2 giugno 2018 San Calogero (VV). Soumaila Sacko, immigrato regolare del Mali, 29 anni, sindacalista, è stato ucciso da un pallettone alla testa.

Foto da: wired.it

Soumaila Sacko, immigrato regolare del Mali, 29 anni, sindacalista, è stato ucciso da un pallettone sparato da un fucile che lo ha centrato alla testa, mentre con due amici, del Mali come lui, era andato a raccogliere alcune lamiere per la loro baracca.
La testimonianza di uno dei due amici, ferito ad una gamba: “Servivano delle lamiere e siamo andati in quella fabbrica. Siamo partiti a piedi dalla tendopoli e giunti sul posto avevamo fatto in tempo a recuperare tre lamiere quando qualcuno è arrivato a bordo di una Fiat Panda vecchio modello e ci ha sparato addosso, Sacko è caduto colpito alla testa. Io ho sentito un bruciore alla gamba. Ho visto quell’uomo, bianco, con il fucile. Ha esploso quattro colpi dall’alto verso il basso”

 

 

Fonte:  wired.it
Articolo del 4 giugno 2018
Sul migrante sindacalista ucciso a fucilate nell’Italia del caporalato
di Simone Cosimi
Si chiamava Soumaila Sacko, attivista in difesa dei diritti dei braccianti contro lo sfruttamento dei caporali. Un Paese in grado di ragionare si sveglierebbe con l’ansia nel cuore. E invece il disinteresse (quasi) totale

Per Soumaila Sacko la “pacchia” è finita davvero. E per sempre. Il 29enne maliano è stato ammazzato a fucilate due notti fa nella zona di San Calogero, Rosarno. Stava recuperando lamiere e materiali di scarto da una vecchia fornace abbandonata per rinforzare la sua baracca o quella di chissà quale compagno. Era un “sindacalista” dei braccianti che in quelle terre vengono schiavizzati e sfruttati per la raccolta di frutta e verdura nella Piana di Gioia Tauro. Persone costrette a vivere in condizioni fatiscenti nella nuova e vecchia tendopoli di San Ferdinando: ieri notte è andata (di nuovo) a fuoco la seconda.

L’uomo è stato puntato dalla lunga distanza: “Stavamo raccogliendo delle lamiere quando si è fermata una Fiat Panda bianca vecchio modello ed è sceso un uomo con un fucile che ci ha sparato contro quattro volte – ha spiegato Madiheri Drame, un trentenne che era con la vittima – il primo proiettile ha colpito Soumayla alla testa, facendolo crollare”. Il cecchino non si è fermato e ha colpito Drame alla gamba. Un altro migrante, il 27enne Madoufoune Fofana, è riuscito a cavarsela e ha dato l’allarme. Soumayla è morto sotto i ferri all’ospedale di Reggio Calabria.

Non che questo renda meno feroce l’esecuzione a freddo di quel ragazzo ma, a quanto pare, l’uomo era regolare e attivamente impegnato con i sindacati di base per tentare di migliorare le condizioni di vita dei migranti sfruttati dal sistema delle mafie agricole locali. Oggi l’Unione sindacale di base ha indetto una giornata di sciopero dei braccianti. A quanto pare i carabinieri della Compagnia di Tropea e i magistrati della Procura di Vibo Valentia starebbero per risolvere il caso e avrebbero individuato l’omicida. Difficile capire il movente, che potrebbe tuttavia ruotare proprio intorno all’impegno di Sacko sui temi del (disumano) lavoro di quelle terre.

Un fatto che nasce da un contesto enorme, che si trascina da anni – almeno dalla tristemente celebre “rivolta di Rosarno” – e che non è mai stato risolto. Quell’accampamento, più volte smantellato, dato alle fiamme e rinato dalle sue ceneri, è probabilmente uno dei simboli plasticamente più drammatici di come i buchi del sistema dell’accoglienza italiano siano stati infettati e penetrati dalle mafie che fanno degli ultimi carne da macello.

Il clima è durissimo. Il nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini, nonostante abbia ora per le mani le leve del comando, continua a sfoderare una violenta narrazione da campagna elettorale scaldando gli animi delle persone. Quando, appunto, dovrebbe invece iniziare a governare (anche le situazioni come San Ferdinando) e al contempo provare a ridimensionare le pachidermiche aspettative che la sua sola, taumaturgica presenza appare sollevare. Senza contare che tenere la temperatura troppo elevata potrebbe ostacolare un lavoro che invece, considerando la pesantissima poltrona che occupa, va condotto con attenzione, cautela e rispettando i diritti umani.

Ma il punto non è neanche questo. Semmai, è che un Paese minimamente in grado di ragionare – ragionare, non tifare – si sveglierebbe con l’ansia nel cuore per l’assassinio di quel ragazzo. Che per giunta cercava di fare ciò che troppi italiani non fanno e contrapporsi al caporalato del quale invece anche molti italiani sono vittime (la storia di Paola Clemente, morta il 13 luglio 2015 nelle campagne di Andria, è impossibile da dimenticare). Poco scalpore, invece, e nullo dolore. Rare reazioni. Scarse se non nulle mobilitazioni a parte quella di stamattina al campo in fiamme. Il nuovo mantra della Repubblica italiana, Prima gli italiani, significa anche che un morto ammazzato del Mali semplicemente non rientra nel nostro radar. La pagheremo carissima perché dimenticheremo chi siamo.

 

 

 

Fonte:  repubblica.it
Articolo del 4 giugno 2018
Migrante ucciso a fucilate in Calabria, incendio nella vecchia tendopoli. E oggi sciopero dei braccianti.
A fuoco copertoni e rifiuti: impedito l’intervento ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine. Si temono reazioni all’omicidio dell’attivista del sindacato del Mali e al ferimento di altri due connazionali.

Vibo Valentia – Colonne di fumo si sono alzate dalla vecchia tendopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dove i migranti nella tarda serata di domenica hanno appiccato fuoco a copertoni e rifiuti di ogni tipo. I roghi sono stati spenti in breve tempo dai vigili del fuoco. Si teme una reazione all’omicidio di Soumaila Sacko, il migrante maliano di 29 anni ucciso da una delle fucilate che hanno ferito altre due persone. Oggi l’Unione sindacale di base ha indetto una giornata di sciopero dei braccianti.

Soumaila Sacko aveva accompagnato due amici del Mali, come lui, a raccogliere alcune lamiere per la loro baracca. Ma da quel viaggio a piedi dalla tendopoli di San Ferdinando a un vecchio stabilimento abbandonato in località “ex Fornace” di San Calogero, Sacko Soumali è tornato morto. Ucciso da un pallettone sparato da un fucile che lo ha centrato alla testa. Un omicidio su cui i carabinieri della Compagnia di Tropea ed i magistrati della Procura di Vibo Valentia sembrano essere prossimi a giungere alla soluzione. Una pista ben precisa, infatti, sarebbe stata imboccata per dare un nome ed un volto a colui che ha sparato quattro colpi di fucile, uccidendo Soumali e ferendo due suoi connazionali.

A raccontare ai carabinieri cosa è successo è stato Drame Madiheri, 39 anni, rimasto lievemente ferito a una gamba: “Servivano delle lamiere e siamo andati in quella fabbrica. Siamo partiti a piedi dalla tendopoli e giunti sul posto avevamo fatto in tempo a recuperare tre lamiere quando qualcuno è arrivato a bordo di una Fiat Panda vecchio modello e ci ha sparato addosso, Sacko è caduto colpito alla testa. Io ho sentito un bruciore alla gamba. Ho visto quell’uomo, bianco, con il fucile. Ha esploso quattro colpi dall’alto verso il basso”. Un racconto che è la base di partenza per gli investigatori per risalire all’autore.

Il ferito è stato subito soccorso e trasportato nell’ospedale di Reggio Calabria, ma la gravità della ferita non gli ha lasciato scampo ed è morto prima che i medici potessero fare qualcosa per tentare di salvarlo.

Teatro della tragedia una vecchia fornace nel comune di San Calogero, a pochi chilometri dalla tendopoli. Una struttura abbandonata dopo che, una decina d’anni fa, fu sequestrata nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Vibo Valentia perché nel suo sottosuolo sarebbero state stoccate illecitamente oltre 135 mila tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici.

La vittima era regolare in Italia, come i due connazionali. Nel nostro Paese era giunto prima del 2010. Lui viveva nella nuova tendopoli, ma aveva deciso di aiutare i due amici che invece abitano nella baraccopoli situata a poche centinaia di metri dalla prima. Una baraccopoli nata nel 2010, dopo quella che fu definita la “rivolta di Rosarno”, con giorni di scontri che videro contrapposti i migranti che annualmente affollano la piana di Gioia Tauro in cerca di un lavoro nei campi, e gli abitanti del paese. Una rivolta nata dopo alcuni colpi di fucile caricati a pallini sparati contro tre nordafricani. Più volte si è parlato dello smantellamento della baraccopoli e di una sistemazione dignitosa dei migranti, ma fino ad ora la situazione è rimasta invariata.

 

 

 

Fonte:  ilfattoquotidiano.it
Articolo del 23 giugno 2018
Soumaila Sacko, 2mila in corteo a Reggio Calabria. Il sindaco di Riace: “Odio per migranti ma non una parola sulla mafia”
di Lucio Musolino

“Schiavi mai”. A venti giorni dall’omicidio di Soumaila Sacko, il maliano ucciso a San Calogero, oltre duemila persone hanno sfilato sul corso Garibaldi a Reggio Calabria per dire no allo sfruttamento dei migranti che lavorano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro e in altre realtà d’Italia. Una manifestazione, organizzata dal sindacato Usb che è stata l’occasione anche per contestare il clima d’odio che si respira nel Paese. “Migranti tra i migranti. Questa è la risposta che ha dato oggi Reggio Calabria a Salvini” urla al megafono il sindacalista Aurelio Monte che invita Luigi Di Maio a venire a Reggio Calabria: “È facile parlare dai social perché nessuno ti può contraddire. Vieni in mezzo a noi”. Stesso invito è stato rivolto al ministro dell’Interno al quale Monte ricorda che “non abbiamo l’anello al naso”.

L’intervento più atteso è stato quello del sindacalista Aboubakar Soumahoro: “Qualcuno ritiene che bisogna continuare distrarre la popolazione per continuare a saccheggiare le risorse”. Anche lui parla di Salvini: “Per anni il suo movimento ha detto che le case del nord era meglio affittarle ai cani che hai meridionali. Oggi vengono qui a seminare odio. I terroni di oggi siamo noi. La memoria non l’abbiamo persa. Non ci faremo intimidire perché abbiamo fame di diritti. Non stiamo chiedendo solo le briciole perché le briciole non ci sono più. Non possiamo dire che non c’è un contesto politico in cui alcune forze politiche o movimenti ritengono che portando avanti la campagna di odio il Pil dell’Italia si alzerà di un punto. È una guerra alla memoria. Quello che può fare alzare il Pil dell’Italia è la giustizia sociale, più reddito, più lavoro, più dignità, più umanità. Schiavi mai e loro non ci avranno mai come ci vogliono. Uniti possiamo davvero fare rispettare i nostri diritti. Divisi non andremo da nessuna parte”.

Sul palco è salito anche il sindaco di Riace Mimmo Lucano che, oltre a Soumaila Sacko, ha ricordato Becki Moses, la ragazza nigeriana di 26 anni morta nell’incendio appiccato a gennaio nella baraccopoli di San Ferdinando: “Sono le vittime di una campagna di odio. Oggi il governo parla solo di due cose : l’odio razziale contro i rifugiati e contro i rom. Questo governo non ha detto una parola contro la mafia. Si devono solo vergognare”.
“Salvini noi ragioniamo. – conclude il sindacalista Aurelio Monte – Sui social puoi avere tutti i mi piace del mondo, ma noi ti diciamo vaffanculo”.

 

 

Fonte: repubblica.it
Articolo del 28 giugno 2018
La salma di Sacko è arrivata in Mali, il racconto sui social di Soumahoro: “Non dimentichiamo”
di Carmelo Leo
Ad accompagnare il feretro del bracciante ucciso in Calabria, dopo la raccolta fondi organizzata da Usb, l’amico sindacalista Aboubakar Soumahoro, voce degli sfruttati dei campi: “Chi non può percepire la sofferenza di colui che ha fame non è umano”.

È rimasto al suo fianco anche nell’ultimo viaggio. Un triste viaggio di ritorno. Aboubakar Soumahoro, il sindacalista amico di Soumaila Sacko, il bracciante agricolo ucciso in una fabbrica dismessa in Calabria lo scorso 2 giugno, è salito sul volo che da Lamezia Terme ha riportato il corpo del 29enne maliano nel suo Paese. Soumahoro, diventato voce dei braccianti sfruttati, ha continuato a raccontare attraverso i social con foto e video le tappe del ritorno a casa di Sacko affinché la sua storia non venga dimenticata. “La salma del nostro compagno, bracciante ed attivista sindacale – ha scritto Soumahoro su Facebook e Twitter – è giunta all’aeroporto di Bamako. Adesso inizia il nostro viaggio verso la moglie e la figlia nella Regione di Kayes”.

È consapevole di essere divenuto un simbolo, non solo di antirazzismo, ma anche per la lotta contro lo sfruttamento dei migranti senza diritti nei campi del sud Italia. “Fratellanza, umanità e voglia di giustizia sociale nei nostri abbracci, un’emozione fortissima”, ha scritto parlando del suo incontro con i familiari di Sacko arrivati in aeroporto.

Le pagine social di Soumahoro sono diventate un diario di viaggio contro l’indifferenza: il 38enne ivoriano posta, in italiano, per informare tutti coloro che, con manifestazioni e cortei, hanno mostrato la loro solidarietà a Sacko: “Chi non può percepire la sofferenza di colui che ha fame non è umano”, ha scritto.

La salma di Sacko è partita dalla Calabria grazie a una raccolta fondi avviata dall’Unione sindacale di base, che è riuscita a racimolare quasi 40mila euro per il rimpatrio del feretro in Mali. E ha dovuto affrontare due scali: uno all’aeroporto di Fiumicino, dove mercoledì pomeriggio si sono radunate una trentina di persone per un ultimo saluto al sindacalista, un altro in Etiopia, ad Addis Abeba, fino all’arrivo a Bamako.

All’aeroporto di Lamezia c’erano invece i suoi compagni di lavoro, braccianti come lui in Calabria: “Soumaila torna dalla sua famiglia ed è un giorno di dolore: doveva tornare sulle sue gambe al proprio Paese, purtroppo l’Italia lo rimanda indietro chiuso in una bara”.

L’ultimo viaggio di Soumaila è iniziato quasi un mese dopo la sua morte. Il 2 giugno, quando è stato raggiunto da una delle fucilate che hanno anche ferito altri due attivisti, stava cercando di recuperare alcune lamiere in una vecchia fabbrica. Potevano essere utili per costruire un riparo all’interno della baraccopoli di San Ferdinando. Per l’omicidio è stato fermato un uomo, Antonio Pontoriero, che però ha negato ogni coinvolgimento. Quel pomeriggio – ha raccontato durante l’interrogatorio – era nei pressi della Fornace per parlare con i braccianti senegalesi che abitano lì. Per gli inquirenti, però, proprio da lì Pontoriero avrebbe sparato per uccidere “gli intrusi” che avevano osato accedere all’ex fabbrica senza il suo permesso.

 

 

 

Fonte:  cronachediordinariorazzismo.org
Articolo del 20 febbraio 2019
Omicidio di Soumaila Sacko: famiglia e USB parti civili

Si è tenuta, ieri, a Catanzaro, davanti la Corte d’assise, la prima udienza nel processo sull’uccisione di Soumaila Sacko, giovane bracciante e sindacalista Usb originario del Mali, assassinato la sera del 2 giugno 2018 a San Calogero, nel vibonese. Il giovane era stato raggiunto da un colpo alla testa sparato con un fucile da caccia, mentre si trovava insieme a due connazionali nell’area dell’ex “Fornace Tranquilla”, una fabbrica di laterizi posta sotto sequestro da 8 anni per l’interramento di 134 mila tonnellate di rifiuti tossici. La Corte d’assise ha ammesso come parte civile, oltre ai familiari della vittima (la madre, la moglie, la figlia minore e i fratelli di Soumaila, tutti residenti in Mali) anche l’Usb, e rispettivamente rappresentati dagli avvocati Arturo Salerni e Mario Antonio Angelelli di Progetto Diritti. Il pubblico ministero di Catanzaro ha chiesto che, tra le prove, siano incluse le intercettazioni telefoniche di Pontoriero, accusato dell’omicidio, effettuate nel periodo intercorso tra l’atto e il suo fermo. A margine dell’udienza, Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale dell’Usb, ha dichiarato: “Questo processo riguarda un uomo, un padre di famiglia, un attivista sindacale, un bracciante, che non riusciva a vivere con la fatica di un lavoro che svolgeva dall’alba al tramonto e quindi era costretto a vivere tra le lamiere. Chiediamo – ha proseguito Aboubakar Soumahoro – che sia fatta giustizia, chiediamo che siano fatte verità e piena luce, e chiediamo che nessuno altro essere umano sia mai costretto a vivere tra le lamiere“. L’ammissione come parte civile dei familiari e del sindacato di base è stata accolta con soddisfazione sia da Progetto Diritti che dall’Usb che, in una nota, ha inteso riaffermare il proprio impegno nelle lotte sociali e sindacali dei braccianti, per i quali Soumaila Sacko ha dato la vita: “Il presidente Alessandro Bravin – si legge nella nota – ha riconosciuto che dall’assassinio di Soumaila – hanno tratto un danno sia la famiglia che Usb. In un periodo di forti preoccupazioni per gli abitanti della baraccopoli di San Ferdinando – scrive l’Usb – l’impegno di Soumaila sarebbe stato un valore al centro della lotta per la dignità dei braccianti, per una giusta paga, per una casa per tutti”. La nuova udienza si terrà il prossimo 9 aprile, con l’escussione dei primi testimoni.