20 Agosto 1977 Corleone (PA). Uccisi Giuseppe Russo, Tenente colonnello dei Carabinieri e Filippo Costa, insegnante, mentre passeggiavano nella frazione di Ficuzza.

Giuseppe Russo     –     Filippo Costa    (Per la foto di Filippo Costa si ringrazia Giovanni Perna di Dedicato Alle Vittime Delle Mafie )

La sera del 20 agosto 1977, il tenente colonnello dei Carabinieri, Giuseppe Russo, 47 anni stava passeggiando per Ficuzza, piccola frazione di Corleone, insieme all’insegnante e suo intimo amico Filippo Costa, che di anni ne aveva 57, quando da una Fiat 128 scesero tre o quattro uomini che, a viso scoperto, spararono ed uccisero i due amici.
Il tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che al momento del fatto era in congedo da alcuni mesi, venne ucciso perché “scomodo”, in quanto essendo stato comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Palermo, conosceva approfonditamente la mafia ed i suoi capi e perché le sue inchieste avevano portato nelle patrie galere molti boss e loro gregari.
Del duplice ed efferato omicidio, fino al 1994, furono incolpati tre poveri pastori siciliani, i quali sono rimasti in carcere, ingiustamente, per ben 16 anni. Successivamente, le dichiarazioni di alcuni pentiti, tra cui e soprattutto quella di Gaspare Mutolo, svelarono la verità “vera”. Il 29 ottobre 1997, cioè vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Leoluca Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

 

 

 

Fonte Wikipedia

Giuseppe Russo (Cosenza, 6 gennaio 1928 – Ficuzza, 20 agosto 1977) è stato un carabiniere italiano.

Tenente colonnello dei carabinieri, era tra gli uomini di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed era il comandante del Nucleo Investigativo di Palermo quando fu assassinato dalla mafia mentre si occupava del caso Mattei.

Quando fu ucciso era a Ficuzza, frazione di Corleone, dove stava trascorrendo le vacanze, e stava passeggiando con l’insegnante Filippo Costa, 57 anni, pure lui ucciso insieme a Russo per non lasciare testimoni dell’omicidio.

Per il suo assassinio erano stati inizialmente condannati come mandante Rosario Cascio e come esecutori i pastori Rosario Mulè, Salvatore Bonello e Casimiro Russo, ma nel 1997 sono stati assolti. In verità, si seppe in seguito, i mandanti del delitto furono Totò Riina e Bernardo Provenzano, mentre il commando che assassinò il colonnello Russo era formato da Leoluca Bagarella, Pino Greco, Giovanni Brusca e Vincenzo Puccio.

 

 

 

Articolo del 19 Agosto 2010 da 19luglio1992.com
33 anni fa l’omicidio di Russo e Costa
di Serena Verrecchia

La mafia non va in vacanza, nemmeno la settimana di Ferragosto. Quando ci sono conti da regolare, tutto il resto passa in secondo piano. E di conti aperti con Cosa nostra, il tenente colonnello Giuseppe Russo ne aveva più di uno, in quel lontano 1977. Comandante del Nucleo Investigativo di Palermo e uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ufficiale calabrese era l’unico, insieme al giudice Cesare Terranova e al commissario Boris Giuliano, ad aver intuito la pericolosità dei Corleonesi di Totò Riina nell’organigramma criminale degli anni Settanta.

“Un nemico irriducibile dei mafiosi”, lo definivano i colleghi, che voleva mettere i bastoni tra le ruote a Cosa nostra nella sua brutale caccia ai subappalti, che gravitavano attorno alla costruzione della diga Garcia. L’affare del secolo per le cosche; ma non fu solamente quello a costargli la vita. Il fatto che fosse un mastino alle calcagna di Riina e Provenzano decretò la sua condanna a morte. Aveva persino finto dissidi con gli altri comandi del capoluogo, nella speranza di un aggancio con don Tano Badalamenti per una “soffiata” sui nascondigli dei due boss. Catturare i due Corleonesi era ciò che gli stava più a cuore e non lo si può certo biasimare se si pensa che, se fosse riuscito ad acciuffarli a quei tempi, l’Italia oggi avrebbe meno morti da piangere.

Il commando di morte, però, fu mobilitato ancora prima che i sogni di Giuseppe Russo potessero ben delinearsi. La sera del 20 agosto di trentatré anni fa, l’uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa perse la vita davanti ad un bar di Ficuzza, frazione di Corleone, territorio dei boss. Il colonnello non fu l’unica vittima dell’agguato. Filippo Costa, un insegnante che non aveva niente a che fare col mondo della mafia, morì insieme all’ufficiale, colpevole solo di aver voluto fare quattro passi con un amico.

Ecco come ricordò quella tragica sera del 1977 il giornalista Mario Francese, sul “Giornale di Sicilia”, all’indomani dell’omicidio:

“Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata, Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una ’128’ verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione ad ’U’ e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di ’Minerva’. Russo non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.

Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due.

Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa dell’insegnante Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia.

Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo.

Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia. Un agguato preparato nei dettagli almeno da 26 giorni. La 128, trovata abbandonata a tre chilometri da Ficuzza, è stata rubata infatti a Palermo il 25 luglio, appunto 26 giorni prima. Non sarebbe stato più semplice per la mafia uccidere il colonnello Russo «in via Ausonia sotto casa a Palermo e il professor Costa a Misilmeri, dove abitava?– si chiede ancora il giornalista- No, perché la mafia voleva un’esecuzione spettacolare ed esemplare”

Per l’omicidio del tenente colonnello e del suo amico professore furono inizialmente condannati tre pastori: Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo; quest’ultimo, autoaccusatosi, aveva chiamato in causa gli altri due; ma nel ‘97 vengono assolti e la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo condanna definitivamente all’ergastolo Leoluca Bagarella, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano per l’assassinio di Giuseppe Russo e Filippo Costa.

Un’altra storia da non dimenticare in queste calde giornate estive.

Domani alle ore 10, nella frazione di Ficuzza del Comune di Corleone (Palermo),  verrà deposta una corona d’alloro sulla stele commemorativa dell’uccisione del tenente colonnello Giuseppe Russo e del professor Filippo Costa. Una rappresentanza dell’Arma parteciperà alla cerimonia.

 

 

 

Foto da: La Sicilia

Articolo del 19 Agosto 2011 da La Sicilia
Delitto firmato dai «corleonesi»
Domani ricorre il 34º anniversario dell’assassinio del ten. col. dei carabinieri Giuseppe Russo, che Cosa Nostra eliminò a Ficuzza la sera del 20 agosto 1977, per poter estendere i suoi tentacoli sull’appalto miliardario della diga Garcia.

Sembrava una serata d’estate come tante altre, quella del 20 agosto 1977 a Ficuzza, piccola borgata a due passi da Corleone. E invece fu una serata tragica. Erano circa le 21.30, quando il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo decise di uscire per fare due passi. Aveva appena
finito di cenare con la moglie Mercedes Berretti e la piccola Benedetta, nella casetta al primo piano che dava sulla piazza. Appena fuori, si unì all’amico professor Filippo Costa e, insieme, cominciarono a passeggiare lungo il porticato borbonico, diretti verso il bar. Russo era in maglietta e pantaloncini. “Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata – scrisse Mario Francese (“Da Garcia a Russo a Garcia”, pubblicato postumo sul “Giornale di Sicilia” del 20 maggio 1979), ricostruendone gli ultimi minuti di vita – Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una “128”
verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione  ad “U” e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di “Minerva”. Ma non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.
Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due. Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando
alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa  ell’insegnante
Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia. Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo”. “Numerose persone – concluse Francese – assistettero a queste drammatiche
sequenze e, soprattutto, alla fuga perché i killer, a bordo della 128, passarono proprio davanti al bar. Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia, anche perché l’agguato era stato preparato nei minimi dettagli…”. In quell’estate di trentaquattro anni fa, il delitto Russo destò molto scalpore. L’ufficiale dei carabinieri, infatti, era un noto investigatore al centro di tante delicatissime indagini di mafia. Negli ultimi mesi, in particolare, aveva scoperto che l’ala “corleonese” di Cosa Nostra
stava stendendo i suoi tentacoli sull’affare “diga Garcia” e sulle centinaia di miliardi che vi giravano attorno. E decisero di chiudere il conto con lo scomodo investigatore. Quella sera a Ficuzza, il gruppo di fuoco, composto da Pino Greco “Scarpuzzedda” e da Vincenzo Puccio, era capeggiato personalmente da Leoluca Bagarella, su mandato del cognato, Totò Riina, e dell’altro boss “corleonese” Bernardo Provenzano. Per il duplice delitto di Ficuzza, in un primo momento furono condannati tre pastori, Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo, che si era autoaccusato e aveva chiamato in causa gli altri due. Ma
si trattò di depistaggio, “arte” in cui i “corleonesi” sono stati sempre molto abili. Finalmente, il 29 ottobre 1997, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Bagarella, Riina e Provenzano.

Domani, sabato 20 agosto 2011, per ricordare il 34° anniversario di quel  duplice delitto, nella piazza di Ficuzza, dedicata al colonnello Russo, si svolgerà una cerimonia, alla quale parteciperanno i vertici dell’Arma, i familiari dell’ufficiale assassinato, il comune di Corleone, la Camera del lavoro, la coop sociale “Lavoro e non solo” con i giovani volontari che lavorano sui terreni
confiscati alla mafia, e il sen. Giuseppe Lumia, della Commissione parlamentare antimafia.

 

 

 

Articolo del 20 Agosto 2012 da bagheriaweb.it
Anniversario uccisione Ten.Col. Russo e Prof. Costa: oggi la commemorazione a Ficuzza

Oggi, lunedì 20 agosto 2012 alle ore 10:00, nella frazione di Ficuzza del Comune di Corleone, nei pressi della Real Casina di Caccia del re borbonico Ferdinando IV, avrà luogo la deposizione di una corona d’alloro sulla stele commemorativa dell’uccisione del Ten.Col. Giuseppe Russo e del Prof. Filippo Costa, avvenuto il 20 agosto del 1977. Alla cerimonia parteciperà una rappresentanza dell’Arma.

Trentacinque anni fa in contrada Ficuzza di Corleone venivano uccisi il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo (dagli amici chiamato “Ninì”) e il suo amico Prof. Filippo Costa, di Misilmeri.

L’Ufficiale da comandante del Nucleo Investigativo di Palermo, tra i primi, individuò gli interessi e le attività del gruppo mafioso che si stava organizzando intorno alle figure di Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, negli anni in cui si sarebbe consolidato il controllo della mafia sui finanziamenti pubblici e i grandi appalti per la ricostruzione del Belice, dopo il devastante terremoto del 1968.

Il Colonnello Russo è stato sicuramente uno dei primi investigatori a comprendere la necessità di spostare l’attività investigativa sui grandi appalti e sull’interesse che avrebbero inevitabilmente suscitato nel sodalizio criminale che stava per assumere il controllo di cosa nostra nelle tre province di Palermo, Trapani e Agrigento, che proprio in questa terra avrebbe avuto il suo centro nevralgico intono alle figure di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, i quali, dopo vent’anni dall’omicidio, nel 1997, sono stati riconosciuti e condannati come i mandanti dell’eccidio di Ficuzza.

Il suo generoso e profondo impegno ha così permesso che si realizzassero, con successo e anche in totale assenza di “collaboratori” esterni, vaste, ripetute, incalzanti operazioni investigative contro ogni forma di criminalità e, in maniera frontale, contro le varie organizzazione mafiose.

La sua figura è scolpita in un ponderoso rapporto del Nucleo Investigativo di Palermo, espressamente indicato nella sentenza-ordinanza del novembre 1985 contro Abbate Giovanni + 706 imputati, redatta dai valorosi giudici Falcone e Borsellino, in cui sono indicati movente, mandanti e esecutori del delitto.

L’omicidio avvenne in modo plateale perché la “mafia voleva una esecuzione spettacolare ed esemplare” come affermato sui quotidiani locali dal giornalista Mario Francese che da quella stessa mafia fu assassinato il 25 gennaio 1979. Un messaggio chiaro: chi prova ad intralciare i piani dei «corleonesi» muore!

 

 

 

Articolo del 30 settembre 2014 da  ilfattoquotidiano.it
Trattativa Stato-mafia: storia di Giuseppe Russo che si ribellò al patto
di Antonio Roccuzzo

La cronaca (e la storia) del dopoguerra in Italia è disseminata di “misteri”, protocolli riservati, patti segreti, strette di mano occulte. Ed è disseminata di  “indicibili intrecci” (copyright di Loris D’Ambrosio) in particolare sul fronte della lotta dello Stato alla mafia.

Noi parliamo ora, e da un paio di anni, della Trattativa Stato-mafia legata alla stagione delle stragi del 1992. Ma ci sono storie ed episodi che raccontano già nei decenni precedenti l’ombra della medesima continuità della pratica di “scambi” indicibili tra apparati e capimafia. In nome della pace sociale e dello status quo, pezzi degli apparati dello Stato hanno da sempre praticato la politica del baratto con i boss. E alcuni protagonisti di quelle pericolose relazioni ritornano in scena nei decenni e forse non sono mai usciti.

Esempio: prendiamo l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, alto ufficiale e investigatore di punta dei carabinieri, ucciso nella piazza di Ficuzza (vicino a Corleone) il 20 agosto 1977. Russo era uno tosto: indagava sul “mistero” della morte di Enrico Mattei e sulla stagione delle stragi mafiose a Palermo e provincia: anche allora, per dirimere i conflitti interni all’organizzazione, i mafiosi corleonesi e i palermitani si piazzavano autobombe (Giuliette Alfa Romeo per l’esattezza) e così risolvevano i loro conflitti.
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Russo era stato collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, negli anni 50 capitano a Corleone. Russo e Dalla Chiesa avevano iniziato a interrompere lo “scambio” indicibile per il quale, a fronte di notizie o di qualche arresto per “fare bella figura”, le forze dell’ordine si accontentavano di avere “pace sociale” sui territori. Niente omicidi, niente indagini: questa la sintesi del patto. Finché durava, non c’erano delitti, si arrestavano ladri e piccoli furfantelli, ma senza molestare traffici e indagare sulle relazioni tra politica, imprese e mafia.

Per decenni, la scena era stata questa: i vescovi che negano l’esistenza della mafia, i procuratori della Repubblica e i giudici di Corte d’Assise che alla fine assolvevano i mafiosi per insufficienza di prove (che nessuno cercava). Gli unici che facevano casino erano i capipopolo che occupavano la terra e si battevano per i diritti dei contadini e per questo molti di loro erano gli unici ad essere uccisi (vedi la strage di Portella e poi i delitti dei sindacalisti Corrado Carnevale e Placido Rizzotto). Questa è stata la storia dei 25 anni che in Sicilia seguirono alla seconda guerra mondiale.

Se un carabiniere si metteva in testa di “rompere” quel tacito patto di non belligeranza, rischiava. Russo lo fece, non si accontentò solo di fare qualche arresto: indagava sul caso Mattei, ma si era messo in testa  anche di scoprire gli affari economici dei corleonesi e voleva capire le nuove relazioni e il nuovo patto tra i corleonesi e la nuova classe politica e le imprese.

Quello del colonnello Russo fu forse il primo delitto di alta mafia. E tuttavia, grazie alle lacunose e frettolosissime indagini dei suoi colleghi, per quel delitto furono imputati e condannati un gruppo di pastori e qualche balordo ai confini dei sistema mafioso. Le motivazioni del delitto? Risibili, piccole storie locali.

Vent’anni dopo quel delitto, nel 1997, gli imputati saranno prosciolti e l’intera cupola di Cosa nostra (Riina, Provenzano, Bagarella e così via), saranno indagati e processati.  E saranno accertati i depistaggi degli apparati di intelligence per coprire le ragioni di quel delitto. Perché il colonnello Russo aveva infranto la “prassi” antica e consolidata della trattativa o dei patti scellerati tra Stato e mafia.

 

 

Il paginone de “La Sicilia” del 19 agosto 1997 dedicato a Russo
Fonte:  cittanuove-corleone.net

 

Fonte:  cittanuove-corleone.net
Articolo del 19 agosto 2019
Il colonnello Giuseppe Russo, un ufficiale scomodo.
Domani il 42° anniversario

di Dino Paternostro
Il colonnello dei carabinieri era un noto investigatore al centro di delicate indagini di mafia. Venne ucciso a Ficuzza il 20 agosto del 1977 con l’amico Filippo Costa. Domani l’Arma lo ricorderà ancora una volta nella piazza della borgata. Dietro l’esecuzione c’era l’affare della Diga Garcia. Tra il 1976 e il 1977 un’agghiacciante serie di delitti a Corleone.

Sembrava una serata d’estate come tante altre, quella del 20 agosto 1977 a Ficuzza, piccola borgata a due passi da Corleone. E invece fu una serata tragica. Erano circa le 21.30, quando il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo decise di uscire per fare due passi. Aveva appena finito di cenare con la moglie Mercedes Berretti e la piccola Benedetta, nella piccola casetta al primo piano che dava sulla piazza.
Appena fuori, si unì all’amico professor Filippo Costa e, insieme, cominciarono a passeggiare lungo il porticato borbonico, diretti verso il bar. Russo era in maglietta e pantaloncini. «Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata – scrisse Mario Francese sul “Giornale di Sicilia” del 21 agosto 1997, ricostruendone gli ultimi minuti di vita -. Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una ’128’ verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione ad ’U’ e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di ’Minerva’. Russo non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.

Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due. Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa dell’insegnante Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia. Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo. Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia. Un agguato preparato nei dettagli almeno da 26 giorni. La 128, trovata abbandonata a tre chilometri da Ficuzza, è stata rubata infatti a Palermo il 25 luglio, appunto 26 giorni prima».

In quell’estate di trent’anni fa, il delitto Russo destò molto scalpore. L’ufficiale dei carabinieri, infatti, era un noto investigatore al centro di tante delicatissime indagini di mafia. In quel periodo si trovava in convalescenza e, probabilmente, meditava di lasciare l’Arma. Ma questo, Totò Riina e Bernardo Provenzano, astri nascenti della mafia «corleonese», non l’avevano chiaro. Sapevano bene, però, che il colonnello Russo aveva intuito che Cosa Nostra stava stendendo i suoi tentacoli sull’affare del secolo, sull’affare «diga Garcia» e sulle centinaia di miliardi che vi giravano attorno. E decisero di chiudere il conto con lo scomodo ufficiale dell’Arma. Quella sera a Ficuzza, il gruppo di fuoco, di cui facevano parte Pino Greco «Scarpuzzedda» e Vincenzo Puccio, era capeggiato personalmente da Leoluca Bagarella, su mandato del cognato, Totò Riina, e dell’altro boss corleonese Bernardo Provenzano.
Per il duplice delitto di Ficuzza, in un primo momento furono erroneamente condannati tre pastori, Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo, che si era autoaccusato e aveva chiamato in causa gli altri due. Ma il 29 ottobre 1997, vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Bagarella, Riina e Provenzano.
Domattina alle 10 per ricordare il 42° anniversario di quel duplice delitto, nella piazza di Ficuzza, dedicata al colonnello Russo, si terrà una cerimonia, promossa dall’Arma dei Carabinieri, a cui parteciperanno gli amministratori comunali di Corleone e diverse associazioni.

Dietro l’esecuzione c’era l’affare della Diga Garcia
Non sarebbe stato più semplice per la mafia uccidere il colonnello Russo «in via Ausonia sotto casa a Palermo» e il professor Costa «a Misilmeri dove abitava?», si chiese il giornalista Mario Francese, che da quella stessa mafia sarebbe stato assassinato il 26 gennaio 1979. La risposta la trovò da solo: «No, perché la mafia voleva una esecuzione spettacolare ed esemplare». Nella grande piazza di Ficuzza, dunque. A due passi dalla famigerata Corleone, patria di Riina, di Provenzano e di Liggio. Un messaggio chiaro: chi prova ad intralciare i piani dei «corleonesi» muore! Il contenuto di alcuni appunti di Russo, trovati sulla sua auto, nella sua abitazione palermitana e negli uffici della Legione, imprimono immediatamente alle indagini un indirizzo preciso: la diga Garcia. Fu «questa la pista dei carabinieri, che si ritrovarono davanti alla formula: mafia-Garcia-sequestro Corleo», scrisse Francese. «Squadra mobile e Criminalpol indagarono, invece, sulle sue amicizie. Soprattutto una, quella dell’imprenditore di Montevago Rosario Cascio. Poi: il progetto di un’industria da realizzare in Liberia, alcuni suoi viaggi a Roma con Cascio, la sua partecipazione in una società, la Rudesci», aggiunse il giornalista. Infine, però, sia la polizia che i carabinieri concordarono su un punto: «Russo è caduto per aver cercato di ripristinare l’ordine ed evitare soprusi nella corsa dei gruppi mafiosi verso i remunerativi subappalti ruotanti intorno ai lavori per la costruzione della diga Garcia (costo: 300 miliardi circa)».

In sostanza, l’ufficiale dell’Arma «avrebbe tentato di non far perdere al suo amico Rosario Cascio il lavoro che si era legittimamente conquistato nella diga Garcia, da dove alcuni gruppi di mafia lo avevano cacciato con una serie di violenze. Il tentativo di Russo non è stato però gradito dalla mafia, che intravide nella sua intromissione un serio pericolo per la realizzazione dei programmi iniziati nel ’74 con alcuni sequestri-monstre, finalizzati al predominio assoluto nella zona di Garcia e nella valle del Belice. Un pericolo non infondato, perché i gruppi di mafia in fermento avevano già avuto modo di conoscere la tenacia di Russo, soprattutto nella lotta alla ’Anonima sequestri’».
Infatti, la Lodigiani, colosso imprenditoriale del Nord, che si era aggiudicato l’appalto plurimiliardario della diga Garcia, aveva estromesso da alcuni lavori la ditta Cascio, affidandoli alla «INCO», una società dell’imprenditore Francesco La Barbera di Monreale, Giovanni Lanfranca di Camporeale e il cognato di quest’ultimo, il geometra Giuseppe Modesto. «Ma l’offerta della INCO è spuntata dopo la morte di Russo e non posso neanche escludere che si tratti di un’offerta perfezionata in un secondo momento e, comunque, dopo i fatti di Ficuzza, magari per togliere da ogni imbarazzo i Lodigiani e i suoi tecnici», dichiarò Rosario Cascio. «Alla luce di queste parole appare verosimile che Russo chiedesse il rispetto della legalità a chi della legalità è irriducibile nemico, il rispetto della giustizia per Cascio a chi nell’ingiustizia prolifera». Ma perché i killer della mafia uccisero anche Costa? Forse perché temevano che Russo gli avesse parlatodell’affare «diga Garcia. Ammesso che Russo non avesse rivelato nulla a Costa, chi avrebbe potuto convincere gli assassini?», fu la conclusione di Francese.
Per l’acutezza della sua indagine giornalistica e per la sua capacità di capire il ruolo dei “corleonesi” dietro l’efferato crimine, la diga Garcia è stata intitolata a Mario Francese.

Un’agghiacciante serie di delitti a Corleone: Biagio Schillaci (27.7.1975), Giuseppe Zabbia (12.01.1976), Francesco Coniglio (13.02.1976), Giovanni Provenzano (04.05.1976), Rosario Cortimiglia (04.06.1976), Giuseppe Scalisi (09.01.1977), Onofrio Palazzo (09.07.1977), Giovanni Palazzo (23.07.1977)
L’assassinio Russo era stato preceduto da tre sequestri e da una agghiacciante serie di delitti. A Roccamena, l’8 settembre 1974, fu rapito il giovane enologo monrealese Franco Madonia, rilasciato il 15 aprile 1975, dopo il pagamento di un riscatto da un miliardo di lire da parte dello zio “don” Peppino Garda. Il 1° luglio 1975 fu sequestrato il docente universitario Nicola Campisi, che sarebbe stato rilasciato l’8 agosto, dopo il pagamento di settanta milioni di riscatto. Infine, il 17 luglio, la “madre” di tutti i sequestri: quello di Luigi Corleo, il re delle esattorie, che fu misteriosamente soppresso. Ai sequestri fece seguito una catena impressionante di delitti, iniziati a Corleone con l’omicidio di Biagio Schillaci (27 luglio 1975). Qualche giorno dopo, sempre a Corleone, a subire un attentato fu Leoluca Grizzaffi, fratello di Giovanni, figlio di Caterina Riina, sorella di “don” Totò, allora fedele luogotenente di Luciano Liggio, che aveva sposato segretamente la maestrina corleonese Ninetta Bagarella, sorella di Leoluca. Un “affronto” al clan Liggio, dunque, che provocò la rottura degli equilibri mafiosi. Infatti, l’attentato a Grizzaffi fu seguito il 12 gennaio 1976 dall’omicidio dell’autotrasportatore Giuseppe Zabbia. Il 13 febbraio fu ucciso, invece, Francesco Coniglio, impresario di pompe funebri, poi Giovanni Provenzano (4 maggio), Rosario Cortimiglia (4 giugno), il roccamenese Giuseppe Alduino (29 agosto), Giuseppe Scalisi (9 gennaio 1977). Il 9 luglio scomparve Onofrio Palazzo, il 23 luglio si ebbe la “pubblica esecuzione” di Giovanni Palazzo. Quindi la faida si spostò a Roccamena, da dove fuggì, il 29 luglio, dopo essere scampato ad un attentato, il cavatore Rosario Napoli, in rapporti con la Lodigiani. Il 30 luglio fu il turno di Giuseppe Artale, guardiano dell’impresa Paltrineri, assassinato sul ponte San Lorenzo. Il 10 agosto poi, il tiro dei killer si sposta a Mezzojuso, dove viene freddato Salvatore La Gattuta e, infine, la spirale si chiude a Ficuzza, con la duplice esecuzione del colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Costa.

 

 

 

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