20 marzo 1979 Roma. Assassinato Carmine Mino Pecorelli, giornalista, in circostanze ancora da chiarire

Foto da:  ildubbio.news

Carmine Pecorelli, meglio conosciuto come Mino Pecorelli (Sessano del Molise, 14 giugno 1928 – Roma, 20 marzo 1979), è stato un giornalista, avvocato e scrittore italiano, che nell’ambito del giornalismo si occupò d’indagine politica e sociale. Fondatore dell’agenzia di stampa «OP-Osservatore Politico» («OP») che divenne poi anche una rivista, venne assassinato a Roma in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite.

Biografia – Le origini e la formazione
Nacque a Sessano del Molise.
Nel 1944, appena sedicenne, in piena Seconda guerra mondiale, si arruolò nel Corpo polacco per rintracciare la madre, separata dai figli dallo sbarco di Anzio. Combatte in prima linea a Montecassino, Pesaro, Urbino e Ancona. Viene decorato con la massima onorificenza polacca, in quel periodo attivo nella sua zona. Dopo la fine del conflitto si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in giurisprudenza all’Università di Palermo.

Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo (DC), iniziando così ad entrare nell’ambiente del giornalismo.

La carriera giornalistica e le inchieste
Nella primavera del 1967, all’età di 39 anni, Pecorelli cambiò mestiere, dedicandosi al giornalismo a tempo pieno. Lavorò al periodico Nuovo Mondo d’Oggi (prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”), una rivista caratterizzata dalla ricerca e pubblicazione di scoop negli ambienti politici. Pecorelli divenne socio dell’editore Leone Cancrini. L’esperienza del settimanale fu, per lui, un trampolino di lancio. Strinse molte amicizie: alcune durarono poco, altre segnarono un passo importante nel suo curriculum. L’ultimo scoop, però, non fu mai pubblicato, perché intervenne l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno che trovò un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.

Pecorelli decise così di proseguire da solo l’attività e fondò una propria agenzia di stampa: il 22 ottobre 1968 registrò presso il Tribunale di Roma la testata OP-Osservatore Politico, con sede in via Tacito 90. OP (come fu subito chiamata) trattava di politica, in particolare di scandali e retroscena, e comunque di chi – in qualche modo – avesse qualche potere in Italia. Diffusa solo su abbonamento (come tutte le agenzie), forniva ai giornali notizie in anteprima raccolte dallo stesso Pecorelli grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato; i lanci erano accompagnati da accurate analisi firmate dal giornalista. La testata (il cui nome coincideva anche con le lettere iniziali di “ordine pubblico”), divenne presto molto nota ed ebbe anche una certa centralità in ambiti politici, militari e di intelligence, costituendo una sorta di elitaria fonte di informazione specializzata. OP era letta dalle alte sfere militari, dai politici, dagli uomini dei servizi, dai boss della criminalità che avevano messo le mani su Roma, e non solo.

A dimostrazione del fatto che Pecorelli fosse un giornalista ben documentato che pubblicava tutto, intervenne sui casi più disparati: abuso edilizio; frode fiscale, i comportamenti pubblici e privati dei politici, compresi quelli della famiglia di Giovanni Leone (presidente della Repubblica dal 1971 al 1978) e di sua moglie, Donna Vittoria. Altri rimarcabili scandali regolarmente pubblicati su OP furono quello dell’Italpetroli e sulla presenza di una loggia massonica in Vaticano (scoop pubblicato all’indomani dell’elezione di Albino Luciani al soglio pontificio).[senza fonte]

Nel marzo del 1978 Pecorelli decise di trasformare l’agenzia in un periodico regolarmente in vendita nelle edicole. Non disponendo del denaro necessario per una simile avventura editoriale, chiese più volte a personaggi di spicco finanziamenti sotto forma di acquisto di spazi pubblicitari. L’operazione editoriale stupì per il tempismo tra il primo numero del settimanale OP e la strage di via Fani a Roma, con cui iniziò il periodo dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.

Il periodico si occupò a più riprese del rapimento e dell’omicidio dello statista democristiano, arrivando a fare rivelazioni sconcertanti (ad esempio sulla falsità del Comunicato n. 7, quello del Lago della Duchessa). Altri bersagli privilegiati di Pecorelli furono Giulio Andreotti ed in particolare l’ambiente (fatto di politici, industriali e faccendieri) che alimentava la sua corrente: esemplare l’episodio di una cena in cui il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, cercò di convincere Pecorelli, con un assegno di 30 milioni di lire, prestati da Caltagirone[Franco o Francesco?], a non pubblicare un reportage sugli assegni milionari che Andreotti avrebbe girato all’imprenditore Nino Rovelli o a Mario Giannettini del Sid.

Nel 1981 il nome di Pecorelli comparve (tessera n. 1750) tra i membri della loggia massonica deviata Propaganda 2 di Licio Gelli, che verrà sciolta per iniziativa parlamentare nel 1982.

L’agguato e l’omicidio – L’omicidio di Mino Pecorelli

La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del giornale. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell’arsenale della banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. L’indagine aperta all’indomani del delitto seguì diverse direzioni, coinvolgendo nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della banda della Magliana), Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.

Tutti vennero prosciolti il 15 novembre 1991; successivamente fiorirono diverse ipotesi sul mandante e sul movente: da Licio Gelli (risultato estraneo ai fatti) a Cosa nostra, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari delle opere di Giorgio De Chirico (Antonio Chichiarelli, membro della Banda della Magliana).

Lo scrittore Giulio Cavalli scrisse un libro intitolato L’innocenza di Giulio, incentrato su Giulio Andreotti e la mafia, in cui sviscerò con particolari significativi e in parte inediti la vicenda di Pecorelli.
Le indagini giudiziarie

Il 6 aprile 1993, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti. La magistratura aprì un fascicolo sul caso. In questo faldone vennero aggiunti, man mano che le indagini proseguivano e per effetto delle deposizioni di alcuni pentiti della “banda della Magliana”, il senatore Giulio Andreotti, l’allora pm Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò in qualità di mandanti, e inoltre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati in qualità di esecutori materiali. Il 24 settembre 1999 fu emanata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati “per non avere commesso il fatto”. Il 17 novembre 2002, la corte d’assise d’appello di Perugia condannò Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione come mandanti dell’omicidio. La corte d’appello confermò invece l’assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto.

Il 30 ottobre 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Badalamenti, affermandone definitivamente l’innocenza. Un altro processo a carico di Andreotti, pur dichiarando i fatti prescritti, stabilirà però che questi ebbe rapporti stabili e amichevoli con cosa nostra fino al 1980.

L’importanza della figura
Pecorelli era dotato di spiccato senso storico e si dimostrò un approfondito conoscitore della realtà politica, militare, economica e criminale italiana. Il corpus delle sue edizioni è stato oggetto di una mole impressionante di smentite (soprattutto dopo la sua morte), ma una minima parte di esse ha poi resistito in sede giudiziaria di fronte a querele o ad altri procedimenti.

Si è discusso se egli avesse nelle sue analisi inviato talvolta messaggi in codice. La particolarità del lavoro che svolse, sia per gli argomenti trattati che per il modo in cui li trattò, fece sì che molte delle sue indicazioni potessero essere sinteticamente definite da altri colleghi “profezie”, come ad esempio le note righe sul “generale Amen”, nome dietro al quale molti hanno letto la figura del generale Carlo Alberto dalla Chiesa: sarebbe stato lui che – secondo la narrazione di Pecorelli – durante il sequestro Moro avrebbe informato il ministro dell’Interno Francesco Cossiga dell’ubicazione del covo in cui era detenuto (ma, sempre stando a questa ipotesi, Cossiga non avrebbe “potuto” far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa). Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978 senza mezzi termini, sarebbe stato ucciso; per quanto riguarda il movente, il giornalista infilò fra le colonne della sua rivista un’allusione alle lettere che Moro scrisse durante la prigionia[senza fonte].

In sede giudiziaria si è ampiamente dibattuto se Pecorelli fosse un ricattatore professionista, visto il tenore e gli argomenti della quasi totalità delle sue inchieste, ma tale tesi è stata bocciata dopo l’esame patrimoniale eseguito dopo il suo assassinio: il giornalista risultava perennemente indebitato con tipografie e distributori ed il suo spartano tenore di vita non poteva certo essere paragonato con quello di una persona che usava ricattare. La morte del giornalista segnò anche la fine di OP: l’agenzia prima e la rivista poi erano alimentate esclusivamente dalle notizie che Pecorelli raccoglieva in prima persona dalle sue fonti, allocate nel mondo politico, nella loggia P2 (cui risultò affiliato egli stesso) ed all’interno dell’Arma dei Carabinieri e dei servizi segreti italiani.

Dopo l’omicidio di Aldo Moro, Pecorelli aveva pubblicato sulla sua rivista, nel frattempo divenuta settimanale, alcuni documenti inediti sul sequestro, come tre lettere inviate alla famiglia. La ricerca lo aveva portato a scoprire alcune verità scottanti, tanto che profetizzò anche il suo stesso assassinio[senza fonte].
Fonte:  it.wikipedia.org

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 22 marzo 1979
Spionaggio, ricatti, notizie misteriose nell’uccisione del giornalista a Roma
di Liliana Madeo
Mino Pecorelli è stato freddato con quattro proiettili sparati da distanza molto ravvicinata con il silenziatore

ROMA — Per ordine del magistrato, l’altra notte sono stati posti i sigilli all’appartamento in cui ha sede la redazione del settimanale «OP» (Osservatore politico) al quarto piano di via Tacito 50 nel quartiere Prati. Poche ore prima, in una via adiacente, era stato ucciso il direttore del periodico, l’avvocato e giornalista pubblicista cinquantunenne Mino Pecorelli, colpito a morte da quattro proiettili calibro 7.65 sparatigli a brevissima distanza con una pistola con silenziatore. Le indagini partivano da quel corpo riverso sui sedili di un’auto con i fari ancora accesi, dai bossoli disseminati tutt’intorno in una strada deserta dove nessuno aveva visto né sentito la sequenza dell’attentato. Scarse di interesse, per quanto fatte ripetere più volte, le testimonianze dei due collaboratori del Pecorelli, che erano già alla fine della strada al momento degli spari e che — girandosi indietro — avevano visto soltanto un’ombra allontanarsi rapida. Poco attendibile, fin dal primo momento, appariva la telefonata giunta verso le 2 di notte alla sede dell’Ansa e che rivendicava l’uccisione del giornalista a nome di un fantomatico «Nuovo nucleo anarchico»: troppe le inesattezze, secondo gli inquirenti, eccessivamente discorsivo il comunicato, improbabile nel suo insieme l’argomentazione «politica» addotta. Tutto l’interesse dei magistrati incaricati di far luce sul delitto s’è diretto sulla figura del Pecorelli. e sui documenti presumibilmente raccolti nella redazione della sua rivista. Pecorelli — che era stato anche capo ufficio stampa del ministro Sullo al dicastero per le Regioni — non era un giornalista qualsiasi e le pubblicazioni da lui dirette non svolgevano una normale funzione informativa, sia pure di parte, a sostegno di personaggi e gangli di potere dichiaratamente di destra. Pettegolezzi, insinuazioni accuse, allusioni, denunce apparentemente lanciate contro tutti i corrotti e i corruttori per anni si sono susseguite, a volte sorrette da documentazione in fotocopia di rapporti segreti, atti privati, relazioni riservate che lasciano intendere come Pecorelli potesse contare su una vasta rete di «infiltrati» nel Palazzo, gente che aveva imparato a conoscere gli aspetti più delicati delle faide e delle lotte di potere. Ci tu un tempo in cui anche un ufficiale del Sitar veniva notoriamente indicato come suo informatore. Le notizie, spesso indecifrabili per il lettore comune perché indirizzate agli «addetti ai lavori», erano al servizio delle sue amicizie, che erano tante e di quelle che contano. Per appoggiare i suoi protetti periodicamente attaccava magistrati, politici, centri di potere, giornalisti. In cambio, riceveva contributi e informazioni. Durante il caso Moro riuscì ad avere alcune lettere inedite. Disse più volte di essere buon conoscente del De Carenini, il doroteo truffato dal giornalista Viglione, al quale aveva dato 15 milioni per passarli al «brigatista pentito», Pasquale Frezza.

L’operazione «OP» ha iniziato al principio degli Anni Sessanta. Originariamente, la rivista è un bollettino quotidiano ciclostilato. Il suo ruolo si definisce meglio nel ’64, l’anno di De Lorenzo e delle gravi deviazioni del Sifar. Pecorelli appare in grado di fornire notizie di prima mano sulla corruzione di certi ambienti militari. I legami fra l’agenzia e alcuni settori dei servizi segreti appaiono ancora più evidenti quando Pecorelli si schiera in aperta difesa del Sid alle prime polemiche sul suo ruolo nella strage di piazza Fontana (i servizi segreti suggerirono la pista anarchica), in una strenua difesa del generale Miceli contrapposto ad altri ufficiali degli stessi servizi segreti, nel quadro di una sorda lotta che si svolgeva all’interno del Sid.

«OP» circola solo per abbonamenti, ha una diffusione complessivamente limitata, ma va nelle mani delle persone «giuste». Ci sono campagne polemiche che all’improvviso tacciono, bersagli nuovi che subito vengono messi in ombra. L’agenzia si introduce in un ambiente di potere e sottopotere, che è ricattabile e alimenta la spirale dei ricatti. Per anni uno dei bersagli costanti è la famiglia Leone, di cui si raccontano gaffes, flirt, affari, spese insensate col denaro del cittadino. La Cederna, nel suo libro, osserva: -Lo strano è che non si è mai trovato un questore che abbia denunciato il foglio impertinente, o un magistrato disposto a iniziare un’azione penale a nome delle vittime. Né per anni il Quirinale ha mai risposto né protestato». In un incontro con la giornalista, Pecorelli racconta di essere stato convocato nel ’73 da Miceli, allora capo del Sid, che incominciò: -lo rispetto il suo lavoro. Però tenga presente che ogni volta che sulla sua rivista appare qualcosa contro il Presidente della Repubblica, il ministero della Difesa e il presidente del Consiglio, io vengo sollecitato dall’alto a intervenire perché cessino gli attacchi, proprio io che ho tante cose da fare». Da quest’incontro sarebbe scaturito quel proficuo «rapporto di lavoro» di cui si interessò anche la magistratura. Per indagare infatti su eventuali finanziamenti di Miceli, il giudice Tamburino di Padova nel ’75 manda la Guardia di Finanza a perquisire lo studio di Pecorelli. Subito dopo gli viene ritirato il passaporto. Nel ’76 è accusato di bancarotta fraudolenta. E’ appena una delle tante vicende giudiziarie in cui giostra sempre con buona fortuna. L’Ordine dei giornalisti lo inquisisce più volte. Per un certo periodo lo sospende. Le querele per diffamazione sono decine. Nel ’78 — pochi giorni dopo, il sequestro Moro — c’è un salto di qualità. Il bollettino si trasforma in un settimanale, di 64 pagine, senza pubblicità, dai finanziamenti misteriosi, in cui l’unica firma che appare è quella del Pecorelli. Esordisce con alcune lettere inedite che Moro aveva indirizzato alla famiglia e a stretti collaboratori. Poi difende Freda e Ventura. Fa intuire di sapere molte cose sull’affare Italcasse e, nell’ultimo numero, sulle migliaia di schede compilate dal Sifar che dovevano essere distrutte.

 

 

 

Telefono giallo – Il caso Pecorelli

Puntata del 25 marzo 1988

Il caso Pecorelli, definito da Augias “uno dei più ambigui e significativi del dopoguerra”, è tuttora insoluto: fondatore dell’agenzia di stampa OP-Osservatore Politico, Mino Pecorelli fu assassinato la sera del 20 marzo 1979 in via Orazio. Le ipotesi su mandante e movente si sono moltiplicate negli anni, passando da Cosa nostra e arrivando alla pista dei petrolieri, senza mai giungere alla risoluzione del caso.

 

 

 

 

Fonte: ildubbio.news
Articolo del 20 marzo 2018
L’omicidio dimenticato: Mino Pecorelli
di Valter Vecellio
Il giornalista viene ammazzato la sera del 20 marzo a Roma, il processo in cui sono imputati anche Andreotti e la banda della Magliana vede tutti assolti

La sera del 20 marzo di 39 anni fa, viene ucciso a Roma, in via Orazio, poco prima delle 20,40, Mino Pecorelli. È il direttore di un settimanale Osservatore Politico, da tutti conosciuto ( e avidamente letto) come OP. Il lungo iter giudiziario si conclude con la piena assoluzione degli imputati, tra cui Andreotti. Il delitto Pecorelli resta senza colpevoli.

Ne abbiamo scritte e dette di ogni tipo, in questi giorni, sull’Affaire Moro, profittando del 40 anniversario della strage a via Fani. In questo oceano di parole, dove tutti hanno ricordato, rievocato, raccontato, interpretato, si registrano anche dei vuoti. Uno, clamoroso – ma ci si potrà tornare, ne vale, letteralmente, la pena – la furibonda polemica che si accende in generale attorno al distorto slogan “Né con lo Stato, né con le Br”, malevolmente attribuito come paternità, a Leonardo Sciascia: che mai ha detto quelle cose e le ha pensate. Occasione- pretesto per una lacerante polemica: quel che si sostiene e scrive ( e si fa) attorno alle lettere che Aldo Moro in quei 55 giorni del sequestro e prima d’essere ucciso, merita d’essere pensato e ri/ pensato. Ma nessuno si è ricordato ( e ha riconosciuto) che Sciascia con il suo L’Affaire Moro ( da tanti criticato e contestato, senza neppure averlo letto, due per tutti: Eugenio Scalfari e Indro Montanelli), aveva visto giusto, e soprattutto ha avuto il torto di avere ragione. Quelle lettere erano Moro, con quello che ne consegue.

Ma oggi c’è un altro clamoroso “vuoto” con cui in qualche modo occorre fare i conti.

La sera del 20 marzo di 39 anni fa, viene ucciso a Roma, in via Orazio, poco prima delle 20,40, un giornalista. L’assassino, o gli assassini, lo sorprendono a bordo della sua automobile, e lo crivellano con quattro colpi di pistola. Quel giornalista si chiama Mino Pecorelli, ed è il direttore di un settimanale Osservatore Politico, da tutti conosciuto ( e avidamente letto) come OP.

Chi è Pecorelli all’epoca lo sapevano tutti gli addetti ai lavori ( oggi, magari un po’ meno; per dire: nelle rievocazioni dei giornalisti uccisi, il suo nome non figura mai, eppure il tesserino rosso in tasca l’aveva lui pure. E che il suo non sia stato un suicidio, è sicuro…).

Negli atti processuali, Pecorelli viene così descritto: «… Era uno spregiudicato e scanzonato avventuriero della notizia. Le sue allusioni più o meno decifrabili, la sua ironia, il suo sarcasmo talvolta incisivo ed elegante, talvolta greve e becero, disegnano la traccia di una personalità complessa ma, tutto sommato, ben delineabile. La traccia di una passione civile affermata con troppo chiari accenti di sincerità per non essere autentica, anche se posta al servizio di valori e di scelte discutibili. Una passione civile nella quale sopravvive lo spirito di avventura che lo aveva portato, a sedici anni, a combattere con le truppe polacche inquadrate nell’esercito inglese. E poi, il gusto di infastidire i potenti, di svelarne le meschinità piccole e grandi, di incrinarne la facciata impeccabilmente virtuosa. Soprattutto, come abbiamo detto, una personalità ingovernabile».

Per tanti, se no per tutti, Pecorelli s’era fatta fama di “ricattatore”. Il non lieve particolare, è che non è morto lasciando particolari proprietà e “beni”. Certamente avrà cercato finanziamenti e sostegni, finalizzati alla sopravvivenza della sua rivista, di cui era anche editore. Certamente avrà pubblicato documenti e “materiali” che a qualcuno conveniva fossero pubblicati e resi noti. Un do ut des che ben conosce, e quasi sempre pratica, chi per mestiere frequenta aule di tribunale e palazzi del potere. Certamente Pecorelli dispone di ottimi contatti ed “entrature” nel mondo non solo dei servizi segreti, ma di coloro che “sanno”; ha una quantità di materiali e li pubblica. Non è insomma persona “comoda” per tanti, prova ne sia che a forza di “incomodare”, finisce come è finito.

Perché Pecorelli merita d’essere ricordato, e qualcuno ancora oggi si adopera perché non lo sia? In soccorso vengono ancora gli atti processuali: «La lettura della collezione di OP nel periodo marzo 1978- marzo 1979 rafforza il convincimento che grazie ai suoi collegamenti… fosse a conoscenza di inquietanti retroscena o accreditandosi dinanzi ai lettori – forse a qualcuno in particolare – quale depositario di “riservatissime” informazioni. Sta di fatto che OP è stato l’unico organo di stampa a pubblicare, nella fase del sequestro, alcune lettere di Moro ai propri familiari… Grazie alle sue indiscusse entrature negli ambienti del Viminale e della Questura di Roma era dunque riuscito a procurarsi copia di quel carteggio epistolare…».

C’è tantissimo altro ( e di altro interessante, e che merita di essere letto e ri/ letto con gli occhi e il senno dell’oggi) nelle duecentomila pagine chiuse in 400 faldoni del processo Pecorelli celebrato a Perugia; un labirinto di carte meritoriamente conservato e digitalizzato nell’Archivio di Stato di Perugia: uno spaccato di Italia di “ieri” e la cui ombra ancora si profila sull’“oggi”.

Un filo d’arianna in questo labirinto viene da un recente libro, Il Divo e il giornalista scritto a quattro mani da Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno ( Morlacchi editore, pp. 377, 15 euro).

Fiorucci è forse il giornalista che più di ogni altro può citare a memoria quella babele di carte. Cronista prima di Paese Sera, poi di Repubblica, per anni ha retto la sede della Rai di Perugia, e in questa veste ha seguito tutte le udienze di quel tormentato processo che ha visto sul banco degli imputati Giulio Andreotti, e Claudio Vitalone “mescolati” a mafiosi del calibro di Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò, un Massimo Carminati all’epoca giovane militante della destra estrema, ed elementi della Banda della Magliana. Guadagno, impiegato al ministero della Giustizia, in virtù del suo lavoro ha preso parte alle attività processuali, raccolto e catalogato quel mare di carte e certamente le conosce e sa “leggerle” come pochi.

Il lungo iter giudiziario, va ricordato, si conclude con la piena assoluzione degli imputati. Il delitto Pecorelli resta senza colpevoli. Assolti coloro che venivano indicati come esecutori, assolti coloro che venivano indicati come mandanti. Ma, ricorda il procuratore di allora Fausto Cardella, «le carte restano per chi voglia conoscere un pezzo della nostra storia, ancora da scrivere».

Il valore del certosino lavoro dei due autori consiste in una puntuale ricostruzione di una sconcertante successione di episodi e di fatti che hanno “segnato” la nostra storia recente. Una zona oscura e buia nella quale le nostre istituzioni hanno rischiato di perdersi. Fiorucci e Guadagno le elencano, e ogni “capitolo” parla: “Il memoriale di Aldo Moro scomparso”, lo scandalo Italcasse, le banche e gli “affari” di Michele Sindona, la truffa dei petroli… Sono tutte vicende che vedono Pecorelli e la sua OP protagonista, nel senso che pubblicano e rendono note indicibili verità, che tanti avevano interesse a tenere nascoste.

Sullo sfondo, la eterna strategia della tensione a fini stabilizzatrici, gli anni di piombo, la vicenda Gladio, il terrorismo rosso e lo stragismo nero, le stragi e gli attentati della Cosa Nostra, i servizi che sempre si definiscono “deviati”, ma che erano ( e presumibilmente sono) appunto quelli che chiamati a svolgere lavori sporchi… Pecorelli e il suo delitto sono parte integrante, dicono i due autori, di «un melting- pot che ribolle per più di un ventennio. C’è tutto questo nella sintesi dei processi per l’omicidio di un giornalista scomodo». Il libro è stato presentato ad Assisi, nell’ambito della prima edizione di “Tra/ me Giallo Fest”, dicono gli osservatori che l’appuntamento è stato tra quelli che ha riscosso maggior successo. Indicativo, che a un evento dedicato al “giallo” abbia suscitato maggior interesse una storia vera che sembra inventata, rispetto a tante altre storie inventate che posson sembrare vere.

 

 

 

Fonte:  ilfattoquotidiano.it
Articolo del 16 gennaio 2019
Mino Pecorelli, la sorella chiede di riaprire le indagini sul giornalista assassinato: “Voglio sapere chi è stato”
L’avvocato Biscotti depositerà giovedì 16 gennaio un’istanza formale alla procura della capitale . Nella richiesta si chiede ai magistrati guidati da Giuseppe Pignatone di riaprire le indagini sulla base di un vecchio verbale di Vincenzo Vinciguerra, un ex estremista di destra. Per l’omicidio furono processati e assolti Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera

Riaprire le indagini sull’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma la sera del 20 marzo del 1979. È quello che chiede Rosita Pecorelli, la sorella del direttore di Op, Osservatore politico. “Cerco la verità e non mi arrenderò finché non l’avrò scoperta. Voglio solo sapere chi ha ucciso mio fratello”. La donna è rappresentata dall’avvocato Valter Viscotti: “A mio giudizio – dice il legale – ci sono elementi tali da consentire ulteriori accertamenti. È un atto dovuto a Pecorelli, per continuare a cercare la verità”.

La richiesta della sorella – L’avvocato Biscotti depositerà giovedì 16 gennaio un’istanza formale alla procura della capitale . Nella richiesta si chiedei ai magistrati guidati da Giuseppe Pignatone di a riaprire le indagini sulla base di un vecchio verbale di Vincenzo Vinciguerra, un ex estremista di destra. Nella dichiarazione, resa nel 1992 davanti al giudice Guido Salvini, Vinciguerra sostiene di sapere chi avrebbe avuto in custodia la pistola usata per uccidere Pecorelli. Quel verbale è stato poi trasmesso alla procura di Roma ma le indagini non hanno portato a sviluppi investigativi su questo aspetto. L’avvocato Biscotti ritiene però ora di avere acquisito nuovi elementi legati alla deposizione di Vinciguerra che porterebbero a individuare la possibile arma del delitto Pecorelli. Sui contenuti dell’istanza, il legale mantiene l’assoluto riserbo, in attesa di sottoporla ai pm.

L’omicidio a colpi di pistola – L’omicidio Pecorelli è uno dei misteri italiani irrisolti. Il giornalista venne ucciso con quattro colpi di pistola, tre alla schiena e uno in bocca, appena dopo essere salito sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, nel quartiere Prati. Subito dopo avere lasciato la redazione di Op per tornare a casa. Lo ammazzarono sparandogli con una pistola calibro 7.65 munita di silenziatore.

Le indagini archiviate – La prima inchiesta venne archiviata nel 1991 dal pm di Roma, Domenico Sica. Le indagini portano al coinvolgimento di personaggi come Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, ma tutti vengono prosciolti per non avere commesso il fatto il 15 novembre 1991. Un anno e mezzo dopo, il 6 aprile del 1993, il pentito di Cosa nostra Tommaso Buscetta accusa Giulio Andreotti di contiguita alla mafia davanti ai pm della procura di Palermo. Il senatore a vita viene iscritto nel registro degli indagati il 14 aprile.

Il processo di Perugia – In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm capitolino Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell’agosto del 1993 i pentiti della Banda della Magliana coinvolgono il magistrato romano Claudio Vitalone. Il 17 dicembre 1993 il fascicolo viene inviato alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati romani. Nel 1995 parlano altri due pentiti della Magliana, Fabiola Moretti e Antonio Mancini: finisce indagato il boss Michelangelo La Barbera e i pm umbri chiedono la riapertura dell’inchiesta su Carminati. Il Cecato otterrà il proscioglimento col rito immediato poco dopo. A novembre, invece, vengono rinviati a giudizio gli altri imputati. Quattro anni, 128 udienze e 231 testimoni dopo, la procura chiede la condanna all’ergastolo di Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera. Dopo 102 ore di camera di consiglio, però, la corte d’Assise assolve tutti per “non aver commesso il fatto”.

Le condanne di Appello e un morto senza assassini – In Appello cambia qualcosa. Nel 2002 la procura generale chiede di condannare gli imputati a 24 anni di reclusione. Il 17 novembre i giudici riformano parzialmente la sentenza di primo grado: Andreotti e Badalamenti sono condannati a 24 anni di reclusione come mandanti del delitto. Confermate le assoluzioni per gli altri imputati. Sentenza annullata il 30 ottobre del 2003 dalle Sezioni unite della Cassazione che assolvono definitivamente Andreotti e Badalamenti e confermano il proscioglimento di tutti gli altri imputati. Pecorelli rimane un morto senza assassini. Adesso, alla vigilia dell’anniversario numero 40 dell’omicidio, ecco la richiesta di riaprire le indagini.

 

 

 

Fonte:  ilfattoquotidiano.it
Articolo del 5 marzo 2019
Mino Pecorelli, la procura di Roma riapre le indagini sull’omicidio e delega la Digos
Dopo la richiesta avanzata alcune settimane fa dalla sorella, i magistrati di piazzale Clodio hanno avviato una nuova indagine in relazione al delitro del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 nella Capitale. Per la sua morte sono stati processati e assolti in Cassazione boss e Giulio Andreotti

Dopo la richiesta avanzata alcune settimane fa dalla sorella, la procura di Roma ha avviato una nuova indagine in relazione all’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 nella Capitale. I magistrati di piazzale Clodio hanno affidato delega agli uomini della Digos per svolgere una serie di accertamenti preliminari dopo l’istanza depositata negli uffici della Procura da Rosita Pecorelli il 16 gennaio scorso. Nel provvedimento, redatto dall’avvocato Valter Biscotti, si chiede ai pm di avviare nuovi accertamenti balistici su alcune armi che furono sequestrate a Monza nel 1995 ad un soggetto in passato esponente di Avanguardia Nazionale. Si tratta, tra le altre, di una pistola Beretta 765 e di quattro silenziatori artigianali. Nella richiesta finita all’attenzione dei pm si fa riferimento anche ad una dichiarazione che l’estremista di destra Vincenzo Vinciguerra fece nel 1992 all’allora giudice istruttore Guido Salvini. Vinciguerra sosteneva di aver sentito un dialogo in carcere tra due militanti di estrema destra in cui si affermava che l’uomo poi arrestato tre anni dopo a Monza aveva in custodia la pistola usata per uccidere il giornalista. Al sito di inchiesta Estreme Conseguenze Vinciguerra ha confermato in una video intervista i contenuti di un verbale ritrovato dai giornalisti.

L’omicidio a colpi di pistola – L’omicidio Pecorelli è uno dei misteri italiani irrisolti. Il giornalista venne ucciso con quattro colpi di pistola, tre alla schiena e uno in bocca, appena dopo essere salito sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, nel quartiere Prati. Subito dopo avere lasciato la redazione di Op per tornare a casa. Lo ammazzarono sparandogli con una pistola calibro 7.65 munita di silenziatore.

Le indagini archiviate – La prima inchiesta venne archiviata nel 1991 dal pm di Roma, Domenico Sica. Le indagini portano al coinvolgimento di personaggi come Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, ma tutti vengono prosciolti per non avere commesso il fatto il 15 novembre 1991. Un anno e mezzo dopo, il 6 aprile del 1993, il pentito di Cosa nostra Tommaso Buscetta accusa Giulio Andreotti di contiguità alla mafia davanti ai pm della procura di Palermo. Il senatore a vita viene iscritto nel registro degli indagati il 14 aprile.

Il processo di Perugia – In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm capitolino Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell’agosto del 1993 i pentiti della Banda della Magliana coinvolgono il magistrato romano Claudio Vitalone. Il 17 dicembre 1993 il fascicolo viene inviato alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati romani. Nel 1995 parlano altri due pentiti della Magliana, Fabiola Moretti e Antonio Mancini: finisce indagato il boss Michelangelo La Barbera e i pm umbri chiedono la riapertura dell’inchiesta su Carminati. Il Cecato otterrà il proscioglimento col rito immediato poco dopo. A novembre, invece, vengono rinviati a giudizio gli altri imputati. Quattro anni, 128 udienze e 231 testimoni dopo, la procura chiede la condanna all’ergastolo di Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera. Dopo 102 ore di camera di consiglio, però, la corte d’Assise assolve tutti per “non aver commesso il fatto”.

Le condanne di Appello e un morto senza assassini – In appello cambia qualcosa. Nel 2002 la procura generale chiede di condannare gli imputati a 24 anni di reclusione. Il 17 novembre i giudici riformano parzialmente la sentenza di primo grado: Andreotti e Badalamenti sono condannati a 24 anni di reclusione come mandanti del delitto. Confermate le assoluzioni per gli altri imputati. Sentenza annullata il 30 ottobre del 2003 dalle Sezioni unite della Cassazione che assolvono definitivamente Andreotti e Badalamenti e confermano il proscioglimento di tutti gli altri imputati. Pecorelli rimane un morto senza assassini. Adesso, alla vigilia del 40° anniversario dal delitto, la riapertura delle indagini.

 

 

 

Foto da La Stampa – Fonte: antimafiaduemila.com

Fonte: antimafiaduemila.com
Articolo del 5 marzo 2020
Pecorelli e le molte piste meno quella più importante: Moro
di Simona Zecchi
Le piste sull’omicidio Pecorelli e il rischio polverone

IL PIANO D’EVERSIONE GIÀ NELLE CARTE – BOLOGNA NEL ’75.
«Quando ho avuto in mano il testo dell’arringa, ho dubitato sull’innocenza dello scriver romanzi». Sono tre righe poste lì nel bel mezzo di una prefazione a un libro scritto molti anni fa, nel 1975 poi ripubblicato più volte.  A scriverlo è stato Ferdinando Camon e da quel libro, “Occidente – Il diritto di strage” (Garzanti) – da cui la Rai trasse un film (youtube.com/watch?v=kZU-6841G-M) – la prima istruttoria sulla strage di Bologna, fino all’Assise nel 1988, ne acquisì il documento più importante. Un documento di 11 pagine che gli autori della strage alla stazione avevano fatto effettivamente proprio immolandolo al Dio-pensiero stragistico e politico-eversivo come riconosciuto dalle sentenze. Il riferimento nelle carte di Bologna è proprio al romanzo di Camon ricostruito andando a spulciare sotto mentite spoglie tra le carte e tra i libri della libreria Ezzelino di Padova, fondata dal nazimoista Franco Freda e legata alla casa editrice Ar, dove anche si vendevano libri sulla razza, Hitler e Evola ma soprattutto – come ben imprime sulle pagine lo scrittore – dove «i gruppi rivoluzionari avevano le foglie ma le radici sottoterra». Quel documento recitava così:

«Arrivare al punto che non solo gli aerei, e i treni e le strade siano insicure… ripristinare il terrore e la paralisi della circolazione (…)» è proprio l’intento inoculato dalla strategia della tensione che in altre forme e dalla “miccia” dei colonnelli Greci – e a proposito di aerei – si era sviluppata anche fuori dall’Italia, sempre con il supporto indomito dei neofascismi nostrani. Quel libro (e quel film) costarono a Camon minacce e messaggi di morte che lo costrinsero ad allontanarsi dalla città, come lui stesso da me intervistato qualche anno fa mi aveva riferito. Era una città, Padova, segnata dalla violenza di destra e di sinistra, come sempre lo scrittore mi sottolineò, violenza che lo ha segnato. E quelle parole, rimodulate poi nei covi eversivi di estrema destra in un vero e propio manifesto politico, hanno accompagnato, prendendo altre forme, l’intera lunga storia giudiziaria sulla strage di Bologna definendone l’impianto. Camon poi intervistò Freda che si riconobbe in quel film e gli chiese un incontro ed è in questa sua risposta che lo scrittore padovano trova conferma nel “diritto a fare stragi” che Freda e il suo gruppo si erano arrogati: «Innocente non chi è incapace di peccare, ma chi pecca senza rimorsi». Quindi in discussione non c’è da parte mia, per Bologna, questo impianto. Anche se la vicenda è forse più complessa di così, a cominciare dalla questione “internazionale” che pure ora è di nuovo presente con la vicenda dei finanziamenti transitati per la Svizzera. Non è comunque questo il focus di questo mio pezzo. Il punto è che non si aspettava certo il 1979 e Pecorelli, dopo il passaggio e ancora l’esistenza allora di mille e più processi in corso su Piazza Fontana e Piazza della Loggia e i rivoli sparsi sugli innumerevoli episodi di eversione, per conoscere quello che era già noto seppure spesso affossato nelle e dalle inchieste. E manovrato: come ci ha spiegato bene il giudice Guido Salvini nel suo La Maledizione di Piazza Fontana (Chiarelettere 2019). Era già rappresentato quel piano insomma nel 1975.

L’IDEA DI TRAME NERE DI PECORELLI. Di più, Pecorelli negli ultimi numeri di O.P. – l’agenzia divenuta settimanale in cui si sprecavano gli scoop dalle notizie che il giornalista apprendeva, scambiandole con i più disparati e segreti ambienti – prendeva a esempio proprio uno dei “compagni” – si fa per dire – di avventura ed eversione di Freda, Giovanni Ventura, come personaggio strumentalizzato delle trame nere (numero del 30 gennaio 1979). Quindi non proprio un j’accuse contro la destra eversiva in sé, bensì la comprensione di qualcosa di più ampio che d’altronde nei verbali del 1973 Ventura aveva già confessato (poi ritrattando) dichiarando di aver partecipato alla strategia della seconda linea, quella cioè utile agli uomini del Sid, di ON e di Avanguardia nazionale tutti insieme per infiltrarsi in ambienti culturali e politici della sinistra extra parlamentare e non, anche disseminando bombe (senza esporre la «prima linea» che era ben altra cosa).

A PROPOSITO DI LINEE E STRATEGIE. In una intervista al Corriere della Sera nel dicembre del 1984, Ventura, mentre in carcere in Argentina, dove era evaso – a leggere le carte del Cesis conservate presso gli archivi di questa nostra segreta Repubblica – il 16 gennaio 1979 e dove fu arrestato il 14 agosto del 1979 («arrestato di notte sorpreso mentre dormiva nella casa di don Christian von Wernich a La Plata che lo ospitava da tre mesi. Cappellano della polizia di Buenos Aires che giustifica la tortura e l’orribile fine dei ventimila desaparecidos» scriveva Foa) aveva affermato: «I veri gruppi eversivi fascisti avevano connessioni con Roma, con Avanguardia Nazionale. Guido Pagliai e Stefano delle Chiaie, lo stratega del terrore, coordinavano le loro azioni» e poi, incalzato dalla domanda di Giangiacomo Foa, se fosse «assurdo affermare che Freda e Concutelli abbiano preparato l’ordigno di Piazza Fontana per poi consegnarlo all’anarchico Valpreda», Ventura aveva risposto: “No – nel clima di quegli anni ciò era possibile”. Inoltre al giudice D’Ambrosio nella inchiesta di Milano l’ex ordinovista aveva dichiarato: «Il nostro gruppo era saldamente coperto da catene e catenacci». Ventura ha sempre agito in questo modo e, seppur mal volentieri, anche nel 1984 consegnava a chi glielo chiedeva piccoli pezzi di verità mescolandole a falsità o distorsioni utilizzandole ai fini della sua linea difensiva, quella che ha spiegato bene nel suo libro Paolo Cucchiarelli, poi adattato nel film di Giordana che ha urtato tanto Sofri. Ma appunto anche piccoli pezzi di verità. Ho parlato con la sorella di Ventura, la quale aiutò a far evadere il fratello, che mi conferma questo lungo periodo prima dell’arresto da lui trascorso in Argentina.

LE TRE PISTE POSSIBILI. Rileggendo le carte del processo Pecorelli e le testimonianze di Paolo Patrizi, il più stretto collaboratore di Pecorelli, sono tre gli argomenti sui quali il giornalista stava aspettando documenti importanti inediti (come ho già scritto su La Voce di New York): il memoriale Arcaini (Giuseppe, direttore dell’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio italiane – Italcasse – il cui scandalo anticipò di 15 anni Tangentopoli); il memoriale di Sindona (Michele, faccendiere mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli che indagava sul sistema da lui creato nel mondo finanziario) e qualcosa di grosso che riguardava Moro e il sequestro di Via Fani, d’altronde si avvicinava l’anniversario. Il pezzo più importante doveva arrivare da Milano – riferirà Patrizi a caldo il 22 marzo 79 agli inquirenti – da una persona che doveva venire in aereo, ma che poi prese il treno per uno sciopero. Cosa doveva portare con sé questa persona? Ma c’è di più.
Il collaboratore di Pecorelli, Umberto Limongelli, che aveva portato in tipografia il plico contenente l’ultimo articolo mai pubblicato, sugli “assegni del Presidente”, consegnandolo a qualcuno che poi sparì con tutto l’incartamento, così riferisce in udienza: «Dandomi il plico fece un pò ironicamente l’atto, disse: “Questo è materiale esplosivo” e io feci l’atto di farlo cadere in terra, sempre ironicamente. Poi disse: “Questo potrebbe essere l’ultimo numero che esce in difficoltà economiche, forse staremo meglio tutti e anche tu” a me, “ciao, ciao, ci vediamo domani mattina in ufficio”. Io risposi: “Se campo” perché lo dico a tutti ormai, è una prassi, lo sanno anche qui dentro. Lui rispose: “Se campo io, se qualcuno non mi fa la pelle prima”. Io dissi: “Chi ti fa la pelle, chi ti accoppa? E’ il tuo lavoro”, “c’è sempre una G” facendo un movimento con le spalle» (Sentenza Calò – Pecorelli 1994). Chiaro riferimento a Giulio Andreotti. Se gli assegni erano per la strage di Bologna di là da compiersi come si evince dalla intervista alla collega, e non per Andreotti, questa dichiarazione presente in atti però pone dei dubbi.

IL CASO MORO PER L’ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA FANI. A proposito di carte segrete e servizi in quelle che ho letto io, a esempio, non più secretate di per sé ma nascoste negli archivi liberi di questa Repubblica e in diverse carte giudiziarie, il Sisde indica nel movente Italcasse quello che avrebbe portato alla morte del giornalista, movente che lo stesso ex pretore Infelisi indicò potesse essere agli inquirenti, visto che Pecorelli lo andò a trovare e lui gli consigliò di fare una denuncia al riguardo. Questo però non significa che le carte dei servizi esibiscano sempre il vero anzi. Quello che non si trova mai “libero” nelle carte delle barbe finte è invece il collegamento fra l’omicidio del giornalista e il Caso Moro e la lunga scia lasciata da Pecorelli sul ruolo della ‘ndrangheta, filone sul quale come sappiamo in pochi ma comunque noto la Procura di Roma sta ancora lavorando. Di più ancora: certe sentenze giudiziarie che parlano di quei collegamenti sono tuttora coperte da segreto (segreto che è rimasto intatto anche durante i lavori della Commissione Moro 2). Ed è facile capire perché. Anche se diversi elementi, diremmo probatori, sono disseminati in più processi e inchieste passati e attuali. Quando c’è da negare o non dire, le carte dei servizi soprattutto di quegli anni svolgono il loro compito, per cui stare attenti alle cose che anche rivelano è un dovere. A noi il compito di cercare di sbrigliare la matassa. C’è a esempio la storia dell’ultima persona che ha visto Pecorelli vivo, Vincenzo Cafari uomo-cerniera fra criminalità organizzata, mondo politico e massonerie che ancora non è emersa del tutto (e che nel mio libro rappresento per esteso) di cui anche la collega Fanelli ha scritto. Non voglio indicare io quale sia la pista giusta (non spetta a me) e forse le piste sono più di una, ma solo riportare sul tavolo quei fatti retti da cose concrete che potrebbero rischiare di essere offuscati da un gran polverone. Il Caso Moro per Pecorelli invece era ancora tutto da scrivere.

Di romanzi di scrittori che entrano nelle trame che reggono il mondo si contano sulle dita di una mano. Proprio Camon, proprio lui, si è sempre rifiutato – per dire – di collegare il romanzo “Petrolio” al massacro a Pasolini. Ma questa è un’altra storia da raccontare. E ancora una volta non è quella che sembra.