlando dei suoi assassini – andavano al bar e mamma li ha messi sulla buona strada, loro non avevano voglia di lavorare. Mi volevano portare lì, io non ci volevo andare e mi ha detto tu morirai con le mie mani. Ho detto io ammazzami, ma io con te non ci vengo. Allora da quel giorno hanno fatto un sacco di dispetti, lettere. Dicevano che mamma invece di andare a lavorare andava per la strada”.

E infine l’apice del dolore, la disperata aspirazione alla morte che tanto stride con le quattordici primavere vissute:“Ora mi hanno fatto questo sfregio se guarisco mi uccideranno. Ho quindici anni e della vita mi sono stancata. Vorrei soltanto morire nelle braccia di Cristo che mi aspetta”. Per la giustizia Palmina si uccise da sé. La storia è un’altra, come è inciso in un vecchio nastro che fu acquisto agli atti, lì dove c’è ancora la flebile voce di Palmina che “non si capiva neppure da dove venisse – ha riferito Magrone – perché le labbra non si muovevano”.

Ora, alla fine dello scorso anno, la sorella di Palmina Martinelli ha chiesto alla procura di Brindisi la riapertura del processo. Ed è l’unica occasione perché le parole sussurrate della quattordicenne possano finalmente essere prese in considerazione, se anche non dovesse servire più a far pagare il conto ai colpevoli, a dare loro (ufficialmente) un nome oltre che una pena esemplare.

 

 

Articolo del 4 Aprile 2016 da ilfattoquotidiano.it
Palmina Martinelli, la 14enne bruciata viva nel 1981: la Cassazione riapre il caso
L’adolescente morì a seguito delle ustioni riportate. Una nuova perizia richiesta dalla sorella che non ha mai accettato l’assoluzione delle due persone accusate dalla ragazzina in punto di morte riapre il caso. La Suprema corte ordina un nuovo processo: “Non può essersi trattato di suicidio”

Nel 1981 Palmina Martinelli fu arsa viva, a quattordici anni. Oggi il suo caso viene fatto riaprire dalla Cassazione, sollecitata dalla sorella della vittima, Giacomina che, sebbene le due persone imputate per il delitto siano state assolte in via definitiva, per trentacinque anni ha contestato l’ipotesi che l’adolescente possa essersi data alle fiamme volontariamente, con l’intento di suicidarsi.

Nell’ospedale di Bari, dove morì in seguito alle ustioni riportate, la ragazzina aveva fatto i nomi dei suoi aguzzini, che le diedero fuoco per punirla di essersi rifiutata di prostituirsi. “Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno, mi tappano gli occhi, mi mettono lo spirito e mi infiammano”, disse la ragazzina al pm Magrone dal suo letto d’ospedale. Le due persone all’epoca imputate, vennero poi assolte in via definitiva nel 1989 dalla Cassazione. La sentenza della Suprema corte riconosceva l’insussistenza del fatto e che confermò i verdetti di assoluzione dei due imputati che in primo e secondo grado erano stati emessi con formula dubitativa.

Con una decisione del 30 marzo, la Cassazione decide che debba essere adesso la Procura di Bari a indagare sulla morte di Palmina. E così si annulla l’ordinanza del gip di Brindisi che il 28 aprile 2015 aveva disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte sopraggiunta “a causa delle ustioni riportate nel suo abbruciamento”.

La Suprema Corte ha cioè accolto il ricorso di Giacomina, che già nell’ottobre 2012 presentò una denuncia alla Procura di Brindisi facendo riaprire il caso. Tre anni dopo la Procura aveva concluso che fosse “ragionevole” ritenere che la ragazzina di Fasano (Brindisi) fosse stata uccisa e non si fosse suicidata. Ora è invece la Corte di Cassazione a riaprire uno spiraglio, accogliendo una questione di competenza territoriale sollevata da Stefano Chiriatti, l’avvocato che assiste la sorella Giacomina.

Nel 2012 il nuovo esposto della sorella, la consulenza medico legale e la perizia grafologica che accertarono che Palmina si coprì gli occhi con entrambe le mani mentre qualcuno appiccava il fuoco: non volle guardare, ma soprattutto non poté fare tutto da sola. A comprovare l’ipotesi dell’omicidio c’è poi il contenuto del biglietto d’addio ai familiari, che sarebbe stato redatto con due grafie diverse: prova, questa, di una manipolazione.

I giudici hanno ora annullato senza rinvio il decreto di archiviazione del Tribunale di Brindisi e trasmesso gli atti ai pm di Bari perché si indaghi ancora: secondo il vecchio Codice Penale in vigore fino al 1989, infatti, la competenza veniva stabilita sulla base del luogo della morte e non del posto in cui era stato compiuto il reato. La giovanissima vittima morì nel Policlinico del capoluogo pugliese. Tutto il lavoro già compiuto dai pm brindisini che hanno chiesto l’archiviazione sul principio del “ne bis in idem” (mai imputati due volte per lo stesso fatto) confluirà in un nuovo fascicolo.

Nicola Magrone, il pm che all’epoca dei fatti indagò sulla vicenda, sostenne l’accusa e oggi è sindaco di Modugno (Bari), cittadina che sta per intitolare una piazza all’adolescente coraggiosa che in punto di morte fece i nomi dei suoi presunti assassini. “Sono ancora fiducioso che Palmina ottenga giustizia. È una battaglia di civiltà“, spiega Magrone.

 

 

Fonte:  bari.repubblica.it  
Articolo del 16 novembre 2017
Bari, riaperto il caso della 14enne arsa viva a Fasano: “Palmina Martinelli non si suicidò”

Trentasei anni fa la ragazza fu trovata avvolta dalle fiamme in casa sua e morì dopo 21 giorni di agonia. I due uomini accusati sono stati assolti in via definitiva: ora si cercano eventuali corresponsabili

Trentasei anni fa una quattordicenne di Fasano, in provincia di Brindisi, veniva trovata avvolta dalle fiamme nella sua casa. Era l’11 novembre del 1981: Palmina Martinelli morì dopo 22 giorni di agonia nel Policlinico di Bari. Fino a oggi la giustizia non è riuscita a trovare colpevoli per quella morte. Nelle sentenze di assoluzione, passate in giudicato ormai da più di vent’anni, è scritto che si sarebbe data fuoco da sola: un suicidio per sottrarsi a un giro di prostituzione minorile.

Anni dopo, nuove denunce e accertamenti medico-legali hanno però stabilito che fu arsa viva. Le sue mani coprivano il volto mentre le fiamme le consumavano il corpo. Non voleva vedere, cercava di difendersi. Qualcuno l’ha ammazzata. E la Procura di Bari, dopo la pronuncia della Cassazione di un anno fa che le assegnava la competenza a indagare sul caso, ha riaperto le indagini. L’ipotesi di reato, al momento a carico di ignoti, è di omicidio volontario aggravato.

I due soggetti che all’epoca furono individuati come i presunti assassini dall’allora pm Nicola Magrone sono stati assolti, quindi non potranno più essere processati per il delitto. Le inquirenti baresi Simona Filoni e Bruna Manganelli, alle quali è stato affidato il nuovo fascicolo, puntano quindi ad accertare se esistano eventuali corresponsabili, se cioè sia ancora possibile ricostruire il contesto che portò a quella tragica fine e ipotizzare nuove responsabilità.

Trasmettendo le carte a Bari, la Cassazione aveva accolto il ricorso della sorella della vittima, Giacomina Martinelli, contro l’archiviazione disposta dalla magistratura di Brindisi, che nel 2012 aveva riaperto le indagini. I pm brindisini arrivarono alla conclusione che Palmina fu arsa viva, e che dunque non si trattò di suicidio, senza riuscire tuttavia a identificare i responsabili dell’omicidio. Le pm baresi ora ripartono proprio da qui.

Magrone oggi è sindaco di Modugno (Bari), cittadina che ha intitolato una piazza all’adolescente che in punto di morte fece i nomi dei suoi presunti assassini. “Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno, mi tappano gli occhi, mi mettono lo spirito e mi infiammano”, disse la ragazzina con un filo di voce a Magrone mentre era agonizzante nel suo letto d’ospedale. “Sono ancora fiducioso che Palmina ottenga giustizia”, dice adesso Magrone.

Dopo una prima fase, durata mesi, di studio delle carte e della documentazione contenute nei precedenti fascicoli sulla morte di Palmina Martinelli e custoditi in parte negli archivi giudiziari baresi e in parte a Brindisi, i magistrati di Bari ritengono ora che ci siano margini di approfondimento per l’identificazione di eventuali corresponsabili nel delitto. L’obiettivo della Procura di Bari è allargare l’orizzonte all’intero contesto, anche familiare, che portò alla morte dell’adolescente. Impregnato – stando agli atti – di degrado e illegalità. Nelle prossime settimane saranno convocate dagli inquirenti di via Nazariantz decine di persone ritenute informate sui fatti, familiari e conoscenti della vittima.

 

 

Video Rai
Chi l’ha visto? Palmina Martinelli – 22/11/2017

 

 

Fonte: nextquotidiano.it
Articolo del 5 dicembre 2017
Palmina Martinelli: la perizia che ha riaperto il caso
di Sara Cordella

Nell’aprile del 2016 la Corte di Cassazione ha deciso di riaprire il caso di Palmina Martinelli, la ragazzina di 14 anni che l’11 novembre 1981 fu cosparsa di alcol e bruciata all’interno della sua abitazione di Fasano, in provincia di Brindisi. A un anno e mezzo di distanza, la Procura di Bari sta procedendo per omicidio volontario aggravato a carico di ignoti. Sara Cordella, grafologa forense, spiega cosa c’è che non torna nella vicenda della lettera che è stata al centro dell’assoluzione degli imputati

Ci sono persone, vicende, storie che diventano un simbolo: simbolo di una società, e di un momento storico preciso.
Accade così che una ragazzina di quattordici anni diventi il simbolo di tutte le storture di una certa mentalità.
I quattordici anni, vissuti troppo velocemente e finiti troppo presto, sono quelli di Palmina Martinelli da Fasano.

“Dal letame nascono i fiori”, cantava De Andrè: questo verso racchiude la vita di Palmina Martinelli.
Sesta di undici figli, Palmina vive con la famiglia nelle case popolari di Fasano.
La situazione economica della famiglia è molto precaria ed il sogno di Palmina è semplicemente quello di crearsi una sua famiglia.
Ha solo quattordici anni, Palmina, ma è già una ragazza determinata, oltre che bella ed intelligente.
Palmina desidera le cose più belle della vita e, da adolescenti, non esiste nulla di più bello dell’amore.
Palmina, infatti, si innamora, ma della persona sbagliata; si innamora di Giovanni Costantini che insieme, al fratellastro Enrico Bernardi, procacciano ragazzine da avviare alla prostituzione.
Esattamente ciò che era accaduto a sua sorella, Franca Martinelli, costretta a prostituirsi.
Arriviamo all’11 novembre 1981, ultimo giorno di vita di Palmina Martinelli.
Palmina, intorno alle 14 e 30, esce di casa per recarsi in chiesa per il catechismo in vista della Cresima.
Nel recarsi in chiesa, ha un alterco con un suo coetaneo che aveva detto di aver avuto un rapporto sessuale con lei.
Ne nasce una discussione accesa, che viene interrotta dall’arrivo del padre e del cognato di Palmina, che la riportano a casa.
Palmina rimane sola in casa.
Intorno alle 16 e 25 il fratello di Palmina , Antonio, torna a casa e trova la sorella in bagno avvolta dalle fiamme.
Palmina prova a spegnere le fiamme con l’acqua della doccia ma a Fasano quel giorno l’acqua manca.
Palmina Martinelli viene trasportata prima all’ospedale di Fasano, poi nel reparto di rianimazione del Policlinico di Bari dove arriva in gravissime condizioni, con ustioni estese.
Palmina lotterà contro la morte per 22 giorni per poi raggiungere quella pace che le era stata negata.
Prima di morire riesce a raccontare ciò che è accaduto al pubblico ministero Magrone, che registra le dichiarazioni.

Palmina racconta che a darle fuoco sono stati Giovanni Costantini ed Enrico Bernardi perché lei si era rifiutata di prostituirsi.
Dopo le dichiarazioni di Palmina Giovanni Costantini ed Enrico Bernardi vengono arrestati ed accusati dell’omicidio.
Con loro vengono processate altre 5 persone ( tra cui la madre di Costantini e Bernardi ) per capi di imputazione che vanno dal concorso in omicidio , allo sfruttamento della prostituzione, alla falsa testimonianza.
Con le dichiarazioni di Palmina il processo non dovrebbe aver storia.
Invece le cose vanno diversamente.
Nella cucina dell’abitazione di Palmina viene ritrovata una lettera che per la difesa degli imputati è la prova che Palmina si sarebbe suicidata e che con quella lettera dà l’addio alla sua famiglia.
Nonostante le perizie che mettono in discussione sia l’autenticità di parte della lettera sia la dinamica del presunto suicidio la corte accoglie la tesi della difesa.
Gli imputati saranno assolti in tutti i gradi di giudizio; le uniche condanne saranno per sfruttamento della prostituzione.
La verità giudiziaria è che Palmina Martinelli si è suicidata e che quindi ha mentito al pubblico ministero.
Ma la verità giudiziaria in questo caso corrisponde alla verità di fatto ? Per rispondere a questa domanda ripartiamo dalla lettera.

«Mamma. tu mi capisci e io lo scrupolo non me lo mantengo e allora sono andata a vedere tutte queste fesserie che mi hanno detto Mimmo, Catia, Vito ecc. Papà mi chiude Cesare mi stropia tu chi sei che fai io vi dico una cosa mi sono stufata ADDIO PER SEMPRE».

Per l’accusa questa non è una lettera di addio alla vita ma forse, semplicemente, di addio alla famiglia.
Forse Palmina voleva scappare con Giovanni.
E forse Giovanni la voleva sul marciapiede.
Il grafologo, Mario Franco sostiene che la lettera sia autografa di Palmina fino ad “ADDIO P. ” (spesso firmava con la P appuntata).
Dopo la “P”, infatti, si rileva un puntino.
Dunque “ER SEMPRE” sarebbe stato aggiunto da un’altra mano per avvalorare la tesi del suicidio.
La grafia, dopo la lettera “P”, presenta delle differenze sostanziali, non attribuibili a Palmina.
Se Palmina voleva suicidarsi e questa è la sua lettera di addio alla vita, perché volerla contraffare?

 

 

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

 

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