2 Settembre 1943 Quarto Mulino di S. Giuseppe Jato (PA). Antonio Mancino, carabiniere di 24 anni, la prima vittima di Salvatore Giuliano.

Foto da cittanuove-corleone.net

Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.

” … PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l’occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell’ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell’ordine. Rispose al fuoco uccidendo l’inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.
L’Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950 e che presto si intrecciò con la causa del separatismo siciliano.” (Nota Storica tratta da: carabinieri.it )

 

 

 

Fonte: cittanuove-corleone.net
Articolo del 2 settembre 2018
Ricordiamo il carabiniere Antonio Mancino, assassinato dal bandito Salvatore Giuliano
di  Pierluigi Basile
Il 2 settembre 1943 a San Giuseppe Jato nacque un bandito mentre un carabiniere moriva. Si chiamavano Salvatore Giuliano e Antonio Mancino quei due ragazzi che in contrada Quarto Mulino quel giorno di tanti anni fa il destino fece incontrare e scontrare.

Il primo, nato a Montelepre nel 1928, stava trasportando illegalmente del grano col suo cavallo. Praticava quello che ai suoi tempi si chiamava l'”intrallazzo”, ovvero la borsa nera, grazie alla complicità di piccoli e grandi coltivatori della nostra vallata. L’altro da Sparanise, in provincia di Caserta, con i suoi 24 anni era stato chiamato a far rispettare la legge in uno Stato in ginocchio, ancora in guerra, occupato militarmente dalle truppe inglesi e americane che ad agosto avevano liberato l’isola e a breve sarebbero diventate gli alleati della nuova Italia.

Quanto fosse difficile mantenere l’ordine in quel grande caos che era la Sicilia del ’43 lo capì presto anche Mancino. Dopo avere imposto l’alt in un posto di blocco ad un giovane a cavallo venne colpito a morte da un proiettile esploso in fuga. Quello che sarebbe diventato “grazie a lui” una vera leggenda riuscì a scappare, dandosi alla macchia. Giuliano in breve diede vita ad una banda e sparse sangue di innocenti in tutto il nostro territorio.

Più che un “Robin Hood” fu fino al 1950 – quando finalmente la sua vita si spense – un fanatico sanguinario che si prestò al gioco degli agrari, dei separatisti e della mafia uccidendo forze dell’ordine, padri, madri e bambini.

Oggi da jatino piango la morte di quel fedele servitore dello Stato che onorò l’Italia e difese il nostro paese, come dopo di lui avrebbero fatto tanti altri carabinieri, agenti di polizia e magistrati.

Per questo a distanza di così tanto tempo sento il bisogno di ricordare il suo sacrificio e la morte di un giovane carabiniere che ha lasciato la moglie e la sua piccola figlia di nome Antonia che quando il padre spirava era qui e forse ancora adesso vive a Sparanise.

Per ricordare a me stesso e a tutti che il 2 settembre 1943 alle ore 17 a San Giuseppe Jato nasceva un martire di nome Antonio Mancino ucciso da un volgare criminale che non meritava nessuna leggenda ma solo la condanna della storia.

 

 

 

 

 

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