20 Marzo 1994 Mogadiscio (Somalia) Uccisa Ia giornalista Ilaria Alpi ed il suo Operatore Miran Hrovatin

Foto da: Liberainformazione.org

Ilaria Alpi, giornalista, e Miran Hrovatin, fotografo e cineoperatore, furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell’azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati a Ilaria Alpi e al cineoperatore Miran Hrovatin, poiché l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Questo omicidio è rimasto un mistero in cui si intrecciano trame internazionali, depistaggi e false testimonianze.

 

 

Fonte: Liberainformazione.org
Riccione, 20.03.2009 | dall’Osservatorio Ilaria Alpi
Caso Alpi, quindici anni alla ricerca di verità e giustizia

15 anni senza verità e giustizia. Questa frase è stata stampata dal Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi sugli oltre 10 mila bandi di concorso che vengono spediti ad altrettanti giornalisti italiani e stranieri. Una frase che vuole ricordare ai giornalisti, colleghi di Ilaria e Miran che dopo ben quindici anni quello dei due inviati uccisi in Somalia nel 1994, è ancora un caso aperto.
Tutto ha inizio il 20 marzo 1994. Somalia: “uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore che vive a Mogadiscio da dieci anni”.
Il Caso Alpi/Hrovatin comincia così, con queste poche righe, ancora frammentarie, battute alle 14.43 del 20 marzo 1994 dall’agenzia ANSA sui terminali dei quotidiani e delle televisioni italiane. E con questa terribile vicenda comincia anche la battaglia solitaria, ma incessante, alla ricerca della verità, dei genitori di Ilaria Alpi, Luciana e Giorgio.

E sono loro le uniche persone che in questi 15 anni si sono battuti per la verità e la giustizia. E è a loro che Giorgio Napolitano il 10 ottobre 2008 ha consegnato la Medaglia d’oro al Merito per Ilaria.Tutti gli altri, che si sono impegnati per non dimenticare quello che era accaduto quel 20 marzo, a partire dall’Associazione intitolata a Ilaria e il Premio omonimo, i libri, i reportage, il film, gli spettacoli teatrali, le vie, le scuole, le biblioteche intitolate hanno sempre avuto un solo punto di riferimento: i genitori di Ilaria.
Il loro esempio, è stato per tutti il motore per lottare per cercare la verità.

e da quindici anni  per esempio esiste un premio di giornalismo televisivo che puntualmente fa il punto sullo stato dell’inchiesta giornalistica in Italia e all’estero lo si deve in gran parte a Giorgio e Luciana che hanno sempre ricordato quanto Ilaria facesse con passione il suo mestiere. E questo esempio, il giornalismo serio e approfondito di Ilaria è diventato l’intento primario del premio stesso.

“Ricevere il Premio Giornalistico Televisivo ” Ilaria Alpi” è stato un grande onore. – ha dichiarato l’ultimo vincitore nella sezione internazionale 2008,  il giornalista francese Gwenlaouen Le Gouil, – Il Premio dimostra come ci sia ancora posto per tutti coloro che decidono di esercitare questo mestiere contro corrente. Purtroppo, oggi, il giornalismo d’inchiesta è spesso negato, anche nei paesi occidentali che si dicono democratici. Per il nostro mestiere è quindi vitale che un premio come questo esista e perduri”.

Non sono tanti i giornalisti che in questi anni hanno legato il proprio nome al Caso Ilaria Alpi e alcuni di questi si sono interessati proprio dopo aver partecipato o vinto il Premio Ilaria Alpi. Come Sabrina Giannini, giornalista di Report che nel 2004 ha realizzato il reportage “Nient’altro che la verità” e da quel lavoro è nato anche uno spettacolo teatrale “La Vacanza” con Marina Senesi,  o Emanuele Piano vincitore del Premio Produzione nel 2005 che quest’anno ha realizzato per Al Jazeera un inchiesta sul caso.

Ilaria Alpi,  lavorava per il Tg3 e l’operatore che l’accompagnava Miran Hrovatin era un esperto cameraman triestino. Quel marzo del 94 erano in Somalia al seguito dell’operazione militare sotto egida ONU, Restor Hope e stavano lavorando ad un’inchiesta.  In un taccuino ritrovato Ilaria scrive: «1400 miliardi di lire: dov’ è finita questa impressionante quantità di denaro?» Una frase che  rivela che la giornalista stava investigando sull’ uso degli aiuti della cooperazione italiana in  Somalia.

Solo dopo quasi un decennio dalla morte di Ilaria e Miran,  il 31 luglio 2003 viene istituita con deliberazione della Camera dei deputati la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Commissione che si insedierà il 21 gennaio 2004, presieduta da Carlo Taormina. E ancora una volta hanno pesato sulla decisione di istituire una Commissione le battaglie continue di Giorgio e Luciana Alpi e i numerosi reportage anche con libri di testimonianza  realizzati da giornalisti televisivi e di carta stampata.

Da questa attenta pubblicistica emerge che Ilaria e Miran seguivano la pista di traffici illegali, dalle armi ai rifiuti tossici che coinvolgeranno il settore governativo della cooperazione e rami dei servizi segreti.

Eppure, da anni ed anni, questa verità, prima ancora di essere negata, continua ad essere ostacolata in tutti i modi. E la Commissione presieduta da Taormina non aiuta.

Infatti, due anni e un mese dopo i lavori della Commissione si chiuderanno regalando un’amara sconfitta. Nel rapporto di maggioranza si afferma che la morte dei due giornalisti è legata ad una coincidenza. Non è esecuzione: Carlo Taormina il 7 febbraio 2007 dichiara: “i due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente”.All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina, mentre l’opposizione non ha approvato il documento. I componenti di centrosinistra hanno prodotto un Rapporto di Minoranza; mentre il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli ha presentato una terza relazione.
Per tenere viva l’attenzione sul caso, tra l’agosto e il settembre 2005, l’Associazione Ilaria Alpi è andata in Somalia, realizzando un viaggio sulle tracce di Ilaria e Miran. Dal viaggio sono nati un reportage giornalistico e una mostra fotografica. Il 3 giugno 2006, l’Associazione Ilaria Alpi scrive al Presidente del Consiglio Romano Prodi, affinché il Governo si attivi per fare piena luce sulla morte dei due giornalisti, segnalando che nel corso della serata di apertura della XII edizione del Premio Ilaria Alpi, il Presidente della Somalia Abdulhai Yusuf Ahmed ha riconfermato la volontà del suo governo di collaborare con quello italiano. Due settimane dopo.
L’allora Presidente del consiglio Romano Prodi riceve Giorgio e Luciana Alpi, assumendosi un “serio impegno” con i genitori della giornalista, per valutare le modalità e la base per riavviare un ragionamento sulle circostanze della morte di Ilaria e di Miran. Ed è solo l’anno dopo, il 25 giugno 2007  che poi la Commissione Esteri del Senato valuta la costituzione di una nuova commissione d’inchiesta alla luce di elementi probatori nuovi. Ma la doccia fredda arriva il 10 luglio, sempre 2007, quando il Pm Franco Ionta, titolare del procedimento sul caso presso la Procura di Roma, chiede l’archiviazione. “L’impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin al di fuori di Hashi Omar Hassan, il miliziano somalo condannato a 26 anni di reclusione per il duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994”, è la motivazione sostenuta dal Pm.
Finalmente il 3 dicembre 2007 il gip Emanuele Cersosimo, chiamato a decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata dal pm di Roma Franco Ionta, alla quale aveva presentato istanza di opposizione il legale della famiglia Alpi, respinge l’archiviazione.
“Omicidio su commissione. Il movente? Far tacere i due reporter sulle loro scoperte sui traffici di armi e rifiuti”, le motivazioni.

A portare ancora una volta il caso all’attenzione dell’opinione pubblica sono sempre i genitori che insieme a Mariangela Gritta Grainer nel giugno scorso presentano un saggio dal titolo: “L’omicidio Ilaria Alpi. Alta mafia fra coperture, deviazioni, segreti”. Un racconto a sei mani uscito all’interno del terzo “Taccuino del Premio Ilaria Alpi”: Giornalismi & Mafie.

Mentre il caso è ora nelle mani di un nuovo pm, Giancarlo Amato, l’11 settembre scorso è arrivata una notizia che mette ancora una volta in cattiva luce il lavoro della Commissione presieduta da Taormina: la Toyota acquisita nel 2006 dalla commissione parlamentare potrebbe non avere nulla a che fare con l’auto dove furono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. A questa conclusione è giunta la consulenza ordinata dalla procura di Roma secondo cui un profilo di Dna, estrapolato da due campioni di sangue rilevato su quella vettura e comparato con il codice genetico dei genitori della giornalista non è compatibile con quello di Ilaria.

Questo risultato tecnico, comunque, dà ancora una volta ragione ai genitori di Ilaria che da almeno due anni chiedevano il prelievo del loro dna ai fini degli accertamenti sulle macchie di sangue rinvenute sulla Toyota.

Due genitori che dopo 15 anni sono ancora alla ricerca della verità e della giustizia.

www.ilariaalpi.it

 

 

Espresso – navi dei veleni, parla il collaboratore Francesco Fonti

Casa della Legalità – Onlus – Pubblicato il 17 set 2009
Il servizio de l’Espresso, curato da Riccardo Bocca, in cui in esclusiva il collaboratore Francesco Fonti parla delle navi dei veleni affondate dalla ‘ndrangheta.

Articolo di Riccardo Bocca del 17 settembre 2009

 

 

 

 

Giorgio Alpi, il papà di Ilaria Foto da: La Repubblica del 12 Luglio 2010

Articolo di La Repubblica del 12 Luglio 2010
Sedici anni senza arrendersi
è morto il padre di Ilaria Alpi

ROMA – Ha combattuto sedici anni per sapere la verità sull’omicidio della figlia, è morto senza conoscerla. Giorgio Alpi, il padre di Ilaria, la giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme a Miran Hrovatin, si è spento ieri a Roma a 86 anni dopo una lunga malattia. Medico stimato, da quel 20 marzo ha speso tutte le sue energie, insieme alla moglie Luciana, per scoprire i mandanti nel delitto. Era un uomo gentile, discreto, scoprire la verità era per lui un atto di giustizia verso la figlia, morta a 32 anni.

Lui e Luciana Alpi sono diventati i massimi esperti dell’omicidio di Ilaria; il dolore privato e la volontà di sapere li hanno accompagnati nelle aule dei tribunali, davanti a schiere di giudici, avvocati, generali. Aveva studiato il filmato girato dalla Abc subito dopo l’agguato alla figlia: “Dal naso sgorgano gocce di sangue… Ilaria era ancora viva”; da padre tornava medico, spiegava dell’autopsia, lo strazio di una riesumazione dopo due anni.

Cataste di carte processuali, poi il professor Alpi si rifugiava nei ricordi privati: quando Ilaria faceva il giornalino scolastico, o quando la spinsero a tentare il concorso alla Rai perché lei, che pure era preparatissima, non ci credeva. “É stato un marito meraviglioso, un padre eccezionale, un uomo che tutti hanno amato” dice la signora Luciana tra le lacrime. I funerali si svolgeranno domattina alle 10 a Roma nella Chiesa di Santa Chiara a Piazza Giochi Delfici.

 

 

 

Speciale TG3 – Premio Ilaria Alpi 2011
Lo speciale Tg3 curato da Santo Della Volpe sulla diciassettesima edizione del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi.


 


(Il video non è più disponibile)

Il caso Ilaria Alpi – Le verità parallele

20 marzo 1994, a  Mogadiscio in Somalia, vengono uccisi la giornalista  Ilaria Alpi e il cameramen Miran Hrovatin, inviati speciali della Rai. Questo omicidio è rimasto un mistero in cui si intrecciano trame internazionali, depistaggi e false testimonianze.

Punto focale, in questa operazione verità, è il nome di Giancarlo Marocchino: colui che ha costruito nella seconda metà degli anni Novanta il porto di Eel Ma’aan, come spiega il 25 ottobre 2005 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Colui che per primo a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, accorre sul luogo dell’omicidio della giornalista e del suo operatore.
Questo imprenditore italiano non è mai stato processato nè indagato per l’assassinio Alpi: eppure, secondo Greenpeace ha costruito il porticciolo di Eel Ma’aan “per creare un’alternativa alla chiusura del porto di Mogadiscio, dovuta a scontri tra i signori della guerra somali” in lotta tra loro per controllare il territorio. E sempre secondo le dichiarazioni degli ambientalisti contenute nei faldoni della procura di Asti, assume indubbio rilievo il fatto che l’imprenditore abbia seppellito montagne di container dentro la banchina.

Nel 2008
Le novità sull’omicidio della giornalista del Tg 3 Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, sono riportate nella nota che il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Neri, ha inviato al suo procuratore generale Giovanni Marletta. Sottratti 11 fascicoli e Sperso il certificato di morte della giornalista.
Neri, infatti, ha sempre confermato il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi nell’abitazione di Giorgio Comerio, che «è il creatore della holding Oceanic disposal management -spiega Neri- che sfruttando il progetto elaborato dall’Euratom per conto della Cee, prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori, che a loro volta venivano inglobati in siluri d’acciaio e lasciati cadere per forza inerziale nei fondali marini sabbiosi e argillosi».

Il 20 marzo 1994 la giornalista RAI Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin, inviati in una Somalia dilaniata dalla guerra civile, dove regnano la violenza, i traffici illegali, il caos, sono uccisi in un agguato a Mogadiscio.

La catastrofe umanitaria che si consuma ancora oggi, e testimonia il fallimento di tutte le missioni internazionali di soccorso succedutesi negli anni, sembra senza soluzione così come le circostanze dell’assassinio, che dopo 14 anni restano ancora oscure.

Dalla Commissione alla Procura
La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall’omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall’avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.

Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l’agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all’accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell’agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.

Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l’insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l’autorizzazione a partecipare alla perizia sull’autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.

Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l’inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell’ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.

L’ordinanza del giudice apre all’ipotesi, definita come ‘più probabile ricostruzione’, dell’omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l’Italia.
Secondo un verbale della polizia somala, come rivelato il 17 marzo 2008 dalla trasmissione ‘Chi l’ha visto’?, Alpi e Hrovatin sarebbero stati attirati sul luogo dell’agguato da una telefonata effettuata da uno sconosciuto italiano.

Ilaria, Miran e la Somalia del 1994
Ilaria Alpi nasce il 24 maggio 1961 a Roma dove, dopo il diploma ottenuto presso il liceo ‘Lucrezio Caro’, si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne. La successiva specializzazione in Lingue Orientali le vale una prima collaborazione, dal Cairo, per ‘L’Unità’ e ‘Paese Sera’.
Intraprende dunque la carriera giornalistica fino ad arrivare in RAI nel 1990, come corrispondente dall’estero per il TG3. La grande professionalità e la straordinaria dedizione al lavoro la portano in aree difficili come il Marocco, la Serbia e la Croazia, e per ben tre volte in Somalia.

Miran Hrovatin, nato a Trieste nel 1949, di professione fotografo e cineoperatore, accompagna l’inviata del TG3 a Mogadiscio, dove arrivano il 12 marzo 1994 per seguire le operazioni di rientro del contingente italiano di ‘caschi blu’, impegnato nella missione internazionale UNOSOM, previste per la settimana seguente.

L’esasperata violenza degli scontri tra le diverse fazioni tribali, che combattono tuttora nel Corno d’Africa, aveva spinto l’ONU ad attivare nel 1992, tramite la risoluzione 751 (24 aprile) e 794 (3 dicembre), operazioni di peacekeeping che non riuscivano comunque ad arrestare il conflitto, e tantomeno a proteggere l’insediamento di un governo legittimo.
Anzi, gli attacchi dei clan infuriano con una violenza ancora maggiore e coinvolgono i militari italiani, pakistani e statunitensi del contingente internazionale sotto l’egida dell’ONU. Particolarmente cruenta è per gli italiani la ‘battaglia del pastificio’ del 2 luglio 1993, mentre le truppe statunitensi sono duramente colpite il 3 ottobre dello stesso anno, nella ‘battaglia di Mogadiscio’. Il perdurare degli scontri segna nel 1994 con ineluttabile evidenza il fallimento della missione ‘Restore Hope’: per la Somalia non sembra esserci più speranza.

Sotto la protezione dei marines americani, per i caschi blu italiani è deciso il ritiro per il 20 marzo 1994 e la troupe del TG3, nel proposito di seguire le operazioni di reimbarco, si fa anche carico di documentare l’emergenza umanitaria che sta devastando il paese.
Nel reportage, Alpi e Hrovatin attraversano le province settentrionali e prima di rientrare a Mogadiscio si interessano di una nave, la Faarax Omar, donata alla Somalia dalla Cooperazione italiana ed appena sequestrata al porto di Bosaso. Dopo un’intervista ai membri dell’equipaggio, emerge il sospetto che un’ingente traffico illegale, di armi e rifiuti tossici, stia procedendo in Somalia con il concorso di organizzazioni italiane e la copertura della missione umanitaria internazionale.
Il 20 marzo, mentre proseguono le loro ricerche a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin sono raggiunti ed uccisi nella loro auto da un commando di sette uomini armati a bordo di una jeep.

Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell’agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell’eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell’inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.

I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d’indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da ‘Chi l’ha visto?’.

Il caso fino ad oggi
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l’operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale ‘Epoca’ e poi riprese da ‘Panorama’ nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.

Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: ‘Non ho paura dei somali, ma degli italiani’.

Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall’autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all’ergastolo dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione.
Tuttora è ufficialmente l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio.

Dopo i fragili accordi di pace conclusi nel 1997, nel 2000 e nel 2002, la Somalia subisce l’infiltrazione degli integralisti di Al Qaeda e sprofonda nuovamente nella catastrofe: il debole governo di transizione nato da una tregua tra i signori della guerra viene colpito e cacciato nell’estate 2006 dalle milizie appartenenti alle Corti Islamiche. Nel tentativo di ripristinare un equilibrio contro l’avanzata dell’integralismo, intervengono prima l’esercito etiope e, nel 2007, le truppe statunitensi ma i combattimenti non sembrano cessare e il paese è vittima di una tragedia umanitaria che conta oltre un milione di sfollati.

Sembra dunque difficile, data la gravità della situazione, che le indagini sulla morte di Ilaria Alpi possano proseguire con efficacia anche in Somalia.
Con tutta probabilità, gli interessi italiani e le loro diverse estensioni illecite non si coagulano più nel Corno d’Africa come negli anni ’90, ciò nonostante sembrano giunte ad un punto morto anche le inchieste della procura di Asti e La Spezia, che hanno rilevato l’esistenza di traffici di armi, droga, rifiuti tossici e radioattivi dall’Europa Orientale, attraverso l’Italia, concentrati verso la Somalia.

Dall’esercito italiano non sono giunti in modo univoco né sistematico elementi di novità capaci di contribuire allo sviluppo delle indagini sul caso Alpi. Ilaria si era guadagnata però una grande stima quando, il 15 settembre 1993, si rifiutò di annunciare per prima la morte dei caporali Righetti e Visioli per rispettare il dolore dei familiari. Forse anche nell’intento di ricambiare una tale onestà, non è però mancata la collaborazione da parte di diversi militari, alcuni dei quali hanno confermato le versioni meno semplicistiche della vicenda nelle deposizioni alla Commissione d’inchiesta.

In attesa di nuovi sviluppi sul fronte giudiziario, mentre si ipotizza la creazione di una nuova Commissione parlamentare, emergono nuovi particolari che rafforzano i dubbi ma anche la determinazione di chi intende costantemente, come insegnato da Ilaria, ricercare la verità, per quanto scomoda possa essere.

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 18 Marzo 2014
“Ilaria e Miran uccisi per un traffico rifiuti-armi. Ma è una verità troppo scomoda per l’Italia”
di Daniele Mastrogiacomo
“In 20 anni di indagini”, spiega la madre della giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio con il suo operatore, “mi sono scontrata con un muro di silenzi, depistaggi, documenti spariti e strani decessi di persone legate al duplice omicidio”. Il governo potrebbe desecretare gli 8 mila documenti raccolti dai nostri Servizi. “Credo servirà a poco”, sostiene la signora Alpi, “a me basta trovare i mandanti e guardarli in faccia”

ROMA – “Io so perché Ilaria e Miran sono stati uccisi. Dopo 20 anni di indagini inutili e faticose, di menzogne, depistaggi, sparizioni, altre morti sospette, ho bisogno solo di conoscere i nomi dei mandanti di quel duplice omicidio. Non li voglio vedere dietro le sbarre. Mi basta guardarli in faccia”. Armi per rifiuti. Tossici, chimici, nucleari. Ogni schifezza che si produceva nel mondo – e si ricicla in Italia – da sotterrare in zone desertiche della Somalia. In cambio, carichi di armamenti moderni e sofisticati provenienti dai paesi dell’ex blocco sovietico che il nostro paese forniva ai signori della guerra. Non solo nella nostra ex colonia ma in tutti i paesi del Corno d’Africa. “Ilaria”, ci dice la signora Luciana Alpi, la madre della giornalista del Tg3 della Rai uccisa a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 assieme all’operatore Miran Hrovatin, “stava indagando su questo enorme scandalo. Lo aveva detto ad alcune persone di cui si fidava. Con la dovuta cautela imposta dall’argomento”. Giovedì prossimo saranno passati 20 anni. La vergogna criminale della Terra dei fuochi era ancora lontana dall’essere scoperta. Ma dopo tutto quello che si è visto e saputo, con i guasti economici e ambientali inflitti a una regione come la Campania, il movente di un omicidio ancora oscuro non è poi così assurdo. Anzi.

La sentenza della magistratura italiana, signora Alpi, parla di agguato. Forse per un sequestro, forse come ritorsione per le violenze effettuate dai nostri militari nei confronti di alcuni somali.
“Ma non dice quale fosse il movente. Fa delle supposizioni. C’è un solo colpevole: Hashi Omar Hassan, un poveraccio che ha pagato con 26 anni di carcere perché qualcuno lo ha indicato come membro del commando che aggredì e uccise mia figlia e Miran. Circostanza che lui continua a negare con forza. Io gli credo”.

La signora Alpi ha un groppo in gola. Gli occhi le diventano lucidi. Ma solo un attimo. Il tempo di riprendersi e di riacquistare quella serenità che l’ha aiutata a superare il muro omertoso sulla morte di sua figlia.

Lei sostiene che è stata una trappola. Perché?
“Ilaria non aveva nessuna voglia di andare all’hotel Amana. Era appena tornata da Bosaso, nel nord della Somalia, dove aveva incontrato il sultano locale. Voleva restare nel suo albergo, il Sahafi. Avrebbe dovuto attraversare tutta la città, con i posti di blocco, i pericoli di una guerra in corso, gli agguati, le incursioni. Me lo disse lei stessa. Ricevetti la sua telefonata alle 12,30. Mi tranquillizzò e mi spiegò che  voleva fare una doccia e mettersi a letto”.

Invece qualcuno la invitata all’Amana. Per conto del collega Remigio Benni, dell’Ansa.
“Non so chi abbia telefonato. Se si fosse agito subito, con il nostro personale militare ancora a terra, sarebbe bastato interrogare l’addetto alla reception e scoprire chi aveva chiamato. Benni in realtà era già partito da due giorni. Ilaria non trova nessuno, rimonta in macchina e dopo appena 100 metri un’auto appostata nei pressi dell’albergo li segue e li blocca all’altezza di una strettoia”.

Hrovatin viene colpito da proiettili di Ak-47. Sua figlia muore con un solo colpo al collo sparato da distanza ravvicinata con un’arma corta, una pistola. Una vera esecuzione.
“Appunto. Si è parlato di sparatoria. Ma a sparare sono stati solo due dei 7 killer del commando. Tra l’altro l’autista, accusato di aver innescato la reazione sparando all’impazzata, non ha avuto neanche un graffio. Ilaria, no. Mio marito, che non c’è più, ed io non abbiamo mai visto il corpo di nostra figlia. Ci dicevano che era devastato, crivellato di colpi. Mio cognato e mio fratello ci sono riusciti: qualcuno doveva effettuare il riconoscimento, senza il quale Ilaria non poteva essere seppellita. Aveva solo la testa fasciata. Il certificato di morte, però, è sparito. E’ spuntato fuori anni dopo. Era in una cartella con altri documenti che apparteneva ad un faccendiere fermato vicino a Brescia. Pare fosse coinvolto in traffici strani, illeciti. Sulla cartella c’era scritto: Somalia”.

E che fine ha fatto il certificato?
“E’ stato requisito da un capitano dei Carabinieri assieme agli uomini della Forestale che l’hanno consegnato alla Procura di Reggio Calabria. Quando è stato richiesto era sparito”.

Non è l’unico ad essere scomparso.
“I taccuini su cui Ilaria aveva preso degli appunti, per esempio. In uno c’erano scritte molte cose: i 1400 miliardi di lire della Cooperazione italiana; la strada Garore-Bosaso, fatta sempre dalla nostra Cooperazione; il nome di Mugne, l’armatore di una flottiglia italo-somala; quello di Marocchino, l’imprenditore che gestiva l’approvvigionamento delle nostre truppe. Ilaria indagava sul traffico di rifiuti e cercava risposte sullo scandalo che coinvolgeva il nostro ministero degli Esteri, quello della Difesa, i nostri Servizi, le società coinvolte nello scambio armi-rifiuti. Noi fomentavamo una guerra che eravamo andati a placare. Lo scandalo era enorme. Soprattutto in quell’epoca. Oggi siamo abituati a tutto…”.

E le risposte, sua figlia, le va a cercare da Bogor, il Sultano di Bosaso.
“Lo dice lo stesso Bogor. E’ stato interrogato dalla Commissione d’indagine della Camera. C’è la sua deposizione su una cassetta di 35 minuti. Racconta che Ilaria e Miran restarono con lui per due, forse tre ore. Sapevano già molte cose; da lui cercavano solo delle conferme. Il Sultano lo ribadisce. Anche lui raccoglieva continuamente delle voci che denunciavano l’arrivo e lo svasamento di migliaia di fusti con rifiuti tossici all’interno e lungo le coste della Somalia. La cassetta della deposizione è nelle mani della Procura. Io conservo il trascritto che poi, nelle conclusioni della Commissione, non è stato neanche accennato. Chi intervista per tre ore un personaggio come il Sultano di Bosaso registra delle immagini e delle voci. Ilaria e Miran sicuramente avevano i nastri. Ma anche questi sono spariti. I bagagli di mia figlia, chiusi e sigillati, sono stati aperti durante il viaggio di rientro della nave Garibaldi in Italia”.

Attorno all’omicidio dei due nostri colleghi aleggiano altre due morti sospette: quella di Vincenzo Li Causi, uomo dei Servizi militari italiani e per un certo tempo attivo nella struttura segreta Gladio (creata per fronteggiare un’invasione del blocco sovietico, ndr) a Trapani; e quella di Mauro Rostagno, fondatore della comunità Saman. Il primo viene ucciso pochi mesi prima di Ilaria sempre in Somalia, il secondo nel 1988 vicino a Trapani.
“Oggi sono convinta che la fonte di Ilaria fosse Li Causi. Molti suoi colleghi e altre persone presenti in quei mesi a Mogadiscio confermano che si conoscevano. Mia figlia era stata per sette volte in Somalia. Aveva chiesto di restare ancora qualche giorno. Voleva andare al sud, a Kysmaio. Un altro porto. Nelle sue indagini c’erano sempre dei porti. Tutto porta alla stessa evidenza: mia figlia indagava sul traffico di armi in cambio dei rifiuti. Armi trasportate dai nostri aerei militari, gli Hercules C-130, senza insegne. Quelli visti, secondo testimoni, da Rostagno sulla pista clandestina vicino a Trapani. Quelli di cui Ilaria, probabilmente, aveva parlato con Li Causi”.

Il governo si è impegnato a togliere il Segreto di Stato sugli 8 mila documenti legati all’omicidio di sua figlia. Cosa si aspetta?
“Poco. In 20 anni ho imparato a non illudermi. Ho parlato con tutti. Ho ottenuto solidarietà e impegni da Ciampi, all’epoca primo ministro, e da Scalfaro, presidente della Repubblica. Ho ricevuto persino una medaglia d’oro al valor civile da Napolitano. Ho assistito a tre processi, visto indagare cinque diversi magistrati e due Commissioni parlamentari. Ma mi sono trovata sempre davanti a molti silenzi, moltissimi depistaggi, tante prove importanti sparite. Qualcuno, come l’avvocato Carlo Taormina, che guidò la seconda Commissione parlamentare d’indagine, è arrivato a dire che Ilaria in fondo era andata in Somalia per una vacanza. Considerazioni che si commentano da sole”.

Magari, per una vacanza, si sceglie un paese diverso.
“Appunto. Ma sono ostinata. Non mi arrendo. Voglio vedere se le nostre Istituzioni hanno il coraggio di affrontare la verità. Voglio capire perché Ilaria e Miran sono stati uccisi. Ottenere la conferma di qualcosa che tutti i  protagonisti conoscono. Ma che l’Italia ha paura di ammettere”.

 

 

 

 

Fonte: “Radiocorriere Tv”

 

 

 

 

Articolo del 19 Marzo 2015 da articolo21.org
Luciana Alpi: “voglio guardare in faccia gli assassini di mia figlia”
di Stefano Corradino

“La verità è ancora lontana ma io, finché sarò in vita non smetterò di esercitare il mio diritto di sapere chi ha ucciso mia figlia”. Luciana Alpi, madre di Ilaria è arrabbiata, delusa ma per nulla rassegnata. Non c’è giorno, da ventuno anni in cui lei non si affanni per conoscere i colpevoli dell’omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994. “Il giorno dopo la puntata di “Chi l’ha visto il mio avvocato (Domenico D’Amati, ndr) ha mandato alla Procura di Roma una memoria sulla vicenda senza ottenere la benché minima risposta. Allucinante.”

Cosa ha pensato quando ha ascoltato la registrazione dell’intervista a “Chi l’ha visto” in cui il supertestimone scagionava il ragazzo somalo accusato e condannato per l’omicidio di sua figlia?
Personalmente né io né mio marito, che oggi non c’è più, abbiamo mai creduto che Hashi fosse colpevole. Per questo speravamo tanto che la procura di Roma facesse qualcosa per rintracciare il supertestimone Jelle. Ma a quanto pare i giornalisti di “Chi l’ha visto” sono stati più celeri.

Se scarcereranno Hashi di fatto saremo senza colpevoli
Una ragione in più per fare un nuovo processo. Iniziando da chi in questi ventuno anni ha scientificamente depistato, mettendo in carcere una persona innocente.

Chi ha ucciso Ilaria?
Non mi interessa sapere il nome degli esecutori materiali, gente che per pochi spiccioli ucciderebbe la madre. Io voglio conoscere i mandanti perché sono ancora qui, vivi e vegeti e in questi anni ci hanno ricoperto di bugie e depistaggi.

Nomi eccellenti?
Ne sono convinta. Se fossero persone di poco conto i nomi sarebbero già usciti. Se vengono coperti significa che sono ancora vivi. E voglio sapere chi sono. Non mi interessa il numero degli anni a cui saranno condannati. Voglio poterli guardare in faccia, poi paradossalmente potrebbero anche assolverli. Penso che dopo ventuno anni mi spetti il diritto di sapere chi ha ucciso mia figlia.

 

 

 

Articolo del  14 giugno 2015 da nicolatranfaglia.com
Caso Alpi: i killer sono oggi ancora più potenti ma la verità comincia ad emergere
di Nicola Tranfaglia

La giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hovratin vennero uccisi il 20 marzo 1994 mentre gli italiani si preparavano a votare, una settimana dopo, il 27 e il 28 marzo, per Silvio Berlusconi che sarebbe diventato il nuovo capo del governo. Grazie alle prove, scoperte dal giornalista Luigi Grimaldi, quell’assassinio avvenne in un agguato in Libia organizzato dai servizi segreti italiani e da altri gruppi per sventare la scoperta dovuto alla giornalista italiana di un traffico di armi gestito dalla Cia americana attraverso la flotta navale della società Shifco, donata dalla Cooperazione Italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca. L’agguato fu organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio italiana. Agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shifco erano usate, insieme a navi della Lettonia, per trasportare armi americane e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Anche se nel film documentario prodotto sulla vicenda e visibile sul sito di Raitre non se ne parla, risulta che una nave della Shifco, la 21 Oktobar II (poi sotto bandiera panamense con il nome di Urguli) si trovava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso un’operazione segreta di trasbordo di armi statunitensi rientrate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq e dove si consumò la tragedia della Moby Prince in cui morirono 140 persone. Sul caso di Ilaria Alpi, dopo otto processi, (con la condanna di un somalo ritenuto innocente dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro commissioni parlamentari di inchiesta, sta finalmente venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ilaria aveva scoperto e appuntato sui taccuini, fatti sparire subito dai servizi segreti. Una verità che oggi appare di drammatica attualità.

L’operazione “Restore hope”, lanciata nel dicembre 1992 in Somalia (paese di grande importanza geo strategica) dal presidente Bush con l’assenso del nuovo  presidente Clinton è stata la prima missione di “ingerenza umanitaria”. Con la stessa motivazione, ossia che occorre intervenire militarmente quando è in pericolo la sopravvivenza di un popolo, sono state lanciate le successive guerre di Stati Uniti e Nato contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e altre operazioni come quelle ancora in corso nello Yemen e in Ucraina. Tutte preparate e accompagnate, sotto la veste “umanitaria” da attività segrete. Una inchiesta del New York Times, del 24 marzo 2013, ha confermato l’esistenza di una rete internazionale della CIA che, con aerei del Qatar, giordani e sauditi fornisce ai “ribelli” in Siria, attraverso la Turchia, armi provenienti anche dalla Croazia, che restituisce così alla Cia il “favore” ricevuto negli anni Novanta.

Quando il 29 maggio scorso il quotidiano turco Cumhuriyet ha pubblicato un video che mostra il transito di tali armi attraverso la Turchia, il presidente Erdogan ha dichiarato che il direttore del giornale “pagherà un prezzo pesante” per quello che ha rivelato. Ventuno anni fa Ilaria pagò con la vita quello che aveva comunicato con il suo articolo parlato. Da allora la guerra è diventata sempre più coperta. Lo conferma un servizio del New York Times del 7 giugno scorso sulla “Team 6″, unità supersegreta del comando statunitense per le operazioni speciali, incaricata delle “uccisioni silenziose”.

I suoi specialisti “hanno tramato azioni mortali da basi segrete sui calanchi della Somalia, in Afghanistan si sono impegnati in combattimenti così ravvicinati da ritornare imbevuti di sangue non loro” uccidendo anche con “primitivi tomawak”. Usando “stazioni di spionaggio in tutto il mondo” travestendosi da “impiegati civili di compagnie o funzionari di ambasciate”, seguono coloro che “gli Stati Uniti vogliono uccidere o catturare”. Il “Team 6″ è diventato una macchina globale di caccia all’uomo”. I killer di Ilaria Alpi sono oggi ancora più potenti ma la verità incomincia dopo più di vent’anni a emergere

 

 

 

30 Settembre 2015 articolo21.org
Per Ilaria, per Miran
di Fabrizio Feo

A 21 anni dall’agguato in cui Ilaria e Miran furono uccisi, il caso Alpi-Hrovatin è giunto ad un bivio. Due fatti nuovi dicono che o si afferra ora il bandolo della matassa di misteri e depistaggi, oppure la ricerca della verità rischia di essere compromessa per sempre. Mi rivolgo per questo alla magistratura, agli investigatori, ai miei colleghi e alla Rai affinché non cada nel vuoto l’appello lanciato da Luciana Riccardi Alpi il 20 giugno scorso in una intervista al TG3.

“Voglio sapere – ha detto con forza la signora Luciana – chi ha costruito false piste, chi ha lavorato per allontanare ogni possibilità di individuare chi ha ordinato il duplice omicidio di Mogadiscio”. Chiedo di sostenere l’appello di Giuseppe Giulietti e di Articolo21 perché, costi quel che costi, vengano battute tutte le strade per arrivare alla verità e alla giustizia, seguendo fino in fondo le piste dei traffici illeciti e delle eventuali coperture politiche, italiane e non.

La nuova clamorosa ritrattazione delle accuse fatta da Ahmed Ali Rage detto “Gelle”- stavolta davanti alle telecamere- e la scarcerazione avvenuta 4 mesi fa per buona condotta di Hashi Omar Hassan – che per quelle accuse ha scontato 16 anni di galera – ricordano a tutti cosa sono state le inchieste di questi anni. Sì, le inchieste. Perché quelle giudiziarie sono state più di una. E perché, poi, c’è anche l’inchiesta parlamentare. In queste inchieste, insieme a tanto impegno leale nella ricerca di colpevoli e moventi, compaiono atti, passaggi, che lasciano esterrefatti; scelte o “buchi nell’acqua” che devono essere spiegati. Un esempio? Proprio il fatto che Ahmed Ali Rage detto Gelle probabilmente si poteva trovarlo già dieci anni fa quando ritrattò per la prima volta le accuse contro Hashi , e proprio lì dove la trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” lo ha rintracciato. Dunque al Procuratore Pignatone – che, con la pm cui ha delegato l’inchiesta, ha ora avviato nuove indagini -non tocca un compito facile. Ancora una volta molti muri da abbattere. Molto vecchi e alti.

Ahmed Ali Rage, ritrattando, ha ribadito che per fargli dire menzogne gli avevano promesso soldi e un visto per l’Italia. Questa affermazione, se riscontrata, dimostrerebbe una volta per tutte che il duplice omicidio di Mogadiscio non fu conseguenza di una rapina finita male, non fu un fatto casuale. Dimostrerebbe che in tutti questi anni in tanti hanno avuto interesse a nascondere le ragioni del delitto. Anche personaggi seduti su scranni molto alti delle istituzioni di questo Paese. All’azione della Procura di Roma deve affiancarsi l’attenzione della pubblica opinione – che pure non ha fatto mancare negli anni la sua solidarietà ai familiari di Ilaria e Miran- e soprattutto l’impegno dei media. Non solo singoli o piccoli gruppi di giornalisti. Ma di una categoria intera, a cominciare da NOI colleghi di Ilaria, consapevoli che la battaglia per difendere il diritto/dovere di informare comincia dalla richiesta della verità su questa e altre drammatiche vicende uguali a quella di Ilaria e Miran.

Leggo l’elenco di titoli e servizi della nostra videoteca, quella dei tg e delle trasmissioni, degli approfondimenti Rai; guardo cosa è stato fatto, quanto abbiamo fatto, non per “ricordare” e “commemorare”, ma per cercare o anche solo per chiedere la verità o seguire le tappe dell’inchiesta. Rileggo, e mi convinco che se molto è stato fatto, si poteva, si può e si deve fare di più. Tutti i giorni. Sta ad ognuno di noi. E il momento è questo.

 

 

 

Fonte:  articolo21.org
Articolo del 9 febbraio 2019
Omicidio Alpi-Hrovatin. Per la terza volta la Procura cerca di metterci una pietra sopra. Noi no. #NoiNonArchiviamo
di Luciano Scalettari

E così la Procura di Roma chiede di nuovo l’archiviazione. In altre parole, sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin secondo i magistrati non c’è più nulla da indagare. Che dire, dopo 25 anni di non-indagini, di inerzie, di dichiarazioni e promesse di impegno a trovare la verità da parte dei diversi Procuratori che si sono succeduti nella Capitale, seguiti immancabilmente da poco-o-niente, da risultati scarsi o nulli o, peggio, da errori giudiziari colossali. Come nel caso del “capro espiatorio” Hashi Omar Hassan, che si è fatto 17 anni di carcere per niente, per poi sentirsi dire – dai giudici di Perugia, però, non di Roma – che sulla sua pelle è stata messa in atto un’ampia e raffinata azione di depistaggio.

Depistaggio, l’hanno scritto i giudici, non i “soliti giornalisti dietrologi”. E l’anno scritto solo due anni fa. Ma secondo la Procura di Roma non resta nulla da indagare.

Chi scrive (e non da solo: l’hanno ripetuto fino alla noia in tanti, compresi gli stessi genitori di Ilaria, Luciana e Giorgio Alpi) ha sostenuto fin dall’epoca del suo arresto, nel lontano gennaio 1998, che Hashi fosse un capro espiatorio per mettere una pietra tombale sull’imbarazzante vicenda dell’esecuzione dei due giornalisti Rai. Occorreva dare un contentino ai “rompiscatole” Luciana e Giorgio, e magari far smettere le inchieste di giornalisti e magistrati di altre Procure che facevano continuamente saltar fuori nuove piste e nuovi indizi. L’operazione non è riuscita, ma ci sono voluti 17 anni per arrivare a scrivere la parola depistaggio.

Quindi, che dire dei 25 anni di palese incapacità di risolvere il caso da parte della Procura di Roma? Che dire della mancata autopsia e delle indagini mai svolte sulla violazione dei sigilli sui bagagli, come pure sulla scomparsa di alcuni bloc notes di Ilaria e sulla sottrazione delle cassette del girato dei giornalisti in terra somala? Che dire dei primi mesi di inchiesta, a ridosso dei fatti, quando i genitori andavano a battere i pugni sul tavolo a Piazzale Clodio perché le indagini erano ferme al nastro di partenza? Che dire del fatto che il Capo della Procura dell’epoca, nel luglio del 1997, ha tolto l’indagine all’unico magistrato che stava ottenendo risultati concreti e che aveva individuato quattro testimoni oculari? Che dire del cambio di mano proprio quando i quattro testi stavano arrivando a Roma per testimoniare? Che dire della scandalosa conduzione dell’accusa nei confronti di Hashi? Che dire dei risultati zero sui 26 punti che il Gip Emanuele Cersosimo chiedeva nel 2007 di approfondire? Che dire, infine, dell’ulteriore niente riguardo alle 6 nuove richieste di indagare formulate dal Gip Andrea Fanelli, nell’ordinanza del 2017?

Diciamola come sta: un fiasco totale. L’unico risultato concreto ottenuto dalla Procura di Roma è stato la condanna di un innocente.

E non è tutto. Non va dimenticato che la Commissione Parlamentare d’inchiesta dedicata al caso, che ha operato fra il 2004 e il 2006, aveva poteri d’indagine analoghi a quelli della magistratura. Che dire degli esiti fuorvianti e depistanti a cui ha portato? Carletto Taormina, presidente di quella sciagurata Commissione, ha detto che la nuova richiesta di archiviazione chiesta dalla Procura di Roma conferma il lavoro dell’organismo parlamentare da lui guidato. In un certo senso ha ragione: l’una conferma il bilancio disastroso dell’altra. L’una conferma gli errori e gli insuccessi dell’altra. Carletto, il “caso Alpi-Hrovatin”, l’ha archiviato allora. I magistrati romani chiedono per la terza volta di metterci una pietra sopra. Noi no. #NoiNonArchiviamo.

 

 

 

Fonte:  ilfattoquotidiano.it
Articolo del 13 marzo 2019
Alpi e Hrovatin, “gip imponga ai servizi segreti di rivelare fonte confidenziale”
La Federazione nazionale della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e Usigrai hanno depositato l’opposizione alla nuova richiesta di archiviazione della procura di Roma dell’inchiesta sulla morte dei due inviati ucccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994

No all’archiviazione. La Federazione nazionale della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e Usigrai hanno depositato l’opposizione alla nuova richiesta della procura di Roma di chiudere con un nulla di fatto l’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. A impedire che l’inchiesta possa continuare, secondo la procura di Roma, l’irriperibilità della fonte degli 007 citata in una relazione del Sisde del 1997 e per cui il gip di Roma Andrea Fanelli (che aveva già respinto una prima richiesta di archiviazione), chiedeva di ascoltare “previa nuova richiesta al direttore pro tempore in ordine all’attuale possibilità di rivelarne le generalità”. L fonte non può dare il consenso, già negato in passato, di essere sentito come testimone nell’indagine sulla morte della giornalista. E così – con una lettera riservata del 6 giugno 2018 agli inquirenti – l’Aisi “ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare la generalità della risorsa fiduciaria”.

“Con questa inziativa – si legge in una nota dell’avvocato Giulio Vasaturo. – tutte le rappresentanze del giornalismo italiano hanno espresso, unitariamente, la loro ferma opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pubblico Ministero, segnalando al Giudice le gravi carenze dell’inchiesta giudiziaria contro le quali, a venticinque anni di distanza dall’esecuzione di Mogadiscio, rischia definitivamente di arenarsi il percorso di giustizia e verità intrapreso al fianco di Giorgio e Luciana Alpi”.

Nell’opposizione viene chiesto al gip di “imporre ai nostri apparati di Intelligence di rivelare le generalità della fondamentale fonte confidenziale del Sisde (oggi AISI) che nel 1997 ha riferito dei collegamenti fra l’omicidio di Ilaria e Miran ed i traffici di armi e rifiuti in Somalia”. “È intollerabile, infatti, che a venticinque anni di distanza da quell’agguato, i servizi segreti si siano nuovamente rifiutati di collaborare con l’Autorità giudiziaria, affermando di non aver potuto chiedere al testimone il proprio consenso a rendere dichiarazioni innanzi ad un giudice”, si legge nell’atto. Fnsi, Odg e Usigrai hanno sottolineato “come il testimone abbia sempre l’obbligo di collaborare con la giustizia e che, pertanto, la giustificazione addotta dai “servizi segreti” è assolutamente irricevibile”. Le parti offese “hanno sollevato, sul punto, la questione di legittimità costituzionale, chiedendo al giudice di rimettere gli atti alla Consulta per sancire l’incostituzionalità della normativa che consente all’Intelligence di opporre il segreto sulle proprie fonti, ricorrendo a motivazioni anche manifestamente illecite”.

Quel fascicolo quindi resta contro ignoti. I nuovi elementi arrivati dalla procura di Firenze, ossia la trascrizione di una intercettazione del 21 e 23 febbraio 2012 tra due cittadini somali in cui si afferma che Ilaria “è stata uccisa dagli italiani”, è stata ritenuta irrilevante dal pm. Le conversazioni erano contenute in un nota della Finanza di Firenze, datata 2012, che ci ha messo quasi 5 anni per arrivare nella capitale.

 

 

 

Fonte:  lastampa.it
Articolo del 20 marzo 2019
Il super testimone della commissione Taormina rivela a La Stampa: “Mi sono inventato tutto”
di Andrea Palladino
Abbiamo incontrato Ali Mohamed Bashir vicino alla stazione Termini. Cade la teoria dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi per una rapina dalla criminalità comune

È tardo pomeriggio in via Marsala, zona stazione Termini. Ali Mohamed Bashir saluta il gruppo di amici somali. Alto, giacca scura, una sciarpa à la mode. Da qualche giorno è a Roma, lontano dalla sua Mogadiscio. «Ero la scorta di Giancarlo Marocchino e ancora oggi ogni tanto lo sento», spiega sorridendo. Ilaria Alpi la ricorda morta riversa sul sedile della jeep crivellata di colpi. «Questo sono io». Indica un ragazzo di spalle, giubbetto jeans senza maniche, in un gruppo di somali che nell’immagine sta estraendo i corpi dei due italiani dall’automobile. È la ripresa di una telecamera del canale Abc, subito dopo l’agguato mortale del 20 marzo 1994. Bashir è insieme al gruppo armato che accompagnava l’imprenditore italiano Marocchino, originario di Borgosesia, logista in Somalia per due decenni. Fu il primo ad accorrere all’incrocio tra via Alto Giuba e corso della Repubblica (oggi corso Somalia), pochi minuti dopo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Presero i corpi e li portarono al porto vecchio di Mogadiscio, dove era in attesa un elicottero militare italiano, inviato dal contingente.

Il testimone sotto protezione

Bashir è stato un testimone chiave. Portato in Italia dalla commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Carlo Taormina e messo sotto protezione, in tre audizioni confermò la lista di sei nomi di presunti componenti del gruppo di fuoco aprendo le porte alla tesi della maggioranza uscita dalla commissione: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi in un tentativo di rapina finito male. «Sono loro» assicurò Bashir. «Questi due erano i più pericolosi» aggiunse durante l’ultima deposizione, desecretata negli anni scorsi. Era il 26 ottobre 2005, poco dopo lasciò l’Italia. Quando nel 2016 venne chiamato per deporre davanti al Tribunale di Perugia nel corso del processo di revisione della condanna di Hashi Omar Hassan – il somalo che ha scontato 17 anni di carcere da innocente, accusato falsamente da uno dei testimoni chiave del caso, Ahmed Ali Rage, detto “Gelle” – non si fece vivo. Eppure, di cose da raccontare, ne aveva. Oggi le rivela a La Stampa.

«È vero, sono come Gelle, ho detto delle bugie», racconta adesso Bashir. Quei nomi, quella lista – assicura – l’ha inventata. Ma aggiunge: «Hashi Omar Hassan non c’era, non era presente». Un dettaglio che rivela come in realtà sappia molto di più di quel che racconta. E’ l’unica parte della sua deposizione in commissione parlamentare che confermerà nell’intervista. I motivi della falsa testimonianza? Oltre non va, il suo sorriso diventa una sorta di limite invalicabile.

Bashir non era un somalo qualunque nel 1994. Era a capo della scorta di uno dei logisti italiani più importanti di Mogadiscio. Ed era originario di Mogadiscio nord, la zona controllata dal signore della guerra Ali Mahdi dove è avvenuto l’agguato contro la giornalista di Rai 3 e il suo operatore. Un dettaglio che nella società somala strutturata in clan pesa molto. Ecco perché oggi, questa sua testimonianza, assume un peso ancora maggiore.

Il gioco delle ombre

La morte di Ilaria e Miran a distanza di 25 anni, con la terza richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma (la prima nel 2007, la seconda nel 2017 e l’ultima un mese fa, sulla quale il Gip dovrà decidere nei prossimi mesi), è ancora oggi un gioco di ombre, bugie, testimonianze false, indagini incomplete. Con un sospetto, messo nero su bianco nella sentenza di Perugia, di un possibile depistaggio.

Le indagini hanno prodotto fino ad oggi due indagati poi archiviati definitivamente: il sultano di Bosaso, Moussa Bogor, e il signore della guerra, Ali Mahdi. Un innocente, Hashi Omar Hassan, è finito in carcere, scagionato dopo l’intervista al suo accusatore “Gelle” del febbraio 2015 realizzata in Gran Bretagna dall’inviata di Chi l’ha visto? Chiara Cazzaniga. Tutti sapevano che aveva mentito, ma il processo per calunnia, che lo aveva visto imputato, si era concluso con un’assoluzione nel 2012. Già nel luglio 2002 “Gelle” aveva chiamato il giornalista somalo Aden Sabrie dicendo di aver mentito. Bugie, come Bashir. Era stato interrogato prima dalla Digos romana e poi dal pm Franco Ionta, senza essere registrato. Subito dopo, alla fine del dicembre 1997, era sparito. Quando Sabrie presentò l’audio della telefonata del 2002 non fu possibile confrontare la sua voce e così quella testimonianza preziosa cadde nel nulla.

L’altro accusatore di Hashi, Ali Abdi, l’autista di Ilaria e Miran, era stato interrogato nel luglio 1997. «Non conosco gli autori», disse. Venne riportato in Italia a gennaio e di nuovo interrogato. Cambiò versione solo dopo alcune ore e dopo un’interruzione del verbale per la cena. Anni dopo, tornato in Somalia, è morto in circostanze mai chiarite. Chiedergli oggi perché, dopo aver ripetutamente dichiarato di non conoscere gli autori, fece gli stessi nomi di “Gelle” è impossibile: nessuno potrà mai più chiederglielo.

Birmingham, il testimone chiave e il suo doppio

Si torna dunque a “Gelle”, il primo testimone ad aver prima accusato e poi ritrattato. Un testimone che l’Interpol non riusciva a trovare, ma scovato da una giornalista aprendo di fatto la strada alla revisione del processo nei confronti di Hashi Omar Assan, assolto dopo 17 anni di carcere. A Birmingham c’è una delle comunità somale più grandi della Gran Bretagna. Dal centro ci voglio quasi trenta minuti per entrare nel quartiere enclave. Dietro i mattoncini rossi ci sono locali tradizionali, moschee, centri culturali. Senti gli odori delle spezie, mentre nei pub si festeggiano matrimoni e compleanni di bambini. Qui vive da anni Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, il testimone del caso Alpi sparito per anni. Una nota dell’ufficio di collegamento italiano dell’Interpol a Londra dava dettagli minuziosi nel gennaio 2006: quattro figli, sposato con una donna di nome Kadro, con una nuova identità, abitante a Birmingham. La commissione guidata da Taormina aveva avviato indagini mirate, e quella è la risposta rimasta agli atti del Parlamento. Eppure nonostante quei dettagli precisi nessuno lo trovava, mentre Hashi continuava a rimanere in carcere da innocente, con la prescrizione dell’isolamento diurno. Incredibile a dirsi, i dati erano errati. Un omonimo, un’altra persona. Basso, mentre il testimone era alto e magro. Un aspetto quasi da pakistano e non da somalo, che ha tratti caratteristici, inconfondibili. «Non so chi stiate cercando» spiegava l’incredula ex moglie del falso Gelle nel febbraio 2014 intervistata sulla soglia di casa. E aveva ragione.

Durante i lavori della Commissione guidata da Taormina un giovane capitano della Finanza, Gianluca Trezza, aveva capito che Gelle andava trovato con i vecchi metodi investigativi, non fidandosi dei dati ufficiali. In una relazione di servizio spiegava che occorreva contattare «la comunità somala internazionale». Di fronte ad una cultura dove forte è la presenza del clan, basata sulla tradizione orale, sul passaparola, serviva ben altro sforzo investigativo. Quella sua indicazione rimase lettera morta.

I lavori della commissione parlamentare si conclusero con una relazione di maggioranza che attribuiva la morte dei due giornalisti ad una rapina finita male o a un tentativo di rapimento. Insomma, criminalità comune, nessun agguato mirato alla persona. Ovvero la tesi sostenuta dal testimone Bashir, chiamato “teste B.”, «apparso spontaneo e libero da condizionamenti», si legge nel documento finale della commissione. «Bugie, mi ero inventato tutto», dice oggi, aggiungendo il suo nome alla lunga lista dei testimoni falsi, vero leit-motiv del caso Alpi. Un altro anello di un possibile depistaggio. I mandanti delle menzogne? Attorno alla stazione Termini scende ancora una volta una virtuale, fitta, impenetrabile nebbia. Cammina senza voltarsi Bashir. Per lui il caso finisce così. Andare oltre vuol dire aprire quel vaso di Pandora tenuto ermeticamente chiuso per un quarto di secolo.

 

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte.
a cura di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari
Round Robin editrice, 2019

A 25 anni dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, due giornalisti ripercorrono la vicenda raccontando alcune delle verità fino ad ora taciute. Archivi finalmente aperti e tracce che conducono ai reali testimoni oculari del duplice omicidio. Perché nessuno volle cercarli per davvero? Un castello di carte messo in piedi per costruire un capro espiatorio e incolpare un uomo innocente finito in carcere per 17 anni. Chi ha voluto mettere a tacere la vicenda e cosa sapevo davvero Ilaria? Una commissione d’inchiesta tagliata su misura e consulenti perché non controllabili. La Somalia che in quei giorni sembra un avamposto di Gladio, e molti nomi di chi fa affari in Somalia tra rifiuti e armi, che diventeranno noti alle cronache politiche del ’94. Non solo un duplice omicidio in un paese in guerra come affermato da Carlo Taormina. Quella di Ilari Alpi e Miran Hrovatin è una esecuzione in piena regola. Ma solo adesso si sono trovate le tracce per indicare chi sapeva, chi ha visto, chi ha taciuto e ricondurre tutto a chi ha scelto e commissionato la morte dei due reporter.

 

 

Fonte:  ilfattoquotidiano.it
Articolo del 19 marzo 2019
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il testimone: “Li ho visti morire. Volevano che mentissi”
di Luciano Scalettari
Caso Alpi – Nel libro curato da Grimaldi e Scalettari (editore Round Robin) parla uno dei testimoni somali: “Nel ’98 provarono a farmi accusare Hashi”

Quella che leggerete in queste righe è una testimonianza inedita. Si tratta di un signore somalo, Mohamed Hussein Alasow. Lo abbiamo raggiunto a Mogadiscio a pochi giorni dall’invio in tipografia di questo libro. È stato testimone oculare dell’agguato a Ilaria e Miran. Faceva l’autista, all’epoca, ed era fermo con la sua macchina (aveva una Land Rover anche lui) davanti all’hotel Amana. (…)

“Mi chiamo Mohamed Hussein Alasow. Sono nato a Mogadiscio, il 31 dicembre 1963. (…) All’epoca dell’omicidio di Ilaria e Miran lavoravo anche per l’hotel. Facevo per loro l’autista ed ero a disposizione per le esigenze dell’albergo. Ora lavoro in proprio. Ho ancora l’officina e quando ne ho l’occasione faccio l’autista di auto e di moto”.

Cominciamo con la sua testimonianza sul luogo dell’agguato.
In quei giorni avevo fatto l’autista per una troupe di Mediaset.

Aveva conosciuto Ilaria Alpi?
No, non l’avevo conosciuta.

Mi può raccontare del giorno in cui Ilaria e Miran sono stati uccisi?
Ilaria Alpi era rientrata da Bosaso. Il suo autista era Sid Ali Abdi, detto Murgani. Io mi trovavo proprio di fronte all’hotel Amana. Mi si vede anche in alcune immagini girate subito dopo l’omicidio. Mi si riconosce perché ho un bastoncino in bocca, di quelli che noi somali usiamo come spazzolino da denti. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono scesi dalla loro macchina davanti all’hotel Amana e sono entrati nell’albergo. Vi sono rimasti solo pochi minuti. Poi sono usciti, Ilaria è salita dietro e Miran davanti, accanto all’autista, e la macchina è ripartita. Avranno percorso una quarantina di metri. Appena la Toyota si è mossa, ho visto arrivare da destra, rispetto a dove ero fermo con la mia macchina, una Land Rover blu che accelerando rapidamente si è avvicinata a quella dei due giornalisti, come se volesse andargli addosso. Dai finestrini sono sbucate le canne dei kalashnikov, almeno tre fucili. Prima che loro facessero fuoco, ha sparato l’unico uomo di scorta di Ilaria e Miran, che si trovava sul cassone, nella parte scoperta della macchina. Quelli della Land Rover hanno subito sparato a loro volta, e nel mio ricordo, hanno continuato a sparare all’impazzata. (…)

Nessuno di loro è sceso dalla Land Rover?
Per quello che ho visto io no. Sparavano dai finestrini e poi dal portellone posteriore

Ha visto tutta la scena o si è nascosto per via della sparatoria?
Mi sono buttato a terra, per paura di essere colpito, ma ho sempre guardato verso il punto dove avveniva lo scontro a fuoco, ovviamente da terra, cercando di stare riparato. Ero a una quarantina di metri. (…)

Quanti erano gli assalitori?
Cinque. L’autista più quattro persone. (…)

L’agguato sembrava mirato alla Toyota?
Certamente sì. Ce l’avevano con i giornalisti. Si sono diretti verso la macchina con l’intenzione di sparare. (…)

E poi, che è successo?
La Land Rover è partita e la gente ha cominciato ad avvicinarsi alla Toyota dei giornalisti.

E lei?
Mi sono avvicinato anch’io.

(…)

Quando le hanno chiesto di venire a testimoniare in Italia?
Nel 1998.

1998? Ne è sicuro?
Sì. Ho ancora il passaporto con il visto.

Chi l’ha contattata per chiederle di testimoniare?
Due somali. Uno che si trova in Italia, che è soprannominato Gargallo. Vive in Italia da molti anni. L’altro, che invece vive in Somalia, a Mogadiscio Sud, si chiama Omar Dini. Gargallo faceva da tramite con gli italiani che volevano che venissi a testimoniare.

Doveva venire da solo?
No, insieme ad altre due persone, una donna e un uomo.

Sa chi erano?
Sì. Abdi Mahamud Omar, detto Jalla. La donna si chiama Ader, ed è venuta in Italia con suo figlio.

E poi?
Siamo arrivati in Italia. La donna col bambino da quel momento non l’ho più vista. Io e Jalla siamo stati accolti da poliziotti e carabinieri, che ci hanno portato al Viminale e poi in una caserma, dove abbiamo dormito. Ci avevano anche dato un somalo, che ci accompagnava e ci faceva da interprete, tale Ali Marduf.

E poi?
Dopo tre o quattro giorni mi hanno portato a fare l’interrogatorio.

Ricorda chi l’ha interrogato?
No, non ricordo il nome. Era una persona abbastanza giovane e piuttosto robusta. Ed era presente l’interprete Ali Marduf.

Che cosa le ha chiesto?
Mi ha detto che volevano che raccontassi quello che avevo visto sul luogo dell’omicidio. E hanno aggiunto che avevano già una persona somala arrestata in Italia. Non capivo bene dove volessero arrivare. Il discorso era un po’ strano… Dovevo, secondo loro, solo confermare quello che mi avrebbero detto.

In che senso?
Il poliziotto robusto continuava a dirmi che dovevo solo confermare quello che mi avrebbero chiesto. Io rispondevo che volevo raccontare quello che avevo visto, non confermare quello che mi dicevano loro. A un certo punto i toni si sono scaldati, e da certe frasi pareva che volessero anche accusarmi di qualcosa. Allora gli ho detto che non avrei fatto nessun verbale. Abbiamo litigato per un po’, tanto che il poliziotto ha preso il verbale che avevano cominciato a scrivere e me l’ha stracciato davanti agli occhi. (…)

Ma che cosa doveva confermargli?
Che Hashi Omar Hassan era fra quelli della Land Rover blu. Dovevo accusare Hashi. Ma Hashi non c’era. Non potevo farlo. Io Hashi, quel giorno, non l’ho visto. (…) Io ho detto che Hashi non lo conoscevo, non l’avevo visto. Non dico cose non vere. (…) Mi hanno promesso che se avessi confermato quello che mi avrebbero detto potevo rimanere in Italia.

Ha firmato qualche verbale?
No. Non ho firmato nulla. Anzi, come ho detto, hanno strappato i fogli.

 

 

 

 

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