20 Giugno 1945 San Cipirello (PA). Ucciso Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri.

Il maresciallo capo Scimone, cui viene intitolata la caserma, nacque a Riesi da una famiglia di agricoltori il 26 gennaio 1899 e, seguendo la sia naturale inclinazione, giovanissimo si arruolò partecipando attivamente al primo conflitto mondiale con la famosa classe dei “ragazzi del 1899”. Alla fine della Grande Guerra, vincitore di concorso, divenne Vicebrigadiere nelle fila dell’Arma dei Carabinieri, sino a raggiungere, nel corso degli anni, il grado di Maresciallo Capo. L’agguato, in cui il sottufficiale rimase ferito mortalmente, si ritiene maturò nell’ambito ritorsivo all’uccisione del comandante dell’E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano componente militare del Movimento Indipendentista Siciliano di cui faceva parte il noto Salvatore Giuliano), avvenuto a seguito di un conflitto a fuoco con i Carabinieri il precedente 17 giugno 1945 sulla strada tra Randazzo e Cesarò. In San Cipirello, il 20 giugno 1945, il maresciallo Scimone reduce da servizio con dipendente brigadiere, fu aggredito a breve distanza, a colpi di pistola, da parte di due sconosciuti che, al passaggio dei due sottufficiali proditoriamente aprivano il fuoco. Sebbene ferito, il maresciallo tentava prontamente di reagire, ma raggiunto da altre pallottole si abbatteva al suolo in fin di vita. Nonostante ciò, prima di spirare, invitava i militari accorsi in suo aiuto a non curarsi più di lui, ma del brigadiere che sapeva gravemente ferito.
Fonte: today24.it 

 

 

A San Giuseppe Jato la banda Giuliano uccide il maresciallo dei carabinieri Filippo Scimone.

Fonte: Centro Siciliano di documentazione “G. Impastato”

 

 

Fonte: Comunità riesina nel web
Intervento di Girolamo Li Causi
Assemblea Costituente – Seduta del 15 luglio 1947

[…]

Questo si dice in una relazione del Comando dei carabinieri, ricca di rilievi e considerazioni, dove è spiegato perché ancora non si riesce a far chiaro in questa folta ed intricata matassa e dove si smentisce in pieno la posizione che, a proposito dei recenti luttuosi avvenimenti siciliani, ha assunto il Goverlo col dire: “Mah! La delinquenza in Sicilia non differisce da quella delle altre regioni”.

Il 26 giugno di quest’anno, alle porte di Alcamo, avvenne un conflitto fra una banda armata ed un gruppo di carabinieri comandati da un capitano. Ebbene, tutta la stampa, unanime, rileva che nei confronti del capobanda, badate bene, del capo-banda, certo Ferreri — che per alcuni mesi da quanto risulta dai rapporti ufficiali dell’Ispettore di pubblica sicurezza della Sicilia — è stato a capo delle bande dell’E.V.I.S., ed è qui descritto col nome di Salvatore d’Alcamo, cioè non è stato identificato, si elencano niente di meno che i seguenti delitti: “Era evaso da un penitenziario dell’Alta Italia e dal 1944 era stato il più influente luogotenente di Giuliano. Aveva preso parte alle aggressioni delle caserme dei carabinieri di Grisi, Bellolampo, Borgetto, Montelepre, Pioppo e Piano dell’Occhio. Aveva un odio particolare per i carabinieri ed aveva partecipato a numerosissimi conflitti, tra cui l’aggressione ad un autocarro, che incendiò e distrusse, ferendo il capitano dell’Arma Rocco Tinnirello. Aveva ucciso il carabiniere Vincenzo Meserendino; aveva tentato di uccidere l’ufficiale Mario Vistrianni, incendiando e distruggendo una camionetta di polizia; aveva ucciso i carabinieri Filippo Marino e Antonio Smeraldo nell’abitato di Montelepre; aveva aggredito, ancora in contrada San Cataldo di Terrasini, autocarri di soldati e carabinieri, uccidendo quattro soldati e ferendo due militi; aveva aggredito la camionetta dell’Ispettorato generale di pubblica sicurezza ferendo il vicebrigadiere Tuzzeo; era colpevole degli omicidi del carabiniere Giovanni Adarni, del carabiniere Sassano e del tentato omicidio dei carabinieri Vella e Gentile; era altresì colpevole dell’aggressione alla macchina del capitano dei carabinieri Pagano di Monreale; aveva organizzato una serie di conflitti con i militi di Montelepre, culminati con il ferimento di alcuni militari e l’uccisione del tenente Felice Testa; aveva pure organizzato l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Filippo Scimone ed il tentato omicidio del  brigadiere Arcadipane sullo stradale di Sancipirrello, nonché attacchi ad autocarri carichi di soldati e carabinieri con l’uccisione del caporal maggiore Lombardo e del soldato Cinquemani. “Il Ferreri era anche specialista in sequesti di persona, dei quali i più importanti sono quelli di: Virga, Apostolo, Di Lorenzo, Agnello, Ugdulena, Vanella, Collicchia, Arcuri, ecc., ecc. “.

Questa la serie di orrenti misfatti di cui si era reso colpevole il Ferreri. Ebbene, non appena la banda è sterminata e dei cinque componenti rimase vivo solo il Ferreri, la prima cosa che egli dice è: “Salvatemi la vita, perché sono il confidente dell’Ispettore di pubblica sicurezza dottor Messana”. Avviene che nel momento in cui l’ufficiale dei carabinieri vuole accertare questo, il bandito gli afferra l’arma e tenta di strappargliela: l’altro si difende e lo fredda. Nella perquisizione presso il padre del Ferreri viene trovato un permesso di armi rilasciato da poco tempo dalla questura di Trapani. Le autorità si informano: com’è possibile che un affiliato alla banda Giuliano abbia un permesso d’armi regolare? Risulterebbe che c’è stato l’intervento dell’Ispettore di pubblica sicurezza per farglielo rilasciare. Che cosa ci conferma nella convinzione della esistenza di questo intervento? Ce lo indica un fatto molto grave. Malgrado ci sia stato il referto di tutto ciò che era stato trovato addosso ai cadaveri, l’Ispettore di pubblica sicurezza manda un suo dipendente a sottrarre il permesso d’armi, e se lo porta a Palermo. Una indagine più profonda potrebbe accertare che anche addosso al principale “Fra Diavolo”, cioè a Ferreri (l’Ispettorato di pubblica sicurezza lo definiva addirittura un Giuliano e mezzo) sarebbe stato trovato un documento di identità a nome, niente di meno, di un milite dell’Arma dei carabinieri. C’è di più. Ad Alcamo ci sono testimoni i quali hanno visto, un’ora o due ore prima che il conflitto avvenisse, l’automobile dell’Ispettore di pubblica sicurezza Messana, che accompagnava un altro ufficiale dello stesso ispettorato di pubblica sicurezza, e appreso che il Messana avrebbe avuto un incontro con la banda Ferreri.

Tutto ciò, si sa, circola, è stato riportato dai giornali, e non solo dai giornali comunisti. I giornali comunisti hanno riportato queste voci soltanto dopo che altri giornali dell’Isola avevano pubblicato questi “si dice”. Ora, voi certamente vi rendete conto che di fronte a questi fatti l’impressione dell’opinione pubblica siciliana è enorme, e la confusione anche, perché non si capisce più niente. Come è possibile che l’Ispettore di pubblica sicurezza abbia per suo confidente un bandito di questa specie? Noi tutti sappiamo che la polizia ha bisogno di confidenti. Ci sono confidenti e confidenti; ma come si spiega il caso in questione?   […]

 

 

Fonte: today24.it 
Articolo del 13 aprile 2018
Riesi: la caserma dei Carabinieri intitolata al maresciallo capo Filippo Scimone.
Cerimonia presieduta dal comandante della Legione Sicilia
Uno dei figli di Riesi più valorosi, donati all’Arma, allo Stato e alla storia. Al maresciallo Filippo Scimone, Medaglia di Bronzo al Valor Militare, alla memoria, è intitolata stamane la caserma della stazione Carabinieri.

Alla solenne cerimonia hanno preso parte le massime autorità civili, militari e religiose regionali, provinciali e locali, le sezioni dell’associazione nazionale Carabinieri di Gela, Niscemi e Sommatino, nonché rappresentanze delle associazioni combattentistiche e d’Arma delle altre Forze di Polizia presenti sul territorio di Caltanissetta, dei Cavalieri al Merito della Repubblica ed una rappresentanza del Consiglio di Rappresentanza dei Carabinieri, alcune scolaresche e la cittadinanza.
[…]
Madrina della manifestazione la professoressa Filippa Scimone, nipote del maresciallo Scimone. “È con orgoglio e commozione che questa mattina mi trovo qui assieme a tutti voi a ricordare mio zio Filippo, fratello maggiore di mio padre – ha detto la nipote Filippa Scimone -. Un doveroso grazie va all’ex sindaco Lino Carruba promotore di questa intitolazione ed a tutti coloro che si sono adoperati per portarla a termine. Lo zio è stato ucciso alcuni anni prima che io nascessi e pertanto non l’ho conosciuto se non attraverso i racconti dei fratelli. Mia nonna non ha mai parlato di questo suo figlio. Non era riuscita ad accettarne la morte ingiusta. Aveva voluto in tal modo rimuovere il dolore profondo che le aveva lacerato l’anima senza riuscirci però, perché la ferita era sempre lì e non si è mai rimarginata. Bambina ho ascoltato frequentemente i ricordi di mio padre e dei miei zii, ricordi ricolmi di rimpianto e di affettuosa ammirazione per il fratello stroncato da mano mafiosa. Allora mi piace onorarne la memoria attraverso le parole che loro pronuncerebbero se fossero qui con noi e ai quali presterò la mia voce. Caro fratello Filippo, oggi viene ancora una volta riconosciuto pubblicamente il tuo valore militare, la caserma del tuo paese natale da oggi porterà l tuo nome. Sei morto giovane ma vivrai per sempre nel ricordo dei tuoi concittadini”. Parole che hanno toccato il cuore dei presenti.

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Il maresciallo capo Scimone, cui viene intitolata la caserma, nacque a Riesi da una famiglia di agricoltori il 26 gennaio 1899 e, seguendo la sia naturale inclinazione, giovanissimo si arruolò partecipando attivamente al primo conflitto mondiale con la famosa classe dei “ragazzi del 1899”. Alla fine della Grande Guerra, vincitore di concorso, divenne Vicebrigadiere nelle fila dell’Arma dei Carabinieri, sino a raggiungere, nel corso degli anni, il grado di Maresciallo Capo. L’agguato, in cui il sottufficiale rimase ferito mortalmente, si ritiene maturò nell’ambito ritorsivo all’uccisione del comandante dell’E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano componente militare del Movimento Indipendentista Siciliano di cui faceva parte il noto Salvatore Giuliano), avvenuto a seguito di un conflitto a fuoco con i Carabinieri il precedente 17 giugno 1945 sulla strada tra Randazzo e Cesarò. In San Cipirello, il 20 giugno 1945, il maresciallo Scimone reduce da servizio con dipendente brigadiere, fu aggredito a breve distanza, a colpi di pistola, da parte di due sconosciuti che, al passaggio dei due sottufficiali proditoriamente aprivano il fuoco. Sebbene ferito, il maresciallo tentava prontamente di reagire, ma raggiunto da altre pallottole si abbatteva al suolo in fin di vita. Nonostante ciò, prima di spirare, invitava i militari accorsi in suo aiuto a non curarsi più di lui, ma del brigadiere che sapeva gravemente ferito.

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